Hokuto No Ken x Hanshin Tigers – “Sei già eliminato”


Venerdì 26 agosto 2016, presso lo Stadio Hanshin Koshien di Nishinomiya (Prefettura di Hyogo), in Giappone, si terrà la “Serata Hokuto No Ken”, un evento speciale organizzato in collaborazione con gli  Hanshin Tigers, squadra di baseball professionale, in occasione della loro partita contro i Tokyo Yakult Swallows. Nel corso dell’evento sarà in vendita molto merchandise dedicato e sarà presente, come ospite d’onore, Shigeru Chiba, che introdurrà a modo suo l’incontro tra le due squadre.

Fonte: Crunchyroll

(Ringrazio Daniel Zelter per la segnalazione)

Tetsuo Hara x Kentaro Miura – A breve l’incontro storico!


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Avete capito bene, i due mostri sacri del fumetto si incontreranno per una speciale intervista che verrà pubblicata sul prossimo numero del mensile Comic Zenon, in vendita in Giappone a partire dal prossimo 25 agosto. A testimonianza di questo eccezionale evento, Tetsuo Hara disegnerà la sua intepretazione di Guts, protagonista di Berserk, mentre Kentaro Miura disegnerà a sua volta Nobunaga Oda, protagonista di Ikusa No Ko, l’ultimissimo manga del papà di Ken il guerriero.

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right on kingA corredare il tutto verrà presentato anche “Right On King”, un nuovo episodio spin off – stavolta dedicato a Shin – che, sulla falsariga di Ultimate Desire, Scrap Mountain e diversi altri, sarà scritto ancora una volta da Takeshi Kawada e disegnato da Yukito.

Per il pubblico occidentale, un report dell’evento sarà pubblicato – in inglese – anche sul sito del Silent Manga Audition, l’ormai famoso concorso internazionale indetto proprio da Hara e soci per scovare e forgiare le nuove promesse del manga.

Recensione: SCRAP MOUNTAIN – La storia di Fudo


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Pubblicato per la prima volta a luglio 2015 sulle pagine del mensile giapponese Comic Zenon, Scrap Mountain (Titolo completo: 北斗の拳イチゴ味 五車星GAI伝 其之二 SCRAP MOUNTAIN – Hokuto No Ken Gusto Fragola – La Storia Parallela dei Nanto Goshasei Capitolo Secondo – SCRAP MOUNTAIN) è un altro degli spin off brevi che Takeshi Kawada (testi) e Yukito (disegni) hanno dedicato ai personaggi di Ken il guerriero. Protagonista di questa storia è Fudo della Montagna, gigante dal cuore d’oro ma dal passato violento che tutti gli appassionati di Ken hanno imparato ad amare mentre si opponeva con tenacia e spirito di sacrificio agli impetuosi colpi di Raoh nella serie storica.

Le vicende qui narrate partono proprio dal momento in cui il Re del Pugno lancia la sua sfida al guerriero dei Cinque Astri in Cerchio, obbligandolo a combattere dietro la minaccia di sterminare i suoi numerosi bambini adottivi. Di lì, un flashback ci riporta ai primi giorni di vita del protagonista, descrivendoci sia le sfortunate circostanze in cui è venuto alla luce – suo padre si è ammalato ed è morto quando è stato concepito, mentre la madre è morta praticamente sventrata dalla sua forza mentre lo partoriva – sia la sua enorme mole, talmente esagerata da mettere in agitazione i superstiziosi abitanti della comunità in cui è nato. Questi infatti, dopo averlo additato come “figlio del diavolo”, decidono che è meglio sbarazzarsene lasciandolo a morire di stenti sulle montagne. Fortunatamente, non tutto il mondo è popolato da gente senza cuore…

Fudo viene infatti trovato e salvato da una donna misteriosa – di cui non viene rivelato il nome in tutto l’episodio – che in passato si è trovata a subire una sorte molto simile alla sua. Dotata della capacità di prevedere il futuro, venne ritenuta una strega e cacciata via dal villaggio in cui viveva. Costretta a vivere come un’eremita fra i monti, la donna non ha più avuto modo di godere della compagnia di altri esseri umani per decine di anni. È quindi anche con una certa gioia che decide di accudire e crescere quel neonato. Ma gli anni passano in fretta e ben presto Fudo si trova di nuovo a fare i conti con il suo avverso fato. Gli abitanti del villaggio sono infatti in subbuglio perché recentemente sono scomparse ben sei persone che si erano recate sulle montagne e, invece di rendersi conto che il motivo è da imputare alla ferocia degli orsi affamati dal lungo inverno trascorso, decidono di partire con una spedizione per verificare se quel demonio che pensavano di aver tolto di mezzo non sia invece sopravvissuto come sembra invece affermare l’anziano.

Ben presto gli eventi precipitano e, a farne le spese, è la madre adottiva di Fudo, che si frappone fra il bambino ed un letale colpo di fucile. Ironia della sorte, sono proprio le azioni degli abitanti del villaggio a trasformare quel docile dodicenne nel mostro che tanto avevano temuto…

La sua furia è crudele e devastante, tanto da spazzare via, nel giro di tre giorni e tre notti in cui un grosso incendio sembra accompagnarlo dai monti fino a valle, l’intero villaggio ed i suoi abitanti. È nato Fudo il Demonio.

La storia ci riporta quindi allo scontro finale con Raoh, in cui ormai si è giunti alle battute finali che ben conosciamo. La vita di Fudo si spegne di nuovo fra le braccia di Kenshiro non prima di avergli però affidato i suoi amati bambini.

Cosa dire di questo “Fudo Gaiden”? Beh, onestamente, fino ad ora, è uno degli omaggi che più mi è piaciuto tra tutti quelli dedicati ai vari personaggi della serie. Tanto per cominciare ho trovato azzeccatissimo il tono fiabesco della vicenda, che ricorda da vicino le tante (ed inquietanti) leggende sulle creature sovrannaturali della tradizione giapponese. In secondo luogo, nella sua semplicità (volendo, anche nella sua ovvietà), la storia raccontata riesce comunque a smuovere delle corde. Perché mentre la serie storica ci ha abituato a classificare sempre come “poveri innocenti” tutti quei sopravvissuti che subiscono le angherie dei malvagi predoni, qui si scava un po’ più a fondo. Fudo non è infatti vittima di spietati aguzzini sotto il controllo di qualche sedicente dominatore guerrafondaio, non deve vedersela con bande armate di delinquenti cresciuti nella violenza. No. Fudo è vittima della – volendo parafrasare la scrittrice Hannah Arendt – “banalità del male”. Gli abitanti del villaggio sono infatti convinti di agire per il meglio, non sembrano avere la reale consapevolezza delle loro azioni. Non sono quindi “malvagi” in senso stretto, sono mossi da sentimenti che invece ritengono nobili. Questo secondo me è un punto importante su cui riflettere perché, virtualmente, tutti potremmo essere come loro, pronti a giudicare il prossimo sulla base di nostre convinzioni personali ma senza renderci conto che tali convinzioni sono del tutto errate. Tra l’altro c’è un parallelismo che forse non si coglie appieno se non ci si ferma a riflettere un attimo. Quando le fiamme dell’incendio inghiottono il villaggio, subito dopo viene detto che in seguito le fiamme nucleari avrebbero inghiottito il mondo intero. Se da un lato è evidente che tra le due cose c’è un paragone, dall’altra si dovrebbe pensare a chi è davvero responsabile dell’accaduto. Se, infatti, nel caso di Fudo sono gli abitanti stessi del villaggio ad attirare su di sé la morte, lo stesso si può dire della società che in seguito sarebbe andata incontro alla catastrofe nucleare. Insomma, Kawada qui è serio: attraverso la “fiaba” su Fudo ci ricorda che, finché ci comportiamo da ottusi, il mondo non potrà che andare in un’unica direzione.

Riguardo ai disegni, devo dire che per una volta Yukito – che comunque ne deve ancora mangiare di pane – è riuscito a distaccarsi dal suo solito stile un po’ metrosexual adottando invece un approccio più crudo e vicino alla virilità degli originali protagonisti della vicenda. Sia Fudo che Raoh sono infatti tratteggiati in maniera molto più vicina al modello imposto da Tetsuo Hara di quanto non lo siano finora stati altri personaggi passati per le mani di questo mangaka ancora agli esordi. Insomma, promosso.

Passando invece alle “note dolenti”, mi spiace ammettere che nelle ultime pagine c’è un errore molto grave. Sicuramente guardando le immagini ve ne sarete già accorti ma, forse per la necessità di dover sintetizzare in poche vignette una sequenza che originariamente si dipanava su diverse pagine, la morte di Fudo viene completamente stravolta. I testi sono gli stessi del manga originale ma le immagini mostrano il guerriero trafitto dalle mani di Raoh invece che dalle gigantesche frecce scoccate dagli impulsivi soldati del suo esercito. Infatti Fudo aveva sconfitto Raoh, costringendolo ad oltrepassare una linea che egli stesso aveva tracciato, ma in questo breve racconto la cosa viene taciuta, anche se poi al protagonista viene comunque fatta dire la frase “… papà ha vinto”, che a questo punto possono capire solo coloro che conoscono bene la storia. Sicuramente si dirà: “vabbé, tanto lo leggono solo i fan di Ken, quindi…”, che è un’affermazione sulla quale mi posso pur trovare d’accordo per un buon 90%, ma resta il fatto che questa svista (chiamiamola così), rovina in parte un omaggio che altrimenti reputerei perfetto.

Hokuto No Ken Legendary Warriors – Primo video di gameplay


È stato finalmente pubblicato il primo video che mostra il gameplay di Hokuto No Ken Legendary Warriors, videogioco amatoriale per PC con sistema Windows, sviluppato da Zero e Amon (al secolo, i fratelli Cristian e Mirko Giuseppone).

Con una grafica in alta definizione, il gioco si presenta come un picchiaduro a scorrimento di stampo classico in cui al giocatore viene data la possibilità di selezionare il proprio guerriero tra una rosa di 4 personaggi: Kenshiro, Rei, Toki e Mamiya. Elemento di grosso rilievo è che, anche se a prima vista può sembrare un semplice rip-off del famoso picchiaduro ad incontri su Hokuto No Ken che anni fa fece furore sia come cabinato arcade che su PS2, in realtà gli sprite – fedeli allo stile della serie animata storica – sono completamente ridisegnati da Cristian, come si può ben vedere nell’immagine sottostante (cliccate per ingrandire).

Al momento non è ancora disponibile alcuna demo giocabile, ma contiamo di tenervi costantemente informati sugli sviluppi di questo interessantissimo progetto. Restate sintonizzati!

Ken il guerriero – Jagi superstar al Wonder Festival con Spiceseed e Kaiyodo


Come avevo già anticipato all’inizio del mese, ieri c’è stata, da parte di Spiceseed, la presentazione ufficiale delle statue di Souther e Jagi all’edizione estiva del Wonder Festival. Il primo era presente soltanto nella versione “Trono” perché l’altra, “Mikoshi”, è andata letteralmente a ruba nonostante il prezzo esorbitante (per tutti i dettagli cliccate qui) !!

L’unica nota positiva sembra essere che, stando almeno a quanto si può leggere sul cartellino, il prezzo è sceso di qualche centinaio di euro rispetto a prima. Ora infatti ce lo si può portare a casa per una cifra oscillante tra i 1.600 e i 1.700 euro (a seconda che lo vogliate “semplice” o con dei LED montati attorno al piedistallo). E se vi pare troppo, ricordatevi che quello che è andato “Sold Out” costava praticamente il doppio!😀

Passando a Jagi, anche questo molto atteso dai collezionisti, sono finalmente stati resi noti i prezzi, che sono circa 1.700 euro per la versione con i LED e 1.656 euro senza. In scala 1/18, la statua – realizzata in resina – è alta 27 cm. e lunga 40, completamente dipinta a mano.



Nel frattempo Kaiyodo non è stata a guardare e, sempre in occasione del Wonder Festival, ha tirato fuori una chicca niente male: un busto a grandezza naturale sempre dedicato alla mela marcia dei fratelli di Hokuto!

Prodotto sempre con il particolare vinile “Sofubi Advance”, utilizzato anche per il precedente busto di Kenshiro (cliccate qui), questo “monumento alla malvagità” – modellato tenendo conto dell’altezza e del peso ufficiali del personaggio (un metro e 79 cm per 89 kg) – non ha ancora un prezzo, ma verrà messo in vendita a partire dalla primavera del 2017.


 

 

I tanti volti di Kenshiro (prima parte) – Bruce Lee


Come è ormai universalmente noto da ben più di un paio di decenni – nonostante, al 2016, ci sia ancora chi sente l’irrefrenabile impulso di sottolinearlo ogni volta come se avesse scoperto l’America – Kenshiro, il protagonista di Ken il guerriero, è un riuscito mix di diversi attori a cui il suo creatore, Tetsuo Hara, si è ispirato sia graficamente che caratterialmente.

L’idea è quindi quella di dedicare un articolo ad ognuno di questi “volti” di Ken e, come primo, abbiamo scelto di parlare di quello più evidente e anche più “leggendario”: Bruce Lee.

Tra l’altro questo è anche il primo articolo su questo sito scritto interamente dall’amministratore della pagina facebook Divina Scuola di Hokuto, quindi una specie di doppio evento. :)

Buona lettura!


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“Quando pensi a Bruce Lee, non pensi a un marzialista asiatico, ma ad una eredità.”

Come esseri umani, la lotta è nel nostro DNA, ce l’abbiamo e ci piace. Bruce fin da adolescente adorava le risse e crebbe battendosi per le strade di Hong Kong. Amava stare con chi sapeva combattere e spesso sfidava i ragazzi più grandi perché difficili da battere. Era questa la sua indole che, inevitabilmente, gli causò dei problemi con la giustizia. Fu allora che il padre decise di portarlo da un Maestro di Wing Chun per fargli apprendere la filosofia delle arti marziali ed incanalare la sua irascibilità. Quel Maestro era Yip Man.

“L’INDIVIDUO E’ PIU’ IMPORTANTE DI QUALUNQUE STILE O METODO”

In America Bruce non ci mise molto a fondare due scuole di Kung Fu (il JUN FAN GUNG-FU INSTITUTE) la prima a Seattle e la seconda a Oakland con il principio di insegnare i segreti del Kung Fu anche ai non cinesi, cosa proibita all’epoca. E’ proprio in quest’ultima città che la comunità cinese infastidita dal modo di pensare troppo aperto di Lee decise di sfidarlo: “o chiudi o combatti” ovviamente Bruce accettò la sfida.

I tradizionalisti cinesi arrivarono da San Francisco nella scuola di Oakland guidati da Wong Jack Man, lo sfidante. Bruce ci mise tre minuti per atterrare Wong e fargli dichiarare la resa acquisendo di fatto il diritto di insegnare chiunque volesse. Ma nonostante la vittoria, Lee non era affatto contento. Sua moglie Linda ricorda così quella circostanza: “mi rimarrà sempre impresso il ricordo di Bruce seduto sui gradini nel retro della scuola con la testa fra le mani”.

In quel combattimento si rese conto che le arti marziali classiche non facevano per lui. Ci aveva messo troppo per mettere l’avversario al tappeto: “il mio addestramento nel Wing Chun tradizionale non mi ha preparato per questo tipo di sfida”, “noi dobbiamo le nostre conoscenze al Wing Chun, ma dobbiamo andare oltre il Wing Chun.” Nascono le basi del Jeet Kune Do.

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 “PER CAMBIARE, PER DIVENTARE UN’ALTRA COSA, DOBBIAMO PRIMA SAPERE CHE COSA SIAMO”

Nel JKD c’è molta filosofia sia Orientale che Occidentale, ma uno dei concetti base è quello della disciplina applicata ad un innato istinto guerriero: “In realtà è una combinazione di tutto. Ci vuole l’istinto naturale e l’autocontrollo. Bisogna metterli insieme in modo armonico, altrimenti se uno dei due è esagerato sei troppo approssimativo; e se è l’altro ad essere esagerato rischi di diventare un uomo macchina.”

Nelle annotazioni del 1965 scriveva: “il mio stile è un mix tra la Boxe occidentale, la Scherma e il Wing Chun”.

Attinse molto dal pugilato e aveva una collezione infinita di incontri dove studiava anche i grandi del passato come Dempsey da cui prese la catena cinetica (il modo di generare potenza tramite precisi movimenti biomeccanici del corpo), l’importanza di un buon jab e molte cose sull’allineamento del corpo. Ma il suo preferito era Muhammad Ali, adorava la dinamicità del suolavoro di gambe, sempre in continuo mutamento. Guardava i suoi incontri su una pellicola 8mm che mandava avanti e indietro, le studiava meticolosamente.

Dalla Scherma occidentale prese le posizioni e la stoccata d’arresto. Invece di bloccare e colpire, si fanno le due cose insieme: “dobbiamo intercettare sia il movimento fisico che il pensiero”. Quando un avversario attacca, si avvicina e quindi offre un’opportunità di essere intercettato. Da qui il nome JEET KUNE DO, la via del pugno intercettatore.

Indefinitiva, il JKD è il modo di porre fine in maniera più diretta ed efficace un combattimento. Tutto il resto è spettacolo.

“OGNI GIORNO QUALCOSA DI MENO, NON QUALCOSA DI PIÙ. SBARAZZATI DI CIÒ CHE NON È ESSENZIALE.”

Grazie all’esibizione nel Campionato Internazionale di Karate di Ed Parker a Long Beach (famosi sono diventati il pugno a un pollice “One inch-punch” e i piegamenti sulle braccia con solo due dita di una mano) Bruce viene notato da Hollywood ed inizia la sua carriera cinematografica, ma non fu una bella esperienza. In quegli anni i cinesi avevano solo ruoli marginali, e il più delle volte i personaggi orientali venivano interpretati da attori occidentali (secondo Hollywood un orientale sarebbe stato “troppo orientale” per il cinema americano).

Bruce Lee interpreta Kato nella serie TV "The Green Hornet" (1966 - 67)

Bruce Lee interpreta Kato nella serie TV “The Green Hornet” (1966 – 67)

La vera consacrazione arriva in patria, nel 1971 a Hong Kong dove girò i primi suoi due film con il produttore Raymond Chow per 15mila dollari l’uno. Il primo film ‘The Big Boss’ (il furore della Cina colpisce ancora) batté tutti i record a Hong Kong con oltre 3 milioni e mezzo di dollari locali di incasso. Record polverizzato dal secondo film ‘Fist of Fury’ (Dalla Cina con Furore) che fu un successo in tutta l’Asia e fece di Bruce Lee una star mondiale.

Nel 1972 in co-produzione con Chow, scrisse, diresse e interpretò ‘The Way of the Dragon’ (L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente) dove la parte del “boss finale” fu data a Chuck Norris che in quel periodo frequentava la palestra di Lee per perfezionare la sua tecnica.

La scena del duello nel Colosseo divenne la più celebre di arti marziali nella storia del cinema e segnò anche l’entrata nel grande schermo del Jeet Kune Do: Il protagonista Chen in un primo momento è in balia dei colpi dell’americano Colt finché decide di abbandonare il Kung Fu classico e di usare il JKD (scena dei saltelli sul posto). Il film fu un ulteriore successo di incassi.

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All’apice del successo cinematografico in tutta l’Asia e con 3 film all’attivo, di cui uno da regista, Bruce decise di realizzare un film molto personale del quale intendeva curarne ogni aspetto. Il titolo provvisorio era ‘Game of Death’ (L’ultimo combattimento di Chen) ed era previsto a livelli. Nel cast compaiono l’amico e ora Maestro di JKD Dan Inosanto e la stella NBA e allievo Kareem Abdul-Jabbar.

Il film fu interrotto per l’inizio delle riprese di ‘Enter the Dragon’ (I 3 dell’operazione Drago) e mai più ripreso. Ma nel 2000, dopo sei anni di ricerche, esce Bruce Lee: A Warrior’s Journey (Bruce Lee – La leggenda) un documentario dove per la prima volta dal 1972 vengono riproposti in versione integrale la sceneggiatura ORIGINALE e i 36 minuti e 40 secondi di registrazioni fatte da Lee, insieme ad interviste dei protagonisti dell’epoca.

I 3 dell’operazione Drago fu il primo passo di Hollywood verso il genere delle arti marziali e fu il secondo maggior incasso della Warner Bros. dopo L’esorcista e consolidò l’immagine di Lee come leggenda delle arti marziali.

“IL JEET KUNE DO CI INSEGNA A NON GUARDARE INDIETRO. UNA VOLTA STABILITA LA ROTTA, NON VOLTARTI PIÙ. PER ESSO VITA E MORTE SONO LA STESSA COSA”

A un mese dall’uscita de I 3 dell’operazione Drago, film che gli diede fama internazionale, il 20 luglio 1973 a soli 33 anni Bruce Lee morì in circostanze che a tutt’oggi rimangono misteriose e non chiare al 100%.

La sua eredità resta nelle arti marziali, non solo tramite il JKD ma anche per essere stato il primo a rompere millenni di tradizione marziale cinese aprendo le porte agli occidentali. Il tono più violento e veritiero dei suoi film stravolse il cinema di Hong Kong, che fin ad allora mostrava un lato più teatrale (e molto improbabile) delle arti marziali. Purtroppo oggi il cinema orientale ha fatto un passo indietro, ritornando all’irrealismo (vedi film come “La foresta dei pugnali volanti”) mentre a Hollywood le citazioni su Lee sono praticamente infinite: Matrix, Kill Bill, solo per citarne un paio.

Anche il mondo dei videogiochi ha dato il suo tributo con personaggi come Fei Long (Street Fighter), Liu Kang (Mortal Kombat), Dragon (World Heroes), Law (Tekken) e tantissimi altri. Inoltre negli anime giapponesi l’ispirazione più celebre è sicuramente quella del nostro Kenshiro.

Nel mondo dell’MMA invece, per molti campioni e atleti Bruce Lee è il padre, o uno dei padri, delle arti marziali miste. Uno Sport che ha iniziato a prendere piede soprattutto nell’ultimo decennio ma che ha saputo dare la giusta riconoscenza a colui che ne fu il precursore: lo stile perfetto è il non avere stile. Assorbi ciò che è utile, scarta ciò che non lo è, aggiungi ciò che è unicamente tuo.” è esattamente il principio delle MMA.

Ancora oggi è impossibile non pensare a Bruce Lee se vediamo un nunchaku,a prova della sua grandezza e l’importanza che ha avuto per i suoi fan. Neppure il cinema americano è riuscito a trovare un degno successore. Nel corso degli anni si sono succedute star come Van Damme, Jackie Chan, Jet Li, ora Donnie Yen, ma nessuno di questi è diventata “L’ICONA”. Nessuno di loro ha dovuto sfondare porte o stravolgere il sistema, perché era già stato fatto da un cinese: Bruce Lee.

“il JeetKune Do non gira intorno alle cose, non prende strade secondarie, va diritto allo scopo. La distanza più breve fra due punti è la semplicità.”
– B. Lee

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Domenico Capasso

 

KEN IL GUERRIERO – LE ORIGINI DEL MITO DELUXE Vol. 5 – Recensione


soten 5Con ben più di un anno di ritardo (mea culpa) vado finalmente a recensire il quinto volume di KEN IL GUERRIERO – LE ORIGINI DEL MITO DELUXE, collana bimestrale che si è conclusa a maggio (con il volume 11) e che raccoglie l’intera saga narrata in Souten No Ken, serie prequel della più famosa Hokuto No Ken. Dopo l’epico e decisivo combattimento tra Kenshiro Kasumi e Tàiyán Zhāng, il Cartello del Fiore Rosso sembrava ormai spacciato ma, in seguito ad un attentato che ha ridotto Guāng-Lín in fin di vita, Ken e Yuling, ora di nuovo insieme, comprendono che è ancora presto per festeggiare, perché la guerra è lungi dall’essere conclusa.  Come sempre ringrazio il mitico Andrea “MusashiMiyamoto” Mazzitelli per il suo grande aiuto con la lingua giapponese e anzi, colgo l’occasione per linkarvi di nuovo Kotokoto, il suo sito personale (cioé, non solo suo, ma anche della moglie Fukuko, che saluto tanto) . Buona lettura!😉

SPERANZA

Anche stavolta ho voluto scegliere un titolo che sintetizzasse al meglio gli eventi che si succedono nel volume in questione e, pensandoci bene, la speranza è il vero filo conduttore delle vicende narrate. Perché è la speranza in un domani migliore che, davanti ad una situazione critica, spinge Yuling a farsi carico di una pesante responsabilità, assumendo il comando del Qing Bang. Ma la speranza in un riscatto è terreno fertile anche per gli impostori come il Generale Luó, giunto a Shangai per rapire i cuori disperati dei reietti e renderli schiavi del Cartello del Fiore Rosso. Una speranza che si credeva ormai morta può anche tornare a vivere e cambiare il cuore delle persone, come accade a Lièshān, che finalmente realizza quanto sia stato cieco nel non vedere che l’amore paterno, che tanto anelava, era sempre stato dinanzi a lui. Infine, la speranza può prendere anche la forma di una bambina indifesa che spinge il più duro degli uomini a non vivere più solo per sé stesso ma per proteggerla, come accade al temibile Fēiyàn, maestro del letale Kyoku Juji Seiken.

Quello che traspare dalle storie contenute in questo quinto volume è che Hara non ama solo giocare con i suoi personaggi e con le figure caricaturali, ma anche con i lettori. Perché, come ho già avuto modo di dire in precedenza, se ad uno sguardo superficiale ci sono situazioni e volti che sanno di dejà vu (ed andranno ad incrementare, fidatevi), spingendo a credere che l’autore si limiti a fare un mero copia e incolla, col senno di poi, sapendo come si concluderà l’opera e chi è realmente il Kenshiro di questa generazione, ci si rende conto che Hara aveva già deciso da tempo il finale e si è divertito a cospargere di “indizi” tutta la storia. Oltre a questo, non ha smesso di giocare neanche con i riferimenti cinematografici. Un esempio? Eccovi il “bullet-time” secondo il maestro!

tetsuo hara bullet time

L’altro riferimento (o sarebbe più corretto dire ispirazione) riguarda proprio Feiyan e la piccola Erika, il cui rapporto ricorda tantissimo quello dei protagonisti di “Man on Fire”, film del 2004 con uno straordinario Denzel Washington nei panni di un assassino professionista chiamato a fare da guardia del corpo all’unica figlia di una famiglia benestante. Dapprima quasi seccato all’idea di doversi ridurre a fare da baby sitter, il killer stabilisce col tempo un legame affettivo talmente profondo con la piccola da scatenare un vero e proprio inferno sui responsabili del suo rapimento (non vado oltre per non rovinare la visione a chi volesse recuperarlo😉  ).

mybodyguardmanonfire

A dirla tutta, in Giappone il film – che venne distribuito con il titolo “My Bodyguard (マイ・ボディガード)” – pare sia uscito nelle sale dopo che Hara aveva introdotto Feiyan ed Erika in Souten No Ken. Tuttavia, tolto che il maestro potrebbe essere anche solo rimasto colpito dal trailer e si sia informato sulla trama (chi non l’ha mai fatto?), l’elemento che trovo decisivo è la somiglianza tra Erika e Lupita, la piccola protagonista del film (interpretata da Dakota Fanning).

erika dakota fanning

PERSONAGGI

Nota importante: Nelle schede che seguono ho voluto mantenere una linea coerente con l’opera originale. In esse verrà proposto il nome correttamente traslitterato in italiano, gli ideogrammi relativi e, a seconda dei casi, il nome così come viene pronunciato in giapponese con gli stessi ideogrammi. Altro punto importante che mi sento di sottolineare è che mentre in originale viene dato prima il cognome e poi il nome dei personaggi, nel tradurli ho invece messo prima il nome e poi il cognome, come è consuetudine nella nostra lingua.

luLù ()

(Giapp.: Riku)

Direttore di una banca, fondata sui proventi del mercato nero, di proprietà di Lièshān Zhāng.

hu cheng luoHǔ Chéng Luó (羅虎城)

(Giapp.: Kojō Ra)

Generale del Guómín Gémìng Jūn (Esercito Rivoluzionario Nazionale) ritenuto morto in combattimento, sembra essere divenuto l’eroe del movimento antinipponico dopo aver energicamente rifiutato di farsi comprare dai militari giapponesi stanziati in Manciuria. A dispetto della sua statura ridicolmente bassa, sembra possedere un carisma fuori dal comune, carisma utile per attuare il piano di Lièshān: trasformarlo nel leader dei predoni dell’Hebei e far rinascere con essi il Cartello del Fiore Rosso.

guGù ()

(Giapp.: Ko)

Soprannominato “Gù la civetta”, è il miglior assassino del Quing Bang. Un po’ per orgoglio personale e un po’ per tenere alto il nome stesso dell’organizzazzione cui appartiene, non vuole che sia Kenshiro ad occuparsi di Lièshān, preferendo utilizzare i propri metodi. Tuttavia, dopo aver constatato che la sua abilità è nulla in confronto a quella del successore di Hokuto, non ci pensa due volte a farsi da parte.

lifu chenLi-fu Ch’en (陳立夫)

Capo della Sezione Investigativa del Partito Nazionalista, appreso della morte del Generale Luó per mano del Re dell’Inferno, riferisce immediatamente ai vertici quanto accaduto e riceve l’incarico di trovare il più forte maestro di arti marziali della Cina per assoldarlo ed eliminare Kenshiro. Personaggio storico realmente esistito, è morto nel 2001 all’età di ben 101 anni!

yingquin heYìngqīn  (何応欽)

Ministro del Dipartimento di Amministrazione Militare del Partito Nazionalista, apprese le notizie sul Generale Luó dichiara di voler mandare immediatamente l’esercito ad eliminare Kenshiro, perché il suo crimine contro il Partito non può restare impunito. Personaggio storico, si è guadagnato il soprannome di “Generale fortunato” in quanto, pur partecipando a numerose battaglie e campagne militari, è riuscito a sopravvivere alla maggior parte dei membri del Partito Nazionalista, morendo nel 1987 all’età di 97 anni.

qun zhangQún Zhāng (張群)

Ministro degli Esteri del Partito Nazionalista, è completamente d’accordo con Yìngqīn Hé circa le misure da adottare nei confronti del Re dell’Inferno, ricordando ai presenti che la loro regola di condotta è quella di stroncare chiunque si opponga al Partito. Personaggio storico, durante la sua lunga carriera politica ha ricoperto molteplici cariche, in special modo quelle legate all’economia. E’ morto nel 1990, anch’egli alla veneranda età di 101 anni.

chiang kai shekChiang Kai-shek (蒋介石)

Presidente del Partito Nazionalista, è un uomo di principio che, pur appoggiando la linea dura degli altri membri del Partito, si oppone ad un’azione militare contro un singolo uomo, definendola disonorevole. La sua proposta è quindi quella di scovare il più forte guerriero della Cina e fare in modo che sia lui ad uccidere il nemico, rammentando agli altri che le arti marziali sono l’orgoglio principale del loro grande Paese. Chiamato anche “Generalissimo”, è un personaggio storico realmente esistito che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della Cina. E’ morto nel 1975, all’età di 87 anni.

erikaErika Arendt (エリカ・アレント)

Scampata al massacro della sua famiglia in Germania, è una bambina di origini ebraiche che custodisce il “Catalogo della Speranza”, un elenco di decine di migliaia di opere d’arte di grande valore di cui Hitler vuole appropriarsi a tutti i costi ma che gli ebrei hanno accuratamente nascosto per poter a loro volta finanziare il sogno di costruire un luogo di rifugio, una “Terra Promessa” per tutti coloro che sono perseguitati.

feiyan liuFēiyàn Liú (流 飛燕)

(Giapp.: Hien Ryū)

Maestro del Kyoku Juji Seiken è noto anche come “Demoniaco Rapace della Morte” (死鳥鬼). Capace di sbarazzarsi da solo dei migliori 23 uomini delle SS armate di Hitler, è il migliore tra i corrieri di Beiping (l’odierna Pechino) ed ha ricevuto l’incarico di proteggere Erika fino alla sua consegna ma, avendo sviluppato nei confronti della piccola un paterno senso di protezione durante il lungo viaggio affrontato insieme, decide piuttosto di continuare a ricoprire il ruolo di angelo custode che accettare l’offerta come sicario del Partito Nazionalista.

tian guiTiān Guǐ (天鬼)

(Giapp.: Tenki)

Capo di un gruppo di predoni noto come Branco delle Tigri (如虎部隊), incontra  Fēiyàn ed Erika in un locale e  mette subito gli occhi sulla bambina, pensando di poterla facilmente sottrarre al guerriero e rivenderla. Purtroppo per lui Fēiyàn non è assolutamente dello stesso avviso e, nel giro di pochi istanti, il losco figuro viene menomato ed ucciso.  Il suo è un nome di battaglia che si può tradurre come “Demone del Cielo”.

jiyun liJìyún Lǐ (李集雲)

(Giapp.: Shūun Ri)

Capo dei corrieri di Beiping, riceve da Li-fu Ch’en l’ordine di assoldare Fēiyàn per sfidare ed uccidere il Re dell’Inferno ma, dietro il secco rifiuto del guerriero, decide di avvalersi di Báifèng Biāo, fratello d’addestramento dello stesso Fēiyàn. Secondo il suo ragionamento, infatti, Báifèng è anche più esperto nel Kyoku Juji Seiken e, sia che vinca, sia che muoia, lo scopo verrà raggiunto comunque, perché nella seconda ipotesi Fēiyàn stesso si sentirebbe spinto a vendicarne la morte e ad affrontare quindi Kenshiro.

 

leviDr. Levi (レビ博士)

Rappresentante dell’Associazione degli Ebrei di Harbin, è stato incaricato di prendere in consegna Erika ed il Catalogo della Speranza. Braccati però dai nazisti, tanto lui quanto gli altri uomini che lo accompagnano vengono massacrati poco dopo la consegna ed Erika si salva in extremis solo grazie all’inaspettato intervento di Fēiyàn.

baifeng biaoBáifèng Biāo (彪白鳳)

(Giapp.: Hakuhō Hyō)

Soprannominato “Demone Bianco” (白鬼) e fratello maggiore (acquisito) di Fēiyàn, vanta una maggior esperienza nel Kyoku Juji Seiken. Accetta l’incarico di affrontare in combattimento il Re dell’Inferno e, dopo averne saggiato non solo la forza, ma anche la nobiltà d’animo, rimanda lo scontro ad un secondo momento.

TECNICHE SEGRETE

Nota importante – Sempre per coerenza, ho voluto mantenere i nomi delle tecniche e delle scuole nella lingua in cui dovrebbero pronunciarle i protagonisti. Ad esempio, suona piuttosto improbabile che Kuángyún Máng pronunci il nome della Scuola della Casata Sun di Hokuto in giapponese piuttosto che nella sua lingua madre, il cinese. Di conseguenza, come primo nome troverete sempre quello più “logico” mentre, in alcuni casi (come appunto le diverse sette derivanti da Hokuto), per completezza metterò tra parentesi anche la versione con pronuncia in giapponese.

  • Kishō (鬼床 – Giaciglio del Maligno): Punto segreto di pressione posto sotto la parte sinistra della mascella, rappresenta un vero e proprio strumento di tortura. Agendo su di esso, infatti, si può provocare l’estrazione simultanea di tutti i denti della vittima, causandole un dolore indescrivibile.
    kisho
  • Jū No Ken (柔の拳 – Tecnica Flessibile): Non viene espressamente nominato, ma è chiaro che si tratta dello stesso particolare stile di combattimento padroneggiato da Toki nella serie originale, in cui lo spirito combattivo del guerriero fluisce come l’acqua calma. Grazie ad esso è possibile distrarre lo spirito combattivo dell’avversario accompagnandone i movimenti e disperdendone la potenza.
  • Jí Shízì Shèng Quán (Kyoku Juji Seiken 極十字聖拳Sacra Scuola della Croce Polare): Misteriosa e letale tecnica di combattimento padroneggiata da Fēiyàn e Báifèng, permette di sferrare rapidi colpi capaci di tagliare di netto perfino l’acciaio. Il suo astro di riferimento è la Croce del Sud, di cui i suoi appartenenti portano tutti un tatuaggio sul dorso della mano destra.
    kyoku juji seiken
  • Míngkōngzhǎowǔ (Meikūsōbu – 瞑空爪舞 – Cieca Danza degli Artigli nel Vuoto): Un attacco in sospensione aerea (in realtà non ben descritto nelle immagini) che termina con un affondo della mano nelle carni dell’avversario.

EDIZIONE ITALIANA

Anche questo volume, come purtroppo i suoi predecessori, non smentisce il lavoro di traduzione fatto con i piedi che ormai contraddistingue la serie. Questo mese, a parte le poche tecniche (per le quali vi basta confrontare con la nostra solita lista), si segnala un errore veramente stupido – perché non si può definire altrimenti – nella traslitterazione del cognome della piccola Erika. Come potete vedere tornando indietro nell’articolo, il suo è ovviamente un nome “straniero” e quindi scritto in alfabeto fonetico, cioé senza un significato (come invece avviene per i nomi propri dei giapponesi), così: エリカ・アレント. Se lo si legge come lo leggerebbero i giapponesi, in effetti sarebbe “Erika Arento“, e quindi il genio del traduttore ha pensato che andava bene traslitterarlo “Alento” senza però tener conto di ben 2 fattori fondamentali. Il primo, che ormai dovrebbe esser noto anche alle pietre, è che quando i giapponesi usano quell’alfabeto è solo per sapere come quel nome lo pronunciano loro. Che vuol dire? Vuol dire che, per esempio, se noi scriviamo “Devil”, loro traslitterano in fonetico e pronunciano “debiru”, oppure “Batman” lo fanno diventare “battoman”. E’ chiaro, quindi, che quando ci tocca fare il procedimento inverso, cioé cercare di capire che cosa in effetti loro vogliano intendere con i nomi scritti in quell’alfabeto, molto risieda nel trovare un equilibrio tra logica ed interpretazione personale e non ingenuamente affidarsi al loro modo di pronunciarla. Il secondo, più specifico, è che in questo caso bastava fare una semplice e veloce ricerca su internet per scoprire che non esiste alcun “Alento” o “Arento” fra i cognomi ebrei, mentre invece esiste Arendt, come la famosa Hannah Arendt, scrittirice, giornalista filosofa e storica tedesca di origini ebraiche che subì la persecuzione nazista e che, molto probabilmente, avrà ispirato gli autori per il nome da dare alla piccola Erika. Per il resto, i punti di forza di quest’edizione rimangono i medesimi, ossia la confezione molto curata e la praticità di poter leggere tutto d’un fiato una lunga serie di storie che erano state anche troppo sacrificate nella precedente edizione a “sottilette”.

Appuntamento al prossimo volume!