Anime Tribute – Lupin III

Ben ritrovati con la rubrica dedicata agli anime che ci hanno tenuto compagnia da bambini e che magari – come in questo caso – continuano a tenerci compagnia ancora oggi. Stavolta parliamo di un cult che oserei definire immortale e che oggi, 10 agosto 2017, compie ben 50 anni: Lupin III !!

lupin

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Lupin Sansei (ルパン三世)
Episodi: 23, 155, 50, 24
Registi: Molti, ma i primi furono Masaaki Osumi, Hayao Miyazaki e Isao Takahata, che gettarono le basi per tutte le serie successive
Character Design: Yasuo Ōtsuka, Takeo Kitahara, Yusan Aoki, Hisao Yokobori
Musiche: Takeo Yamashita,ji Ōno
Produzione: Tokyo Movie Shinsha
Prime TV (J):
197119771984 2015
Prime TV (ITA):
1979198119872015

Trama e tematiche principali

Chi non conosce Lupin, l’imbattibile ladro gentiluomo che viaggia attorno al mondo mettendo a segno colpi impossibili? E chi non conosce Jigen, l’infallibile pistolero che spara seguendo la tesa del proprio cappello? Chi, ancora, non conosce Goemon, il silenzioso samurai la cui spada è capace di tagliare di tutto con estrema precisione o Fujiko, la bellissima, spregiudicata ed inafferrabile ladra che ha fatto della seduzione la sua arma più pericolosa? Infine, chi non conosce Zenigata, stoico ispettore dell’Interpol che ha fatto della cattura di questi stupefacenti criminali la sua ragione di vita, inseguendoli in ogni angolo del globo? Personaggi ormai entrati nell’immaginario collettivo, i protagonisti dell’anime Lupin III sono noti al grande pubblico e restano fedeli a sé stessi praticamente da mezzo secolo, tanto che basta nominarli a chiunque per richiamare alla mente le precise caratteristiche di ognuno. E questi, in fondo, sono gli unici elementi della trama che è necessario conoscere per godersi ogni singolo episodio o special televisivo, ogni singolo film cinematografico ed ogni singolo OAV legati alla serie, senza distinzione alcuna.

lupin personaggi

In prima battuta si potrebbe pensare che questo sia un limite, perché la consueta formula nota come “squadra che vince non si cambia” ha spesso portato tante serie (non solo animate) ad arenarsi in una ripetitività che presto o tardi ne hanno decretato la fine, mentre invece per Lupin e soci l’incantesimo non si rompe mai e le loro storie riescono sempre ad affascinare e a tenere incollati i telespettatori davanti allo schermo. Perché se magari in un episodio i nostri eroi hanno a che fare con il tipico riccone megalomane che vuole conquistare il mondo, in un altro se la vedono con stregoni in grado di resuscitare i morti, spietati killer dagli strani poteri e chi più ne ha più ne metta. Sembra infatti non esserci limite alla varietà di imprese di cui Lupin e la sua banda si sono resi e si rendono ancora protagonisti, ma è comunque possibile individuare all’interno di esse una serie di temi ricorrenti che adesso andremo a vedere.

lupin cagliostro

Il fulcro principale attorno a cui ruotano tutte le vicende è sempre e comunque l’umanità, quell’insieme di sentimenti e valori positivi che distinguono i protagonisti dai loro nemici. Lupin e i suoi compagni sono infatti dei ladri, persone che si muovono con disinvoltura negli ambienti criminali, eppure capaci di mostrare un senso morale maggiore dei “mostri” contro cui si ritrovano di volta in volta a dover combattere. Occhio però: Lupin non è Robin Hood, non ruba ai ricchi per dare ai poveri, sia chiaro, ma è sempre pronto a fare la cosa giusta quando le circostanze lo richiedono , anche a costo di rimetterci. E questo è ciò che spesso e volentieri, nonostante tutto, permette a Zenigata di ritrovarsi dalla stessa parte della barricata del suo arcinemico, perché i criminali veri, continua a ripeterci la serie, sono quelli che non si fanno alcuno scrupolo a calpestare la vita e la dignità del prossimo pur di raggiungere i propri scopi. Anni luce prima che Nolan ci catechizzasse con Batman Begins, Lupin ci insegnava già che “non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica”.

A seguire, è la temerarietà di Lupin e dei suoi compagni a costituire l’altro elemento fondante della serie. Essi infatti non provano diletto in “semplici” rapine in banca o assalti a furgoni portavalori, perché l’arricchirsi, per loro, non è lo scopo principale, ma l’eventuale conseguenza, un premio aggiuntivo se vogliamo, di quel pericoloso gioco che li spinge, di volta in volta, a mettersi alla prova contro sfide apparentemente impossibili. Il gusto di riuscire a violare fantascientifici sistemi di sicurezza ritenuti inviolabili, la consapevolezza di essere gli unici al mondo a mettere a segno dei colpi che tutti gli altri non avrebbero nemmeno la fantasia d’immaginare, l’essere per questo temuti e rispettati ma anche braccati costantemente dalle forze dell’ordine e bersaglio, spesso e volentieri, di altri ambiziosi criminali, rappresentano la vera ricompensa delle imprese di Lupin e soci.

Terzo importante elemento è la libertà. I protagonisti, infatti, non sono fuorilegge solo perché ciò che fanno costituisce reato, ma lo sono proprio con il cuore. Benché essi stessi posseggano una morale, non possono però vivere secondo le normali regole della società perché, come si suol dire, “gli unici pesci che seguono la corrente sono i pesci morti”. E se Zenigata incarna proprio quella “legge” che cerca di continuo di ingabbiarli e ricondurli sulla “retta via”, Lupin, Jigen, Goemon e Fujiko sono l’incarnazione di un’individualità che non riconosce padroni se non il proprio desiderio di sentirsi vivi. Non un’istigazione a delinquere, quindi, ma un grido che incita lo spettatore a non lasciare che siano altri a decidere cosa dovrebbe fare della sua vita. Un monito che, anche se rivolto principalmente alla società giapponese, si può estendere ad ogni latitudine ed ogni età, forse il vero motivo per cui Lupin è un mito intergenerazionale.

Caratteristiche peculiari

La prima caratteristica che colpisce qualsiasi spettatore delle vicende di cui si rendono protagonisti il ladro gentiluomo e la sua banda è di certo il profondo senso d’avventura che vi si respira. Traendo spunto dai film di James Bond, i personaggi non stanno mai fermi, sono sempre in giro per il mondo – spaziando con disinvoltura tra luoghi realmente esistenti ed altri di pura fantasia – alla ricerca di nuove sfide da affrontare e immensi tesori su cui mettere le mani. Anche l’atmosfera generale, connubio di sonorità, mode e costumi tipicamente anni ’60 e ’70, ha un suo peso specifico non indifferente, soprattutto nelle prime serie, quelle più famose. In particolare la colonna sonora di Lupin è stata sempre molto ricercata. Che si trattasse della musica jazz accompagnata dalla voce di Charlie Kosei o dell’energica “Super Hero”, cantata da Tommy Snyder, la scelta dei brani ha donato all’anime un’aura molto più affascinante ed internazionale rispetto alla quasi totalità delle altre produzioni del Sol Levante. Dulcis in fundo, i protagonisti stessi, con le loro vite ed il loro passato, rappresentano spesso il fulcro delle appassionanti trame dei diversi episodi, film e OAV. Tanto Lupin, quanto Jigen, Goemon, Fujiko e anche Zenigata hanno sempre qualche “scheletro nell’armadio”, qualche vecchio amore / amico / nemico o qualche mistero da rivelare (sì, anche dopo ben 10 lustri!) e ciò, di per sé, già da solo costituisce un motivo che spinge lo spettatore a continuare a seguire l’evolversi delle loro avventure.

Il manga originale

Creato da Monkey Punch (nome di battaglia di Kazuhiko Katō), Lupin inizia le sue prime scorribande sulle pagine di Weekly Manga Action nell’ormai lontano 10 agosto 1967 ed è subito un grosso successo. Questo perché, pur nascendo come Seinen (manga per adulti) e quindi con contenuti espliciti, riesce a far presa anche sul pubblico più giovane e la prima serie, che era stata pensata per durare soltanto 3 mesi, viene prolungata fino al 1969 proprio per via di questo inaspettato ed enorme consenso. E se visivamente, per via del peculiare stile di disegno dell’autore, già si notano parecchio le differenze rispetto alle varie trasposizioni animate, quello che davvero colpisce chiunque abbia letto il manga è che i protagonisti, a parte forse Fujiko, godono di una caratterizzazione profondamente diversa da quella che ormai quasi tutto il mondo ritiene come “canonica” e che ho descritto all’inizio dell’articolo. Lupin e soci, su carta, non sono infatti solo più libertini nei costumi, ma anche più spregiudicati sul piano morale. Anche le dinamiche che li vogliono tutti come una banda affiatata sono in realtà diverse da quelle che abbiamo imparato a conoscere e, nella maggioranza dei casi, ognuno persegue i propri scopi personali. Oltretutto, cosa che mai si è vista sullo schermo, Monkey Punch si divertiva molto a far rivolgere i personaggi direttamente al lettore: Lupin e gli altri si rendono conto infatti di essere solo i protagonisti di un fumetto e non è raro vederli lamentarsi proprio delle scelte dell’autore! Insomma, di differenze ce ne sono veramente tantissime.

“Ma perché tutta questa differenza?”, vi starete chiedendo. Beh, in realtà dietro non c’è chissà quale oscura ragione ma il semplice fatto – comune a quasi tutte le opere che vengono trasposte in animazione – che il pubblico di riferimento è diverso. Se, infatti, come ho già detto, Lupin nasce quale fumetto per adulti, con tutti gli annessi e connessi del caso, le diverse serie anime, gli special televisivi e i vari film sono invece rivolti il più possibile alla “massa”, cioé ad un pubblico talmente eterogeneo da riuscire a garantire, a chi produce l’animazione, un numero di ascolti abbastanza elevato da generare un ritorno economico in grado di giustificare l’intera operazione. Successe quindi che, quando la Tokyo Movie Shinsha, nel 1971, decise di mandare in onda la prima serie animata di Lupin, quella della “giacca verde”, cercando (pur con tutte le dovute censure) di rimanere più fedele allo spirito del manga, non ottenne i risultati sperati. Recuperò ascolti soltanto con le successive repliche, ma era chiaro che bisognava accattivarsi i favori del pubblico modificando un po’ di cose. Nel frattempo, comunque, Monkey Punch accompagnò questa prima trasposizione animata pubblicando nuovi episodi cartacei dal 1971 al 1972 (episodi che vennero poi raccolti assieme ai precedenti e considerati un’unica prima serie). Nel 1977 ci provarono di nuovo: una nuova serie animata, quella famosa della “giacca rossa”, ed una nuova serie manga ad accompagnarla. Stavolta però le due cose andarono avanti su binari diversi e fu lì che, con un’impostazione significativamente diversa rispetto alla serie precedente, l’anime ottenne il riscontro che si cercava, tanto da arrivare a sfornare ben 155 episodi (contro i soli 23 della prima). Questo, tuttavia, se da un lato decretò il successo anche a livello mondiale di Lupin, fornì a sua volta lo “stampo” che ogni produzione animata sul ladro e i suoi soci avrebbe poi avuto da allora in poi.

Magari qualcuno penserà che l’autore, giustamente, abbia delle rimostranze circa questo “snaturamento” dei suoi personaggi, no? Sorpresa, a Monkey Punch, invece non glie ne può fregare di meno e, anzi, ama vedere Lupin in animazione, apprezzando di volta in volta sia il lavoro svolto da chi si occupa del lato tecnico vero e proprio, sia quello dei diversi registi, ognuno dei quali restituisce la sua particolare visione di Lupin. A tal proposito ci tiene a precisare che “Il Castello di Cagliostro” di Miyazaki è la produzione che più gli piace. Non ci credete? Nel caso, date un’occhiata a questa intervista (in inglese) del 2003. 😉

Lupin e l’Italia: amore indissolubile

Accompagnato dalle note di Planet-O, Lupin è approdato sui nostri teleschermi nel 1979, divenendo quindi uno dei primi anime protagonisti della grande invasione iniziata solo un anno prima con il mitico Goldrake. Da quel momento in poi si è accasato nel Bel Paese e non se n’è andato più, specialmente quando, poco dopo, è passato nelle mani di Mediaset, che ne ha sancito la vera e propria trasformazione in un’icona iniziando a trasmettere ogni singolo anime, film, special televisivo o OAV esistente e mescolando il tutto in una serie infinita di repliche.

Uno dei lati particolarmente positivi di questa gestione quasi esclusiva è stato quello di avere, nella stragrande maggioranza degli adattamenti, una continuità nel cast delle voci italiane, in special modo per quello che riguarda Lupin e Jigen, rispettivamente doppiati da Roberto del GiudiceSandro Pellegrini, due grandi professionisti che purtroppo la morte ci ha strappato via già da alcuni anni. A loro, indiscutibilmente, va il merito di aver contribuito a scolpire nella memoria dei telespettatori il ricordo di questi grandiosi personaggi. Tuttavia, come accaduto a tanti altri anime passati sotto le sforbicianti mani di Mediaset, lo scotto da pagare sono state delle censure a volte anche piuttosto pesanti, ma questo non ha sminuito l’amore degli italiani verso Lupin e soci. Tale amore, nel corso del tempo, non ha solo creato un mercato per t-shirt, borse e altri gadget a tema, ma è sfociato spesso in iniziative uniche e memorabili. Quella che ritengo più importante è la speciale collaborazione instaurata, a partire dal 1994, tra i Kappa Boys e Monkey Punch. Tale sodalizio ha portato non solo alla pubblicazione di Alis Plaudo, esclusivo episodio manga disegnato proprio dall’autore originale su testi dei mitici redattori di Kappa Magazine, ma alla creazione di una vera e propria collana di manga, denominata Lupin III Millennium, realizzata da diversi disegnatori italiani (in realtà uno è realizzato da Shinichi Hiromoto, che dovreste conoscere per Jagi il fiore malvagio) ma sempre sotto la supervisione del papà di Lupin.

 

Un altro bel tributo è sicuramente Basette, un corto presentato nel 2008 da Gabriele Mainetti (oggi famoso per “Lo chiamavano Jeeg Robot”) e interpretato nientemeno che da Valerio Mastandrea, Daniele Liotti, Flavio Insinna, Gabriele Giallini e Luisa Ranieri.

Ultima, ma solo in ordine di tempo, la coproduzione italo-nipponica della recente serie Lupin III – L’avventura italiana, completamente ambientata nel nostro paese e trasmessa da noi in anteprima mondiale (!) nell’estate del 2015.

Sì, lo so, veniva mandata in onda ad orari improponibili e con la peggior sigla che ci si potesse aspettare (senza contare altre “cosette” che ci sono andate storte tipo che in Giappone poi l’hanno trasmessa con diverse scene migliorate…), ma tale produzione resterà comunque una pietra miliare nel rapporto tra Lupin e l’Italia.

Un’avventura senza fine

Molti forse non sanno che, diversamente da tanti anime che abbiamo conosciuto e amato da bambini, Lupin è (dopo Doraemon), l’unico che in Giappone non ha mai avuto momenti di stanca. Ogni anno vengono infatti prodotte non solo nuove storie animate (siano esse special televisivi, serie o film), ma anche nuove storie cartacee (sia per mano di Monkey Punch che di altri mangaka), tanto che, a voler elencare tutto ciò che è stato realizzato su Lupin, c’è letteralmente da perdersi.

Tra le produzioni più recenti, oltre alla già citata avventura italiana, non si possono non menzionare la serie tv “La donna chiamata Fujiko Mine” e i film “La lapide di Jigen Daisuke” e “Goemon Ishikawa imbrattato di sangue”, che hanno puntato i riflettori ognuno su un diverso componente della banda.

 

Menzione a parte, invece, per il non proprio riuscitissimo film dal vivo, del quale sarebbe più che altro bello sapere chi è il genio del marketing che ne ha scelto la locandina italiana…

In più, notizia piuttosto fresca, annunciata durante l’ultima edizione del Japan Expo tenutasi lo scorso luglio, è in lavorazione una nuovissima serie animata, stavolta ambientata in Francia, la terra che ha dato i natali allo scrittore Maurice Leblanc, creatore dell’originale Arsène Lupin da cui Monkey Punch ha tratto ispirazione. Insomma, dopo 50 anni di onorata carriera, un cerchio che si chiude.  🙂

Ci sarebbe ancora tantissimo da dire, ma ci fermiamo qui, con questa accattivante fan-art disegnata da Domenico “Handesigner” Alfieri, artista italiano che molti conoscono proprio grazie alla sua passione per Lupin, qui ritratto assieme a Fujiko e alla mitica Fiat 500 sullo sfondo di Cava de’ Tirreni.

 

shortlink: http://wp.me/p1KoP8-7ri

 

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[1987 – 2017] Trent’anni di Ken il guerriero in Italia

Molti magari non l’avranno notato, ma il 2017 segna il trentesimo anniversario dello sbarco di Kenshiro sulle reti televisive nostrane. Difficile è risalire ad una data precisa perché, avendo debuttato su diverse emittenti locali in tempi e in orari differenti, non vi è alcuna certezza circa l’effettivo giorno della prima messa in onda. Quello che è certo però, è che il guerriero di Hokuto da allora, per me come per tantissimi altri, è diventato come uno di famiglia. Perché? Credo per tanti motivi, ma per quanto mi riguarda è capitato in un periodo particolarmente felice della vita, sovrapponendosi ai ricordi più belli dell’adolescenza. E non è forse questo il “segreto” della maggioranza delle serie cult? Ebbene, se in altre occasioni ho preferito parlare in generale della storia di Ken, della sua genesi e di come sia giunto fino ad oggi cavalcando i decenni senza perdere neanche un po’ di smalto, in questo post l’idea è di parlare di come Ken l’ho vissuto io, sicuro che questo tuffo nel passato risveglierà i ricordi di tanti  🙂

La prima volta che io e Ken ci siamo incontrati è stato a casa di mio nonno. Dopo aver passato una vita prima al fronte e poi a lavorare la campagna, mio nonno si era ritrovato a starsene a casa per motivi di salute e quindi, mentre oggi la gente passa le giornate sui social, lui all’epoca poteva soltanto fare zapping tra ciò che offrivano le diverse reti televisive. Nel 1987, come molti ricorderanno, i palinsesti pomeridiani erano letteralmente inondati di cartoni di ogni genere e mio nonno si ritrovò quindi giocoforza a guardarli. Inutile dire che in breve tempo si appassionò così tanto a certe serie che ormai si era praticamente creato il suo palinsesto personale, saltando con precisione da un’emittente all’altra in base all’orario per seguire la messa in onda delle nuove puntate. Fu così che un giorno, mentre io ero arrivato da poco e mi ero seduto lì sul divano, terminata la rituale visione di Quark il saggio progenitore allungò il braccio verso la tv e spinse il pulsante per cambiare canale, portandosi su Junior TV.

Quello che vidi ebbe su di me un profondo impatto. Dopo Černobyl’, la paura della guerra atomica era un argomento sentitissimo e, in particolare, mi era rimasta impressa una frase dal film The Day After, una citazione di Einstein che recitava: “Non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so come si combatterà la quarta: con bastoni e pietre”. Oggi le paure sono altre, siamo nella morsa di una crisi economica di cui sembra non vedersi mai la fine, ma all’epoca tanto l’Italia quanto il Giappone vivevano un periodo di benessere. E quindi “il nemico”, l’ombra nera che aleggiava sull’umanità era quella di un’imminente conflitto nucleare e non si trattava solo di un argomento utile ad imbastire la trama di qualche film hollywoodiano, ma era qualcosa che influenzava realmente le discussioni di tutti i giorni. Se ne parlava anche a scuola. Insomma, dire che Ken il guerriero capitava a fagiolo non esprime pienamente il concetto. Nella mia mente  si è innescato quindi un vero e proprio cortocircuito quando ho sentito per la prima volta l’introduzione del cartone animato, con la voce narrante che diceva:

“Siamo alla fine del ventesimo secolo. Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche. Sulla faccia della Terra gli oceani erano scomparsi e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti. Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta”.

Poi è partita la bellissima e suggestiva sigla degli Spectra

La musica da sola creava già un’atmosfera tesa, mentre le parole racchiudevano disperazione, morte e violenza in maniera che definirei poetica. E tutto questo solo per quanto concerne lo scenario in cui si muoveva il protagonista. Che dire invece degli altri elementi, sapientemente “scippati” altrove dagli autori e amalgamati assieme per creare quel mix unico? Partiamo dalle arti marziali: mio padre e mio zio, suo fratello minore, erano appassionati dei film di Bruce Lee. Quelli erano anni in cui i palinsesti delle TV abbondavano di tali produzioni. Mio zio, già menzionato, aveva la sua piccola palestra in camera da letto e, appesi alle pareti, diversi poster proprio di Bruce Lee. Scene riprese dai suoi film e le cui pose le ritrovavo pari pari in Kenshiro in diversi episodi del cartone. Perché Kenshiro ERA Bruce Lee, c’è poco da fare. Laddove l’autore del fumetto originale aveva cercato di creare una commistione tra diversi attori (tra i quali Mel Gibson e, in seguito, Sylvester Stallone) per caratterizzare fisicamente il personaggio, chi si era occupato di trasporre l’opera in animazione aveva decisamente posto l’accento sulla somiglianza tra il protagonista ed il defunto attore e maestro di arti marziali, tanto da copiarne anche le movenze e le varie urla di battaglia. Certo, gli effetti “esplosivi” dei colpi di Kenshiro, così di primo acchitto mi disgustarono un po’, non lo nascondo. D’altronde ero un bambino, ero cresciuto fino a quel momento vedendo al massimo esplodere mostri giganti eliminati sistematicamente da Mazinga e Goldrake in maniera “asettica”. Ci misi un po’ a metabolizzare il tutto. L’episodio in questione, onestamente, non ricordo quale fosse nello specifico. Sicuramente era uno tra quelli della prima parte della saga, che tra l’altro all’epoca avevano il brutto vizio di stopparsi e ricominciare daccapo peggio di quello che sarebbe poi successo con la casa di Leo ne I Cavalieri dello Zodiaco.

Ecco, nonostante questo vero e proprio colpo di fulmine (dal cielo), a quel tempo non riuscii a seguire Ken puntata dopo puntata. Perché? Perché purtroppo a casa mia Junior TV non prendeva bene (per lo stesso motivo mi sarei poi perso buona parte delle puntate del primissimo passaggio televisivo di Dragonball, ma questa è un’altra storia…). Dato che non sempre potevo passare il pomeriggio a casa di mio nonno, provai anche a risintonizzare il canale alla meno peggio, ma il risultato era un’immagine tanto disturbata da farti perdere una diottria al secondo. Insomma, per un po’ dovetti metterci una pietra sopra ed accontentarmi di vederlo occasionalmente. Passarono un po’ di anni, durante i quali l’amore per Ken il guerriero si diffuse in tutto lo stivale e portò la neonata Granata Press del mitico Luigi Bernardi a pubblicarne, a partire dalla fine del 1990, il manga originale.

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NOTA: Prima che arrivino i soliti precisini… sì, lo so che prima di Granata Press qualche rivista tipo Japan Magazine aveva pubblicato degli episodi cartacei di Ken (e non solo), ma quello che molti ignorano è che tali pubblicazioni erano realizzate senza l’acquisizione di alcuna licenza dal Giappone e con traduzioni che erano frutto di pura fantasia. Quindi Ken, in Italia, viene pubblicato ufficialmente dal 1990 in poi. Caso chiuso.

Purtroppo persi anche questo treno. Quando seppi che Ken usciva in edicola, infatti, era già il 1992. Perché vivendo in un paesino, anche l’edicola aveva i suoi limiti. Oggi l’idea farebbe ridere, perché siamo abituati alle fumetterie e alle librerie specializzate, ma all’epoca era così. Tanto Zero quanto altre riviste e altri manga, in quel periodo, uscivano dalle mie parti forse una volta sì e due no. Oltretutto, spesso finivano in angoli così remoti dell’edicola stessa che per vederle dovevi o avere la fortuna che ti ci cadesse l’occhio o sapere già dove andare a guardare. Ad ogni modo fu solo grazie al primo volumetto de I Cavalieri dello Zodiaco (sempre di Granata Press), stavolta messo in bella mostra, che seppi che anche Ken veniva pubblicato in Italia. In quei mesi, infatti, Ken e i Cavalieri esordivano in volumetti monografici più o meno in contemporanea, solo che mentre i santi di Athena partivano presentando le prime storie, per Ken si era optato diversamente: il primo volume non presentava la serie dall’inizio, ma continuava da dove si era fermata la pubblicazione su Zero. Questo significava dover recuperare quasi una trentina di numeri della suddetta rivista tramite il servizio arretrati, cosa che per me, che  autofinanziavo le mie passioni risparmiando principalmente su colazioni e merende varie, era quantomeno un miraggio. E quindi niente, nell’attesa che ci fosse qualche tipo di ristampa integrale, dovetti a malincuore passare la mano.

Di lì in poi, iniziò in Italia il vero boom dei manga. Di colpo, un po’ come era successo tanti anni prima con gli anime, con le emittenti nazionali e locali che acquisivano qualsiasi cosa venisse dal Giappone, ora tutti si buttavano a pubblicare i fumetti del Sol Levante. In effetti furono anni magnifici. Oltre alla già citata Granata Press c’erano la Star Comics (con la sua divisione manga guidata dai famosi Kappa Boys) e diverse altre realtà editoriali più o meno grandi come Play Press e simili. Sempre in quegli anni, per soddisfare anche la voglia di animazione, aveva inziato a muovere i primi passi la Yamato Video. In tutto questo, Kenshiro e soci fecero un po’ la parte del leone, tanto che non solo venne pubblicato in VHS (sempre da Granata Press) il famoso film d’animazione del 1986 ma, ben presto, la serie televisiva passò finalmente sul circuito di reti che costituivano Italia 7, permettendomi di recuperare il tempo perso. Tra l’altro il canale prevedeva una rotazione del palinsesto per la quale Ken veniva trasmesso ben 3 volte al giorno: mattino presto, ora di pranzo e ora di cena. Quindi, come dicevo all’inizio, Ken finì per sovrapporsi ai ricordi più belli di quegli anni perché lui c’era sempre. Facevi colazione ed era lì, andavi a scuola ed era sulla bocca di tutti, tornavi da scuola ed era lì, uscivi con gli amici e si parlava degli episodi appena visti, tornavi a casa per cena ed era ancora lì. Ken c’era sempre, anche quando t’innamoravi e quando prendevi le prime sbronze e, male che andasse la giornata, potevi sempre ricaricarti con questa…

Alzi la mano chi, ai tempi, non ha mai provato a registrarsela direttamente dalla TV. Altro che mp3 e lossless! Cassettina, registratore piazzato davanti allo speaker e si andava a comandare!  😂

Ricordo ancora mia madre che, lungi dal dirmi di non vederlo, rimaneva però perplessa di fronte a certe scene e, guardandomi, diceva: “che seccia” (che dalle mie parti equivale ad un “che cavolata”). Intanto però, con questa scusa, se lo vedeva pure lei. Che poi non so se ero particolarmente fortunato io, ma a casa mia tutti guardavamo cartoni.  A pranzo lo vedevo spesso assieme a mio padre che, sempre per la passione sui film di arti marziali di cui parlavo prima, mi chiedeva i dettagli sui personaggi e rimaneva quasi a bocca aperta durante i combattimenti. Che poi, cosa che mi è già capitato di sottolineare in passato, secondo me la vera chiave del successo di Ken in Italia – tolta la spettacolarità dei duelli e delle tecniche segrete dei protagonisti -risiede nei sentimenti spesso esasperati dei personaggi. Perché da popolo dal sangue caldo quale siamo, non potevamo restare indifferenti di fronte a guerrieri che combattono principalmente per l’amore di una donna, a uomini che danno la vita per amicizia… a vicende tragiche in cui la speranza per il futuro risiede tutta nel coraggio e nella forza d’animo non solo di Kenshiro, ma di tutti coloro che decidono di affiancarlo nel suo viaggio.

Comunque, giusto per ricordare a che livello eravamo in quegli anni, basta un attimo pensare che Ken non era solo in TV ma praticamente ovunque. E non mi riferisco solo ai lunghi articoli dedicati dalle riviste di settore come Mangazine e Kappa Magazine (che, se avete nostalgia, potete trovare qui), ma a merchandise di ogni tipo che includeva cartoline, card collezionabili, album di figurine, VHS della serie televisiva, un remix da discoteca della sigla italiana, gioco di carte e gioco di ruolo, solo per citare le cose più semplici da trovare in commercio, ma bastava entrare in negozi un attimino più specializzati come anche solo una fumetteria per trovarci anche merce d’importazione come le action figures, i portachiavi, le statue e tanto altro.

Tra l’altro, anche se a quei tempi internet era ancora uno strumento che definire elitario è un eufemismo,   bastava sfogliare un numero di Mangazine a caso per trovare il mitico Catalogo Hunter che, aggiornato ogni mese, presentava un lunga lista di prodotti (con relativi prezzi) che era possibile ordinare dal Giappone tramite un semplice vaglia postale. Ovviamente non mancavano i CD con le colonne sonore originali di Ken e diverso altro merchandise correlato. Qualche amico si fece spedire  l’album Hokuto No Ken Original Songs  e da allora via a registrare le cassette e a diffondere tra gli amici il “verbo” delle sigle originali. Insomma, di quegli anni anni non mi posso di certo lamentare, tanto più che la Star Comics, a partire dal gennaio del 1997, pubblicò una nuova edizione del manga originale, così potei finalmente colmare anche quella lacuna.  Ciliegina sulla torta, nel 1999 arrivò da noi anche il romanzo di Ken.

Certo, bisogna pure dire che tanta popolarità ebbe il suo rovescio della medaglia. A causa dei suoi contenuti violenti, Ken il guerriero divenne infatti facile bersaglio per chi cercava un perfetto capro espiatorio da legare alle azioni sconsiderate di alcuni giovani che in quegli anni riempivano le pagine di cronaca. Uno fra tutti, il famoso caso dei sassi dal cavalcavia (che potete leggere nel dettaglio cliccando qui). Ora non mi va di addentrarmi tanto nel discorso sulla miopia dei cosiddetti “esperti” e giornalisti vari che scelsero Ken come vittima della loro gogna mediatica, ma è curioso come la storia tenda sempre a ripetersi. Infatti lo stesso era già successo tanti anni prima, quando addirittura si era arrivati ad un’interrogazione parlamentare su Goldrake (ne parlavo qui) e, più in generale, argomentazioni simili saltavano fuori ogni volta che qualche adolescente si rendeva protagonista di episodi violenti. Sarebbe bello ogni tanto ricordare che Caino uccise Abele quando non esistevano gli anime, ma forse – pensiero personale – per la nostra società è molto più comodo additare altri come fonte del problema piuttosto che gettare la maschera ed assumersi ogni tanto la responsabilità dei mostri che genera.

Un’altra cosa che mi ricordo con piacere di quegli anni furono i diversi videogames dedicati a Ken che era possibile reperire per la maggioranza delle console in commercio (anche se quasi tutti erano in giapponese, sigh). Tra tutti, vale la pena menzionare quello davvero mitico uscito per Playstation nel 2000

Oggi a rivederlo fa tenerezza, con quei pupazzoni poligonali che solo la nostra fervida immaginazione poteva davvero associare al tratto dinamico ed accattivante della serie animata e del manga, ma per i tempi era l’avverarsi di un sogno. Sì, è anche vero che più che un gioco era una serie di filmati lunghissimi intervallati da brevi sessioni di combattimento vero e proprio, ma questo non mi impedì di giocarlo e rigiocarlo un’ifinità di volte affrontando a testa bassa i menù in giapponese (senza capirci un accidente, ovvio) e sbloccare i diversi extra che il titolo offriva, in special modo i personaggi con cui affrontare avversari umani in duelli uno contro uno. Così, a memoria, potrei dire che quel gioco rappresentò, almeno nella mia percezione delle cose, la degna conclusione di un ciclo. Ken era arrivato, ci aveva conquistato e pian piano se n’era andato, scomparendo dalla TV e dalle edicole.

Vero è che di lì a poco – più precisamente a settembre del 2001 – l’allora neonata LA7 avrebbe deciso di riproporre l’anime storico nel tardo pomeriggio, ma chi c’era si ricorderà benissimo che l’esperimento ebbe un inaspettato quanto ridicolo esito: le puntate vennero infatti trasmesse in versione censurata! Sì, avete letto bene. LA7 andò davvero a profanare le puntate tagliando le parti in cui si vedevano le esplosioni ed altre forme di violenza, rendendole di fatto inguardabili e piene di “buchi”. Chiaramente smisi subito di guardarlo perché ogni volta era come assistere ad uno stupro, ma per quanto mi sembra di ricordare la cosa durò poco (forse altri protestarono oppure, più semplicemente, gli ascolti calarono in maniera drastica) e Ken venne sostituito (mi pare) da Ranma 1/2.

E mentre il guerriero latitava la mia vita andava avanti. Con gli amici più stretti si giocava ancora ogni tanto al gioco di ruolo, ma nel frattempo mi ero fidanzato e mi stavo preparando al matrimonio. Sì, su una rivista di settore avevo anche letto che in Giappone era iniziata la pubblicazione di Souten No Ken, il nuovo manga di Hara che aveva per protagonista un predecessore del Kenshiro che tutti conoscevamo, ma le notizie erano scarse e la mia testa comunque rivolta altrove. Per un po’ ci perdemmo di vista, io e Ken, e solo nel 2004, trovando in edicola il primo volume italiano di Ken il guerriero – Le origini del mito (cioé proprio quel Souten No Ken di cui avevo letto 3 anni prima), iniziai a riavvicinarmi al mondo di Hokuto.

Ken il guerriero - Le Origini del Mito

L’anno seguente acquistai i 3 OAV che componevano Ken il guerriero – La trilogia e a giugno 2006 mi registrai sul forum di Hokutonoken.it per poter discutere con altri appassionati e scoprire magari qualcosa che non sapevo. Nel 2008, mentre in Giappone si concludeva la Pentalogia e in Italia era da poco approdato al cinema il primo capitolo della stessa, assieme a MusashiMiyamoto e diversi altri conosciuti proprio in rete, fondai il forum di 199X. Qui iniziò effettivamente per me il nuovo ciclo. Se fino ad allora ero stato spettatore passivo delle diverse produzioni, da quel momento in poi mi sono adoperato (coadiuvato proprio dall’insostituibile Musashi) per approfondire e condividere sempre più tutto il possibile su Hokuto No Ken. News, traduzioni di interviste e manga, chiarimenti sugli aspetti più criptici della serie, recensioni, anteprime, guide, schede dettagliate e tanto altro ancora. Tutte cose sulle quali abbiamo fatto scuola e che ancora oggi, nonostante il tempo libero si sia notevolmente ridotto, mi piace portare avanti con la stessa passione di un hacker smanettone alla continua ricerca di sistemi da violare. Anche perché se quando ero ragazzo potevo intuire magari dei significati particolari in quello che vedevo, non era nulla in confronto a quello che ho scoperto man mano che ho fatto ricerche sull’argomento. In Hokuto No Ken ci sono tanti riferimenti storici, filosofici, religiosi e mitologici relativi al Giappone che c’è letteralmente da perdersi e questo ha creato per me un circolo vizioso secondo il quale più scopro, più rimango affascinato e più ho voglia di condividere con altri appassionati. Che poi sì, nella vita ci sono sicuramente cose ben più importanti per cui gioire, come trovare la donna giusta e sposarla, avere dei figli e accompagnarli nel lungo cammino della crescita,  benedizioni che non si possono eguagliare e che ho avuto la fortuna di ricevere, ma la bellezza di coltivare talmente bene un interesse da ricevere consensi e stima da coloro che usufruiscono di quello che scrivi, beh, non si può negare che sia una grossa soddisfazione.

Mentre scrivo questo pezzo non so dire se, quando e come riuscirò a portare a termine tutte le cose (tante, forse pure troppe) che ancora ho in mente di fare su questo sito ma quello che è certo è che, grazie a Ken, mi sono divertito, mi diverto ancora e ho conosciuto tante belle persone, quindi, come il grande Raoh, posso tranquillamente dire: “Non ho alcun rimpianto!”

Shortlink: http://wp.me/p1KoP8-2Cs

CITY HUNTER TRIBUTE

A cura di Marco Nero (testi) e Squalo Densetsu (contributi addizionali)

Tanti sono i manga che durante il boom economico degli anni ’80 hanno raccolto uno spropositato successo –Ken il guerriero, Ranma 1\2, Dragon Ball, Akira, I Cavalieri dello Zodiaco, Le bizzarre avventure di Jojo, solo per citarne alcuni – un periodo, quello dei magici 80’s, in cui presero forma nuove idee e nuovi stili e in cui i disegnatori appassionati di cinema come Tetsuo Hara ed Akira Toriyama riversarono le loro passioni nel proprio lavoro.

Fra tutti gli esempi da me citati ve ne era uno però che mescolava sapientemente Azione/Detective Story e commedia sentimentale: City Hunter.

La maggioranza lo ricorderà per via della serie animata mandata in onda su Italia 7 (e, in seguito, su altre TV locali) nella seconda metà degli anni ’90, mentre chi conosce il manga originale saprà anche che sono già passati ben 31 anni dall’inizio delle rocambolesche avventure di Ryo Saeba. Creato dal geniale Tsukasa Hojo, già padre di Cat’s Eye (Occhi di Gatto), City Hunter vede infatti la luce come serie regolare il 26 febbraio 1985 sulle pagine del settimanale Shonen Jump, divenendo presto uno dei capisaldi della famosa rivista della Shueisha e, più in generale, uno dei maggiori successi nell’immenso panorama delle produzioni nipponiche.

TRAMA E PERSONAGGI

Ryo Saeba è un detective ed assassino prezzolato che opera nel quartiere di Shinjuku, a Tokyo. Come contattarlo? Scrivendo le iniziali XYZ sulla lavagna della stazione. Infallibile tiratore ed esperto del combattimento corpo a corpo, Ryo è talmente in gamba da esser soprannominato negli ambienti della malavita con il nome di “City Hunter”, il “cacciatore metropolitano”.  A questi enormi talenti si affianca però un enorme difetto: Ryo è un maniaco sessuale. Un uomo dalla mentalità talmente libertina da mettere a rischio l’incolumità delle proprie clienti (perché non accetta incarichi da clienti maschi!) con le sue continue avanches. A tenerlo a bada ci pensa Hideyuki Makimura, ex poliziotto ed amico fedele che, con la sua calma, riesce a fare da perfetto contraltare all’esuberanza di Ryo. I due collaborano fino a quando, sfortunatamente, Hideyuki perde la vita per colpa di un associazione  criminale chiamata UNION TEOPE, specializzata nel traffico di una droga chiamata “Angel Dust”, che agisce come una sorta di doping i cui tossicodipendenti diventano pazzi assassini. In punto di morte, Makimura prega Saeba di prendersi cura di sua sorella minore Kaori che, da quel momento in poi, diviene la nuova partner di City Hunter. Da qui si dipartono una lunga serie di avventure (in gran parte slegate tra loro) che vedono quasi sempre coinvolte bellissime clienti che, da un lato cercano l’aiuto di Ryo, ma dall’altro devono far fronte alla sua stessa libidine, espressa in fantasiosi e sempre più elaborati assalti sessuali che vengono spesso sventati solo grazie a Kaori ed al suo ormai famosissimo martellone punitivo!

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Durante le loro avventure Ryo e Kaori verranno a contatto con diversi personaggi e coprimari: Umibozu (Falcon), killer nemico di Ryo che finirà per allearsi con lui; Saeko Nogami (Selene), ispettore della polizia di Tokyo e seducente femme fatale sempre pronta al doppio gioco, che promette costantemente a Saeba una “notte d’amore” in cambio di incarichi di cui non darà mai il compenso; Miki che salvata da Umibozu in tenera età ne diventerà la dolce metà; Reika Nogami sorella di Saeko che chiede spesso aiuto a Ryo per risolvere casi del suo studio privato, promettendo anche lei dei pagamenti in natura che non verserà mai.

In più, mancante nell’anime ma con un ruolo centrale nel manga vi è Mick Angel, ex collega di Ryo che aveva fondato con lo stesso l’agenzia “City Hunter” in America, e che tenterà di ucciderlo per conto della UNION TEOPE.


TSUKASA HOJO

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Classe 1959, Tsukasa Hojo mostrava attitudine al disegno già a partire dall’età prescolare, quando cercava di riprodurre su carta i personaggi dei suoi cartoni animati preferiti. Eppure, paradossalmente, l’uomo che sarebbe divenuto uno dei più famosi mangaka a livello mondiale NON nutriva alcun interesse per i fumetti, ai quali si avvicinò soltanto alle medie, quando si lasciò influenzare da un compagno di classe che amava disegnarli. Fu comunque solo al terzo anno delle superiori che realizzò, assieme ad altri compagni, il suo primo fumetto completo. Quello fu anche il periodo in cui iniziò (e finalmente, possiamo dire… 😀 ) ad appassionarsi davvero ai manga, cominciando a leggerne diversi e continuando a disegnare tavole nel tempo libero. Il primo vero sbocco per questo suo hobby arrivò all’università quando, su consiglio di un amico, si mise a realizzare fumetti ed illustrazioni per una rivista amatoriale pubblicata dai suoi compagni più anziani della facoltà d’arte. Nonostante tutto, però, per il giovane Hojo quello di disegnare restava uno svago, non riusciva a prenderlo come un impegno, tanto che spesso non portava a termine ciò che iniziava. Fu quindi un vero e proprio scherzo del destino che lo portò, nel 1979, a partecipare al Tezuka Award indetto da Shonen Jump ed aggiudicarsi il secondo premio con il manga “Space Angel”. Hojo infatti non leggeva le riviste di fumetti (comprava solo le raccolte in volume) e non aveva quindi la minima idea dell’esistenza del concorso!

“Nel periodo delle vacanze estive, mentre frequentavo l’università, durante il giorno facevo dei lavoretti, mentre la sera avevo del tempo libero che utilizzavo per disegnare le tavole a fumetti: ne realizzavo una ogni notte. Dopo averne fatte 27, un mio amico mi disse che le avrebbe mandate al premio Tezuka e, quindi, anch’io pensai che se avessi vinto un premio sarei stato contento; così completai la storia in 31 pagine e sfacciatamente la mandai al concorso”.

Fu da quel momento in poi che Tsukasa Hojo decise di impegnarsi sul serio: l’anno seguente realizzò infatti “Ore ha otoko da!” (おれは男だ! – Io sono un uomo!) manga di ambientazione scolastica che venne pubblicato sul numero di agosto del Weekly Jump e segnò il suo debutto tra i professionisti, mentre nel 1981 diede il via al suo primo grande successo: Cat’s Eye!

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Parlando proprio di Occhi di Gatto è interessante notare che nel manga vi è un personaggio, Masato Kamiya, soprannominato “Il Topo” (e assente nella versione animata), che di fatto è stato  la base su cui Hojo ha poi sviluppato la figura di Ryo Saeba, infilandola dapprima in due episodi pilota – City Hunter XYZ (1983) e City Hunter Double Edge (1984) – e infine in una sua serie regolare (1985).

Nel corso degli anni, molti sono stati i lavori di questo grande artista. Tra i tanti vanno sicuramente ricordati Rash!! (1994-1995), Family Compo (1996-2000) e, dulcis in fundo, Angel Heart, iniziato ormai nel 2001 e tuttora in corso. Su quest’ultimo vale la pena spendere qualche parola in più, visto che NON si tratta di un vero e proprio sequel di City Hunter ma di un’opera ambientata in un universo “alternativo” in cui Kaori è morta in un tragico incidente ed il suo cuore è stato trapiantato nel petto di Shan In, una spietata killer professionista soprannominata Glass Heart. L’incontro tra lo stagionato sweeper e la giovane assassina determinerà per entrambi un profondo cambio di rotta nelle rispettive esistenze, dando vita ad uno dei più piacevoli manga degli ultimi anni. Oltre ad aver ricevuto una  trasposizione animata di 50 episodi, Angel Heart ha recentemente ottenuto un riuscito live drama in cui troviamo l’apprezzato attore e doppiatore Takaya Kamikawa a vestire i panni di Ryo Saeba.

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Tornando al maestro Hojo, è doveroso sottolineare la sua profonda amicizia con Tetsuo Hara e Nobuhiko Horie. Maturato ai tempi in cui tutti e tre lavoravano per Shonen Jump, questo rapporto li ha portati, in seguito, a fondare assieme la Coamix e la North Stars Pictures, ed è proprio in tale ambito che Hojo ha avuto modo di contribuire al revival di Hokuto No Ken degli scorsi anni, creando il personaggio di Reina.

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Oltre a tutto questo, negli ultimi anni Tsukasa Hojo compone, con Tetsuo Hara, Nobuhiko Horie e Ryuji Tsugihara (altro membro fondatore di Coamix e NSP) la speciale giuria del Silent Manga Audition, il concorso internazionale per aspiranti mangaka che, recentemente, ha permesso ad un nostro connazionale di volare fino in Giappone e  farsi una bella chiacchierata proprio con il maestro!


DIFFERENZE FRA ANIME E MANGA

City Hunter non è un opera violenta, ma nella trasposizione in cartone animato di quegli anni venne a perdersi la componente comica principale del fumetto; vale a dire l’esagerata voglia di sesso di Ryo Saeba, che nell’anime venne edulcorata non poco e che comunque in entrambe le opere veniva frenata sul nascere da Kaori, sotto forma di una martellata di 100 Tonnellate sul cranio del disgraziato protagonista.
Il MOKKORI e’ una delle trovate più divertenti della serie, ed in pratica è un suono onomatopeico che accompagna le erezioni di Ryo e che lo stesso utilizza con un gergo particolare nei confronti delle donne con cui vorrebbe avere rapporti sessuali (“Mokkori” fra i molteplici significati ha anche quello di “Ti do una botta”). Oltre a censurare questo aspetto del protagonista, che lo rendeva meno eroico e sicuramente molto più subdolo, nel passaggio televisivo si perse completamente l’esistenza della UNION TEOPE e dei suoi mercenari comandati dall’ex padre adottivo di Ryo e di Mick, per non menzionare Bloody Mary, figlia di un rivoluzionario in America Centrale che conobbe il protagonista durante la stessa guerra in cui combattè fianco a fianco del genitore Shin Kaibara. Al posto della UNION TEOPE nell’anime vi è la Red Pegasus, associazione fondata da un poliziotto corrotto che fu il mandante dell’omicidio di Hideyuki.

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Ciononostante è affascinante osservare come Ryo Saeba pur con la sua filosofia libertina venga amato da Kaori, che è il freno dei suoi impulsi libidinosi nonchè l’unica donna che Ryo ama davvero nella vita e che non si sognerebbe mai di portare a letto… nonostante non disdegni qualche maliziosa toccatina di tanto in tanto.


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Molti lo sapranno già ma, in Giappone, il doppiatore di Ryo Saeba era Akira Kamiya, lo stesso del nostro amato Kenshiro!


INFLUENZA CULTURALE E PARTICOLARITA’

City Hunter è un manga, al pari di Ken il Guerriero, molto influenzato dalla televisione e dal cinema dell’epoca. Non a caso il protagonista si veste con giacche multicolori come faceva Don Johnson nel famoso telefilm Miami Vice, O che porti in alcune scene lunghi impermeabili come Charles Bronson nel “Giustiziere della Notte”. Molto influenzata dalla cultura occidentale anche la rappresentazione del protagonista, alto dal fisico tonico e massiccio e muscoloso, ma “tradito” dal tratto di Tsukasa Hojo che evolvendosi sviluppa uno stile proprio e riconoscibile persino nell’iconografia del viso e nel taglio degli occhi dei protagonisti, forse gli unici nel panorama del fumetto giapponese ad avere gli occhi a mandorla.

Tsukasa Hojo rappresenta i suoi personaggi in un modo molto realistico, tanto da rappresentare uno dei migliori  mangaka della sua generazione per dettagli ed un sapiente uso dei chiaroscuri e dei retini grafici.

Il manga come l’anime è un prodotto anni ’80, e come già detto riscontrabile in tutti gli accessori sfoggiati dai protagonisti, compresa la mitica 357 magnum utilizzata da Saeba, velato riferimento alla 44 magnum di Harry Callahan della serie di film “Dirty Harry”, o i Ray Ban sfoggiati da Saeba e Hideyuki riconducibili a quelli indossati da Stallone nel film “Cobra”.

Oltre a 4 serie animate, un film d’animazione per il grande schermo, 2 OAV e 3 special televisivi, City Hunter ha avuto una prima versione dal vivo, per il grande schermo, nel 1993. E nei panni di Ryo c’era… *RULLO DI TAMBURI*… Jackie Chan!

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Esiste anche un serial televisivo coreano ispirato (molto vagamente, in realtà…) a City Hunter. Nei 20 episodi che lo compongono, andati in onda nel 2011, storia e personaggi cambiano radicalmente e tutta l’ambientazione viene spostata da Tokyo a Seul. Dice “ma che mi significa chiamare una serie City Hunter se non c’entra NULLA con City Hunter?”. Boh, non lo so, misteri della fede…

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GLI OMAGGI DI CITY HUNTER A KEN IL GUERRIERO

In occasione di questo tributo non potevamo certo esimerci dall’elencare tutti i passaggi in cui il maestro Hojo si è divertito a “prendere in giro” il suo grande amico e collega Tetsuo Hara !
(Nota: le seguenti scansioni sono tratte dalla prima edizione italiana ad opera della Star Comics)

In questa pagina, tratta dal quarto volume italiano (risalente all’aprile 1996), vediamo il nostro Ryo vantarsi delle proprie doti da imitatore e, tra gli altri, assumere le sembianze di Kenshiro!

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In queste vignette, tratte dal settimo volume (luglio 1996), c’è poco da spiegare: lo stallone di Shinjuku conosce tecniche segrete adatte ad ogni occasione ed il suo spirito combattivo si accende e ne strappa le vesti mentre punta il dito (e non solo quello  😀 ) verso Saeko. Vi ricorda qualcuno?

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Anche qui non credo servano molte spiegazioni: il volume è il quattordicesimo (febbraio 1997)

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In queste pagine, tratte dal volume 17 (maggio 1997), Ryo rimprovera a Kaori il fatto di non leggere Ken il guerriero e quindi – mentre gli passa prontamente una copia di Shonen Jump, la rivista su cui allora venivano pubblicate le avventure del successore di Hokuto – di non sapere che lì è pieno di “tomo” (amici-nemici, come dice Ryo, o più poeticamente “rivali e compagni”), termine che Hara usa nel suo manga per definire tutta quella schiera di personaggi che si scontrano tra loro all’ultimo sangue ma che allo stesso tempo nutrono stima reciproca.

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Al ventesimo volume (agosto 1997), Ryo si trucca e si traveste da donna. Possiamo dire con certezza che “la sua bellezza da tutti i pori trasuda” 😀

In queste due pagine, tratte dal volume 36 (dicembre 1998), in realtà l’omaggio è diretto ad un altro capolavoro di Tetsuo Hara (che nel frattempo aveva concluso Ken), all’epoca pubblicato sempre su Shonen Jump: Hana No Keiji. (Se vi riesce difficile leggere, cliccate sull’immagine)

Dal canto suo, il maestro Hara pare non aver dimenticato tutti gli affettuosi sfottò dell’amico, tanto che, in occasione dei trent’anni di carriera di Tsukasa Hojo, lo ha omaggiato con la sua personale interpretazione di Ryo e Hitomi (la “Sheila” di Occhi di Gatto). A voi i commenti… 😀

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Anime Tribute – I Cavalieri dello Zodiaco

Nuovo appuntamento con la serie di articoli celebrativi sugli anime cult della nostra infanzia. Mettetevi comodi, fate partire la musica e bruciate il vostro Cosmo fino ai limiti estremi, perché oggi parliamo dei Cavalieri dello Zodiaco!

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SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Saint Seiya (聖闘士星矢)
Episodi: 114
Regia: Yasuhito Kikuchi, Kozo Morishita
Character Design: Shingo Araki, Michi Himeno
Musiche: Seiji Yokoyama
Produzione: TOEI ANIMATION
Prima TV (J): dal 11 / 10 / 1986 all’ 01 / 04 / 1989
Prima TV (ITA): 1990

Trama e tematiche principali

Si narra, sin dall’antichità, che quando l’umanità giunge sull’orlo del baratro, appaiono i “Saint”, i Cavalieri di Athena, per riportare la pace. Ognuno di essi è rappresentato da una costellazione e protetto da una un’armatura sacra, in grado di esaltarne la potenza. Seiya è un orfano che, suo malgrado, è stato inviato da piccolo in Grecia proprio per divenire un Cavaliere ed impadronirsi delle vestigia di Pegasus. Sottoposto per anni a massacranti allenamenti, ha imparato a combattere facendo “esplodere” il suo Cosmo, quella forza interiore, simile a quella delle stelle, che alberga in ogni essere umano. Il ragazzo ha resistito così a lungo solo perché la fondazione Grado (da noi fondazione Thule), che lo ha costretto a seguire un così duro cammino, gli ha anche garantito che al ritorno lo avrebbe fatto ricongiungere con Seika (Patricia per il pubblico nostrano), l’amata sorella maggiore dalla quale era stato separato. Tornato in Giappone, però, scopre che Seika è scomparsa proprio quando lui è partito per la Grecia e che, da allora, se ne sono perse le tracce. Ma la fondazione, ora nelle mani della giovane Saori (Lady Isabel), ha organizzato la Battaglia Galattica, un torneo per mettere a confronto tutti i Cavalieri che hanno fatto ritorno con la propria armatura: se Seiya vincerà, sarà impiegata ogni risorsa pur di rintracciarne la sorella.

Di qui in poi, la storia è un continuo crescendo. Inizialmente riluttante a prestarsi ancora al volere della fondazione, il protagonista scopre ben presto che c’è in gioco molto più che la sua sola vita. Saori è infatti la reincarnazione della dea Athena, tornata fra gli uomini  per contrastare le minacce che incombono sul pianeta. La prima di esse è la più subdola: un conflitto fra Cavalieri delle sue stesse fila, originato dalla volontà del Gran Sacerdote. Molti sono i guerrieri che cadono durante le epiche battaglie che seguono, mentre Seiya stringe un legame sempre più forte con Shiryu (Sirio il Dragone), Shun (Andromeda), Hyoga (Crystal il Cigno) e Ikki (Phoenix),  suoi compagni d’arme. Assieme a loro riesce a sconfiggere dapprima i Silver Saints, i Cavalieri d’Argento e infine a superare le 12 case presidiate dai Gold Saints, i Cavalieri d’Oro e sventare una volta per tutte i piani di Saga di Gemini, colui che ha ordito l’intero complotto e che aveva usurpato il posto del vero Gran Sacerdote, da tempo defunto.

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Ma, come dicevamo prima, per quanto sofferto questo è solo l’inizio. Conclusasi quella che viene generalmente definita come la “Battaglia del Grande Tempio”, inizia infatti una nuova lotta nelle gelide terre di Asgard, territorio di Hilda di Polaris, sacerdotessa di Odino, e dei suoi Cavalieri, i God Warrior, ognuno rappresentato da una stella del Grande Carro dell’Orsa Maggiore. Subito dopo, lo scontro con il reincarnato Nettuno e i suoi Mariners, a guardia delle 7 colonne che sostengono i 7 mari, conclude l’anime televisivo.

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Il tema più importante, il punto cardine dell’intera serie, è la lealtà. Che sia verso i propri amici, verso un ideale, verso coloro che sono chiamati a proteggere o servire, quasi tutti i guerrieri che compaiono nel racconto, non solo i protagonisti ma anche gli antagonisti, preferirebbero morire piuttosto che tradire ciò in cui credono o le persone che ripongono fede in loro. Basti pensare che è la lealtà di Aiolos (Micene di Sagitter), un singolo Cavaliere d’Oro, ad innescare tutta la catena di eventi che si sviluppano in seguito. Seiya stesso, all’inizio più egocentrico, affronta un processo di vera e propria crescita in tal senso. Le battaglie che affronta, infatti, gli permettono di forgiare non solo una grandiosa amicizia con gli altri Cavalieri, ma anche il suo proprio carattere: quel ragazzino interessato soltanto a ritrovare sua sorella, infischiandosene di guerre galattiche e responsabilità, diventa man mano lo stoico paladino di Athena e dell’umanità, disposto a mettere in gioco la vita più e più volte e senza la minima esitazione.  Potremmo citare Ikki, capace di tornare letteralmente dal mondo dei morti pur di difendere suo fratello minore Shun, oppure Shiryu, divenuto l’emblema stesso di chi si sacrifica costantemente per il bene dei compagni, e potremmo passare in rassegna i personaggi per ore ed ore ma, sicuramente, chiunque di voi ha scolpito nella propria memoria qualche momento particolare dell’anime in cui traspare questo valore.

Un altro tema, strettamente legato al primo, è il coraggio. Quel coraggio che permette di affrontare continue sfide anche contro avversari che sembrano infinitamente superiori e che porta i protagonisti a progredire, migliorarsi e superare ogni ostacolo che gli si pari di fronte, a dispetto di qualsiasi classificazione o prospettiva. Un messaggio forte, ribadito dalla prima all’ultima puntata, partendo da un ragazzino che si trova a sfidare un gigante, passando per l’acquisizione del Settimo Senso  fino ad arrivare alla sconfitta di una vera e propria divinità, che ricorda allo spettatore che solo combattendo si è in grado di rovesciare la sorte. Come diceva Alessandro Magno, “nulla è impossibile per chi osa”.

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Infine, a completare questa “santissima trinità” di tematiche che si rincorrono e si alimentano a vicenda, troviamo la speranza. Questa, in particolare, è l’unica caratteristica che distingue in maniera profonda i cinque protagonisti principali dal resto dei personaggi. Essi infatti, diversamente dai loro avversari, riescono a trovare la forza di lottare anche quando ormai tutto sembra perduto e questo li “eleva” al di sopra di chiunque altro, anche degli déi. Limitati proprio da una visione pessimistica dell’umanità e, di conseguenza, del futuro, i nemici vengono costantemente sbugiardati da questi adolescenti, la cui giovane età è essa stessa il simbolo di una nuova generazione, di un avvenire pieno di opportunità per sé e per il mondo intero, un domani in cui poter fare tesoro degli errori commessi e progredire.

Caratteristiche peculiari

Carta vincente dei Cavalieri dello Zodiaco è la mitologia. Sembrerà assurdo, ma nella sua “semplicità”, questa è stata forse la caratteristica che, più di altre, ha permesso alla serie di riscuotere tanto successo. Mentre per il popolo del Sol Levante, abituato per tradizione ad un diverso sistema astronomico, tutto questo era sufficientemente esotico da scatenare forte curiosità e ammantare l’opera di un’aura mistica mai vista prima, per noi occidentali  (in particolare chi, come me, all’epoca studiava a scuola proprio certe cose), stabiliva una tale connessione con la nostra cultura da risultare affascinante ed irresistibile. E non era qualcosa che si limitava ad un paio di richiami sporadici: nomi, tecniche speciali, sceneggiatura, determinate situazioni in combattimento… nella maggioranza dei casi pescavano a piene mani da un patrimonio di leggende, tradizioni e religioni che spaziava a 360°.

Allo stesso tempo, il character design studiato dai leggendari Shingo Araki (che abbiamo già nominato parlando di Goldrake) e Michi Imeno, unito alla grande macchina dell’animazione che erano gli studi Toei dell’epoca, ha permesso di produrre uno spettacolo visivo accattivante e che è stato capace di migliorare episodio dopo episodio, arrivando a toccare picchi tali da lasciare letteralmente a bocca aperta. Se poi a questo aggiungiamo una colonna sonora di quelle che si imprimono a fuoco nella mente, merito del mitico compositore Seiji Yokoyama e dei Make-Up, la band che ha creato la sigla d’apertura Pegasus Fantasy, non è così difficile capire come mai i Cavalieri siano ancora oggi tanto popolari.

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Il manga originale

Originariamente, la serie vede la luce in forma cartacea per mano di Masami Kurumada, mangaka della “vecchia scuola” che già da 11 anni lavorava per Shueisha e che, proprio da alcuni suoi lavori precedenti per lo stesso editore, riprende molte idee. Da Ring ni kakero (リングにかけろ- Metticela tutta sul ring), manga sulla boxe pubblicato tra il 1977 ed il 1981, l’autore riprende non solo l’aspetto del protagonista principale, ma anche gli allenamenti al limite della resistenza umana, il gruppo di eroi formato da cinque membri e l’utilizzo di attacchi segreti dai nomi “cool”. In più, a partire dal 17° volume della serie, vengono introdotti gli avversari del Team Grecia, tutti portatori di nomi quali Orfeo, Ulisse, Teseo, Icaro e Apollo e, col proseguire della serie, entrano in scena le Dodici Divinità Greche: Zeus, Cassandra, Artemide, Orione, Prometeo, Medusa, Narciso, Pegaso, Venere, Poseidone e Ade. In particolare, Venere è chiaramente la base su cui verrà poi costruito il personaggio di Aphrodite (Fish). Da Fūma no Kojirō (風魔の小次郎Kojirō dei Fūma), pubblicato tra il 1982 ed il 1985, Kurumada riprende invece l’idea di “armi sacre” (nel caso specifico delle spade) che hanno la caratteristica di poter essere utilizzate solo ed esclusivamente dal loro rispettivo proprietario. In questo manga compare per la prima volta il Cosmo, concetto che verrà poi espanso in Otoko Zaka (男坂 – Inclinazione maschile), serie prematuramente interrotta realizzata tra il 1984 ed il 1985.

Nonostante tutto questo riciclaggio di idee, è divertente notare quanto la trama di Saint Seiya (anzi, Ginga No Rin – 銀河の輪 – Rin della Galassia, come avrebbe dovuto chiamarsi inizialmente) , almeno nella sua concezione primordiale nella mente di Kurumada, fosse molto distante da quella che tutti conosciamo. L’autore, infatti, colpito dal film Karate Kid, in principio voleva creare una storia con protagonisti un gruppo di giovani karateka (chiamati Seisenshi, Sacri Guerrieri) dai poteri sovrumani che lottavano contro le forze del male protetti da armature. A questo concetto voleva poi legare la mitologia greca e le costellazioni. Fortunatamente per noi, elaborando e rielaborando a lungo le idee (l’autore si era preso un periodo di pausa dopo la cattiva riuscita di Otoko Zaka), decise di cambiare nome sia alla serie che al protagonista e di rivedere buona parte della trama e degli elementi. Così, finalmente, nel dicembre del 1985, sulle pagine del settimanale Shonen Jump, compare il primo episodio del manga di Saint Seiya.

Copertina della prima storica raccolta in volume

C’è da dire che, almeno agli esordi, le sacre armature dei nostri eroi erano davvero ben poco accattivanti. Seiya e gli altri partecipanti alla Battaglia Galattica erano davvero poco protetti e il loro appeal commerciale ridotto praticamente a zero.

armatura di pegasus manga originale

Nonostante questo, il manga divenne una delle serie di punta di Shonen Jump e quindi, fin da subito, si iniziò a pianificare tutto ciò che da esso sarebbe derivato in quegli anni. Vennero fatti degli studi dei personaggi per la realizzazione dell’anime e, almeno in fase progettuale, Shingo Araki tentò di trasporre le armature in maniera fedele al manga:

primi studi

Ma, come dicevamo prima, nonostante tutta la bravura di Araki, quelle armature avevano ben poco fascino a livello commerciale. Ai piani alti della Bandai, finanziatrice della produzione, fu subito chiaro che, per vendere i modellini dei personaggi che avevano in cantiere, c’era bisogno di aggiustare il tiro. Di conseguenza vennero fatti ulteriori studi, fino a quando non si giunse all’aspetto definitivo che tutti conosciamo (notare il raccapricciante Pegasus romanista della fase intermedia):

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A meno di un anno dall’inizio del manga, presero quindi il via l’anime e la produzione di quelle tanto amate figures in armatura (in gran parte giunte anche da noi, grazie a Giochi Preziosi) che ancora oggi rappresentano una fetta veramente importante del mercato del collezionismo, con nuovi e sempre più particolareggiati modelli costantemente immessi sul mercato da Bandai.

I Cavalieri dello Zodiaco in Italia: una storia d’amore e odio

Se c’è una cosa in particolare che ha sempre distinto l’edizione italiana dell’anime di Saint Seiya (a parte il cambiamento dei nomi del 99% dei personaggi) è sicuramente l’adattamento dei dialoghi. Fin dai suoi esordi sulle nostre reti nel 1990, la serie si è presentata infatti con un registro aulico dai forti rimandi a Dante, ai poemi omerici e all’epica cavalleresca. Certo è che in fondo, visti i temi trattati, tale scelta non era poi così malvagia, e in effetti all’epoca ce lo siamo goduti così, senza porci troppi problemi su quello che poteva essere il modo di parlare originale dei protagonisti. Ci andava bene il “Fulmine di Pegasus” come ci andavano bene le “Ali della Fenice” e il “Colpo Segreto del Drago Nascente”, per dire. E il successo fu strepitoso: mentre il cartone macinava ascolti a ruota libera, la Giochi Preziosi importava i pupazzetti in armatura di Bandai e li vendeva a carrettate.

Poi, dopo qualche anno è arrivato da noi anche il manga. E lì è stata la “fine”. A partire da quel momento, diversi che fino al giorno prima cantavano a squarciagola la sigla italiana iniziarono insospettabilmente a scoprirsi puristi dell’opera originale, gettando le prime basi di quell’insanabile spaccatura nel pubblico tra chi ancora oggi arriva a fare petizioni online per richiamare i vecchi doppiatori sulle nuove serie e chi invece darebbe fuoco a tutto perché proprio non ce la fa a non sentire “Scarlet Needle” piuttosto che “Cuspide Scarlatta”.

Una leggenda che non finisce

Quando, tra il 1989 ed il 1990, si conclusero sia l’anime televisivo che il manga originale, sembrava che per Pegasus e soci l’avventura fosse finita. Bandai e Toei (che pure avevano prodotto ben 4 film d’animazione mentre la serie era in corso) non mostrarono alcun interesse ad animare l’ultima parte del manga, mentre Kurumada, chiusa quella fase, si dedicò negli anni seguenti alla realizzazione di diverse nuove opere che non raggiunsero mai lo stesso successo dei Cavalieri. La situazione cambiò drasticamente a partire dal 2002, quando finalmente si decise di riprendere l’anime da dove si era fermato e  venne pubblicato il primo dei 31 OAV che ripercorrono la lotta contro Ade e la sua armata di Specter. In contemporanea sono stati lanciati sia il manga Saint Seiya -Episode G, prequel realizzato da Megumu Okada e ambientato pochi anni prima dell’inizio della serie originale, in cui i protagonisti sono i Cavalieri D’Oro, sia il romanzo Gigantomachia, scritto da Tatsuya Hamazaki. Il 2004 è stato l’anno del film d’animazione per il grande schermo Saint Seiya – Tenkai -hen, ambientato dopo la fine della guerra contro Ade (e che doveva essere anche il prologo di un nuovo anime mai realizzato).  Kurumada stesso è poi tornato a dire la sua dal 2006 con Saint Seiya Next Dimension, sequel ufficiale del manga (stavolta totalmente a colori), mentre sempre nello stesso anno è iniziato anche Saint Seiya – The Lost Canvas, altro prequel firmato dal mangaka Shiori Teshirogi e poi trasposto in animazione (anche se in maniera incompleta) che narra le imprese dei Cavalieri del 18° secolo e della loro strenua lotta contro Ade. Negli anni più recenti abbiamo poi avuto il “bambinesco” anime Saint Seiya Omega (dal 2012 al 2014), Saintia Sho (2013), manga spin-off con protagoniste delle guerriere dedicate ad Atena, il deludente film in CG Saint Seiya – Legend of Sanctuary (2014) e, infine, Saint Seiya – Soul of Gold (2015), anime trasmesso online (che potete trovare qui con sottotitoli in italiano). In tutto questo, una pioggia di videogames, pachislot, merchandise e soprattutto nuovi modellini, segno inequivocabile di un brand che non solo non ne vuole sapere di cadere nel dimenticatoio, ma che cerca sempre di restare al passo con la voglia di nuove produzioni dei fan.

Chiudo con questa fan art, appositamente realizzata da Luca Papeo (abbiamo parlato di lui a proposito di Ufo King Goldrake), che ritrae i nostri cinque “mitici eroi” in posa plastica.

Anime Tribute – L’Uomo Tigre

All’inizio dell’anno ho inaugurato Anime Tribute, una nuova rubrica dedicata agli anime che ci hanno tenuti incollati alla TV durante la nostra infanzia. Dopo un primo appuntamento in cui abbiamo voluto rendere onore a Goldrake, la scelta sull’anime storico da trattare nel secondo articolo era praticamente obbligata. Non potevamo infatti esimerci dal parlare di un personaggio e di una serie che, ben prima di Ken il guerriero, aveva portato sui nostri teleschermi cruente lotte e nobili sentimenti a vagonate. Stiamo ovviamente parlando de “L’Uomo Tigre” .

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Titolo originale:
Tiger Mask
(タイガー・マスク)

Episodi:
105

Regia:
Takeshi Tamiya

Character Design e
Direzione dell’Animazione:
Keiichiro Kimura

Musiche:
Shunsuke Kikuchi

Produzione:
TOEI ANIMATION

Prima TV (J):
dal 2 / 10 / 1969
al 30 / 09 / 1971

Prima TV (ITA):
1982

Trama e tematiche principali

Tratta dall’omonimo manga scritto da Ikki Kajiwara e disegnato da Naoki Tsuji,  la serie narra le vicende di un violento lottatore che, forgiato dai disumani addestramenti dell’organizzazione criminale nota come Tana delle Tigri, irrompe con inaudita brutalità sulla scena dei circuiti di lotta libera del Giappone facendo scempio dei propri avversari. Eppure, anche se ormai sepolto da anni e anni di spargimenti di sangue, il suo cuore non ha smesso di provare amore. Quando, infatti, Naoto Date (questo il suo vero nome) rientra accidentalmente in contatto con Ruriko e la realtà da cui entrambi provengono, ovvero quella di un orfanotrofio da cui fuggì quando era ancora solo un ragazzino, inizia allora un percorso nuovo:  la sua vita non sarà più dedicata semplicemente a causare dolore, ma mirata ad uno scopo più alto, quello di aiutare, attraverso gli introiti degli incontri disputati, gli orfani di cui la donna si è fatta carico. Questo, tuttavia, lo porterà a scontrarsi con gli altri micidiali lottatori inviati da Tana delle Tigri, che di certo non può stare a guardare mentre il denaro che Naoto sarebbe tenuto a versargli viene invece utilizzato a scopi umanitari. Il protagonista metterà quindi a rischio la vita nel corso di numerosi combattimenti, fino al confronto diretto con i vertici stessi dell’organizzazione, trionfando.

tiger mask 01

Questa, per sommi capi, la trama di un anime che lancia messaggi potenti ed immortali ancora oggi. Temi sui quali è doveroso soffermarsi per ricordare quanto bene ci ha fatto un “cartone animato” di ieri rispetto a ciò che produce la vuota programmazione odierna.

Il primo importantissimo tema è quello della redenzione. Senza scendere in dissertazioni religiose, l’Uomo Tigre ci mostra un uomo, Naoto, che ha praticamente venduto l’anima al Diavolo (Tana delle Tigri) per poter realizzare le proprie ambizioni. Un percorso che lo ha segnato profondamente ma nel quale, grazie alla propria umanità residua, riesce finalmente a tornare sui propri passi. E questo desiderio di riscatto diventa il filo conduttore di tutti gli episodi dell’opera, attraverso una serie infinita di incontri mortali. Perché l’insegnamento qui è chiaro: quella del male può anche non essere una strada senza ritorno, ma il prezzo da pagare è sempre alto. Una regola di vita immortalata dal sangue che il protagonista versava copioso in ogni combattimento sul ring. Quando, nell’ultimo episodio, la maschera di questo eroe dannato viene violentemente strappata via dal nemico, finalmente la redenzione è completa: L’Uomo Tigre non esiste più, c’è solo Naoto Date, il cui viso viene rigato dalle lacrime mentre con una sonora risata sottolinea la fine del suo inferno personale e la rinascita ad una nuova vita. Ed è Naoto Date che, infine, si scaglia con ferocia contro Grande Tigre per ucciderlo e mettere fine al male. Per sempre. In quella drammatica e sanguinosa sequenza finale, in cui l’avversario non può far altro che subirne la furia, Naoto sancisce non solo la sua vittoria su Tana delle Tigri, ma la vittoria contro ciò che era diventato.

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Il secondo tema, non meno importante, è quello dell’amicizia. A partire dal piccolo Kenta, orfano indisciplinato ma incrollabile sostenitore dell’Uomo Tigre, passando per Giant Baba, che arriverà ad utilizzare un’identità segreta per aiutarlo, fino alla già citata Ruriko, che ne  segue con apprensione gli incontri, la serie mette in campo dei personaggi che, pur non riuscendo mai a scorgere fino in fondo il cuore del protagonista, accettano di sostenerne la lotta. In questo senso, non siamo molto lontani dagli “amici e rivali” di Ken. Emblematici  i casi di Diavolo Giallo, che da acerrimo nemico diviene inseparabile amico dell’Uomo Tigre e di Daigo Daimon, che morirà sul ring per combattere i capi di Tana delle Tigri. Anche qui, come in Hokuto No Ken, benché il protagonista porti avanti una battaglia solitaria, tutti gli amici che incontra contribuiscono a farlo avanzare nel suo cammino. Lo fortificano e lo spronano ad andare avanti. Un modello sul quale varrebbe la pena riflettere oggi più di allora, trovandoci in una società che ha svuotato il termine “amico” del suo reale valore, trasformandolo in una definizione di poco conto, utile magari a distinguere semplicemente alcuni nomi che figurano nella propria lista contatti su Facebook ma di cui, nel 90% dei casi, sappiamo poco e ci interessa ancor meno.

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Il terzo ed ultimo tema affrontato dall’opera è poi il sociale. I personaggi si muovono in uno scenario, il Giappone del dopoguerra, in cui il divario tra ricchezza e povertà è terrificante e, ai problemi di chi non ha mezzi, spesso fanno fronte solo il buon cuore e i valori umani. Un Giappone in cui è ancora vivissimo il ricordo di Hiroshima (come testimoniato dall’episodio 50) e che si sta risollevando solo grazie ai sacrifici del suo popolo ma che paga comunque lo scotto di quel nefasto periodo storico da cui è uscito. In questo senso, gli orfani (e non a caso Naoto è egli stesso un orfano) diventano il simbolo principale di tale condizione: un passato duro, da lasciarsi alle spalle, che li obbliga ad andare avanti e costruirsi un futuro migliore. Ma di questo parlerò più avanti nell’articolo.

Caratteristiche peculiari

Passiamo ora ad analizzare almeno un paio fattori che hanno reso memorabile questo anime tanto in patria quanto da noi. Per prima cosa il character design e l’animazione, frutto del lavoro di Keiichiro Kimura (Cyborg 009, Sally la maga, Lo specchio magico, Mimì e la nazionale di pallavolo, Sam il ragazzo del West, Lupin III, tra i più datati, ma anche Sabu and Ichi, One Piece e Casshern Sins tra i più recenti). Kimura, con un tratto rude ma dinamico, riesce a portare sullo schermo entrambi i mondi presenti nell’opera: quello estremo e mortale di Tiger Mask e quello più pacifico in cui si muove Naoto Date quando non è sul ring. In pochi istanti si passava tranquillamente, senza improvvisi cambi di stile, dai visi innocenti dei bambini a veri e propri fiumi di sangue e violenza. Il tutto, sottolineato dalla colonna sonora studiata da Shunsuke Kikuchi, capace di evocare ansia, paura, dramma ed eroismo sposandosi perfettamente con le immagini.
Altro fattore veramente importante è l’enorme numero e la verietà di avversari che il protagonista si trova a dover fronteggiare: L’Uomo Gorilla, Maschera D’Oro, Mister No, Maschera di Morte, solo per citare i più famosi, fanno parte di una schiera foltissima di lottatori dotati di abilità speciali, tecniche segrete e trucchi da baraccone che rendono ogni incontro di Tiger Mask unico ed imprevedibile. Ovviamente, a tutti questi nemici va aggiunto lui, il malefico Mister X, che per tutta la serie rappresenta la “mano” di Tana delle Tigri.

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Il manga originale, il successo e l’impatto sulla società

Pubblicato su rivista da Kodansha tra il 1968 ed in 1971, il manga di Tiger Mask si differenzia dalla controparte animata soprattutto per via dello stile grafico. Naoki Tsuji, chiamato a dare un volto ai protagonisti della storia di Ikki Kajiwara, risente molto delle influenze di Osamu Tezuka, con il risultato che Naoto Date, giusto per fare un esempio, ce lo ritroviamo con un bel faccino tondo e pulito, con dei begli occhioni da bambolotto.

Tiger Mask Manga

Ovviamente erano altri tempi, e certe caratteristiche grafiche erano “di tendenza”, se così si può dire, tra le produzioni dell’epoca, basti pensare, per esempio, a Fantaman, Superauto Mach 5 o anche Judo Boy. Non stupisce, quindi, che al pubblico di quegli anni sia sembrato credibile un taglio artistico che oggi come oggi appare nettamente in contrasto con i temi trattati.
Anzi, non solo è sembrato credibile, ma è stato un successo tale che la Toei non c’ha pensato due volte a mettere in cantiere l’anime.
Viene da dire che, in fondo, Tiger Mask non poteva non entrare nei cuori dei giapponesi di quel periodo storico. Come accennato poco sopra, erano gli anni in cui uomini e donne si corciavano le maniche, giurando alle aziende la stessa fedeltà che un tempo avevano giurato all’Imperatore, facendo enormi sacrifici per costruire un futuro migliore per i propri figli. Sacrifici che, rispetto alle condizioni disperate in cui versava il paese dopo la fine del secondo conflitto mondiale, riuscirono a produrre un vero e proprio miracolo, trasformando il Giappone in una superpotenza economica.

Uno degli aspetti che forse meglio restituisce la popolarità del personaggio nella sua patria d’origine è la creazione di un “vero” Tiger Mask: Il primo ad indossare maschera e mantello e a salire sul ring fu Satoru Sayama, nel 1981. Molti di noi lo hanno visto combattere grazie alle ormai quasi del tutto dimenticate telecronache sul “catch giapponese” che spopolavano nelle tv locali della penisola proprio in quei primissimi anni ’80. Da allora, di wrestler che hanno portato il nome e le vestigia della tigre ce ne sono stati molti, andando a creare, nel tempo, un vero e proprio pantheon di “varianti” del Tiger Mask  originale. Ci foruno infatti Black Tiger (dietro la cui maschera si nascose anche Eddie Guerrero), Tiger Dream (una donna!), Second Tiger e tutta una serie di Tiger Mask vari (nel 2010 è stato “sfornato” il quinto!). In tutto questo casino tigrato, al povero Sayama non è rimasto altro che rimarcare come egli sia stato il primo, facendosi chiamare First Tiger Mask.


I più attenti avranno comunque notato che il costume di Sayama è in realtà lo stesso dell’Uomo Tigre II. Il perché è presto detto: In quanto a crossmedialità, i giapponesi l’hanno sempre saputa più lunga di noi anche prima che venisse coniato il termine. In che senso? Nel senso che proprio nello stesso anno in cui si è deciso di dare un corpo fisico all’Uomo Tigre, sono stati anche lanciati un nuovo anime ed un nuovo manga dal titolo Tiger Mask Nisei (Tiger Mask Secondo). Purtroppo, però,  come spesso accade per operazioni analoghe, tutto questo ha finito per snaturare la figura di Tiger Mask. Lontano dallo spirito della serie originale, il nuovo Tiger Mask era infatti un supereroe più che un uomo in cerca di redenzione, l’incarnazione di ciò che il personaggio era ormai divenuto agli occhi dei giapponesi stessi: un mito, un’icona.
Non è quindi un caso se il nuovo protagonista, Tatsuo Aku (da noi “Tommy”), si finge un giornalista, guida un’automobile trasformabile e via dicendo. Tutto segno di uno “smercio” studiato a tavolino.

Stesso smercio che ha portato, nel 2013, a produrre un ORRORE chiamato Tiger Mask Movie

Come si può vedere dalle immagini, anche in questo caso l’idea di base tende a virare drasticamente su un’accezione supereroistica del personaggio, con tutte le conseguenze che la visione nipponica degli eroi in calzamaglia comporta. Più che Tiger Mask l’avrebbero dovuto chiamare Tiger Ranger!

In conclusione…

Eppure, nonostante ce l’abbiano messa tutta per sostituire l’Uomo Tigre con un eroe creato a misura di marketing, una notizia del 2011 ci ha fatto capire che tutta la pubblicità di questo mondo non può seppellire dei valori veri. Molti di quelli che stanno leggendo avranno già capito a cosa mi riferisco. Parlo del misterioso  “Naoto Date” che ha dato il via ad una serie di donazioni agli orfanotrofi di diverse parti del Giappone. La cosa interessante non è tanto l’atto della donazione, quanto il fatto che, essendo stato un fenomeno che si è immediatamente sparso a macchia d’olio, è impensabile che si sia trattato di un singolo ricchissimo filantropo, quanto invece di un gesto che ha innescato una reazione positiva e spronato tanti emuli a fare lo stesso.
Non è forse questa la vittoria più bella dell’Uomo Tigre?

Concludiamo con questa splendida fan art, realizzata da Cristian Giuseppone, che vede il nostro eroe nell’epico scontro finale. Tana delle Tigri non vivrà!

Anime Tribute – UFO Robot Goldrake

Con la voglia di farlo da tempo, inauguro una serie di articoli dedicati ai miti animati del passato, quelli che ci hanno tenuto compagnia nei pomeriggi della nostra infanzia, mentre magari facevamo merenda con pane e cioccolata aspettando di andare fuori a giocare a pallone con gli amichetti del quartiere. Quegli anime che hanno lasciato il segno nonostante gli anni e che hanno spesso, attraverso le “parabole” di vita dei protagonisti, rafforzato gli insegnamenti e l’educazione che i nostri genitori ci impartivano, in barba a psicologi e sociologi allarmisti.

Con queste premesse, la scelta sull’anime storico da trattare nel primo appuntamento era praticamente obbligata. Non potevamo infatti esimerci dal parlare del vero capostipite dell’invasione dell’animazione giapponese in Italia: UFO Robot Goldrake!

goldrakeSCHEDA TECNICA

Titolo originale:
UFO Robot Grendizer
(UFOロボグレンダイザー)

Episodi:
74

Regia:
Tomoharu Katsumata
Masayuki Akehi
Masamune Ochiai

Character Design e
Direzione dell’Animazione:
Kazuo Komatsubara
Shingo Araki

Musiche:
Shunsuke Kikuchi

Produzione:
TOEI ANIMATION

Prima TV (J):
dal 5 / 10 / 1975
al 27 / 02 / 1977

Prima TV (ITA):
1978

Trama e tematiche principali

C’è davvero bisogno di spiegare la trama di Goldrake? Vabbé, facciamo finta che siete stati tutti in ibernazione dal 1978 e vi hanno tirato fuori dal congelatore solo ieri…

Giappone, un anno imprecisato di quel periodo in cui andavano forte i pantaloni a zampa d’elefante. Un disco volante sorvola il Fujihama. A bordo c’è Koji Kabuto (sì, esattamente, lo hanno chiamato Alcor ma ormai lo sanno pure i sassi che era in realtà l’ex-pilota di Mazinga Z) che si dirige verso il Centro di Ricerche Spaziali e, nel frattempo, vede riaffiorare i ricordi del periodo passato a difendere il pianeta. Ma ormai quei tempi sono lontani, sia Mazinga Z che il Grande Mazinga sono diventati simboli della Pace e vengono tenuti sotto chiave in un museo, mentre Koji è andato negli Stati Uniti, alla NASA, per specializzarsi nell’ingegneria aerospaziale, costruendo proprio il velivolo sul quale è a bordo. Il motivo del suo ritorno in patria è presto detto: il Dr. Umon (da noi Procton), lo ha chiamato per investigare su strani avvistamenti di UFO. La verità è che le forze aliene di Vega hanno intenzione di conquistare la Terra e sarà il misterioso figlio dello scienziato, Daisuke (Actarus), a rendersene conto per primo, preannunciando il loro attacco dopo aver visto la luna (sul cui lato oscuro hanno la base i nemici) tingersi di rosso. Daisuke, il cui vero nome è Duke, è infatti anch’egli un alieno e proviene dal pianeta Fleed, a sua volta conquistato dai Veghiani e dal quale è riuscito a fuggire solo impadronendosi del potente Grendizer (Goldrake), con il quale è giunto sulla Terra diversi anni prima, venendo poi soccorso e “adottato” dal Dr. Umon. Nei pacifici anni trascorsi sul nostro pianeta azzurro, Daisuke ha imparato ad amare la sua nuova casa e la gente che vi abita, sviluppando una forte riluttanza a combattere, ma sarà proprio l’attaccamento al mondo che lo ha accolto a braccia aperte a farlo tornare a bordo del Grendizer e respingere le flotte di Vega in una lunga e memorabile serie di battaglie durante le quali ritroverà anche la perduta sorella Maria, anch’ella scampata per miracolo all’invasione del loro pianeta natale.

actarus

La serie, come tanti prodotti dell’epoca, pur nascendo con uno scopo molto semplice, ovvero trainare le vendite di giocattoli, modellini e via dicendo, portava dei messaggi non indifferenti ed esplorava temi interessanti che meriterebbero di essere approfonditi oggi forse anche più di allora.

Prima di tutto quello più evidente: il tema del diverso. Daisuke è un alieno, un estraneo, non solo per la provenienza, ma anche come carattere. Nonostante si sforzi di vivere fra gli altri esseri umani, egli è fondamentalmente un personaggio solitario, glie lo si vede perfino nello sguardo, anche quando è in mezzo alla folla. Eppure, nonostante questo, Daisuke farebbe di tutto per proteggere coloro che ha imparato ad amare e quel suolo straniero che gli ha dato riparo. E qui ci sarebbe da riflettere a lungo sui concetti di razza e nazionalità. Perché oggi facciamo spesso un gran parlare di confini e di extracomunitari e di diritti e di doveri, ma spesso perdiamo di vista una realtà importante, ovvero che ad accomunarci dovrebbero essere i sentimenti e la coscienza piuttosto che i colori di un bandiera. Con questo non voglio scadere nel buonismo a tutti i costi, perché ci sono problematiche che purtroppo vanno oltre la mera semplificazione tra “sì, venite tutti da noi che se non c’è posto ci stringiamo” e “se ci provate vi affondiamo i barconi a cannonate”, ma di certo ci troviamo in una fase della storia umana in cui sarebbe ora di iniziare a rivedere, in generale, il nostro rapporto con il prossimo.  Probabilmente lo stesso pensiero di Mauro Biani quando ha disegnato questa illustrazione:

C’è poi un altro tema dominate che è quello della guerra. Come dicevo prima, Daisuke, fin dal primissimo episodio della serie, manifesta una forte riluttanza a combattere, proprio perché è già stato testimone degli orrori generati dal conflitto sul suo pianeta d’origine. La sua stessa famiglia è stata sterminata e anche Grendizer, in fondo, altro non è che una macchina a scopo bellico che Re Vega stava facendo costruire, avvalendosi dell’avanzata tecnologia di Fleed, per portare morte e distruzione su altri mondi. Non c’è quindi un’esaltazione della violenza, bensì la rappresentazione della sfiancante lotta che, tanto il protagonista quanto i suoi amici, sono costretti loro malgrado a sostenere pur di mantenere la Pace.

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Caratteristiche peculiari

Sorprendentemente, Goldrake non era poi così innovativo, o almeno non lo era per i telespettatori giapponesi di quegli anni, già abituati da 3 anni ai Super Robot partoriti dalla fervida mente di Go Nagai. Sui loro teleschermi si erano infatti già avvicendati Mazinga Z (1972), Getter Robot e il Grande Mazinga (1974),  Getter Robot G e Jeeg Robot D’Acciaio (1975 – In realtà Jeeg vene messo in onda lo stesso giorno di Goldrake, allo stesso orario ma su un altro canale televisivo). Ognuno di questi portava con sé la sua dose di caratteristiche e di armamenti spettacolari, quindi da Goldrake non ci si poteva aspettare nulla di meno. Anzi, se vogliamo trovare la vera peculiarità di Goldrake, essa risiede probabilmente nel fatto che inizialmente non sarebbe dovuto neanche esistere. Perché Nagai, in origine, avrebbe voluto concludere la sua trilogia dei Mazinga con un nuovo robot chiamato God Mazinger, al cui comando sarebbe dovuto tornare Koji Kabuto, ma l’inaspettato riscontro di pubblico avuto al cinema da UFO Robot Gattaiger, apparso nel mediometraggio animato Uchū Enban Daisensō (La grande battaglia dei dischi volanti, che abbiamo recentemente potuto vedere anche nelle sale italiane durante le Notti dei Super Robot), spinsero i produttori a chiedere al maestro di lasciar perdere il suo progetto e sviluppare invece la nuova serie partendo proprio dagli stessi elementi cardine di quel film.

Il design di Gattaiger venne completamente scartato in favore di quello (molto più accattivante, inutile nasconderlo…) che tutti conosciamo, con la colorazione tipica dei precedenti Mazinga a fare da richiamo per i piccoli fan, mentre molti altri elementi vennero invece mantenuti quasi inalterati. L’unico veramente scontento fu il povero Koji Kabuto, che si ritrovò degradato da protagonista a spalla nel giro di due mesi, potendo contare solo su un misero (diciamocelo pure questo…) disco volante rubato alle giostre della festa patronale (per ricordarsi poi solo in Goldrake contro il Grande Mazinga che c’aveva almeno altri due robottoni parcheggiati lì vicino…).

A parte gli scherzi, un fattore notevole per il successo della serie è stato sicuramente il poter contare sul character design e sulle animazioni di due mostri sacri come Kazuo Komatsubara e Shingo Araki. Del primo abbiamo già parlato qui, mentre per il secondo credo non ci sia bisogno di molte presentazioni, perché essere appassionati di anime e non sapere chi è Shingo Araki è come…. è come… insomma, non mi viene nemmeno l’esempio per troppo che è assurdo, ma se vi volete fare una cultura, vi consiglio questo sito.

Il successo e l’impatto sulla società

La serie andò avanti per ben 74 episodi e fu accompagnata da alcuni manga, disegnati sia dallo stesso Nagai che da Gosaku Ota e Hidearu Imamichi e che offrivano versioni alternative (quando non addirittura apocalittiche, come nel caso di Ota…) delle vicende. Ci furono ovviamente tonnellate di giocattoli, dischi ed altri articoli legati alla serie, come programmato fin dal principio dalla grande macchina nipponica del merchandise, fino alla naturale chiusura del ciclo vitale (e commerciale) del personaggio.  Ma, come abbiamo visto poc’anzi, se in Giappone Goldrake era solo uno dei tanti robot appartenenti alla folta schiera di guerrieri meccanici che affollavano i palinsesti delle reti televisive di quegli anni, in Italia fu tutto l’opposto: per noi fu il primo.

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La nostra penisola venne colpita da quella febbre che è oggi nota con il nome di “Goldrake-mania“! Il robottone era letteralmente ovunque: giocattoli, giornalini, riviste, figurine, abbigliamento e calzature per bambini, articoli per la scuola, patatine, formaggini, orologi, lampade, maschere e costumi di carnevale, giostre (quanti giri mi ci sono fatto!!), palloncini… potete continuare voi aggiungendo quello che vi pare perché tanto, quasi sicuramente, ogni cosa esistente in quegli anni ha avuto il “marchio” di Goldrake.

Menzione a parte la merita il 45 giri con le sigle, che vendette un milione di copie aggiudicandosi il disco d’oro!

Oltre a tutto questo, fu proprio grazie a tale e tanto successo se le varie emittenti nostrane, dalle più grandi alle più piccole, iniziarono ad acquistare quasi ogni serie proveniente dal Giappone, si trattasse di animazione o di film di mostri giganti e telefilm di supereroi come Megaloman e via dicendo. Ma, come tutte le cose che riscuotono un successo spropositato, anche Goldrake ebbe la sua schiera di “haters” ante litteram che gli si scagliarono contro, reputandolo un modello negativo per i bambini dell’epoca. Difatti Goldrake non era come Superman o come l’Uomo Ragno, che si limitavano a catturare i nemici e consegnarli nelle mani della giustizia. No, Goldrake, come abbiamo detto prima, era in guerra, e in guerra si spara per uccidere. L’errore di chi criticava Goldrake era chiaro, ovvero estrapolare le azioni dei protagonisti dal loro contesto narrativo, ma prima di bollare queste persone come stupide o superficiali, bisognerebbe ricordare qual era il clima di quel tempo. Quelli, per l’Italia, erano infatti gli “anni di piombo”, un periodo nero della nostra storia politica e sociale, e pensare che delle giovani menti potessero in qualche modo recepire un messaggio che giustificasse il farsi giustizia da soli, non era un’ipotesi da prendere poi così sottogamba. Comunque, in difesa di Goldrake scese in campo addirittura il famoso scrittore, giornalista e pedagogista Gianni Rodari che, nel 1980, pubblicò un articolo che riportava le seguenti dichiarazioni: «Bisognerebbe vedere oggettivamente, liberandoci dai nostri pregiudizi personali, che cos’è per un bambino l’esperienza di Goldrake. Bisognerebbe chiedersi il perché del loro successo, studiare un sistema di domande da rivolgere ai bambini per sapere le loro opinioni vere, non per suggerire loro delle opinioni, dato che noi spesso facciamo delle inchieste per suggerire ai bambini le nostre risposte. Invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà Dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, l’affronta e la supera. Cosa c’è di moralmente degenere rispetto ai miti di Ercole?». (Un ottimo approfondimento su tutta la vicenda lo trovate cliccando qui.)

Romano Malaspina – La voce del mito

romano malaspina

Impossibile scrivere un articolo nostalgico su Goldrake e non parlare di Romano Malaspina, l’uomo la cui potente voce è, oramai, inscindibile da Actarus. Dei suoi nobili natali, della sua carriera e della sua fiera personalità potete trovare informazioni ovunque, perché il merito che non gli ha saputo riconoscere il mondo dello spettacolo glielo ha invece dato il pubblico, che a distanza di tanti anni non smette di amarlo ed omaggiarlo in ogni modo possibile. Quindi mi affiderò piuttosto al seguente video per rievocare quegli esaltanti momenti in cui questo nostro eroe, con la sua interpretazione, “creava” il mito.

Nel frattempo la “generazione Goldrake” è cresciuta, portandosi dietro quell’immaginario fatto di lame rotanti e valori positivi. Alcuni ricordano il loro eroe tributandolo con belle fan art, aprendo in suo nome siti d’approfondimento, riunendo altri appassionati in grandi community, scrivendo libri o, come nel caso di Luca Papeo, progettando addirittura un sequel animato: UFO King Goldrake.

La seconda giovinezza

Per quello che riguarda il Giappone, a partire dallo scorso settembre Goldrake è tornato con un manga, Grendizer Giga, disegnato proprio dal suo autore originale, Go Nagai. Trattandosi di un remake e non di un sequel, sia la storia che i protagonisti sono differenti, o almeno non sono propriamente gli stessi che conosciamo da anni. Daisuke Uryu, studente alla pari, è ospite della giovane Hikaru Bokujo e della sua famiglia quando gli alieni invasori dell’Impero di Vega (che ora somigliano più a degli insettoni), decidono di attaccare la Terra. A quel punto sarà l’androide Maria a risvegliare i ricordi sepolti nella mente di Daisuke, il cui vero nome è Luke, ultimo superstite del pianeta Fleed, anch’esso distrutto dagli invasori, che salirà quindi a bordo di Grendizer per respingerli.

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Ma Goldrake è al centro di una vera e propria operazione di rilancio anche nel nostro Paese grazie a svariate iniziative: la collezione completa della serie animata in edicola, la proiezione al cinema dei mediometraggi robotici di Toei, la pubblicazione di un libro e, dulcis in fundo, il ritorno in TV a partire dal 7 gennaio 2015, su MAN-GA, canale 149 di SKY. Ed è difficile non tornare bambini pensando a tutto questo. L’impressione che ne ho avuto io, almeno dopo aver visto l’enorme numero di spettatori di ogni età riempire le sale durante le Notti dei Super Robot, è che Goldrake stia permettendo, oggi come allora, un vero e proprio ritorno di fiamma verso l’animazione giapponese, una nuova invasione che abbiamo tutta l’intenzione di accogliere a braccia aperte.

Chiudo con questa stupenda fan art, appositamente realizzata dal carissimo (e bravissimo) Arcano Sciamano (noto all’anagrafe come Luigi Antonio Merico), che ritrae il nostro amato robottone in una scena che richiama la tradizione del suo paese d’origine con uno stile molto “samurai”! Tutta la potenza di Goldrake pronta quasi a bucare lo schermo per raggiungervi.  Re Vega non ha scampo!

 

La Trasmigrazione degli Anime

“Expendables? Bitch, please!”

Da una mia idea – e attraverso l’abile mano dell’amico ed artista Luigi Antonio Merico (noto anche come ArcanoSciamano) – è nata “La Trasmigrazione degli Anime”, un piccolo capolavoro che riunisce, per mezzo di Kenshiro, altri celebri ed immortali personaggi del mondo dei manga e dell’animazione. Non ci sarebbe nemmeno da nominarli, per quanto sono scolpiti nella nostra memoria: Capitan Harlock, Actarus, Guts, l’Uomo Tigre, Pegasus e Rocky Joe, tutti miti che ci portiamo dietro da anni e anni. Sicuramente la primissima obiezione che molti faranno sarà: “Ma perché non c’è Tetsuya? Perché non ci sono Holly e Benji?”, e via così, in un turbinio di nomi che di certo rappresentano l’infanzia e l’adolescenza di tutti noi. La risposta più ovvia è che, giustamente, in una copertina non ci potevano stare tutti. Inizialmente ne avevo contati almeno il doppio, ma li abbiamo ridotti per una questione di resa finale. Luigi esprime infatti il meglio delle sue capacità con le espressioni facciali dei personaggi, con i loro sguardi e la vita che riescono a sprigionare. Già così, con uno spazio ristretto, il disegno è meno d’impatto (ragion per cui siete invitati a cliccare sull’immagine sovrastante e a guardarla millimetro per millimetro), quindi sarebbe stato controproducente inserire molti più personaggi. Abbiamo scelto quelli che forse ci stanno più a cuore scartandone altri (che comunque recupereremo in futuro, ma non vi dico in che modo , eh eh…), per creare questa task force di guerrieri senza tempo. E se vi prendete la briga di osservare con occhio clinico il disegno, noterete tutta la cura profusa da Luigi, il modo in cui è riuscito ad amalgamare personaggi così diversi per stile e fisionomie, a dare ad ognuno la propria espressione tipica e l’attenzione maniacale per i dettagli anche più piccoli. Anche il modo “sporco” in cui il disegno è stato realizzato, rivela la precisa volontà di disegnare il gruppo ponendosi nella stessa situazione di come li avrebbero disegnati gli animatori di quegli anni, con i mezzi che avevano a disposizione. Come non amare poi quelle colorazioni? Ombre, riflessi e luci tutte in perfetta armonia.
Insomma, speriamo che quest’alleanza di eroi vi abbia fatto tornare per un momento all’infanzia, quando magari ci credevate davvero che un giorno li avreste visti combattere insieme e magari giocavate in strada, con gli amichetti, ipotizzando di essere qualcuno di loro. 😉