Tetsuo Hara X Kentaro Miura – L’incontro tra due leggende del manga


Come anticipato una decina di giorni fa, lo storico incontro tra Tetsuo Hara e Kentaro Miura è stato finalmente pubblicato sulle pagine dell’ultimo numero del mensile giapponese Comic Zenon. Per l’occasione il team del Silent Manga Audition – che ringrazio per aver accettato la mia proposta – pur non traducendo la doppia intervista nella sua interezza, ha preparato però un esaustivo report della lunga chiacchierata, riassumendone i concetti chiave in modo da rendere partecipe anche chi non parla la lingua dei nobili samurai.
Quindi, come si chiede lo stesso Taiyo Nakashima, autore dell’articolo originale in inglese (che potete trovare cliccando qui), che tipo di discussione può essere venuta fuori mettendo due leggende viventi l’una di fronte all’altra? Continuate a leggere se volete scoprirlo!

NOTA: quella che segue non è una traduzione letterale dell’articolo, ho preferito esporre gli argomenti in essa riportati in maniera più scorrevole per la nostra lingua e aggiungere un paio di appunti (che a fare le cose con google translate son bravi tutti)

Nella primissima parte dell’intervista si è parlato delle opere che hanno influenzato i due celebri mangaka. Miura ha indicato Ken il guerriero, perché quando negli anni ’80 lo lesse per la prima volta rimase profondamente colpito dal fatto che qualcuno riuscisse a mantenere un così elevato livello di dettaglio pur rispettando le scadenze imposte dai ritmi di pubblicazione settimanali. Questa stessa doppia intervista è nata dal suo desiderio di incontrarne l’autore, Tetsuo Hara appunto, in quanto lo ritiene l’artista che più di tutti l’ha influenzato. Dal canto suo, il maestro Hara ha sorpreso tutti con una risposta del tutto inattesa. Egli ha indicato infatti Tensai Bakabon (天才バカボン – La geniale Bakabon), un gag manga demenziale che impazzava in Giappone negli anni ’70, come l’opera che per prima lo ha influenzato. Bakabon era infatti una serie dalla comicità molto elementare in cui però, ogni tanto, c’erano momenti disegnati in stile Gekiga che, per contrasto, rendevano le gag ancor più esilaranti.

bakabon

Creato da Fujio Akatsuka, Tensai Bakabon è stato pubblicato in Giappone dal 1967 al 1976

Gekiga (劇画) è un termine giapponese che significa “immagini drammatiche”. Il termine fu coniato da Yoshihiro Tatsumi e in seguito adottato da altri mangaka giapponesi, che non apprezzavano che il termine manga (“immagini disimpegnate”) fosse impiegato in riferimento alle loro opere. – da Wikipedia

Si è passati quindi a parlare di questo particolare stile e di come Hara ne fu attratto sin da ragazzino. Di come, alla continua ricerca del realismo, si è procurato fumetti americani (in special modo quelli disegnati da Neal Adams) e libri di anatomia con l’intenzione di diventare un pittore. E di come, influenzato da questo stile di cui si era innamorato, fosse per lui una sfida riuscire a trovare il giusto equilibrio tra umorismo e rappresentazione drammatica ai tempi in cui disegnava Ken il guerriero. Hara divenne infatti noto per questo suo gusto particolare e ha ricordato che una volta è giunto fino al punto di dichiarare che “Preserverà il Gekiga in eterno!”, mettendo in risalto la sua forte dedicazione a tale stile. Fatto interessante, nel periodo in cui aveva iniziato a disegnare fumetti, il “boom” dei Gekiga era al tramonto in Giappone e stava cedendo il passo alle commedie romantiche, caratterizzate da personaggi dai lineamenti molto più dolci e che guadagnavano sempre più popolarità presso il pubblico. Questo all’allora giovane Hara non andava proprio giù e fu anche per tale motivo che diede alla luce Ken il guerriero, riuscendo non solo a creare un capolavoro ma anche riportando in auge un genere che all’epoca stava scomparendo.

Comunque, da allora molte cose sono cambiate. Hara ha infatti confessato che attualmente mira di più al pubblico femminile (che in Giappone registra un aumento maggiore di quello di sesso maschile) e, benché possa sembrare strano che un mostro sacro dei manga si ponga ancora oggi il problema di come intrattenere un pubblico sempre più ampio, questo è da imputare alla passione che ancora arde nel maestro nonostante tanti anni di carriera alle spalle. Anni in cui anche i suoi gusti sono cambiati e, se quando era un ventenne amava disegnare personaggi virili e muscolosi, oggi ha imparato ad apprezzare figure più slanciate tipiche degli shonen che, secondo lui, mettono in risalto “il potenziale per il futuro”. In tal senso, il maestro Miura ha elogiato Ikusa No Ko, l’opera più recente di Hara, affermando che le lettrici troveranno quel certo “glamour” tra i personaggi maschili.


Ikusa No Ko – Oda Saburo Nobunaga Den

Edito in Italia da Goen con il titolo La leggenda di Oda Saburo Nobunaga, è l’ultima opera del maestro Tetsuo Hara e narra della giovinezza del più famoso condottiero del Giappone feudale. Cliccando qui troverete la recensione del primo volume ed un’intervista al riguardo.


Si è passati allora ai “dietro le quinte” di Ken il guerriero. Il maestro Miura ha parlato del fascino di quest’opera ed ha affermato che l’idea di premere i punti segreti per far esplodere gli avversari è semplicemente incredibile, e tutta la storia si è infatti evoluta intorno a questo unico espediente. Dal canto suo, il maestro Hara ha ricordato ancora una volta che l’idea venne da Nobuhiko Horie, all’epoca suo editor e oggi CEO della Coamix. Hara infatti amava Bruce Lee e Mad Max, così Horie cercò un modo per far combaciare le due cose. Il maestro Hara ha poi paragonato la creazione di un manga al tessere una veste, affermando che il lavoro di un mangaka è quello di diventare uno specialista nel tessere dei “fili orizzontali” (i personaggi e i loro attributi)”, ma può trovare difficoltà nel tessere “fili verticali” (gli eventi che mandano avanti la trama). All’epoca fu Horie a tessere molti di quei fili verticali.

Sempre restando su Ken, si è parlato del fatto che, pur essendo uno shonen, cioé indirizzato principalmente ad un pubblico di ragazzini, il manga è ben noto per le sue scene brutali. Hara ha quindi ribadito che la violenza non è mai stata il tema portante della serie, ma alcuni momenti erano inevitabili e necessari per mostrare quanto fosse straordinaria la tecnica di combattimento del protagonista. Il maestro però non voleva che i lettori percepissero il dolore e l’agonia che la morte inevitabilmente comporta e, per raggiungere questo scopo, indirizzando l’attenzione dei lettori su Kenshiro, il reale protagonista, piuttosto che sul sangue, si è inventato delle urla di dolore ridicole che smorzavano la crudezza della scena e, anzi, inducevano il lettore a ridere della giusta punizione inflitta al criminale di turno. Tutta questa attenzione non gli ha comunque impedito di ricevere parecchie critiche da chi osservava la sua opera in maniera superficiale e, per potersi concentrare al 100% sul lavoro, all’epoca dovette fare affidamento su Horie, che lo tenne al riparo da ogni polemica proveniente dall’esterno. E anche se qualche altro problema c’è stato, Hara ha affermato che la produzione di Ken è riuscita ad andare avanti a lungo senza intoppi sia grazie ad Horie, sia grazie a Buronson, abilissimo nel creare storie commoventi.

Dopo questa parentesi dedicata alle curiosità (che in realtà la maggioranza dei fan già conosceva, ma va bene lo stesso) legate alla lavorazione di Ken il guerriero, il maestro Miura è passato con tono entusiasta a parlare del modo in cui è stato disegnato. Stando alle sue parole era come se i pugni di Kenshiro e Raoh volassero fuori dalla pagina. Quando realizzò Berserk, Miura voleva ricreare quello stesso effetto, ma i risultati non lo soddisfacevano. Sentiva che la spada di Guts non aveva lo stesso “peso” di un pugno. Entrambi i maestri hanno quindi convenuto che “La Divina Scuola di Hokuto rappresenta come un’estensione del senso fisico del lettore, restituendogli un vero stimolo”. Miura ha quindi aggiunto che “L’Ammazzadraghi”, la grande spada di Guts, è stata creata anch’essa tenendo a mente quest’idea di “estensione della realtà”, in modo che i lettori la ritenessero credibile.

A seguire si è parlato dei personaggi storici di cui il maestro Hara si è trovato a raccontare le gesta. Partendo dall’ultimo, il giovane Oda Nobunaga di Ikusa No Ko e passando per Maeda Keiji, Shima Sakon e Tokugawa Ieyasu, la discussione è andata a finire sul metodo con cui il maestro ne ha ricostruito la personalità, le abitudini, il modo di vivere e di esprimere le emozioni, tutti elementi che ha dovuto immaginare durante la progettazione. L’ultimo ingrediente, fondamentale per dar vita agli affascinanti personaggi caratteristici delle sue opere, sono infine i dettagli storici. Nel caso di Nobunaga, comunque, trovandosi a parlare di un periodo in larga parte sconosciuto della sua vita, il maestro Hara gode di maggior libertà in termini creativi. Un discorso a parte è stato fatto circa il “Bigaku” (letteralmente “coscienza estetica”), ovvero quei tratti della personalità unici che definiscono il modo di vivere del personaggio. Hara ha detto che non li stabilisce nel momento in cui crea i protagonisti delle sue storie, ma li sviluppa man mano che questi vivono le intense storie scritte da Horie o Buronson.

Altro argomento dell’intervista è stato l’anime storico di Ken il guerriero. In sostanza, nonostante sia noto a livello mondiale, Hara non ne è mai stato pienamente soddisfatto. Il maestro infatti lamenta la semplificazione del tratto che necessariamente si è dovuta operare ma che, a suo avviso, tradisce il lavoro che egli ha fatto con il manga. Miura, giusto per mettere un po’ di benzina sul fuoco, gli ha fatto eco affermando che solo ad un artista di talento può accadere una simile tragedia. Tuttavia, giusto per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, entrambi hanno concordato sul fatto che un adattamento animato – per quanto oggigiorno non sia più redditizio come un tempo – rimane uno dei metodi più efficaci per spingere il pubblico ad interessarsi al manga d’origine. Stesso discorso è stato fatto per i manga spin-off. Hara ha dichiarato di partecipare attivamente alla loro creazione, in special modo le serie Naoe Kanetsugu e Kaze No Gunshi (rispettivamente derivanti da Hana No Keiji ed Ikusa No Ko), per le quali il maestro crea i personaggi importanti non solo dal punto di vista estetico, ma anche della personalità. In più, egli supervisiona il lavoro degli autori più giovani, controllando gli storyboard ed apportando miglioramenti ove necessario. Chiaramente tutto ciò comporta un bel carico di lavoro per il maestro Hara, ma egli sembra ripagato dal fatto non solo di riempire dei vuoti che da solo non riuscirebbe a colmare, ma anche di lavorare fianco a fianco con le nuove leve, che a suo avviso hanno molte idee nuove ed entusiasmanti. Non è sempre stato così, in realtà, perché in passato ha anche avuto dei diverbi con alcuni che non si attenevano alle sue direttive, ma oggi si sente soddisfatto del risultato e, anche se questi manga sono disegnati da altri, ritiene che i suoi input siano sempre ben visibili. Con un sorriso sornione ha aggiunto: “Ora che sono un po’ più anzianotto le persone tendono a darmi ascolto. Grazie al cielo ho superato i cinquant’anni!”

Argomento conclusivo della lunga chiacchierata è stato il metodo di lavoro del maestro Hara. Egli si è dichiarato infatti molto severo riguardo la realizzazione di un manga, definendolo come una forma di “disciplina”. Per quella che è la sua esperienza, infatti, quando si è disegnato per un tempo sufficiente si entra in una fase di concentrazione talmente alta che ogni altra cosa – compreso se stessi – scompare e conta soltanto il manga. Si viene presi da un sentimento di euforia che, secondo lui, rappresenta la vera gioia di un mangaka, ma che, quando finisce, ti lascia in uno stato di prostrazione tale che spesso ha temuto perfino di essere in punto di morte. Eppure, nonostante tutto, il maestro Hara non smette di entrare in questo particolare stato (che egli ha chiamato “la zona”) ogni volta che realizza un nuovo capitolo di un suo manga, anzi, ne ha fatto una vera e propria filosofia di vita. Perché se da un lato ha sempre ritenuto che un mangaka ha una sorta di responsabilità verso le nuove generazioni, che potrebbero allontanarsi da questa strada se vedessero i loro idoli “consumarsi” e morire giovani, dall’altro si è convinto col tempo che dare la propria vita per questo lavoro può essere una virtù. A tal proposito il maestro Miura ha aggiunto che, nonostante tema che invecchiando il suo piacere nel disegnare possa trasformarsi in pena, ha intenzione di farlo anche fino a novant’anni.

L’ultima domanda che Miura ha rivolto ad Hara, sempre restando legati al tema del lavoro come mangaka, riguardava la possibilità – visti i numerosi anni di carriera che entrambi hanno alle spalle – di arrivare ad un certo punto a perdere l’ispirazione, a non avere più stimoli. Hara ha risposto che la mancanza di idee è la norma e sarebbe dura se dovesse fare tutto da solo ma, fortunatamente, ha al suo fianco Nobuhiko Horie e tutto il resto dello staff della Coamix a sostenerlo. A questo ha aggiunto che, a volte, lo stimolo viene alimentato dal fatto che i giovani lo fanno “arrabbiare” (nel report originale non viene spiegato cosa voglia dire, ma con ogni probabilità e scherzosamente, Hara si riferiva al fatto che, ogni tanto, trova lo stimolo nel dover mostrare alle nuove leve, ancora inesperte, come si lavora). Infine, ha concluso dicendo che lavorare ed avere a che fare con così tante persone è qualcosa che aumenta il karma. Quel, karma, secondo lui, prima o poi torna indietro e aiuta sia te che le persone che ti stanno attorno.

Nel chiudere l’intervista, il maestro ha rivolto un particolare messaggio a Kentaro Miura, dicendogli che superata una certa età si diventa sicuramente più saggi e più esperti, ma il fisico diventa più fragile. Quindi il consiglio è di non pensare di poter gestire ogni cosa da solo ma delegare invece ai giovani e riservarsi il ruolo di guidarli. A suan volta il maestro Miura, che con i suoi 27 anni passati a lavorare su Berserk è ormai anch’egli un veterano di questo mestiere, ha accolto il messaggio con rinnovato entusiasmo.

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