MAD MAX – La trilogia originale (seconda parte)

“La mia vita si spegne e la vista si oscura. Mi restano soltanto dei vaghi ricordi di un caos immane. I sogni infranti delle Terre Perdute e l’ossessione di un uomo sempre in lotta… Max.”

mad max trilogy 199x cover

“… era figlio dei tempi in cui il mondo viveva sotto il dominio dell’oro nero e i deserti brillavano per le fiamme delle gigantesche torri che estraevano il petrolio. Ora tutto è distrutto, scomparso. Come e perché non lo ricorda più nessuno, ma è certo che un immane conflitto annientò due grandi potenze. Senza il petrolio, l’uomo tornò alle sue origini primitive… e tutte le sue macchine favolose andarono in rovina. Tutti i popoli tentarono di raggiungere un accordo, ma nessuno riuscì a fermare la valanga del caos. Nel terrore dei saccheggi e nelle fiamme della violenza, il mondo scoppiò, e tutte le sue città crollarono una dopo l’altra. L’uomo di nutrì di carni umane per sopravvivere. Su tutte le strade vincevano coloro che avevano la forza e i mezzi per piombare sulle vittime e depredarle anche dell’ultimo respiro. Niente aveva più valore di una piccola tanica di benzina. I deboli scomparivano senza lasciare neanche il segno di una croce su delle misere pietre. Nel ruggito di un motore, quelli come Max si difendavano dai demoni del passato e dalle inutili speranze di un futuro, svuotati di ogni sentimento umano, condannati ad inseguire ogni piccola traccia di vita nelle Terre Perdute. E alla luce di quei giorni desolati, Max imparò a dominare il suo destino…”

Così recita l’introduzione di Mad Max 2 (Da noi “Interceptor – il guerriero della strada”, riprendendo il titolo “The Road Warrior”, con cui era noto in America), film del 1981 che, come il capostipite della serie, è girato sempre da George Miller e vede protagonista ancora una volta Mel Gibson nei panni di Max Rockatansky, ex agente di polizia che, sopravvissuto al collasso della civiltà appena descritto, vaga nel deserto a bordo della sua V8 Interceptor in cerca di cibo e soprattutto di benzina, divenuta ormai il bene più prezioso. Unici compagni di questo viaggio senza meta, un cane randagio ed un fucile a canne mozze malfunzionante e senza cartucce.

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Anche stavolta, il film si apre con un inseguimento. Max è infatti braccato da alcuni predoni che tentano di accerchiarlo, ma grazie alla sua abilità al volante e ad un po’ di fortuna, riesce a disfarsene facendoli schiantare contro un’autocisterna ribaltata mentre Wez (Vernon Wells), che capeggiava il gruppo, vista la malaparata decide di lasciarlo perdere e si allontana a bordo della propria moto.

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Recuperata la benzina di uno dei veicoli distrutti, Max si rimette in viaggio ed avvista quello che sembra un girocottero abbandonato ma che è in realtà un’esca posta dal suo stesso pilota (Bruce Spence), che lo sorprende alle spalle tenendolo sotto tiro con una balestra, intenzionato a rubargli benzina e provviste.

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Il furbone viene però sorpreso dal cane di Max e la situazione si ribalta velocemente, costringendolo ad implorare pietà e a dover trovare qualcosa da barattare in cambio della vita. Fortunatamente per lui, il tizio ha un’informazione molto interessante che può rivelare a Max: l’ubicazione di una vera e propria raffineria di petrolio!

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Anche se non del tutto convinto, Max lo carica il macchina e si fa condurre nei pressi di questa famigerata raffineria. Tenendosi a debita distanza, da un promontorio il protagonista osserva attentamente la scena con un binocolo, mentre il tizio gli spiega che in quell’insediamento, dove le pompe vanno avanti giorno e notte per raffinare la benzina, è difeso da 30 persone ben armate ed è quindi praticamente impossibile entrarvi. Come se non bastasse, da un po’ di giorni la raffineria è assediata da un gruppo di predoni (di cui fa parte anche Wez, già incontrato all’inizio) capeggiati da Lord Humungus (Kjell Nilsson), che si è autoproclamato “Signore di tutte le Terre Perdute”. In una situazione del genere, Max non può far altro che attendere il momento più opportuno per agire, e l’occasione si presenta il mattino seguente, quando, approfittando del fatto che Humungus e i suoi hanno tolto l’assedio per la notte, alcuni membri della comunità che vive nell’insediamento cercano di allontanarsi indisturbati. Purtroppo per loro, le cose non sono così semplici come sembrano e la fuga finisce in tragedia…

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Max, allontanatisi i predoni, si precipita sul posto e soccorre uno dei membri della comunità che ancora non ha esalato l’ultimo respiro. Il suo intento, comunque, è tutt’altro che umanitario…

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“Grazie… grazie… oh, grazie…” “Di niente, l’ho fatto soltanto per la benzina…”

Con un cenno d’intesa, i due fanno un patto: se Max lo riporterà indietro, potrà avere un lauto pagamento in carburante. Tuttavia, una volta giunti a destinazione, le cose non vanno come previsto. I membri della comunità sono diffidenti e Nathan, questo il nome dell’uomo ferito, muore prima di poter mantenere la parola data o poter confermare ai suoi compagni che Max lo ha aiutato. Nel frattempo, Lord Humungus torna di nuovo ad assediare la raffineria, stavolta con degli ostaggi, e il protagonista, ancora all’interno, si ritrova praticamente incastrato, senza la possibilità di prendere le distanze da tutta quella situazione.

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(Lord Humungus, il villain più logorroico mai creato…)

E mentre il leader dei banditi è impegnato a minacciare e deridere i membri della comunità, un piccolo selvaggio che vi appartiene, abilissimo con il boomerang, secca uno dei suoi uomini…

Welcome to Australia, motherfucker

– WELCOME TO AUSTRALIA, MOTHERFUCKER –

Questo scatena l’ira di Wez, a cui il defunto era particolarmente legato. In preda ad una furia cieca, vuole assalire la raffineria e sterminare tutti, ma Lord Humungus lo ferma  e lancia un ultimatum ai residenti: se se ne andranno via, lasciando lì tutta la benzina, egli risparmierà loro la vita. Hanno tempo un solo giorno per decidere. E mentre Humungus e i suoi seguaci si allontanano, all’interno della comunità scatta immediatamente una diatriba tra favorevoli e contrari all’idea di abbandonare davvero l’insediamento. Difatti, il desiderio di andare via da quel posto in cerca di un luogo migliore per vivere c’è, tant’è vero che gli uomini che sono morti o sono stati catturati, erano andati in ricognizione proprio per trovare una motrice che permettesse di agganciare la loro cisterna piena di benzina e allontanarsi, ma a molti sembra chiaro che fidarsi della parola di quei predoni è pura follia. In più, è impensabile lasciare lì tutta la benzina, dato che rappresenta l’unico mezzo con cui riuscire davvero a realizzare quel sogno. A porre fine alla discussione è Max che, intravedendo la possibilità di riuscire ancora a mettere le mani sulla benzina, propone un piano…

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“Due giorni fa ho visto una motrice che può rimorchiare una cisterna.
Se volete andarvene, parlate con me”

Il protagonista dichiara di essere in grado di portare loro la motrice in cambio della propria libertà, della restituzione della sua auto (che nel frattempo gli è stata sequestrata) e della facoltà di approvvigionarsi di tutta la benzina che è capace di caricare. Non tutti sono convinti della sua sincerità ma, dato che hanno come garanzia la V8 Interceptor, gli viene accordata fiducia, facendolo allontanare nottetempo per compiere la pericolosa missione. E Max, in effetti, grazie anche alla collaborazione del tizio del girocottero, raggiunge la motrice e riesce a tornare alla raffineria, resistendo all’assalto di Wez e dei predoni di Lord Humungus ma, quando pensa di potersene finalmente andare via con la tanto agognata benzina, lasciando perdere tutte quelle questioni che non lo riguardano, subisce un nuovo assalto da parte dei predoni e rimane quasi ucciso, perdendo anche la sua Interceptor. Salvato in extremis sempre dal tizio del girocottero, viene quindi riportato all’interno dell’insediamento e medicato. Max comprende di non avere altra alternativa che aiutare i membri della comunità a fuggire e, anche se conciato piuttosto male, insiste per guidare lui l’autocisterna, attirando così Humungus e il resto della banda mentre gli altri penseranno a mettersi in salvo con le loro auto percorrendo un’altra strada, per poi reincontrarsi in seguito in un punto stabilito.

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Comincia così un lungo e feroce inseguimento, la più spettacolare del film, in cui non viene risparmiato nessuno. Max però tiene duro fino alla fine, quando impatta contro il veicolo di Lord Humungus uccidendo sia lui che Wez, che era aggrappato alla motrice. Questo scontro però fa ribaltare l’autocisterna, che si rovescia su un fianco, rivelando che all’interno non c’è benzina, ma soltanto terra. I pochi predoni rimasti se ne vanno e Max capisce di essere stato usato come esca mentre i membri della comunità fuggivano con la benzina che avevano caricato sulle loro auto.

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Il film si conclude allo stesso modo in cui si era aperto, con la voce narrante di un vecchio, che si scopre essere quella del piccolo selvaggio, testimone degli eventi, che da allora non ha mai più rivisto Max, ma che continua a narrare ai posteri le gesta di quell’eroe che ha permesso loro di raggiungere la libertà e diventare la “Grande Tribù del Nord”.

Su questa pellicola, nel corso di più di trent’anni, si è ormai detto di tutto e di più, quindi è veramente difficile aggiungere qualcosa che non si sia già letto o sentito svariate volte nel corso del tempo. Un fatto è certo e va fermamente ribadito: Mad Max 2, pur non avendo creato il genere post-atomico, lo ha ridefinito completamente e lo ha fatto suo, divenendo un punto di riferimento imprescindibile e influenzando enormemente la cultura di massa. Buona parte del suo fascino risiede proprio nel fantastico lavoro svolto dalla costumista Norma Moriceau, che ha creato il visionario connubio punk-fetish dei seguaci di Humungus e nel generale senso di polverosa decadenza che si respira dall’inizio alla fine del film e che si riflette in ogni cosa. Sparite le influenze di Hitchcok riscontrabili nel capostipite della serie, in Mad Max 2 vengono accentuate le atmosfere da film western (con tanto di assalto alla diligenza sul finale) e permane l’idea di quel Max Rockatansky che tutto vorrebbe essere tranne che un eroe, ma che alla fine è costretto a diventarlo, ritrovando parte di quell’umanità perduta sia a causa delle sue vicende personali che dell’epoca in cui vive.

Vernon Wells, la sessualità di Wez, le scene tagliate e… i Power Rangers

Un fatto di cui quasi tutti sono sempre stati sicuri è che il giovane ucciso dal boomerang (The Golden Youth, come si legge nei credits dei titoli di coda) fosse, nell’economia della storia, il partner di Wez nel senso più intimo del termine. Lo stesso Miller, all’epoca, affermò che inizialmente quel ruolo era pensato per una donna, ma che in un secondo momento gli venne in mente di inserirci un maschio perché voleva dare l’idea che nel dopobomba anche la sessualità fosse qualcosa di molto relativo. Tuttavia, Vernon Wells, l’attore che impersonava Wez e che all’epoca aveva ricevuto dallo stesso Miller il compito di definire meglio il personaggio e la sua storia personale, in più occasioni ha tenuto a ribadire che, in realtà, ci sarebbe stata una scena del film, poi tagliata in postproduzione, in cui Wez avrebbe trovato il ragazzo quando era ancora molto piccolo e lo avrebbe adottato, quindi il rapporto tra i due sarebbe stato lo stesso che c’è tra un padre e un figlio. La questione resta comunque aperta perché, a parte lo stesso Wells, nessuno ha mai menzionato questo fantomatico flashback, anche se, in effetti, nel film non c’è comunque nessuna scena di particolare intimità che lasci intendere che i due fossero amanti. Una possibilità è che Wells, che tra le varie cose fatte ha il ruolo di cattivo in un paio di serie dei Power Rangers, abbia voluto semplicemente prendere le distanze da personaggio che era controverso rispetto al pubblico a cui si rivolgeva Ransik, il criminale mutante dell’anno 3000…

ransik vernon wells

Analogie con Hokuto No Ken

Mad Max 2, fatto arcinoto a chiunque, è stato la fonte d’ispirazione principale per lo scenario post-atomico dipinto in Hokuto No Ken. Non tanto per la trama, che ben presto abbandona la tematica della sopravvivenza nel dopobomba per focalizzarsi sulle faide tra maestri e sul cammino di Kenshiro come successore dell’Hokuto Shinken, quanto più per l’aspetto grafico, quella visione d’insieme di un mondo ridotto ad un vero e proprio far west popolato di bande di motociclisti dal look che è un misto tra punk e sadomaso, fatto evidente già dalle primissime pagine…

Kenshiro stesso, come abbiamo visto già la volta scorsa, veste all’incirca come Max Rockatansky ed ha anche un’espressione simile, mentre Bart, a guardarlo bene, sembra un figlio illegittimo del tizio del girocottero (Gyro Captain). Di quest’ultimo, oltre ad alcuni riferimenti grafici, Bart mantiene alcune caratteristiche peculiari: è ben informato (fungendo quindi da “guida” sia per il protagonista che per lo spettatore) e chiede all’eroe di diventare “soci” (e, di fatto, ad un certo punto ne diventa la spalla).

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Spade (il Fante di Picche per chi è affezionato all’anime), è ricalcato sulla figura di Wez, tanto nei vestiti quanto nella balestra da polso e nel trucco che questi porta in viso nella parte finale del film. In più, entrambi vengono feriti da una freccia e sono dei pazzi scatenati.

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La cosa più assurda di tutte, comunque, è che negli script originali del film, Wez sarebbe dovuto morire trafitto da una freccia che gli avrebbe trapassato il cranio uscendo dall’occhio. Cioé, al 99%, Hara non sapeva nulla di questa storia, quindi, il fatto che anche Spades si becchi un dardo in un occhio è una coincidenza che ha dell’inquietante.

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Lord Humungus, “l’Ayatollah di tutti gli ultimi guerrieri”, viene invece degradato a semplice comparsa tra le fila degli uomini di Spade, durando lo spazio di due vignette…

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… mentre il micidiale boomerang d’acciaio del piccolo selvaggio (Feral Kid) sembra proprio aver dato lo spunto per le armi preferite del Colonnello dei Berretti Rossi.

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Toadie, il portavoce di Lord Humungus, oltre ad essere l’epigono postapocalittico del ragionier Filini, potrebbe aver ispirato i banditi del Clan delle Zanne (Famiglia Cobra, per i non addetti ai lavori). Anche la scena del film di cui è protagonista viene concettualmente ripresa nel manga.

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La donna guerriera che appare nel film, molto probabilmente è alla base del concept di Mamiya. Difatti, oltre ad essere simili sotto alcuni aspetti grafici, sono entrambe molto battagliere e, almeno inizialmente, diffidenti verso il protagonista.

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Non si può non citare poi il fucile a canne mozze di Jagi, identico a quello di Max.

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Infine, la catena con collare che Humungus mette al collo di Wez sembra proprio la stessa con cui Ain tiene legato il suo povero autista.

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Ma non è soltanto il manga a riservare queste chicche. Anche nell’anime televisivo storico troviamo molti richiami a Mad Max, in particolare l’episodio 19, contiene una pletora di citazioni. Tanto per cominciare, il villaggio di Jennifer, pressochè identico alla raffineria del film…

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… tanto da avere lo stesso sistema di accesso basato sullo spostamento di uno scuolabus…

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… lo stesso sistema di difesa basato su lanciafiamme!

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Anche la scena in cui Max scippa il cannocchiale a Gyro Captain viene ripresa…

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… così come la visuale dello stesso.

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Poi c’è l’idea del girocottero che bombarda i nemici dall’alto.

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E l’assedio di Garekki (che ricordiamo come vincitore per le 10 tecniche di combattimento più ridicole di Ken il guerriero), con tanto di ultimatum, ricorda quello operato da Lord Humungus.

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(CONTINUA…)

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7 risposte a “MAD MAX – La trilogia originale (seconda parte)

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