Raccontando Hokuto – Intervista a Buronson (seconda parte)


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Continua l’intervista del prode Garuzo al mitico Buronson! Quali altre rivelazioni ci attendono? Scopritelo con noi😉

Traduzione a cura di MusashiMiyamoto

Intervistatore: Dunque, adesso tratteremo un po’ più nel dettaglio i singoli personaggi. I miei preferiti sono Souther, Shu, Toki e, a seguire, Raoh.

Buronson: Shu è un personaggio che mi è riuscito piuttosto bene, anche se inizialmente era semplicemente un individuo cieco ma dotato di grande abilità e non avevo assolutamente pensato all’episodio in cui salva un Kenshiro ancora bambino.

Intervistatore: Ah! Quindi, quando è entrato in scena la prima volta, non avevate deciso ancora nulla?

Buronson: Sì, solo in un secondo momento mi sono reso conto che potevo usarlo efficacemente in una vicenda legata all’infanzia di Kenshiro.

Intervistatore: Ah, ecco perchè nella sua prima apparizione aveva un aspetto tanto minaccioso…

Shu
L’entrata in scena di Shu
Tra i fan è ben noto l’episodio iniziale della saga di Souther, alla fine del quale appare per la prima volta  Shu. Dalla settimana successiva, diviene chiaro che Shu è un amico di Kenshiro, ma inizialmente viene mostrato come un rivale. La domanda sorge spontanea: se fosse stato descritto come un nemico di Ken, quale sarebbe stato il corso degli eventi?

Buronson: In quel momento non avevo ancora deciso se Shu doveva essere un alleato oppure un avversario.

Intervistatore: Ma questa è una rivelazione!

Buronson: Anche a me piaceva moltissimo il personaggio di Shu, per questo motivo ho pensato di dargli sia una fine degna del suo nome, sia un posto appropriato in cui potesse morire. Così, pensando e ripensando, mi è venuto in mente il Mausoleo del Sacro Imperatore e ho quindi pensato di far portare a Shu la pietra sacra.

Intervistatore: In pratica come gli ultimi momenti di Gesù sul Calvario.

calvario

Buronson: Sì, esattamente, solo che ho voluto dare una forma diversa alla croce, anche perchè ho sempre avuto l’intenzione di sfruttare quest’idea

Intervistatore: Nel frattempo, dall’altra parte abbiamo Souther che, parlando di bene e male, è diametralmente opposto a Shu. Ciò nondimeno, i suoi ultimi momenti di vita restano tra i più commoventi.

Buronson: Mi sembrava un peccato lasciare che morisse come il mascalzone di turno, perché lui era un nemico diverso dagli altri. Se l’avessi trattato alla stregua di un qualsiasi furfante secondario sarebbe stato penoso. Per questo ho modificato la sceneggiatura degli ultimi istanti della sua vita.

Intervistatore: Quindi aveva pensato ad un finale differente rispetto a quello in cui Souther, con il viso permeato d’amore, invoca il proprio maestro?

Buronson: Sì, c’era solo la scena con il crollo della piramide. Vedi, all’inizio abbiamo parlato dei Killing Field e, in questo vicenda, c’è un richiamo molto forte a quello scenario. Gli adulti vengo uccisi mentre i bambini vengono schiavizzati e divengono le fondamenta del regime. A ciò è collegata l’idea dei bambini che costruiscono la piramide di Souther. Un uomo così disperato non ha bisogno di adulti.

Nota: Bronson sta esprimendo una sua visione della vicenda di Souther, secondo la quale il guerriero, in maniera un po’ contorta, aveva il desiderio di dar vita una società fondata sui bambini per vendicarsi degli adulti.

Intervistatore: Sì, è tutto frutto della sua disperazione. Comunque, per quanto tale personaggio possa piacere all’autore, in qualche modo dovrà pur morire. Sarà pure ovvio, ma da lei traspare una sorta di amore paterno in questo senso.

Buronson: Certo, in fin dei conti questo è il mio dovere come narratore. Quanto più l’autore è legato al proprio personaggio, tanto più si trova costretto a dargli una morte onorevole. La qualità di un personaggio risiede proprio in questo.

Intervistatore: Prendiamo Rei. Dal momento della sua prima apparizione, man mano che la storia procedeva, è divenuto sempre più importante, tant’è che, anche se non riesco a definire un momento preciso, ad un certo punto si capiva che non poteva uscire di scena così facilmente. Fa strano dirlo, ma ho avuto spesso l’impressione che la sua vita sia stata prolungata più volte all’interno della trama.

Buronson: Sì, è così. Ad esempio, quando  Raoh colpisce il punto di pressione di Rei e gli annuncia che sarebbe morto nel giro di pochi giorni…

Intervistatore: Ah sì, evita il Danko Sōsai Ken con il mantello e lo trafigge nel petto con lo Shinketsushū.

Buronson: Ah, erano questi i nomi dei colpi?

Intervistatore: Certo, me li ricordo alla perfezione.

Buronson: Mi pare che gli ultimi istanti di vita di Rei fossero con lui all’interno di un capanno con il sangue che scorreva sotto la porta, o sbaglio?

Intervistatore: Già, è proprio così, però ho come l’impressione che qui si stiano invertendo le parti (ride)

Buronson: Ahahahah…  comunque il concetto estetico di Rei sta anche in questo, nel non voler dare ai lettori un’immagine sgradevole ed umiliante della sua morte.

Intervistatore: In effetti Rei è l’unico di cui non si conosce la morte. Toki colpisce il punto di pressione Shinreidai e quando lo vediamo con i capelli bianchi la sua figura è così sublime che è difficile immaginarne la morte. I lettori sono quindi portati a visualizzarla personalmente.

Buronson: Il fascino di Rei risiede proprio nella bellezza e mantiene tale caratteristica fino alla fine, così come ogni altro personaggio della storia, ognuno con un suo fascino peculiare.

Intervistatore: I personaggi, per quanto immaginari, vivono nella sua mente, ed è lei che determina la loro vita. Diciamo che la sensazione è che lei svolga la funzione di un portavoce. E’ più o meno questo lo stato d’animo.

Buronson: Sì, sempre a proposito di fascino, prendiamo ad esempio Hyui del Vento. Questo personaggio muore in un istante. Anche in questo risiede il suo fascino.

HyuiHyui del Vento
La sua trattazione risulta molto breve e muore con un singolo colpo di Raoh ed il suo fascino è proprio in questo sacrificio. In una precedente intervista con Garuzo, persino il maestro Hara ha sottolineato l’impegno profuso nel disegnare e concepire questo personaggio senza lasciare nulla al caso.

Intervistatore: Ahhh… non avrei mai pensato che dalla sua bocca sarebbe uscito il nome di Hyui. Verrebbe da pensare che non ci fosse invece tanto interesse verso questo personaggio, vista la sua fugace apparizione.

Buronson: Persino Juza delle Nuvole, che è uno spirito libero, nel suo piccolo ha una morte carica di significato e fascino.

Intervistatore: Già.

Buronson: E’ entrato in azione grazie all’intervento di Julia ma, fino all’ultimo istante, è rimasto fedele a se stesso. In altre parole, non importa tanto com’è vissuto, bensì com’è morto. Ed è proprio questa la chiave di lettura della sua vita. In fondo, i duelli del mondo di Ken sono sempre all’ultimo sangue e, in realtà, non conta solo la tecnica, perché si può morire ad ogni colpo. E’ un mondo regolato dal destino.

Intervistatore: Sì, diciamo che sotto questo punto di vista è un mondo fatto di spiritualità oltre ogni immaginazione.

Buronson: Sì…  comunque ho pensato, dopo aver letto e riletto tante volte, che è assurdo che tutti amino Julia.

Intervistatore: Ahahahahahahah.

Buronson: In poche parole è una grandiosa faida tra fratelli che si contendono questa donna e tutti vengono coinvolti senza risparmio. Insomma, proprio per questo, a causa di Kenshiro i personaggi ne passano di tutti i colori.

Intervistatore: Già, alla fine della fiera, quasi tutti i guerrieri muoiono, il Nanto Seiken praticamente si estingue.

Buronson: Sì sì, è proprio un cattivone.

Intervistatore: Ahahah.

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Buronson: Comunque, seriamente, durante il suo cammino Kenshiro diviene sempre più taciturno perché deve addossarsi tante responsabilità e assomiglia sempre più all’attore Ken Takakura. D’altronde non ha bisogno di parole per combattere e anche in quest’aspetto vediamo la sua crescita.

Intervistatore: Ma la notizia che la sua Julia era l’ultimo generale di Nanto lo ha colto completamente di sorpresa. Insomma, Julia era viva.

GoshaseiJulia era viva
Benché si fosse lanciata dal Palazzo Reale della Croce del Sud, non essendone mai stata mostrata la morte, gli autori hanno avuto la possibilità di modificare gli eventi facendola trarre in salvo dai Goshasei. Di conseguenza, Shin si è addossato la colpa della sua morte, rivelando il suo lato più affascinante, allorché ha scelto di sacrificare se stesso contro Kenshiro. Tutto ciò non ha fatto altro che dare ancor più significato allo scontro fra i due.

Buronson: Beh, questa… è stata una scommessa. Abbiamo addirittura pensato che fosse una cosa un po’ campata in aria, ma se non avessi scommesso su questo, il racconto non si sarebbe messo in moto.

Intervistatore: Messo in moto in che senso?

Buronson: Inizialmente non avevamo molte scelte, perché Julia era semplicemente una donna come tante. Quando è venuto fuori il discorso di farla tornare in vita, si doveva pur trovare un modo.

Intervistatore: A quel tempo ho letto quest’episodio e mi sono detto “Ma è assurdo!”. In fin dei conti, però, lei diviene la chiave di volta del racconto che, in questa maniera, procede fino all oscontro finale tra Ken e Raoh e, alla luce di tutto ciò, di certo non c’era nulla di cui lamentarsi.

Buronson: L’abbiamo fatta diventare l’ultimo generale di Nanto e siamo riusciti a formulare dei motivi convincenti per spiegare come sia sopravvissuta. Inoltre siamo riusciti a colmare il vuoto narrativo creatosi con la sua assenza. Sempre basandoci su questa scommessa sono nati i Goshasei, il cui ruolo, fra gli altri, era quello di fermare Raoh.

Intervistatore: Da quel momento, il racconto procede con lo scopo di far ricongiungere Kenshiro e Julia. A quanto pare è stata un’ottima trovata.

Buronson: Sì, anch’io all’inizio mi sono chiesto come sarebbe andata ma, grazie alla rediviva Julia, siamo riusciti ad ampliare il racconto portandolo fino allo scontro finale tra Ken e Raoh e mi è stato possibile mettere quest’ultimo sotto una luce nuova,  quella di colui che si fa carico della tristezza.

Intervistatore: Farsi carico della tristezza… Anche se all’epoca era un concetto che io, come tanti bambini,  non comprendevo bene, allo stesso tempo ha reso lo scontro finale tra i due ancora più solenne.

Buronson: Mettiamola così, Perché è vivo Kenshiro? Una volta, da bambino, è stato salvato da Shu, in seguito è stato salvato da Toki. Questo è farsi carico di qualcosa. Sopravvivere e diventare più forte. In poche parole lui deve vivere, non può morire.

Intervistatore: Una concezione molto profonda ed intensa.

Buronson: Del resto, quante persone sono morte per Kenshiro? Per questo Ken non può morire, proprio perché è stato aiutato da altri a sopravvivere. Ma Raoh è nella situazione opposta, lui è sopravvissuto uccidendo gli altri.

Intervistatore: Però, questa forza devastante si accompagna nello stesso tempo alla debolezza e alla fragilità.

Buronson: In altre parole, il suo punto debole sta proprio nel non aver perso mai neanche una volta. Quando poi si trova davanti Fudo, viene preso in contropiede, tanto che cambia come personaggio.

Intervistatore: Nello scontro con Fudo rinasce la paura. Si potrebbe parlare di una sconfitta spirituale. Quella rabbia che prova verso il suo esercito che non lo ha trafitto quando lui glie lo aveva ordinato. Da ciò deriva la confusione, perché magari non conosceva il concetto di sconfitta, che si è manifestata come rabbia, furia. E’ una specie di frenesia che lo assale.

Buronson: E’ proprio così. Si rende conto che gli manca qualcosa.

Intervistatore: In questa fase credo che il racconto abbia raggiunto un notevole spessore. Il concetto di vita e morte aveva assunto dei tratti filosofici.

Buronson: E’ anche vero che quello era un periodo in cui le cose, a me personalmente, andavano piuttosto bene, quindi sapevo come tirar fuori la forza di un personaggio e come renderlo accattivante. In termini di età ero attorno ai 37-38 anni.

Intervistatore: Beh, quello che sono io adesso, che ho la stessa età, ma a me le cose vanno bene perché ho letto e riletto per quasi trent’anni di fila la sua opera.

Buronson: Ahahahaha.  Comunque, c’è anche un altro aspetto, ovvero come commuovere i lettori.

Intervistatore: In effetti ho pianto molto in diverse scene.

Buronson: Se susciti commozione, tutte le scene crudeli vengono in qualche modo cancellate.

Intervistatore: E’ vero, difatti ho pianto negli ultimi istanti di vita di Souther e gli ho perdonato il suo modo di agire disumano.

SoutherGli ultimi istanti di vita di Souther
Souther è stato sconfitto da Kenshiro con un colpo “pietoso” basato sulla tecnica Ujō, di solito prerogativa di Toki. In questi ultimi istanti tutta la crudeltà del Sacro Imperatore sembra svanire, rivelando un volto sereno. Del resto si tratta di un uomo disperato che, in definitiva, non è riuscito a sottrarsi a questo sentiero di atrocità e tutto ciò fa commuovere i fans, i quali, ancora oggi, mantengono vivido il ricordo di quello che ritengono il più bel combattimento di sempre.

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Buronson: Da quando Hokuto No Ken è terminato, ne sono stati pubblicati tanti di manga di combattimenti e arti marziali?

Intervistatore: Beh, non tantissimi, il mondo dei manga è cambiato in maniera significativa. Se non ci fosse stato Hokuto No Ken non so dove saremmo in questo momento.

Buronson: Sì, ma quello che voglio dire è che, per la maggior parte, si sono visti solo manga capaci di colpire per via di scene crudeli e sanguinolente.

Intervistatore: Sì, sicuramente si è avuta un’evoluzione nella rappresentazione della violenza . Per esempio, con quanta forza andava sconfitto l’avversario e cose del genere…

Buronson: Esatto, in poche parole si sono limitati a scimmiottare la violenza di Hokuto No Ken ma non hanno capito che le cose da “rubare” erano altre.

Intervistatore: Capisco, si riferisce al fatto che non è tanto come debba vincere il protagonista, ma come debba invece morire l’avversario che gli è contrapposto.

Buronson: Proprio così, non è il modo di uccidere, lo ripeto da tanto tempo, ma è come si muore. Gli autori che hanno travisato quest’aspetto non hanno ottenuto il succeso sperato.

Intervistatore: La morte diventa lo specchio della vita. Grazie a tali elementi, che fungevano da solide basi alla storia di Hokuto No Ken, è stato capace di descrivere i combattimenti da un punto di vista totalmente differente, come quello dell’amicizia tra gli avversari.

Buronson: Sì, solo che, dopo la morte di Raoh, non avrei mai pensato che sarei stato costretto a scrivere un seguito già a partire dalla settimana successiva.

Intervistatore: Ah, sì, finalmente, e da lettore non posso che esserne felice, siamo arrivati alla seconda parte del manga e agli Shura. Mi piacerebbe  tanto parlarne.

Buronson: Inizialmente avrei dovuto prendermi una pausa di diversi mesi, ma in realtà non mi hanno dato tregua. Terminata la saga di Raoh, il giorno dopo mi hanno detto: “Benissimo, in quattro giorni ci devi creare un seguito”. Una bella gatta da pelare, eh?

La seconda parte del manga
Dopo la morte di Raoh, che avrebbe dovuto segnare la fine del manga, la redazione ha deciso invece di continuare. Naturalmente ci furono favorevoli e contrari a questa soluzione ma, in fin dei conti, la storia si è evoluta con l’entrata in scena di Falco del Gento Kōken, Bart e Lin ormai adulti, il tutto in un contesto nuovo e scorrevole. L’opera si è arricchita ed ha visto accresciuto il proprio spessore, soprattutto in termini puramente narrativi con l’introduzione la Terra degli Shura e dell’Hokuto Ryuken.

seconda parte del manga

Intervistatore: Mentre ci stavamo ancora crogiolando nella piacevole sensazione lasciataci dagli ultimi magnifici istanti di Raoh, c’è stato un nuovo inizio. Ho come la sensazione che anche noi lettori avremmo dovuto avere un po’ di tempo per riposare la mente. Non potevamo immaginare un’altra storia oltre quel punto. Raoh, in quell’istante, mi ricorda l’ultima scena di Ashita No Joe (Rocky Joe), dove il protagonista muore immerso in quella luce bianca dopo aver dato tutto se stesso.

Ashita No Joe
“Joe del domani” (あしたのジョー), più noto in Italia per la serie animata, trasmessa negli anni ’80, con il titolo “Rocky Joe”, nasce come manga nel 1968 grazie ai testi di Ikki Kajiwara e ai disegni di Tetsuya Chiba. La trama vede il protagonista, Joe Yabuki, emergere da una condizione di estremo disagio sociale grazie al pugilato e, dopo ben 5 anni di pubblicazione, morire sul ring in un ultimo, fatale match. In questo frangente Joe, dichiarando che ha ormai dato tutto se stesso, poco prima di morire proferisce la frase “Non c’è più nulla da bruciare, restano solo bianche ceneri”, che è la frase a cui Garuzo si riferisce. Curiosamente, tanto Raoh quanto Joe sono gli unici personaggi di fantasia che in Giappone hanno goduto di una vera e propria cerimonia funebre dal vivo.

Ashito No Joe

Buronson: E’ vero, non sembrava possibile un seguito, ma ormai il dado era tratto e ho dovuto cambiare completamente modo di pensare per poter andare avanti con la storia.

Intervistatore: Quindi, dopo matura riflessione si è proceduto allo sviluppo della parte successiva… anzi, di fatto lei il tempo per pensarci non l’ha proprio avuto (ride).

Buronson: Come al solito quattro giorni ma, dopo la morte di Raoh, immagina cosa poteva dire scrivere un seguito in soli quattro giorni!

Intervistatore: Il risultato è stata una nuova ambientazione, un mondo di pace dal quale scaturisce un futuro fatto di profonde differenze tra ricchi e poveri.

Buronson: Già, ho deciso di ambientare la storia alcuni anni dopo. Ovviamente, in quel lasso di tempo, Kenshiro ha continuato il suo viaggio assieme a Re Nero e sono successe diverse cose. E’ per questo che ho deciso di mostrare Re Nero con una benda sull’occhio. Quell’immagine era davvero molto intensa.

Intervistatore: Ah, capisco, ha deciso di rappresentare il lungo periodo d’assenza con l’occhio bendato di Re Nero. Io ho avuto l’impressione che, ancor più rispetto alla prima serie, si fosse instaurato un profondo rapporto di fiducia tra i due. Magari la mia sensazione è dovuta alla suggestione di un’attenta rappresentazione dell’evento. Ho pensato: “è diventato il cavallo di Kenshiro”.

Kenshiro e Re NeroKenshiro e Re Nero
In occasione delal ricomparsa di Kenshiro, allo scopo di simboleggiare il lasso di tempo trascorso tra la prima e la seconda parte della storia, Re Nero viene rappresentato con una benda sull’occhio. Si tratta di un espediente narrativo molto originale che dimostra ancora una volta l’abilità di Bronson. E’ anche uno di quegli elementi che ha reso celebre Hokuto No Ken.

Buronson: Beh… questo è tutto ciò che riesco a ricordare chiaramente, ovvero che all’epoca mi è balenata in mente quest’idea, tutto il resto l’ho volutamente rimosso dalla memoria.

Intervistatore: Cosa intende dire con “rimosso”?

Buronson: Pensavo che la storia sarebbe stata un flop per via del fatto che la seconda parte l’ho dovuta realizzare forzatamente. Ed è per questo che ho rimosso dalla mente tutto quello che avevo scritto in merito. In seguito, in ogni intervista mi venivano fatte domande su questa parte, ma ho sempre risposto che non ricordavo.

Intervistatore: Sì, questa una storia ben nota. Quando lei si offre a delle interviste e le chiedono in merito alal seconda parte, risponde sempre che non sa niente di niente.

Buronson: Perché non ce l’ho più nella testa. Non avevo altro che il ricordo di un lavoro fatto a rotta di collo, fra mille sofferenze. Ne avevo una tale nausea che non riuscivo neppure a guardarlo. Quando, nelle interviste, mi chiedevano per esempio di Kaioh, alla fine ero io che dovevo chiedere informazioni su di lui.

Intervistatore: Ahahahahahahah, Kaioh è il vero fratello maggiore di Raoh, quello che apre le braccia di fronte a Lin e urla: “…il male!”

Kaioh

Buronson: Ah, già già, quando ancora non avevo riletto il manga per intero, la cosa era più o meno così: “il fratello di Raoh? Ah, perché, esiste?”

Intervistatore: Certe cose dovrebbero restare impresse nella memoria, e invece lei ha veramente cancellato tutto.

Buronson: Sì, ma quesa volta ho riletto la seconda parte e io stesso ho pensato, “Wow, grande! Ogni cosa è al suo posto”.

Intervistatore: Ahahahahahahahah.

Buronson: Ma davvero! Ne sono rimasto sorpreso.

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Intervistatore: Non vorrei sembrarle indiscreto, ma davvero credeva che non fosse venuta bene?

Buronson: Sì, pensavo che la qualità si fosse notevolmente abbassata e invece, quando ho riletto, mi son detto che era tutt’altro che scesa, era interessante!

Intervistatore: Insomma, anche per questo l’intervista di oggi assume un grande valore.

Buronson: Vero ma, in fin dei conti, mi sono impegnato moltissimo, tutta quella fatica è servita. Ho scritto tutto ponendo molta cura sui personaggi, ma mi resta il cruccio di non esser riuscito a donare loro lo stesso tipo di morti solenni dei personaggi della prima parte come per esempio Rei, Souther o Shu.

Intervistatore: Mi sembra però che le carte migliori se l’era già giocate nella prima parte, sbaglio?

Buronson: In effetti non avrei potuto creare la Terra degli Shura senza trascinarmi dietro la figura di Raoh. non mi sarei potuto trascinare dietro gli stessi lettori se non avessi dato questa forma al racconto. Quindi, quando ho formulato la famosa frase di Raoh: “Non ho un’altra terra in cui tornare”, ho visto l’unica strada da percorrere. In altre parole, la Terra degli Shura attendeva Raoh come luce di speranza.

Intervistatore: Ah, Raoh la luce della speranza. Impossibile immaginare una cosa del genere riferita a lui nella prima parte.

Buronson: Ma infatti viene sconfitto da Kenshiro che prende il suo posto e così la narrazione fila bene. Se in quel caso Kenshiro fosse arrivato nella Terra degli Shura senza avere come riferimento la figura di Raoh, avrei narrato la leggenda del Salvatore con uno schema molto simile a quello della prima parte e credo che la qualità si sarebbe notevolmente abbassata.

Intervistatore: E’ interessante immaginarla mentre rilegge la seconda parte dopo circa 25 anni, dico sul serio.

Buronson: Mentre leggevo, ad un tratto mi sono accorto che si erano fatte le due del mattino e mi sono detto: “da quanto tempo sto leggendo?”

Intervistatore: Se addirittura lei ne è stato rapito, allora è proprio il massimo.

Lin e RuiBuronson: Comunque, la cosa che forse mi ha creato più problemi è stata la gemella di Lin.

Intervistatore: Vero, come ambasciatore ufficiale e come rappresentante dei fan mi sento in dovere di dirglielo. Questo rapporto Lin  / Rui era un po’ forzatello, eh

Buronson: Lo ammetto, lì si è un po’ esagerato.

Intervistatore: Anche io ne sono rimasto sorpreso, ma la seconda parte è anche questo e ritengo che certi elementi abbiano aumentato l’intensità del racconto ed ampliato il contesto storico che fa da cornice all’Hokuto Shinken. Sarebbe stato ottimo interrompere il manga con la morte di Raoh, però, così facendo, la storia dell’Hokuto suddiviso in tre scuole non sarebbe mai venuto alla luce.

Buronson: Già, pensavo seriamente “fai terminare la storia con Raoh”, e magari, passati tre anni ci saremmo ritrovati di nuovo con Hara per farne un seguito.

Intervistatore: E se, al contrario, ci fosse stato questo periodo di tre anni, che storia avreste narrato?

Buronson: Hmmm… Probabilmente avrei ricominciato qualche anno più tardi, nello stesso periodo storico, ma non so che sarei andato nella Terra degli Shura. Tuttavia, forse, considerato tutto,  alla fine avrei seguito lo stesso schema.

Intervistatore: Wow, ma è incredibile. In altre parole, Hokuto No Ken sarebbe stato composta comunque dalla seconda saga.

Buronson:  Sì, partendo magari dell’infanzia di Raoh e da lì provare a riscrivere qualcosa… ma, in definitiva saremmo andati a parare sempre alla Terra degli Shura.

Intervistatore: A proposito, cosa mi dice di Ryu, il figlio di Raoh? Stando all’evoluzione del racconto, questi dovrebbe diventare inevitabilmente il successore. Ma, prima di parlare di questa cosa, vorrei parlare del mistero che da sempre attanaglia i fan di Hokuto…

Buronson: Quale mistero?

Intervistatore: Insomma, detto chairo e tondo… la madre chi è?

Buronson: In realtà non c’è mai stata un’idea precisa in merito.

Intervistatore: Ah, è così che stanno le cose… eppure io, da parte mia, ho pensato “ma non potrebbe essere Julia?”. Addirittura avevo ipotizzato anche Mamiya. Pensandoci bene, sto cercando di capire chi è sua madre da ben 25 anni.

Buronson: Beh, se proprio ci tieni… facciamo che è Julia?

Intervistatore: Ahahahahahah, ma sarebbe immorale o, meglio ancora, impossibile, anche se, stando alla visione del mondo di Hokuto No Ken, potrebbe anche andare bene. Se il suo amore materno è davvero così forte, potrebbe dire: “allora sarò io a metterlo al mondo” e così potrebbe andare o, come direbbe il maestro, la cosa potrebbe “filare bene”, immagino. Se fosse Julia la madre, nelle sue vene scorrerebbe anche il sangue di un legittimo appartenente della stirpe di Nanto. In termini di correlazione fra Nanto e Hokuto, il racconto non risulterebbe poi così irrimediabilmente stravolto.

Buronson: Se lo dici tu.

Intervistatore: Bene, siamo alla fine, in occasione del trentesimo anniversario di Hokuto No Ken, anche se è una cosa trita e ritrita, mi piacerebbe se lanciasse un messaggio per tutti.

Buronson: Dunque, non ho creato Hokuto No Ken ritenendo che l’essere umano dovesse essere in questa maniera o pensando a qualcosa in particolare, semplicemente è un manga che ho realizzato con l’intento di creare una bella opera, tutto qua. Ovviamente, questo non significa che lo ritengo solo un manga interessante e basta, sono infatti ben contento se riesce a trasmettere qualcosa. Ad esempio,  leggendolo, magari c’è chi ne trae delle sensazioni positive e chi impara che l’amicizia sia una cosa meravigliosa. In definitiva,  dopo ben trent’anni, il fatto che venga ancora letto mi rende profondamente felice e, comunque sia, tu sei davvero ben informato, ne sai anche più di me.

Intervistatore: Ah, grazie maestro!

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PENSIERI  FINALI

Le aggiunte del maestro
In quest’ultima intervista l’espressione più ricorrente del maestro è stata “aggiunte” ovvero elementi inseriti a posteriori per arricchire la storia o dare un senso a determinati eventi. Generalmente questa parola non dà un’impressione positiva ma, in una concezione e dimensione totalmente differenti assume ben altro significato, ovvero tutto ciò si traduce nell’opera Hokuto No Ken. Ogni puntata, ogni racconto, era frutto di enorme impegno e fatica. Un impegno profuso con anima e corpo nel racconto, che non lasciava spazio ad altro. Ed è per questo che le tante aggiunte e idee successive possono essere considerate, al contrario di ciò che generalmente si ritiene, il fattore che conferisce qualità e intensità all’opera. Non v’è dubbio che tutto ciò nasca dalla profonda naturalezza del maestro.

Siamo tutti figli di Hokuto
Hokuto No Ken, ovvero la storia di uomini che seguono ognuno il proprio cammino e questo l’ho percepito anche nel maestro Buronson. Tutto è stato deciso dalla sorte: gli episodi pilota di Hara, la decisione di Buronson di scrivere la sceneggiatura per la serie regolare… il vortice del fato dentro il quale tutti siamo stati risucchiati, dagli autori ai fans (tra i quali mi metto anche io). Di solito, l’autore ha un punto di vista squisitamente soggettivo ma, in alcuni casi, si esprime in termini oggettivi come se stesse narrando le vicende di personaggi realmente esistenti. Quindi, figli di Hokuto non siamo solo noi fan, ma anche gli autori stessi. In occasione di questa chiacchierata, il maestro Bronson ha riletto l’intero manga. Se non l’avesse fatto, di certo la nostra conversazione non sarebbe stata così fruttuosa e interessante. Del resto anche questa serie di interviste che ho chiamato “Raccontando Hokuto”, può essere considerata figlia di Hokuto. Provo una grande emozione e quasi mi viene da piangere se penso che in fin dei conti siamo tutti figli di Hokuto.

Garuzogaruzo

Free writer, è nato nella prefettura di Hiroshima, appartiene a quella che può essere considerata la prima, la più autentica generazione di lettori di Hokuto No Ken. Profondamente legato al maestro Hara e a Nobuhiko Horie è anche stato investito della carica di “ambasciatore ufficiale dell’opera”. Il suo nome compare fra i titoli di coda di Kenshiro Den e il suo personaggio preferito è Toki.

4 risposte a “Raccontando Hokuto – Intervista a Buronson (seconda parte)

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