Bushido – La via del guerriero (武士道)


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A cura di Carmine Napolitano

Quando si parla di cultura giapponese alcune delle parole che saltano fuori con una certa frequenza sono Samurai e Bushido, la via del guerriero. Purtroppo, spesso e volentieri, tali citazioni vengono fatte a sproposito, sulla base di una falsa idea che si ha delle suddette nozioni. Questo è sicuramente dovuto alle distorsioni della cultura pop moderna ma, come anche per i ninja, le arti marziali e altre tradizioni giapponesi, il tutto nasce da un “equivoco” creato dai giapponesi stessi. Anche i personaggi di Hokuto No Ken vengono spesso associati a questo codice d’onore, per lo più dai lettori e dai commentatori occidentali. Ecco quindi il motivo del presente approfondimento: fare chiarezza su di un concetto che viene un po’ troppe volte abusato.

Origini

Sebbene già il Kojiki (古事記) – il più antico testo conosciuto in lingua giapponese, scritto nel 712 – contenga riferimenti a quelle che sarebbero le virtù principali di un guerriero, non si può parlare di “codice” né tantomeno di samurai, visto che fino al 12° secolo tale parola non sarà associata all’aristocrazia militare.

La parola Bushido compare per la prima volta nel  Koyo Gunkan (甲陽軍鑑), una raccolta di cronache militari del clan Takeda, regnante sulla provincia di Kai (attuale prefettura di Yamanashi, non molto lontano da Tokyo). Tale opera fu scritta nel 1616. Siamo quindi già in epoca Tokugawa: l’epoca Sengoku, con le sue continue lotte che hanno insanguinato l’intero arcipelago, è ormai finita. Il Giappone si appresta a vivere quasi tre secoli di pace e di isolamento quasi totale dal resto del mondo (鎖国 – Sakoku) e i samurai iniziano a perdere lentamente il loro ruolo di guerrieri. La via del guerriero citata nel Gunkan è un riferimento, neanche troppo definito, ai valori che avrebbero dovuto guidare i samurai: fedeltà al proprio signore, senso del dovere, abnegazione, frugalità, difesa del proprio onore e di quello del proprio clan fino anche alla morte.

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Ryuga, uno dei personaggi più “travisati” dagli appassionati della serie proprio in virtù della sua stretta aderenza a principi difficili da comprendere per la cultura occidentale.

Ovviamente tra il Kojiki e il Koyo Gunkan, la letteratura contiene molti altri riferimenti alla figura del guerriero e a quelli che avrebbero dovuto essere i suoi principi guida. Tra i più famosi ricordiamo  Heike Monogatari (平家物語), racconto epico della lotta fra i clan Minamoto e Taira, scritto nel 14° secolo. Gli appassionati italiani conosceranno probabilmente Miyamoto Musashi (宮本武蔵). La sua opera  Go Rin No Sho (五輪書), che è in realtà più un trattato sulla scherma giapponese (剣術 – Kenjutsu) e sulla strategia, contiene altri riferimenti simili. Si tratta però per lo più di precetti, e in alcuni casi di indicazioni generiche, non di regole ferree, né tantomeno di un codice di condotta, che di fatto non esisteva.

Questo insieme di precetti descritti nelle varie opere rinvenute è in qualche modo simile a ciò che in Europa era rappresentato dalla “cavalleria”. Volendo individuare delle particolarità, possiamo citare sicuramente il concetto di morte, intesa non solo in senso negativo, ma anche come mezzo espiatorio delle proprie colpe o come simbolo di estrema dedizione. Il concetto di forza, intesa non semplicemente come la forza fisica o aggressività, magari esibita, piuttosto come capacità di sopportazione, da non ostentare e mostrare al momento opportuno. E, non ultimo, il senso estetico: il guerriero avrebbe dovuto possedere una certa delicatezza, intesa sia come buone maniere e portamento sia come amore per il bello nelle sue varie espressioni naturali e artistiche.

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Falco, un altro eroico personaggio forse più semplice da capire rispetto a Ryuga ma sempre modellato sui medesimi valori.

Nel 1717 viene composto un testo che assumerà fama mondiale nei secoli a venire:  Hagakure (葉隠). Siamo gia cento anni dopo la prima comparsa documentata della parola Bushido; i samurai sono sempre meno guerrieri e sempre più burocrati/amministratori. Il libro, composto da Yamamoto Tsunetomo ma pubblicato solo molti anni dopo la sua stesura, contiene una serie di insegnamenti che avrebbero dovuto guidare il samurai in questa nuova epoca di pace. In esso troviamo il famoso passo ” 武士道と云ふは死ぬ事と見つけたり” (Bushidou toifu ha shinu koto to mitsuketari –“la via del guerriero è la via della morte”). Curiosamente, questo libro poté essere scritto poiché il suo autore non effettuò il  Junshi (殉死), ovvero il “suicidio di fedeltà” a cui di solito erano tenuti i vassalli alla morte del proprio signore. Ciò avvenne in quanto Nabeshima Mitsuhige, il daimiyo di Yamamoto Tsunetomo, disapprovava tale tradizione e conseguentemente fu fatto divieto ai suoi vassalli di suicidarsi anche dopo la morte dello stesso Nabeshima.

La parola Bushido continua comunque ad essere piuttosto rara in letteratura; perché diventi di uso comune e acquisti il significato odierno, è necessario attendere… il 20° secolo!

Bushido: The Soul of Japan

Il titolo in inglese non è casuale. La prima opera che si focalizza prettamente sul bushido, proiettandolo nell’immaginario comune, fornendo l’immagine romanzata che tutti conosciamo fu infatti scritta originariamente in inglese, pubblicata nel 1900 e destinata ad un pubblico anglofono. Autore del testo fu uno studioso, Nitobe Inazo, giapponese, ma fortemente influenzato dalla cultura occidentale: convertitosi a circa vent’anni al cristianesimo, più che fluente in inglese, con numerose esperienze di studio e di lavoro all’estero, sposato con una cittadina americana, era probabilmente più a suo agio con la cultura occidentale che con quella giapponese. In quegli anni (era Meiji) il Giappone stava proseguendo a grande velocità il suo processo di modernizzazione, passando da una società di stampo ancora feudale rimasta isolata per 267 anni, a una società moderna, industrializzata, che potesse tenere il passo con le potenze occidentali. Nitobe pensa di scrivere un testo che presenti al mondo il Giappone e quelle che sarebbero le sue virtù principali. Nitobe individua 8 virtù fondamentali che secondo lui sarebbero alla base del bushido, il codice d’onore proprio dei samurai, e che sarebbero rappresentative dello spirito giapponese:

1) 義 – Rettitudine

2) 勇 – Coraggio

3) 仁 – Benevolenza

4) 礼 – Rispetto

5) 誠 – Integrità

6) 名誉 – Onore

7) 忠義 – Lealtà

8 ) 自制 – Compostezza

Per spiegare questi concetti Nitobe non fa riferimento tanto a fonti giapponesi ma usa spesso riferimenti occidentali; molte citazioni provengono addirittura dalla Bibbia.

Bushido: The Soul of Japan fu un immediato best-seller in Occidente, che all’epoca possedeva una conoscenza estremamente limitata del Giappone, e che cominciò piano piano ad innamorarsi di questa nazione esotica. In patria il libro fu accolto inizialmente con molto scetticismo. Una delle critiche che più venne rivolta all’autore fu quella di non essere adatto a parlare dell’argomento, sia perché non sufficientemente preparato sulla cultura giapponese, sia perché il pubblico occidentale non avrebbe avuto i presupposti necessari per comprendere tale cultura. Non ultimo, Nitobe si sarebbe di fatto inventato questo codice estraendo arbitrariamente le 8 virtù e senza fornire abbastanza prove storiche, ma solo un’idea romanzata di quello che avrebbe dovuto essere il codice d’onore dei samurai. In ogni caso, entro pochi anni il Giappone sarebbe diventato una nazione militarista e avrebbe iniziato ad espandersi nel resto dell’Asia. Questa nuova idea di Bushido era decisamente utile alle gerarchie militari come mezzo di propaganda presso la popolazione e le truppe impegnate in guerra: fu cosi che il bushido “inventato” da Nitobe uscì fuori dall’anonimato diventando il motore del nuovo Giappone militarista. Anche Hagakure, che fino ad allora era un testo conosciuto dagli accademici, subì la stessa sorte, diventando uno strumento di propaganda e un “propulsore” per le truppe giapponesi. Di lì ai giorni nostri, una quantità incalcolabile di rappresentazioni cinematografiche, teatrali, letterarie e ovviamente anche animate, giapponesi e non, avrebbero continuato perpetrare l’idea di bushido come il codice d’onore che guidava le azioni dei samurai, basato sulle otto virtù individuate da Nitobe.

Conclusioni

I samurai quindi non avevano in realtà nessun etica o un qualche codice morale? Certo che ne avevano. Ma ciò che è stato poi chiamato Bushido è qualcosa di decisamente diverso da ciò che molti, troppi occidentali sono stati portati a credere. Se il popolo giapponese attribuisce una certa importanza a determinati valori, e questi naturalmente emergano nelle varie produzioni culturali (tra cui i manga), è perché il percorso storico di questo popolo ha portato a tale situazione. Allo stesso modo, altri percorsi storici hanno fatto si che nelle società occidentali assumessero maggiore importanza altri valori.

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Anche Leiji Matsumoto vicino alle vittime del sisma


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Mentre gente indegna approfitta del momento per farsi un po’ di pubblicità grazie a squallide vignette che ridicolizzano le vittime del terremoto che ha colpito il Centro Italia, dal Giappone il maestro Leiji Matsumoto, padre di Capitan Harlock, Galaxy Express 999, Corazzata Spaziale Yamato e tanti altri, ci mostra come si comporta davvero una persona di cuore, seguendo in parte l’esempio del collega Tetsuya Chiba di cui abbiamo parlato solo la scorsa settimana.

Il maestro ha infatti espresso telefonicamente, al presidente dell’Associazione Culturale Leiji Matsumoto, tutta la sua solidarietá per il popolo italiano con non poca commozione e ha dunque inviato, tramite Toshiro Fukuoka, manager della Art Space di Tokyo, 5 shikishi dedicati “VICINO AGLI AMICI ITALIANI” che saranno esposti il 24/25 settembre in occasione del Lama Comics & Games a Castel di Lama (AP) all’interno di “Un treno per la solidarietà”, una mostra con ingresso ad offerta libera a lui dedicata il cui intero ricavato sarà devoluto alle vittime del sisma. Gli shikishi saranno a breve messi all’asta e l’intero ricavato devoluto alla popolazione terremotata. A ciò, ha aggiunto anche un sentito videomessaggio.

Il maestro ha disegnato un anche altro shikishi dedicato al presidente del Leiji Matsumoto Official Fan Club di Tokyo. Anche questo, come quelli giá inviati in Italia sará messo all’asta – questa volta in Giappone – e l’intero ricavato sará devoluto in beneficenza.

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Le parole dello shikishi recitano: “A tutti gli italiani che soffrono. Il mio cuore è addolorato per le persone decedute. Vi prego di tenere duro”. Nel cerchio l’ideogramma “vita”.

Di seguito il comunicato congiunto del Fan Club e del Maestro:

“Porgiamo sentite condoglianze alle vittime del sisma e alle loro famiglie, ed esprimiamo dal profondo del cuore la nostra solidarietà a tutte le persone ancora attualmente costrette a una vita difficile. Preghiamo di cuore affinché tutti possano recuperare una tranquilla e sicura quotidianità nel più breve tempo possibile”.

In basso, la locandina ufficiale della mostra. Per tutte le info al riguardo, scrivete al seguente indirizzo: info@leijimatsumoto.it

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“FORZA AMATRICE !!” – Il padre di Rocky Joe incoraggia le vittime del terremoto


Tetsuya Chiba, creatore del mitico Rocky Joe, ha espresso la sua solidarietà verso le vittime del sisma che ha recentemente colpito il paese di Amatrice e lo ha fatto con uno speciale incoraggiamento: un disegno autografato che ritrae il pugile Joe Yabuki nell’atto di rialzarsi accompagnato dall’esclamazione “Forza Amatrice !!”.

Come l’autore stesso ha riportato sul suo blog personale, ciò è avvenuto in uno dei ristoranti che, in tutto il Giappone, aderiscono a AMAtriciana, la raccolta fondi lanciata dall’italiano Paolo Campana a supporto delle zone colpite dal terremoto del Centro Italia. Attraverso il piatto simbolo dell’amatriciana, viene infatti chiesto ai ristoratori di tutto il mondo (in forma completamente personale) di partecipare e aiutare chi ne ha davvero bisogno. Per ogni piatto di amatriciana ordinato nei locali aderenti, vengono donati 2 euro alla Croce Rossa Italiana: uno da parte del ristoratore, uno aggiunto dal cliente.

Il maestro Chiba, sentendosi particolarmente vicino al popolo italiano per via dell’esperienza che il suo Paese ha da sempre con i fenomeni sismici, ha quindi aderito all’iniziativa, gustando un buon piatto di amatriciana, ed ha colto l’occasione anche per far arrivare il suo messaggio a tutte quelle persone che in questo momento terribile devono trovare la forza di rimettersi in piedi e continuare a combattere.

Tetsuo Hara x Kentaro Miura – A breve l’incontro storico!


 

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Avete capito bene, i due mostri sacri del fumetto si incontreranno per una speciale intervista che verrà pubblicata sul prossimo numero del mensile Comic Zenon, in vendita in Giappone a partire dal prossimo 25 agosto. A testimonianza di questo eccezionale evento, Tetsuo Hara disegnerà la sua intepretazione di Guts, protagonista di Berserk, mentre Kentaro Miura disegnerà a sua volta Nobunaga Oda, protagonista di Ikusa No Ko, l’ultimissimo manga del papà di Ken il guerriero.

right on kingA corredare il tutto verrà presentato anche “Right On King”, un nuovo episodio spin off – stavolta dedicato a Shin – che, sulla falsariga di Ultimate Desire, Scrap Mountain e diversi altri, sarà scritto ancora una volta da Takeshi Kawada e disegnato da Yukito.

Per il pubblico occidentale, un report dell’evento sarà pubblicato – in inglese – anche sul sito del Silent Manga Audition, l’ormai famoso concorso internazionale indetto proprio da Hara e soci per scovare e forgiare le nuove promesse del manga.

CITY HUNTER TRIBUTE


A cura di Marco Nero (testi) e Squalo Densetsu (contributi addizionali)

Tanti sono i manga che durante il boom economico degli anni ’80 hanno raccolto uno spropositato successo –Ken il guerriero, Ranma 1\2, Dragon Ball, Akira, I Cavalieri dello Zodiaco, Le bizzarre avventure di Jojo, solo per citarne alcuni – un periodo, quello dei magici 80’s, in cui presero forma nuove idee e nuovi stili e in cui i disegnatori appassionati di cinema come Tetsuo Hara ed Akira Toriyama riversarono le loro passioni nel proprio lavoro.

Fra tutti gli esempi da me citati ve ne era uno però che mescolava sapientemente Azione/Detective Story e commedia sentimentale: City Hunter.

La maggioranza lo ricorderà per via della serie animata mandata in onda su Italia 7 (e, in seguito, su altre TV locali) nella seconda metà degli anni ’90, mentre chi conosce il manga originale saprà anche che sono già passati ben 31 anni dall’inizio delle rocambolesche avventure di Ryo Saeba. Creato dal geniale Tsukasa Hojo, già padre di Cat’s Eye (Occhi di Gatto), City Hunter vede infatti la luce come serie regolare il 26 febbraio 1985 sulle pagine del settimanale Shonen Jump, divenendo presto uno dei capisaldi della famosa rivista della Shueisha e, più in generale, uno dei maggiori successi nell’immenso panorama delle produzioni nipponiche.

TRAMA E PERSONAGGI

Ryo Saeba è un detective ed assassino prezzolato che opera nel quartiere di Shinjuku, a Tokyo. Come contattarlo? Scrivendo le iniziali XYZ sulla lavagna della stazione. Infallibile tiratore ed esperto del combattimento corpo a corpo, Ryo è talmente in gamba da esser soprannominato negli ambienti della malavita con il nome di “City Hunter”, il “cacciatore metropolitano”.  A questi enormi talenti si affianca però un enorme difetto: Ryo è un maniaco sessuale. Un uomo dalla mentalità talmente libertina da mettere a rischio l’incolumità delle proprie clienti (perché non accetta incarichi da clienti maschi!) con le sue continue avanches. A tenerlo a bada ci pensa Hideyuki Makimura, ex poliziotto ed amico fedele che, con la sua calma, riesce a fare da perfetto contraltare all’esuberanza di Ryo. I due collaborano fino a quando, sfortunatamente, Hideyuki perde la vita per colpa di un associazione  criminale chiamata UNION TEOPE, specializzata nel traffico di una droga chiamata “Angel Dust”, che agisce come una sorta di doping i cui tossicodipendenti diventano pazzi assassini. In punto di morte, Makimura prega Saeba di prendersi cura di sua sorella minore Kaori che, da quel momento in poi, diviene la nuova partner di City Hunter. Da qui si dipartono una lunga serie di avventure (in gran parte slegate tra loro) che vedono quasi sempre coinvolte bellissime clienti che, da un lato cercano l’aiuto di Ryo, ma dall’altro devono far fronte alla sua stessa libidine, espressa in fantasiosi e sempre più elaborati assalti sessuali che vengono spesso sventati solo grazie a Kaori ed al suo ormai famosissimo martellone punitivo!

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Durante le loro avventure Ryo e Kaori verranno a contatto con diversi personaggi e coprimari: Umibozu (Falcon), killer nemico di Ryo che finirà per allearsi con lui; Saeko Nogami (Selene), ispettore della polizia di Tokyo e seducente femme fatale sempre pronta al doppio gioco, che promette costantemente a Saeba una “notte d’amore” in cambio di incarichi di cui non darà mai il compenso; Miki che salvata da Umibozu in tenera età ne diventerà la dolce metà; Reika Nogami sorella di Saeko che chiede spesso aiuto a Ryo per risolvere casi del suo studio privato, promettendo anche lei dei pagamenti in natura che non verserà mai.

In più, mancante nell’anime ma con un ruolo centrale nel manga vi è Mick Angel, ex collega di Ryo che aveva fondato con lo stesso l’agenzia “City Hunter” in America, e che tenterà di ucciderlo per conto della UNION TEOPE.


TSUKASA HOJO

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Classe 1959, Tsukasa Hojo mostrava attitudine al disegno già a partire dall’età prescolare, quando cercava di riprodurre su carta i personaggi dei suoi cartoni animati preferiti. Eppure, paradossalmente, l’uomo che sarebbe divenuto uno dei più famosi mangaka a livello mondiale NON nutriva alcun interesse per i fumetti, ai quali si avvicinò soltanto alle medie, quando si lasciò influenzare da un compagno di classe che amava disegnarli. Fu comunque solo al terzo anno delle superiori che realizzò, assieme ad altri compagni, il suo primo fumetto completo. Quello fu anche il periodo in cui iniziò (e finalmente, possiamo dire… 😀 ) ad appassionarsi davvero ai manga, cominciando a leggerne diversi e continuando a disegnare tavole nel tempo libero. Il primo vero sbocco per questo suo hobby arrivò all’università quando, su consiglio di un amico, si mise a realizzare fumetti ed illustrazioni per una rivista amatoriale pubblicata dai suoi compagni più anziani della facoltà d’arte. Nonostante tutto, però, per il giovane Hojo quello di disegnare restava uno svago, non riusciva a prenderlo come un impegno, tanto che spesso non portava a termine ciò che iniziava. Fu quindi un vero e proprio scherzo del destino che lo portò, nel 1979, a partecipare al Tezuka Award indetto da Shonen Jump ed aggiudicarsi il secondo premio con il manga “Space Angel”. Hojo infatti non leggeva le riviste di fumetti (comprava solo le raccolte in volume) e non aveva quindi la minima idea dell’esistenza del concorso!

“Nel periodo delle vacanze estive, mentre frequentavo l’università, durante il giorno facevo dei lavoretti, mentre la sera avevo del tempo libero che utilizzavo per disegnare le tavole a fumetti: ne realizzavo una ogni notte. Dopo averne fatte 27, un mio amico mi disse che le avrebbe mandate al premio Tezuka e, quindi, anch’io pensai che se avessi vinto un premio sarei stato contento; così completai la storia in 31 pagine e sfacciatamente la mandai al concorso”.

Fu da quel momento in poi che Tsukasa Hojo decise di impegnarsi sul serio: l’anno seguente realizzò infatti “Ore ha otoko da!” (おれは男だ! – Io sono un uomo!) manga di ambientazione scolastica che venne pubblicato sul numero di agosto del Weekly Jump e segnò il suo debutto tra i professionisti, mentre nel 1981 diede il via al suo primo grande successo: Cat’s Eye!

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Parlando proprio di Occhi di Gatto è interessante notare che nel manga vi è un personaggio, Masato Kamiya, soprannominato “Il Topo” (e assente nella versione animata), che di fatto è stato  la base su cui Hojo ha poi sviluppato la figura di Ryo Saeba, infilandola dapprima in due episodi pilota – City Hunter XYZ (1983) e City Hunter Double Edge (1984) – e infine in una sua serie regolare (1985).

Nel corso degli anni, molti sono stati i lavori di questo grande artista. Tra i tanti vanno sicuramente ricordati Rash!! (1994-1995), Family Compo (1996-2000) e, dulcis in fundo, Angel Heart, iniziato ormai nel 2001 e tuttora in corso. Su quest’ultimo vale la pena spendere qualche parola in più, visto che NON si tratta di un vero e proprio sequel di City Hunter ma di un’opera ambientata in un universo “alternativo” in cui Kaori è morta in un tragico incidente ed il suo cuore è stato trapiantato nel petto di Shan In, una spietata killer professionista soprannominata Glass Heart. L’incontro tra lo stagionato sweeper e la giovane assassina determinerà per entrambi un profondo cambio di rotta nelle rispettive esistenze, dando vita ad uno dei più piacevoli manga degli ultimi anni. Oltre ad aver ricevuto una  trasposizione animata di 50 episodi, Angel Heart ha recentemente ottenuto un riuscito live drama in cui troviamo l’apprezzato attore e doppiatore Takaya Kamikawa a vestire i panni di Ryo Saeba.

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Tornando al maestro Hojo, è doveroso sottolineare la sua profonda amicizia con Tetsuo Hara e Nobuhiko Horie. Maturato ai tempi in cui tutti e tre lavoravano per Shonen Jump, questo rapporto li ha portati, in seguito, a fondare assieme la Coamix e la North Stars Pictures, ed è proprio in tale ambito che Hojo ha avuto modo di contribuire al revival di Hokuto No Ken degli scorsi anni, creando il personaggio di Reina.

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Oltre a tutto questo, negli ultimi anni Tsukasa Hojo compone, con Tetsuo Hara, Nobuhiko Horie e Ryuji Tsugihara (altro membro fondatore di Coamix e NSP) la speciale giuria del Silent Manga Audition, il concorso internazionale per aspiranti mangaka che, recentemente, ha permesso ad un nostro connazionale di volare fino in Giappone e  farsi una bella chiacchierata proprio con il maestro!


DIFFERENZE FRA ANIME E MANGA

City Hunter non è un opera violenta, ma nella trasposizione in cartone animato di quegli anni venne a perdersi la componente comica principale del fumetto; vale a dire l’esagerata voglia di sesso di Ryo Saeba, che nell’anime venne edulcorata non poco e che comunque in entrambe le opere veniva frenata sul nascere da Kaori, sotto forma di una martellata di 100 Tonnellate sul cranio del disgraziato protagonista.
Il MOKKORI e’ una delle trovate più divertenti della serie, ed in pratica è un suono onomatopeico che accompagna le erezioni di Ryo e che lo stesso utilizza con un gergo particolare nei confronti delle donne con cui vorrebbe avere rapporti sessuali (“Mokkori” fra i molteplici significati ha anche quello di “Ti do una botta”). Oltre a censurare questo aspetto del protagonista, che lo rendeva meno eroico e sicuramente molto più subdolo, nel passaggio televisivo si perse completamente l’esistenza della UNION TEOPE e dei suoi mercenari comandati dall’ex padre adottivo di Ryo e di Mick, per non menzionare Bloody Mary, figlia di un rivoluzionario in America Centrale che conobbe il protagonista durante la stessa guerra in cui combattè fianco a fianco del genitore Shin Kaibara. Al posto della UNION TEOPE nell’anime vi è la Red Pegasus, associazione fondata da un poliziotto corrotto che fu il mandante dell’omicidio di Hideyuki.

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Ciononostante è affascinante osservare come Ryo Saeba pur con la sua filosofia libertina venga amato da Kaori, che è il freno dei suoi impulsi libidinosi nonchè l’unica donna che Ryo ama davvero nella vita e che non si sognerebbe mai di portare a letto… nonostante non disdegni qualche maliziosa toccatina di tanto in tanto.


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Molti lo sapranno già ma, in Giappone, il doppiatore di Ryo Saeba era Akira Kamiya, lo stesso del nostro amato Kenshiro!


INFLUENZA CULTURALE E PARTICOLARITA’

City Hunter è un manga, al pari di Ken il Guerriero, molto influenzato dalla televisione e dal cinema dell’epoca. Non a caso il protagonista si veste con giacche multicolori come faceva Don Johnson nel famoso telefilm Miami Vice, O che porti in alcune scene lunghi impermeabili come Charles Bronson nel “Giustiziere della Notte”. Molto influenzata dalla cultura occidentale anche la rappresentazione del protagonista, alto dal fisico tonico e massiccio e muscoloso, ma “tradito” dal tratto di Tsukasa Hojo che evolvendosi sviluppa uno stile proprio e riconoscibile persino nell’iconografia del viso e nel taglio degli occhi dei protagonisti, forse gli unici nel panorama del fumetto giapponese ad avere gli occhi a mandorla.

Tsukasa Hojo rappresenta i suoi personaggi in un modo molto realistico, tanto da rappresentare uno dei migliori  mangaka della sua generazione per dettagli ed un sapiente uso dei chiaroscuri e dei retini grafici.

Il manga come l’anime è un prodotto anni ’80, e come già detto riscontrabile in tutti gli accessori sfoggiati dai protagonisti, compresa la mitica 357 magnum utilizzata da Saeba, velato riferimento alla 44 magnum di Harry Callahan della serie di film “Dirty Harry”, o i Ray Ban sfoggiati da Saeba e Hideyuki riconducibili a quelli indossati da Stallone nel film “Cobra”.

Oltre a 4 serie animate, un film d’animazione per il grande schermo, 2 OAV e 3 special televisivi, City Hunter ha avuto una prima versione dal vivo, per il grande schermo, nel 1993. E nei panni di Ryo c’era… *RULLO DI TAMBURI*… Jackie Chan!

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Esiste anche un serial televisivo coreano ispirato (molto vagamente, in realtà…) a City Hunter. Nei 20 episodi che lo compongono, andati in onda nel 2011, storia e personaggi cambiano radicalmente e tutta l’ambientazione viene spostata da Tokyo a Seul. Dice “ma che mi significa chiamare una serie City Hunter se non c’entra NULLA con City Hunter?”. Boh, non lo so, misteri della fede…

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GLI OMAGGI DI CITY HUNTER A KEN IL GUERRIERO

In occasione di questo tributo non potevamo certo esimerci dall’elencare tutti i passaggi in cui il maestro Hojo si è divertito a “prendere in giro” il suo grande amico e collega Tetsuo Hara !
(Nota: le seguenti scansioni sono tratte dalla prima edizione italiana ad opera della Star Comics)

In questa pagina, tratta dal quarto volume italiano (risalente all’aprile 1996), vediamo il nostro Ryo vantarsi delle proprie doti da imitatore e, tra gli altri, assumere le sembianze di Kenshiro!

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In queste vignette, tratte dal settimo volume (luglio 1996), c’è poco da spiegare: lo stallone di Shinjuku conosce tecniche segrete adatte ad ogni occasione ed il suo spirito combattivo si accende e ne strappa le vesti mentre punta il dito (e non solo quello  😀 ) verso Saeko. Vi ricorda qualcuno?

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Anche qui non credo servano molte spiegazioni: il volume è il quattordicesimo (febbraio 1997)

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In queste pagine, tratte dal volume 17 (maggio 1997), Ryo rimprovera a Kaori il fatto di non leggere Ken il guerriero e quindi – mentre gli passa prontamente una copia di Shonen Jump, la rivista su cui allora venivano pubblicate le avventure del successore di Hokuto – di non sapere che lì è pieno di “tomo” (amici-nemici, come dice Ryo, o più poeticamente “rivali e compagni”), termine che Hara usa nel suo manga per definire tutta quella schiera di personaggi che si scontrano tra loro all’ultimo sangue ma che allo stesso tempo nutrono stima reciproca.

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Al ventesimo volume (agosto 1997), Ryo si trucca e si traveste da donna. Possiamo dire con certezza che “la sua bellezza da tutti i pori trasuda” 😀

In queste due pagine, tratte dal volume 36 (dicembre 1998), in realtà l’omaggio è diretto ad un altro capolavoro di Tetsuo Hara (che nel frattempo aveva concluso Ken), all’epoca pubblicato sempre su Shonen Jump: Hana No Keiji. (Se vi riesce difficile leggere, cliccate sull’immagine)

Dal canto suo, il maestro Hara pare non aver dimenticato tutti gli affettuosi sfottò dell’amico, tanto che, in occasione dei trent’anni di carriera di Tsukasa Hojo, lo ha omaggiato con la sua personale interpretazione di Ryo e Hitomi (la “Sheila” di Occhi di Gatto). A voi i commenti… 😀

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Twitta e vinci manga autografati da Tetsuo Hara, Tsukasa Hojo e Ryuji Tsugihara


Succulenta iniziativa da parte di Comic Zenon e i ragazzi del Silent Manga Audition. Avevamo parlato poco tempo fa dei manga tradotti in inglese e messi online sul sito ufficiale, ma ora, in occasione del raggiungimento dei 1000 follower su Twitter, il team del Silent Manga lancia un esclusivo giveaway con in palio il primo volume di Hokuto No Ken Extreme Edition (autografato da Tetsuo Hara), il primo volume di City Hunter XYZ Edition (autografato da Tsukasa Hojo) e il volume speciale “The Finest Smile” con i manga vincitori della seconda edizione del concorso (autografato da Ryuji Tsugihara).

Partecipare è molto semplice, basta avere un profilo Twitter e seguire l’account Silent Manga Audition, dopodiché è necessario scrivere almeno un tweet con l’hashtag #vote4Zenon ed un altro hashtag con il nome del manga che si vorrebbe leggere in inglese tra quelli elencati sul sito.

Ecco qualche esempio pratico:

Ora correte a votare!

Anime Tribute – I Cavalieri dello Zodiaco


Nuovo appuntamento con la serie di articoli celebrativi sugli anime cult della nostra infanzia. Mettetevi comodi, fate partire la musica e bruciate il vostro Cosmo fino ai limiti estremi, perché oggi parliamo dei Cavalieri dello Zodiaco!

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SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Saint Seiya (聖闘士星矢)
Episodi: 114
Regia: Yasuhito Kikuchi, Kozo Morishita
Character Design: Shingo Araki, Michi Himeno
Musiche: Seiji Yokoyama
Produzione: TOEI ANIMATION
Prima TV (J): dal 11 / 10 / 1986 all’ 01 / 04 / 1989
Prima TV (ITA): 1990

Trama e tematiche principali

Si narra, sin dall’antichità, che quando l’umanità giunge sull’orlo del baratro, appaiono i “Saint”, i Cavalieri di Athena, per riportare la pace. Ognuno di essi è rappresentato da una costellazione e protetto da una un’armatura sacra, in grado di esaltarne la potenza. Seiya è un orfano che, suo malgrado, è stato inviato da piccolo in Grecia proprio per divenire un Cavaliere ed impadronirsi delle vestigia di Pegasus. Sottoposto per anni a massacranti allenamenti, ha imparato a combattere facendo “esplodere” il suo Cosmo, quella forza interiore, simile a quella delle stelle, che alberga in ogni essere umano. Il ragazzo ha resistito così a lungo solo perché la fondazione Grado (da noi fondazione Thule), che lo ha costretto a seguire un così duro cammino, gli ha anche garantito che al ritorno lo avrebbe fatto ricongiungere con Seika (Patricia per il pubblico nostrano), l’amata sorella maggiore dalla quale era stato separato. Tornato in Giappone, però, scopre che Seika è scomparsa proprio quando lui è partito per la Grecia e che, da allora, se ne sono perse le tracce. Ma la fondazione, ora nelle mani della giovane Saori (Lady Isabel), ha organizzato la Battaglia Galattica, un torneo per mettere a confronto tutti i Cavalieri che hanno fatto ritorno con la propria armatura: se Seiya vincerà, sarà impiegata ogni risorsa pur di rintracciarne la sorella.

Di qui in poi, la storia è un continuo crescendo. Inizialmente riluttante a prestarsi ancora al volere della fondazione, il protagonista scopre ben presto che c’è in gioco molto più che la sua sola vita. Saori è infatti la reincarnazione della dea Athena, tornata fra gli uomini  per contrastare le minacce che incombono sul pianeta. La prima di esse è la più subdola: un conflitto fra Cavalieri delle sue stesse fila, originato dalla volontà del Gran Sacerdote. Molti sono i guerrieri che cadono durante le epiche battaglie che seguono, mentre Seiya stringe un legame sempre più forte con Shiryu (Sirio il Dragone), Shun (Andromeda), Hyoga (Crystal il Cigno) e Ikki (Phoenix),  suoi compagni d’arme. Assieme a loro riesce a sconfiggere dapprima i Silver Saints, i Cavalieri d’Argento e infine a superare le 12 case presidiate dai Gold Saints, i Cavalieri d’Oro e sventare una volta per tutte i piani di Saga di Gemini, colui che ha ordito l’intero complotto e che aveva usurpato il posto del vero Gran Sacerdote, da tempo defunto.

Cavalieri d'Oro

Ma, come dicevamo prima, per quanto sofferto questo è solo l’inizio. Conclusasi quella che viene generalmente definita come la “Battaglia del Grande Tempio”, inizia infatti una nuova lotta nelle gelide terre di Asgard, territorio di Hilda di Polaris, sacerdotessa di Odino, e dei suoi Cavalieri, i God Warrior, ognuno rappresentato da una stella del Grande Carro dell’Orsa Maggiore. Subito dopo, lo scontro con il reincarnato Nettuno e i suoi Mariners, a guardia delle 7 colonne che sostengono i 7 mari, conclude l’anime televisivo.

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Il tema più importante, il punto cardine dell’intera serie, è la lealtà. Che sia verso i propri amici, verso un ideale, verso coloro che sono chiamati a proteggere o servire, quasi tutti i guerrieri che compaiono nel racconto, non solo i protagonisti ma anche gli antagonisti, preferirebbero morire piuttosto che tradire ciò in cui credono o le persone che ripongono fede in loro. Basti pensare che è la lealtà di Aiolos (Micene di Sagitter), un singolo Cavaliere d’Oro, ad innescare tutta la catena di eventi che si sviluppano in seguito. Seiya stesso, all’inizio più egocentrico, affronta un processo di vera e propria crescita in tal senso. Le battaglie che affronta, infatti, gli permettono di forgiare non solo una grandiosa amicizia con gli altri Cavalieri, ma anche il suo proprio carattere: quel ragazzino interessato soltanto a ritrovare sua sorella, infischiandosene di guerre galattiche e responsabilità, diventa man mano lo stoico paladino di Athena e dell’umanità, disposto a mettere in gioco la vita più e più volte e senza la minima esitazione.  Potremmo citare Ikki, capace di tornare letteralmente dal mondo dei morti pur di difendere suo fratello minore Shun, oppure Shiryu, divenuto l’emblema stesso di chi si sacrifica costantemente per il bene dei compagni, e potremmo passare in rassegna i personaggi per ore ed ore ma, sicuramente, chiunque di voi ha scolpito nella propria memoria qualche momento particolare dell’anime in cui traspare questo valore.

Un altro tema, strettamente legato al primo, è il coraggio. Quel coraggio che permette di affrontare continue sfide anche contro avversari che sembrano infinitamente superiori e che porta i protagonisti a progredire, migliorarsi e superare ogni ostacolo che gli si pari di fronte, a dispetto di qualsiasi classificazione o prospettiva. Un messaggio forte, ribadito dalla prima all’ultima puntata, partendo da un ragazzino che si trova a sfidare un gigante, passando per l’acquisizione del Settimo Senso  fino ad arrivare alla sconfitta di una vera e propria divinità, che ricorda allo spettatore che solo combattendo si è in grado di rovesciare la sorte. Come diceva Alessandro Magno, “nulla è impossibile per chi osa”.

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Infine, a completare questa “santissima trinità” di tematiche che si rincorrono e si alimentano a vicenda, troviamo la speranza. Questa, in particolare, è l’unica caratteristica che distingue in maniera profonda i cinque protagonisti principali dal resto dei personaggi. Essi infatti, diversamente dai loro avversari, riescono a trovare la forza di lottare anche quando ormai tutto sembra perduto e questo li “eleva” al di sopra di chiunque altro, anche degli déi. Limitati proprio da una visione pessimistica dell’umanità e, di conseguenza, del futuro, i nemici vengono costantemente sbugiardati da questi adolescenti, la cui giovane età è essa stessa il simbolo di una nuova generazione, di un avvenire pieno di opportunità per sé e per il mondo intero, un domani in cui poter fare tesoro degli errori commessi e progredire.

Caratteristiche peculiari

Carta vincente dei Cavalieri dello Zodiaco è la mitologia. Sembrerà assurdo, ma nella sua “semplicità”, questa è stata forse la caratteristica che, più di altre, ha permesso alla serie di riscuotere tanto successo. Mentre per il popolo del Sol Levante, abituato per tradizione ad un diverso sistema astronomico, tutto questo era sufficientemente esotico da scatenare forte curiosità e ammantare l’opera di un’aura mistica mai vista prima, per noi occidentali  (in particolare chi, come me, all’epoca studiava a scuola proprio certe cose), stabiliva una tale connessione con la nostra cultura da risultare affascinante ed irresistibile. E non era qualcosa che si limitava ad un paio di richiami sporadici: nomi, tecniche speciali, sceneggiatura, determinate situazioni in combattimento… nella maggioranza dei casi pescavano a piene mani da un patrimonio di leggende, tradizioni e religioni che spaziava a 360°.

Allo stesso tempo, il character design studiato dai leggendari Shingo Araki (che abbiamo già nominato parlando di Goldrake) e Michi Imeno, unito alla grande macchina dell’animazione che erano gli studi Toei dell’epoca, ha permesso di produrre uno spettacolo visivo accattivante e che è stato capace di migliorare episodio dopo episodio, arrivando a toccare picchi tali da lasciare letteralmente a bocca aperta. Se poi a questo aggiungiamo una colonna sonora di quelle che si imprimono a fuoco nella mente, merito del mitico compositore Seiji Yokoyama e dei Make-Up, la band che ha creato la sigla d’apertura Pegasus Fantasy, non è così difficile capire come mai i Cavalieri siano ancora oggi tanto popolari.

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Il manga originale

Originariamente, la serie vede la luce in forma cartacea per mano di Masami Kurumada, mangaka della “vecchia scuola” che già da 11 anni lavorava per Shueisha e che, proprio da alcuni suoi lavori precedenti per lo stesso editore, riprende molte idee. Da Ring ni kakero (リングにかけろ- Metticela tutta sul ring), manga sulla boxe pubblicato tra il 1977 ed il 1981, l’autore riprende non solo l’aspetto del protagonista principale, ma anche gli allenamenti al limite della resistenza umana, il gruppo di eroi formato da cinque membri e l’utilizzo di attacchi segreti dai nomi “cool”. In più, a partire dal 17° volume della serie, vengono introdotti gli avversari del Team Grecia, tutti portatori di nomi quali Orfeo, Ulisse, Teseo, Icaro e Apollo e, col proseguire della serie, entrano in scena le Dodici Divinità Greche: Zeus, Cassandra, Artemide, Orione, Prometeo, Medusa, Narciso, Pegaso, Venere, Poseidone e Ade. In particolare, Venere è chiaramente la base su cui verrà poi costruito il personaggio di Aphrodite (Fish). Da Fūma no Kojirō (風魔の小次郎Kojirō dei Fūma), pubblicato tra il 1982 ed il 1985, Kurumada riprende invece l’idea di “armi sacre” (nel caso specifico delle spade) che hanno la caratteristica di poter essere utilizzate solo ed esclusivamente dal loro rispettivo proprietario. In questo manga compare per la prima volta il Cosmo, concetto che verrà poi espanso in Otoko Zaka (男坂 – Inclinazione maschile), serie prematuramente interrotta realizzata tra il 1984 ed il 1985.

Nonostante tutto questo riciclaggio di idee, è divertente notare quanto la trama di Saint Seiya (anzi, Ginga No Rin – 銀河の輪 – Rin della Galassia, come avrebbe dovuto chiamarsi inizialmente) , almeno nella sua concezione primordiale nella mente di Kurumada, fosse molto distante da quella che tutti conosciamo. L’autore, infatti, colpito dal film Karate Kid, in principio voleva creare una storia con protagonisti un gruppo di giovani karateka (chiamati Seisenshi, Sacri Guerrieri) dai poteri sovrumani che lottavano contro le forze del male protetti da armature. A questo concetto voleva poi legare la mitologia greca e le costellazioni. Fortunatamente per noi, elaborando e rielaborando a lungo le idee (l’autore si era preso un periodo di pausa dopo la cattiva riuscita di Otoko Zaka), decise di cambiare nome sia alla serie che al protagonista e di rivedere buona parte della trama e degli elementi. Così, finalmente, nel dicembre del 1985, sulle pagine del settimanale Shonen Jump, compare il primo episodio del manga di Saint Seiya.

Copertina della prima storica raccolta in volume

C’è da dire che, almeno agli esordi, le sacre armature dei nostri eroi erano davvero ben poco accattivanti. Seiya e gli altri partecipanti alla Battaglia Galattica erano davvero poco protetti e il loro appeal commerciale ridotto praticamente a zero.

armatura di pegasus manga originale

Nonostante questo, il manga divenne una delle serie di punta di Shonen Jump e quindi, fin da subito, si iniziò a pianificare tutto ciò che da esso sarebbe derivato in quegli anni. Vennero fatti degli studi dei personaggi per la realizzazione dell’anime e, almeno in fase progettuale, Shingo Araki tentò di trasporre le armature in maniera fedele al manga:

primi studi

Ma, come dicevamo prima, nonostante tutta la bravura di Araki, quelle armature avevano ben poco fascino a livello commerciale. Ai piani alti della Bandai, finanziatrice della produzione, fu subito chiaro che, per vendere i modellini dei personaggi che avevano in cantiere, c’era bisogno di aggiustare il tiro. Di conseguenza vennero fatti ulteriori studi, fino a quando non si giunse all’aspetto definitivo che tutti conosciamo (notare il raccapricciante Pegasus romanista della fase intermedia):

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A meno di un anno dall’inizio del manga, presero quindi il via l’anime e la produzione di quelle tanto amate figures in armatura (in gran parte giunte anche da noi, grazie a Giochi Preziosi) che ancora oggi rappresentano una fetta veramente importante del mercato del collezionismo, con nuovi e sempre più particolareggiati modelli costantemente immessi sul mercato da Bandai.

I Cavalieri dello Zodiaco in Italia: una storia d’amore e odio

Se c’è una cosa in particolare che ha sempre distinto l’edizione italiana dell’anime di Saint Seiya (a parte il cambiamento dei nomi del 99% dei personaggi) è sicuramente l’adattamento dei dialoghi. Fin dai suoi esordi sulle nostre reti nel 1990, la serie si è presentata infatti con un registro aulico dai forti rimandi a Dante, ai poemi omerici e all’epica cavalleresca. Certo è che in fondo, visti i temi trattati, tale scelta non era poi così malvagia, e in effetti all’epoca ce lo siamo goduti così, senza porci troppi problemi su quello che poteva essere il modo di parlare originale dei protagonisti. Ci andava bene il “Fulmine di Pegasus” come ci andavano bene le “Ali della Fenice” e il “Colpo Segreto del Drago Nascente”, per dire. E il successo fu strepitoso: mentre il cartone macinava ascolti a ruota libera, la Giochi Preziosi importava i pupazzetti in armatura di Bandai e li vendeva a carrettate.

Poi, dopo qualche anno è arrivato da noi anche il manga. E lì è stata la “fine”. A partire da quel momento, diversi che fino al giorno prima cantavano a squarciagola la sigla italiana iniziarono insospettabilmente a scoprirsi puristi dell’opera originale, gettando le prime basi di quell’insanabile spaccatura nel pubblico tra chi ancora oggi arriva a fare petizioni online per richiamare i vecchi doppiatori sulle nuove serie e chi invece darebbe fuoco a tutto perché proprio non ce la fa a non sentire “Scarlet Needle” piuttosto che “Cuspide Scarlatta”.

Una leggenda che non finisce

Quando, tra il 1989 ed il 1990, si conclusero sia l’anime televisivo che il manga originale, sembrava che per Pegasus e soci l’avventura fosse finita. Bandai e Toei (che pure avevano prodotto ben 4 film d’animazione mentre la serie era in corso) non mostrarono alcun interesse ad animare l’ultima parte del manga, mentre Kurumada, chiusa quella fase, si dedicò negli anni seguenti alla realizzazione di diverse nuove opere che non raggiunsero mai lo stesso successo dei Cavalieri. La situazione cambiò drasticamente a partire dal 2002, quando finalmente si decise di riprendere l’anime da dove si era fermato e  venne pubblicato il primo dei 31 OAV che ripercorrono la lotta contro Ade e la sua armata di Specter. In contemporanea sono stati lanciati sia il manga Saint Seiya -Episode G, prequel realizzato da Megumu Okada e ambientato pochi anni prima dell’inizio della serie originale, in cui i protagonisti sono i Cavalieri D’Oro, sia il romanzo Gigantomachia, scritto da Tatsuya Hamazaki. Il 2004 è stato l’anno del film d’animazione per il grande schermo Saint Seiya – Tenkai -hen, ambientato dopo la fine della guerra contro Ade (e che doveva essere anche il prologo di un nuovo anime mai realizzato).  Kurumada stesso è poi tornato a dire la sua dal 2006 con Saint Seiya Next Dimension, sequel ufficiale del manga (stavolta totalmente a colori), mentre sempre nello stesso anno è iniziato anche Saint Seiya – The Lost Canvas, altro prequel firmato dal mangaka Shiori Teshirogi e poi trasposto in animazione (anche se in maniera incompleta) che narra le imprese dei Cavalieri del 18° secolo e della loro strenua lotta contro Ade. Negli anni più recenti abbiamo poi avuto il “bambinesco” anime Saint Seiya Omega (dal 2012 al 2014), Saintia Sho (2013), manga spin-off con protagoniste delle guerriere dedicate ad Atena, il deludente film in CG Saint Seiya – Legend of Sanctuary (2014) e, infine, Saint Seiya – Soul of Gold (2015), anime trasmesso online (che potete trovare qui con sottotitoli in italiano). In tutto questo, una pioggia di videogames, pachislot, merchandise e soprattutto nuovi modellini, segno inequivocabile di un brand che non solo non ne vuole sapere di cadere nel dimenticatoio, ma che cerca sempre di restare al passo con la voglia di nuove produzioni dei fan.

Chiudo con questa fan art, appositamente realizzata da Luca Papeo (abbiamo parlato di lui a proposito di Ufo King Goldrake), che ritrae i nostri cinque “mitici eroi” in posa plastica.