Raccontando Hokuto – Intervista a Buronson (prima parte)


Hokutogatari

In occasione del trentesimo anniversario di Hokuto No Ken, Buronson ha rilasciato un’intervista ricca e piena di particolari interessanti sulla genesi e lo sviluppo di questo capolavoro senza tempo. Un’intervista che abbiamo prontamente tradotto per tutti i fans italiani!

Traduzione a cura di MusashiMiyamoto

Intervistatore: Innanzitutto, ci vuol raccontare le circostanze grazie alle quali è diventato responsabile dell’opera originale?

Buronson: Mi è stato richiesto. Inizialmente si trattava di una storia ambientata ai giorni nostri… era in un riformatorio mi pare, no!? La struttura del racconto ruotava attorno a questo liceale, Kenshiro, che fugge da lì. Insomma, sembrava un moderno giustiziere.

Intervistatore: In altre parole, possiamo dire che si è basato sugli episodi pilota per sviluppare la sua storia, giusto?

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Hokuto No Ken – Episodi Pilota

Ambientata ai giorni nostri, la storia vede il protagonista, Kasumi Kenshiro, combattere per vendicare la propria amata. Frasi celebri come “omae wa mou shinderu” o lo stesso protagonista (che diverrà il modello per Kenshiro), vedono la luce proprio in quel periodo. Questi due episodi, pubblicati su Fresh Jump nel 1983, riuscirono a conquistare il cuore dei lettori. Vedi scheda completa

Buronson: Dopo averli letti, per prima cosa ho pensato che l’Hokuto Shinken fosse davvero interessante. E poi, quella frase “anta mou shinderu yo”… mi ha sorpreso andando a colpire la mia immaginazione.

Intervistatore: Praticamente anche per lei, maestro, quella frase tipica è divenuta un punto focale, giusto?

Buronson: Ho pensato che con tale tecnica di kenpo e con quella frase avrei potuto creare situazioni originali. Anche perché era possibile sfruttare quel lasso di tempo che intercorre tra il colpo e la morte effettiva.

Intervistatore: Ahh, “fra quanti secondi morirai” e cose del genere. In pratica, si poteva usare narrativamente questa caratteristica.

Buronson: C’era però il problema riguardante l’ambientazione nell’era contemporanea. A mio avviso, non era l’ideale. Nel periodo in cui stavo creando The Doberman Detective si era proposto di conferirgli proprio lo stesso senso di giustiziere. Certamente avrò scritto uno o due episodi con quell’impostazione, ma non erano niente di che. Diciamo che, da autore della storia, ebbi proprio questa netta sensazione e magari fu proprio tale antefatto a spingermi a ritenere l’Hokuto assolutamente inadatto per un’opera ambientata ai giorni nostri.

a02a The Doberman Detective

Serializzato sul settimanale Shonen Jump dal 1975 al 1979 dal duo Buronson e Shinji Hiramatsu. Storia disegnata in stile poliziesco basandosi inizialmente sul film “Dirty Harry”, è stata però poi modificata poco prima dell’inizio della serie dallo stesso Buronson.

Intervistatore: E fu allora che avvenne il fatale incontro con il film “Mad Max 2”, giusto?

Buronson: Già, Mad Max 2. Una terra desolata e senza legge è un’immagine che rimane impressa del resto, no? E così ho pensato di infilarci Kenshiro. E’ così che l’ho immaginato… ed è proprio in quell’istante che ho pensato “Funzionerà di certo!”

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Difficile non conoscere Mad Max 2 – The Road Warrior (noto in Italia come Interceptor – Il guerriero della strada). Film tra i più visionari e rappresentativi dei primi anni ’80, ha lanciato definitivamente il mito di Mel Gibson ed ha lasciato un’impronta stilistica capace di influenzare non solo Hokuto No Ken, ma il mondo mediatico in generale.

Intervistatore: Un mondo fatto di violenza che impersonifica l’adagio “La giustizia risiede nella forza”. Amo quel film

Buronson: Visto che è un mondo in cui non ci sono armi moderne ho pensato che senza dubbio le tecniche di combattimento sarebbero sopravvissute e, perdipiù, sarebbero diventate le armi più potenti.

Intervistatore: Di certo se in un posto come quello ci fosse Kenshiro, non ci sarebbe da temere uno come Humungus. Anche con un’arma da fuoco farebbe in tempo a spararne pochi di proiettili… (ride)

Buronson: In seguito ho deciso di basarmi sulla mia visita ai “Killing Fields” in Cambogia. Anni fa, in questi luoghi vennero perpetrati numerosi eccidi e, ancor oggi, ho in mente quella scena fatta di crani sparsi dappertutto. Perciò, prendendo in considerazione quell’esperienza, che rappresentava l’essenza della crudeltà e l’assurdità della violenza, ho ritenuto sarebbe stato un elemento appropriato da accomunare all’Hokuto Shinken.

Killing Fields

E’ l’appellativo dei campi di sterminio all’epoca del regime di Pol Pot in Cambogia. In essi venivano rinchiusi contro-rivoluzionari, intellettuali, dotti e insegnati, tutte persone che venivano uccise una dopo l’altra. A tutt’oggi in quelle terre resta indelebile il ricordo, ormai scolpito nell’immaginario collettivo come  “eredità negativa” del genere umano, di quei giorni terribili.

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Intervistatore: In pratica, la visione del mondo: la civiltà allo sfascio, il mondo dominato dalla violenza e dalla paura.

Buronson: E questi furono gli elementi alla base del primo episodio regolare. A quel punto, ovviamente, il problema era “cosa faremo nel secondo episodio?”. Nel primo ce la siamo cavata con l’impatto stesso degli eventi ma, giustamente, un lettore si sarebbe chiesto: “perché mai questo tizio è in viaggio?”

Intervistatore: Io, all’epoca, vedendo la scena finale in cui Kenshiro getta i semi di riso sulla tomba del vecchio Misumi e dice “Cresceranno…”,  ho pensato “questo manga sfonderà!”. Tra i fan di Ken, tra cui mi metto anche io, è sicuramente una scena famosissima!

Buronson: In quel caso eravamo prossimi alla scadenza dei termini di consegna, bloccati con la trama e senza più tempo a disposizione. Così il maestro Hara si mise a disegnare e fu allora che mi è balenò in mente quella frase tipica “Darà i suoi frutti… Cresceranno… “, come dire “Questo ci vuole!”. Il nostro Horie attendeva con impazienza il completamento del tutto e, dopo aver preso il lavoro, è uscito fuori e ha fatto un putiferio. A quel tempo il maestro Hara non veniva trattato proprio con i guanti. (ride)

Intervistatore: Dove ho già sentito questa storia? Forse dal maestro Hara? (ride)

Buronson: Non ricordo neanch’io quante volte avrò riscritto la storia del secondo capitolo, ma quell’ultima scena completava il corso della storia. Riuscivo a vedere come tutto si sarebbe sviluppato in seguito.Fu allora che decisi di tirare fuori dal cilindro una donna, Julia, e dare una spiegazione a quelle sette cicatrici sul petto.

Intervistatore: Cioé non avevano alcun significato inizialmente?

Buronson: No, nessuno. Furono solo una trovata “modaiola” e null’altro. Un po’ come se fossero un tatuaggio o un marchio di fabbrica. “Mettilo nel racconto perché è figo, su”. Del resto, basta guardare quelle cicatrici per capire al volo che si tratta di Kenshiro, no? Se parli dell’uomo dalle sette cicatrici può essere soltanto Kenshiro, anche se non ti ricordi il nome.

Intervistatore: E a quel punto viene introdotto Shin, un personaggio fondamentale.

Buronson: Shin infligge a Kenshiro le cicatrici sul petto per portargli via Julia. Quando c’ho pensato mi son detto “Ma sei un genio!” Voglio dire: Per essere una cosa inserita a posteriori era perfetta… (ride)

Intervistatore: Questa frase qui mi ricorda un certo genio… Ma quello falso! (ride)

Buronson: La storia non sarebbe potuta proseguire se non ci fosse stato quel momento chiave.

Intervistatore: Quando sono diventato adulto mi è capitato di riflettere sul perché Shin abbia inflitto le cicatrici sul petto di Ken nella forma delle sette stelle del Grande Carro. Magari, Shin sentiva sin dall’inizio che Kenshiro sarebbe diventato molto forte ed era arrivato al punto di infliggergli le cicatrici in quel modo per far sì che strisciasse fuori dall’inferno nel quale era caduto, oppure in quanto nuovo successore che si sarebbe addossato le sorti dell’Hokuto. Insomma, come simbolo del Salvatore.

Buronson: Però dato che al tempo della serie facevi le elementari, scommetto che hai pensato che Shin fosse semplicemente una carogna, vero?

Intervistatore: In effetti l’ho pensato. In quel senso sia l’animo di Shin che avevo immaginato, sia il discorso delle sette cicatrici si sono rivelate entrambe aggiunte successive.

Buronson: Ahaha. Già, proprio così. In realtà, la storia è veramente un susseguirsi di aggiunte fatte in seguito. So che la cosa può suonare male, ma non è che non avessi pensato allo sviluppo generale della trama, più che altro non avevo margini di tempo per elaborare meglio perché avevamo scadenze settimanali.

Intervistatore: Da lettore la sensazione è che Hokuto No Ken sia pensato sulla lunga distanza, ma scopro ora che non è proprio così. Sembra più un campionato di baseball liceale, dove ci si concentra sulle partite una alla volta.

Buronson: Sì, è proprio così. Ogni volta era una sfida e non si potevano assolutamente fare le cose in fretta e furia. Quindi, quando il maestro Hara veniva a chiedermi “Come dobbiamo andare avanti?”, io rispondevo “Non lo so neanch’io!”. Insomma, se non pensavo io non si poteva procedere. E il maestro Hara era nella spiacevole situazione di chi deve aspettare e la cosa gli ha creato non poche difficoltà. D’altro canto, stabilito il da farsi non si potevano certo dare indizi sul successivo sviluppo della storia, altrimenti avrei svelato particolari nascosti.

Intervistatore: Un po’ quello che accade durante le riprese delle serie televisive. Ogni volta viene consegnato il copione di un singolo episodio. Sembra che tutti continuino a girare le scene pur non sapendo chi è il colpevole. Quando lei fa il discorso sullo svelare i particolari, in pratica è un po’ come quando viene stabilito il ruolo del colpevole e alla fine ci sarà una scena in cui si capirà chiaramente. Una cosa del genere.

Buronson: Sì, una cosa del genere, direi. Nonostante tutto sono stati giorni grandiosi…

Intervistatore: Assieme a Shin nasce il Nanto Seiken e, in seguito, entrano in scena quegli uomini che verranno chiamati “amici e rivali”.

Buronson: Sì, l’Hokuto Shinken è una tecnica di estrema potenza o, piuttosto, una tecnica tale da tagliare con decisione come una lama. Ma il Nanto Seiken rappresenta la tipica spada giapponese. E’ magnifico ed elegante. Simboleggia la leggerezza. Ed è per questa leggerezza nei movimenti del corpo che abbiamo pensato di assegnare nomi di uccelli alle sue tecniche.

Intervistatore: Ecco, a proposito di Rei. Mi pare di aver letto da qualche parte che il personaggio era basato su Ichidō Rei di High School! Kimengumi. Ma è vero?

Buronson: No no! Non è affatto così!

Intervistatore: Ah, meno male. Il fatto è che sembrava plausibile da come l’avevano scritto. le sembrerà esagerato ma, ora che è stato svelato l’arcano, a sapere la verità dopo trent’anni mi sento davvero sollevato. In ogni caso Rei è un personaggio importante e segna un punto di svolta nel racconto, no?

Buronson: Il punto di svolta, per come la vedo io, non fu l’entrata in scena di Rei, bensì quella di Jagi.

Intervistatore: Eh!? Davvero?

Buronson: Il problema non è Rei, è che, narrativamente, puntammo tutto sull’idea del fratello maggiore. Se, al contrario, mi fossi concentrato solo su Rei, vista la presenza di Mamiya, sarebbe diventata una specie di storia d’amore. Avrebbe preso quella direzione, credo. Quindi, non appena Jagi è entrato in scena, il ventaglio di possibilità nello sviluppo del racconto si è ampliato.  Senza contare che anche lo stesso Rei ne è rimasto coinvolto.

Intervistatore: Ahh, giusto. Rei cercava l’uomo con le sette cicatrici sul petto. Ed era proprio il fratello maggiore di Kenshiro.

Buronson: Non avrebbe funzionato se Jagi, ad esempio, invece di essere il fratello, fosse stato un bandito qualunque. Il racconto ha preso un’altra piega proprio perché sono fratelli. Oltretutto, il nome del protagonista era Kenshiro (四郎 Shirou – “quarto figlio”)…

Intervistatore: E difatti, in totale, ci sono tre fratelli maggiori…

Buronson: Già. Stando così le cose, tutto il racconto ha preso una nuova direzione: “La lotta per la successione”. Solo che, una volta creato Jagi, mi son reso conto che ancora non avevo riflettuto sui restanti due. Perciò ho detto al maestro Hara di disegnarli in ombra con i soli contorni.

Intervistatore: Uno è il tipo enorme, l’altro il tipo brillante. Insomma, per prima cosa ha chiesto di disegnarli in questo modo e nient’altro.

Buronson: Dal punto di vista del lettore mi rendo conto che forse renderli con una semplice silhouette sarà sembrato superficiale, ma una buona storia, sorprendentemente, è fatta anche di cose come questa.

Intervistatore: Se a dirlo è lei, maestro, che ha creato una storia così bella, non c’è alcun dubbio, certo. In fin dei conti chissà quanta passione avrà profuso in tutto questo…

Buronson: A proposito, io non ho mai letto molto il manga, neanche dopo che è stato pubblicato in volumetti. Addirittura la seconda parte non l’ho letta mai neanche una volta.

Intervistatore: Eh!? Neanche una volta? Intende dire che non l’ha proprio letto?

Buronson: Esatto, solo ultimamente l’ho letto tutto dall’inizio, tutti i volumetti.

Intervistatore: Questa sì che è una notizia! Ma per via del 30° anniversario?

Buronson: Sì, c’entra anche questo, così come l’intervista di oggi e altre. Del resto, fino a ora, mi sono state poste le stesse domande tante volte e ho sempre e solo risposto che non ricordavo bene le cose. Così, adesso ho almeno più memoria di quanto accaduto negli ultimi trent’anni riguardo all’universo di Hokuto.

Intervistatore: Mi sento molto sollevato! (ride) Bene, torniamo con rinnovato vigore al discorso sui fratelli. Come ha deciso la loro caratterizzazione?

Buronson: Impostare la caratterizzazione è stato semplice. Sono i classici fratelli: il maggiore è forte, il secondo è intelligente, il terzo è la mela marcia della compagnia mentre l’ultimo è quello puro e innocente e si limita a seguire gli altri.

Intervistatore:  A livello generale può sembrare semplice, in effetti, eppure il modo di parlare di ciascun personaggio risulta peculiare. Raoh, ad esempio, utilizza spesso un linguaggio antico fatto di “Unu” e via dicendo.

Il registro linguistico usato da Raoh è fatto di espressioni e modi di dire che simboleggiano il guerriero antico. Venivano largamente utilizzate per sottolineare il ruolo del personaggio all’interno della storia o la sua forza oppure per evidenziare la sua dignità o austerità. Tra le tante parole un tipico pronome personale di seconda persona singolare equivalente al nostro generico “Tu” è “Unu”. Questo pronome, utilizzato raramente oggigiorno e mai nella lingua di tutti i giorni, è corrspondente a un “Tu” in forma spregiativa. Viene spesso utilizzato per rimarcare la sua superiorità rispetto ai subordinati e a chi egli considera inferiore.

Buronson: Dunque, vediamo, quando i personaggi forti utilizzavano parole auliche era per avvicinarli al modello dei samurai. Il linguaggio dei samurai era quello più appropriato perchè i protagonisti usavano espressioni molto incisive. Come dire che si incastravano perfettamente con le dimensioni e con lo stile austero di questi personaggi.

Intervistatore: Al contrario il secondo fratello si riferisce a se stesso usando “Watashi”. Sembra quasi un sacerdote o un frate.

Watashi è largamente utilizzato nella lingua moderna. Si tratta di un pronome personale di prima persona singolare corrispondenbte al nostro “Io”. Viene usato nel linguaggio strettamente formale e cortese. Perciò si adatta benissimo alla figura di Toki.

Buronson: I personaggi si equivalgono e in base al modo di parlare si stabilisce la caratterizzazione. Quindi Toki parla così, Jagi parla come un teppista e via dicendo. E’ stata una bella gatta da pelare.

Intervistatore: E’ anche grazie a certe cose che continua a piacermi così tanto pure adesso che ho 38 anni.

Buronson: Quindi sei contento ci abbia perso il sonno.

Intervistatore: A proposito, mi è capitato di parlare con Horie ed è venuto fuori il discorso che Raoh è un “volpone”.

Buronson: “Volpone” in che senso?

Intervistatore: Per esempio quando Raoh chiede al suo avversario se ha mai visto la stella della morte e questi risponde di no, allora Raoh ribatte che non è ancora giunto il momento di combattere. Invece di affrontare Souther, non conoscendo il segreto del suo corpo, ha lasciato che fosse Kenshiro a farlo. Si impegnava solo in combattimenti in cui era sicuro di vincere. Il signor Horie me l’ha detto un po’ scherzando ma è così. Se la vogliamo vedere in senso buono lo possiamo considerare come un nobile concetto di “supremazia schiacciante” o, nel peggiore dei casi come un furbacchione.

Buronson: Sì, capisco, ma diciamo che Raoh ha il suo modo di ragionare. Del resto il suo compito, per esempio, è di sottomettere la Terra degli Shura.

Intervistatore: Di questo argomento ne parleremo fra un po’, quindi avrò modo di approfondire meglio. Comunque, in circa trent’anni, a me non è mai capitato di pensare a Raoh in questi termini perché la sua è una presenza è assoluta e non lascia adito a dubbi. Il grado di perfezione nella caratterizzazione è superiore a chiunque altro.

Buronson: Sì, diciamo che lui va oltre la furbizia, lui non ha bisogno di nessuno.

Intervistatore: Quando è entrato in scena ha destato profonda impressione. Non trasmetteva un senso di calore, gelava il sangue. Nell’animo dei ragazzini di allora, veniva percepito all’istante in un modo che potrei sintetizzare così: “Ma questo è di tutt’altro livello rispetto agli altri”, soprattutto vedendo i suoi occhi quando compare in sella a Re Nero.

Buronson: Quando abbiamo deciso di presentare questo cavallo grande come un elefante, ho chiesto che ne venissero disegnate le sole orme, tanto da chiedersi chi mai potesse cavalcare un animale del genere. Così facendo, di certo qualcosa sarebbe saltato in mente ad Hara. Ed in effetti, poco dopo, non era proprio lì in cima ad una rupe che guardava giù?

a06Da come se ne parla nell’intervista, questa figura sembrerebbe la prima apparizione di Raoh. Ma Raoh si era già visto in precedenza nei flshback. Questa vignetta, semmai, è quella che meglio si addice ad esprimere la prima apparizione del “Re del Pugno”. Quest’immagine restituisce in un istante la figura di Ken Oh, perché simboleggia la paura, la profonda inquietudine trasmessa da questo personaggio, Raoh, fiero della sua forza schiacciante.

Intervistatore: Raoh, come personaggio, la sua apparizione l’aveva già fatta, ma è quella la figura di riferimento. In poche parole, Ken Oh lo vediamo da quel momento in poi. Rimane impressa a tal punto che non si può fare a meno di pensare che è questa la prima apparizione di Raoh.

Buronson: E’ lì la nostra più grande vittoria, nel portare i lettori a pensare “Guarda che personaggio pazzesco”. Ripensandoci adesso, il maestro Hara ci ha messo circa una settimana per disegnarlo.

Intervistatore: Kenshiro è un personaggio creato da Hara, mentre Shin è un personaggio che ha ideato lei. Dove ha trovato l’ispirazione?

Buronson: Mi sono ispirato al teatro Takarazuka. Ricorda un po’ il ruolo maschile (interpretato dalle donne) fatto di abiti sgargianti, appariscenti e di magnificenza. Per il resto mi sono ispirato al Kabuki e ad altre forme di figura estetica che fanno della bellezza la componente primaria.

Intervistatore: Ah, capisco, però quella scena iniziale in cui è tutto nudo, per i ragazzini di allora è stata un’immagine un bel po’ pesante, eh? (ride)

Buronson: Beh, è un narcisista del resto. Un uomo bello come un adone che si accompagna a due donne. Ho poi lasciato ad Hara il compito di tirar fuori qualcosa in base alla sua immaginazione.

shinIn Hokuto No Ken lui è il primo “amico e rivale” che merita d’essere ricordato, ovvero Shin, del Nanto Seiken. Inizialmente essendo l’unico esponente della tecnica, non vi erano le sei stelle di Nanto e il nome del suo stile, Nanto Koshu Ken, è stato aggiunto solo successdivamente. Per quanto la sua apparizione sia più breve rispetto ad uno Shu o un Souther, il suo ruolo è stato fondamentale perché ha svolto diversi ruoli che hanno messo sul giusto binario il racconto, come ad esempio l’aver inflitto le sette cicatrici sul petto di Kenshiro.

Intervistatore: Insomma, si potrebbe dire che questa è una sorta di piacevole combinazione, sia la scena della comparsa di Re Nero e Raoh sia l’impressione destata dalla comparsa di Shin.

Buronson: Shin, Raoh… a ripensarci adesso sono proprio dei bei nomi.

Intervistatore: I nomi sono stati scelti in base ad ispirazione ben precisa?

Buronson: Shin, come primo avversario è stato una vera e propria ispirazione (Buronson, probabilmente, intende il fatto che “Shin” significa “nuovo”), mentre Souther riprendere il South inglese, dato che fa parte di Nanto, Raoh, invece, significa pressappoco “Re demoniaco” mentre Jagi starebbe per “malvagio”.

Intervistatore: Mi sono spinto a pensare che Toki (トキ) corrispondesse all’ibis crestato giapponese, monumento naturale e specie protetta con il significato di “effimero”, ma, per esempio, di Shu non ho idea.

Buronson: Shu? Mi pare che l’abbiamo preso dal termine “yuushuu” (eccellente).

Intervistatore:  Cosa?! E’ la prima volta che ne sento parlare!

Buronson: Rei è la grazia, la leggiadria e la magnificenza. Tutti termini che provengono dall’ideogramma con lettura “rei”. Proprio come la bellezza della danza di un uccello d’acqua.

Intervistatore: Ci sono moltissimi personaggi, storie intricate, ma credo di aver compreso bene certi discorsi già quando avevo circa 9 anni. Ovviamente, crescendo, diverse parti mi sono risultate ancor più chiare, tanto da esclamare “Ma allora stavano così le cose”. Ma, più che le arti marziali in se, sono stati piuttosto i personaggi che mi hanno colpito ed affascinato.

Buronson: Sì, erano concetti semplici in fondo, del resto anche un bambino comprende la codardia, maltrattare il prossimo, la necessità di proteggere i deboli… nenach’io in realtà mi rendevo conto del target al quale mi stavo rivolgendo. Era essenzialmente rivolto agli adulti ma alla fine è si è dimostrato adatto a tutti.

Intervistatore: Eh già! Il lunedì usciva il numero di Jump e io tornavo di corsa a casa e lo leggevo tutto d’un fiato. Poi, il giorno dopo, all’assemblea mattutina a scuola, il nostro maestro,  che aveva in effetti poco più di vent’anni e lo leggeva, diceva cose del tipo: “Souther è un mito!”

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Buronson:  Sì, capisco, sotto questo punto di vista è un manga che solo Tetsuo Hara poteva disegnare. E’ proprio grazie ai suoi disegni che anche tu ne sei rimasto coinvolto, caro Garuzou. Ed eri appena uno studente delle elementari. Insomma, quando si tratta di questa storia, Hara è l’unico e il solo.

Intervistatore: E sì, sono parole molto profonde.

Buronson: Quando ho ricevuto l’incarico di scrivere la trama per la serie regolare, ho letto  i due episodi pilota e ho notato le vignette. L’Hokuto Shinken era interessante così come la frase “Anta mou shinderu yo!” (tu sei già morto). E’ stata quella frase che mi ha entusiasmato ma ,se i disegni non mi fossero andati a genio, probabilmente avrei rifiutato l’incarico.

“Anta mou shinderu yo!”

Anche se è stata modificata in “omae wa mou shindeiru”, è presente nella storia sin dagli episodi pilota. Racchiude un concetto, ovvero che la vittima, pur essendo ancora viva e consapevole, è destinata ad una morte certa. Questo non fa altro che rendere ancora più misterioso l’Hokuto Shinken ma, soprattutto, ha stimolato Buronson a partecipare all’opera.

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Intervistatore:  E’ proprio perché il disegno è affidato ad altri che si pretende che questo sia il più conforme possibile ai propri sentimenti ed emozioni.

Buronson: I disegni del maestro Hara mi sono piaciuti e, allo stesso tempo, ho pensato che i disegni sarebbero anche cambiati se avessi sfruttato al massimo la storia.

Intervistatore: Cosa intende con “cambiati”?

Buronson: Era molto bravo ma ancora acerbo. In altre parole, aveva grossi margini di miglioramento come potenzialità. Se non fosse stato un mangaka di questo tipo, anche io non mi sarei divertito. Una buona opera, dopotutto, è fatta di disegni che migliorano sempre più.

Intervistatore: In effetti in Hokuto No Ken lo stile di disegno si evolve sempre più. C’è un periodo in cui le gambe di Kenshiro sono straordinariamente lunghe.

Il periodo in cui le gambe di Kenshiro appaiono più lunghe, corrisponde più o meno al momento in cui Rei combatte contro Raoh. Garuzou racconta che Hara avrebbe subito l’influenza di Captain Tsubasa (Holly e Benji). Se questa sia la verità o meno non si sa. Magari, in futuro, sarà lo stesso interessato a confermare questa idea.

Buronson: Il maestro Hara, inizialmente, non voleva che io partecipassi all’opera.

Intervistatore: Ah sì, quella storia lì. In tutta onestà ero indeciso se chiederglielo o meno.

Buronson: No, ma ne ho già parlato. Dopo The Detective Doberman, non ho riscosso grandi successi, quindi sarebbe stato meglio avere un persona più affidabile, più credibile, no? Ovviamente, anch’io avrei rifiutato di netto se avessi saputo certe cose (ride).

Intervistatore: Ahahahahah

Buronson: Ma se le cose fossero andate così non ci sarebbero stati questi (indica i volumetti) e anche la mensola in questa stanza sarebbe stata vuota.

Intervistatore: In altre parole io non mi sarei trovato qui seduto con lei. Fu un momento cruciale.

Buronson: Mah, in fondo è una storia vecchia. Del resto non è che non andassimo d’accordo. Lui era molto giovane e per questo estremamente puntiglioso.

Intervistatore: E sì, era molto giovane. Però, cavolo, a 22 anni disegnare in quel modo… io a quell’età ero bravo al massimo a giocare ai pachislot (ride).

garuzoGarouzou

Free writer, è nato nella prefettura di Hiroshima, appartiene a quella che può essere considerata la prima, la più autentica generazione di lettori di Hokuto No Ken. Profondamente legato al maestro Hara e a Nobuhiko Horie è anche stato investito della carica di “ambasciatore ufficiale dell’opera”. Il suo nome compare fra i titoli di coda di Kenshiro Den e il suo personaggio preferito è Toki.

 

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4 risposte a “Raccontando Hokuto – Intervista a Buronson (prima parte)

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