Tetsuo Hara x Kentaro Miura – A breve l’incontro storico!

 

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Avete capito bene, i due mostri sacri del fumetto si incontreranno per una speciale intervista che verrà pubblicata sul prossimo numero del mensile Comic Zenon, in vendita in Giappone a partire dal prossimo 25 agosto. A testimonianza di questo eccezionale evento, Tetsuo Hara disegnerà la sua intepretazione di Guts, protagonista di Berserk, mentre Kentaro Miura disegnerà a sua volta Nobunaga Oda, protagonista di Ikusa No Ko, l’ultimissimo manga del papà di Ken il guerriero.

right on kingA corredare il tutto verrà presentato anche “Right On King”, un nuovo episodio spin off – stavolta dedicato a Shin – che, sulla falsariga di Ultimate Desire, Scrap Mountain e diversi altri, sarà scritto ancora una volta da Takeshi Kawada e disegnato da Yukito.

Per il pubblico occidentale, un report dell’evento sarà pubblicato – in inglese – anche sul sito del Silent Manga Audition, l’ormai famoso concorso internazionale indetto proprio da Hara e soci per scovare e forgiare le nuove promesse del manga.

CITY HUNTER TRIBUTE

A cura di Marco Nero (testi) e Squalo Densetsu (contributi addizionali)

Tanti sono i manga che durante il boom economico degli anni ’80 hanno raccolto uno spropositato successo –Ken il guerriero, Ranma 1\2, Dragon Ball, Akira, I Cavalieri dello Zodiaco, Le bizzarre avventure di Jojo, solo per citarne alcuni – un periodo, quello dei magici 80’s, in cui presero forma nuove idee e nuovi stili e in cui i disegnatori appassionati di cinema come Tetsuo Hara ed Akira Toriyama riversarono le loro passioni nel proprio lavoro.

Fra tutti gli esempi da me citati ve ne era uno però che mescolava sapientemente Azione/Detective Story e commedia sentimentale: City Hunter.

La maggioranza lo ricorderà per via della serie animata mandata in onda su Italia 7 (e, in seguito, su altre TV locali) nella seconda metà degli anni ’90, mentre chi conosce il manga originale saprà anche che sono già passati ben 31 anni dall’inizio delle rocambolesche avventure di Ryo Saeba. Creato dal geniale Tsukasa Hojo, già padre di Cat’s Eye (Occhi di Gatto), City Hunter vede infatti la luce come serie regolare il 26 febbraio 1985 sulle pagine del settimanale Shonen Jump, divenendo presto uno dei capisaldi della famosa rivista della Shueisha e, più in generale, uno dei maggiori successi nell’immenso panorama delle produzioni nipponiche.

TRAMA E PERSONAGGI

Ryo Saeba è un detective ed assassino prezzolato che opera nel quartiere di Shinjuku, a Tokyo. Come contattarlo? Scrivendo le iniziali XYZ sulla lavagna della stazione. Infallibile tiratore ed esperto del combattimento corpo a corpo, Ryo è talmente in gamba da esser soprannominato negli ambienti della malavita con il nome di “City Hunter”, il “cacciatore metropolitano”.  A questi enormi talenti si affianca però un enorme difetto: Ryo è un maniaco sessuale. Un uomo dalla mentalità talmente libertina da mettere a rischio l’incolumità delle proprie clienti (perché non accetta incarichi da clienti maschi!) con le sue continue avanches. A tenerlo a bada ci pensa Hideyuki Makimura, ex poliziotto ed amico fedele che, con la sua calma, riesce a fare da perfetto contraltare all’esuberanza di Ryo. I due collaborano fino a quando, sfortunatamente, Hideyuki perde la vita per colpa di un associazione  criminale chiamata UNION TEOPE, specializzata nel traffico di una droga chiamata “Angel Dust”, che agisce come una sorta di doping i cui tossicodipendenti diventano pazzi assassini. In punto di morte, Makimura prega Saeba di prendersi cura di sua sorella minore Kaori che, da quel momento in poi, diviene la nuova partner di City Hunter. Da qui si dipartono una lunga serie di avventure (in gran parte slegate tra loro) che vedono quasi sempre coinvolte bellissime clienti che, da un lato cercano l’aiuto di Ryo, ma dall’altro devono far fronte alla sua stessa libidine, espressa in fantasiosi e sempre più elaborati assalti sessuali che vengono spesso sventati solo grazie a Kaori ed al suo ormai famosissimo martellone punitivo!

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Durante le loro avventure Ryo e Kaori verranno a contatto con diversi personaggi e coprimari: Umibozu (Falcon), killer nemico di Ryo che finirà per allearsi con lui; Saeko Nogami (Selene), ispettore della polizia di Tokyo e seducente femme fatale sempre pronta al doppio gioco, che promette costantemente a Saeba una “notte d’amore” in cambio di incarichi di cui non darà mai il compenso; Miki che salvata da Umibozu in tenera età ne diventerà la dolce metà; Reika Nogami sorella di Saeko che chiede spesso aiuto a Ryo per risolvere casi del suo studio privato, promettendo anche lei dei pagamenti in natura che non verserà mai.

In più, mancante nell’anime ma con un ruolo centrale nel manga vi è Mick Angel, ex collega di Ryo che aveva fondato con lo stesso l’agenzia “City Hunter” in America, e che tenterà di ucciderlo per conto della UNION TEOPE.


TSUKASA HOJO

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Classe 1959, Tsukasa Hojo mostrava attitudine al disegno già a partire dall’età prescolare, quando cercava di riprodurre su carta i personaggi dei suoi cartoni animati preferiti. Eppure, paradossalmente, l’uomo che sarebbe divenuto uno dei più famosi mangaka a livello mondiale NON nutriva alcun interesse per i fumetti, ai quali si avvicinò soltanto alle medie, quando si lasciò influenzare da un compagno di classe che amava disegnarli. Fu comunque solo al terzo anno delle superiori che realizzò, assieme ad altri compagni, il suo primo fumetto completo. Quello fu anche il periodo in cui iniziò (e finalmente, possiamo dire… 😀 ) ad appassionarsi davvero ai manga, cominciando a leggerne diversi e continuando a disegnare tavole nel tempo libero. Il primo vero sbocco per questo suo hobby arrivò all’università quando, su consiglio di un amico, si mise a realizzare fumetti ed illustrazioni per una rivista amatoriale pubblicata dai suoi compagni più anziani della facoltà d’arte. Nonostante tutto, però, per il giovane Hojo quello di disegnare restava uno svago, non riusciva a prenderlo come un impegno, tanto che spesso non portava a termine ciò che iniziava. Fu quindi un vero e proprio scherzo del destino che lo portò, nel 1979, a partecipare al Tezuka Award indetto da Shonen Jump ed aggiudicarsi il secondo premio con il manga “Space Angel”. Hojo infatti non leggeva le riviste di fumetti (comprava solo le raccolte in volume) e non aveva quindi la minima idea dell’esistenza del concorso!

“Nel periodo delle vacanze estive, mentre frequentavo l’università, durante il giorno facevo dei lavoretti, mentre la sera avevo del tempo libero che utilizzavo per disegnare le tavole a fumetti: ne realizzavo una ogni notte. Dopo averne fatte 27, un mio amico mi disse che le avrebbe mandate al premio Tezuka e, quindi, anch’io pensai che se avessi vinto un premio sarei stato contento; così completai la storia in 31 pagine e sfacciatamente la mandai al concorso”.

Fu da quel momento in poi che Tsukasa Hojo decise di impegnarsi sul serio: l’anno seguente realizzò infatti “Ore ha otoko da!” (おれは男だ! – Io sono un uomo!) manga di ambientazione scolastica che venne pubblicato sul numero di agosto del Weekly Jump e segnò il suo debutto tra i professionisti, mentre nel 1981 diede il via al suo primo grande successo: Cat’s Eye!

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Parlando proprio di Occhi di Gatto è interessante notare che nel manga vi è un personaggio, Masato Kamiya, soprannominato “Il Topo” (e assente nella versione animata), che di fatto è stato  la base su cui Hojo ha poi sviluppato la figura di Ryo Saeba, infilandola dapprima in due episodi pilota – City Hunter XYZ (1983) e City Hunter Double Edge (1984) – e infine in una sua serie regolare (1985).

Nel corso degli anni, molti sono stati i lavori di questo grande artista. Tra i tanti vanno sicuramente ricordati Rash!! (1994-1995), Family Compo (1996-2000) e, dulcis in fundo, Angel Heart, iniziato ormai nel 2001 e tuttora in corso. Su quest’ultimo vale la pena spendere qualche parola in più, visto che NON si tratta di un vero e proprio sequel di City Hunter ma di un’opera ambientata in un universo “alternativo” in cui Kaori è morta in un tragico incidente ed il suo cuore è stato trapiantato nel petto di Shan In, una spietata killer professionista soprannominata Glass Heart. L’incontro tra lo stagionato sweeper e la giovane assassina determinerà per entrambi un profondo cambio di rotta nelle rispettive esistenze, dando vita ad uno dei più piacevoli manga degli ultimi anni. Oltre ad aver ricevuto una  trasposizione animata di 50 episodi, Angel Heart ha recentemente ottenuto un riuscito live drama in cui troviamo l’apprezzato attore e doppiatore Takaya Kamikawa a vestire i panni di Ryo Saeba.

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Tornando al maestro Hojo, è doveroso sottolineare la sua profonda amicizia con Tetsuo Hara e Nobuhiko Horie. Maturato ai tempi in cui tutti e tre lavoravano per Shonen Jump, questo rapporto li ha portati, in seguito, a fondare assieme la Coamix e la North Stars Pictures, ed è proprio in tale ambito che Hojo ha avuto modo di contribuire al revival di Hokuto No Ken degli scorsi anni, creando il personaggio di Reina.

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Oltre a tutto questo, negli ultimi anni Tsukasa Hojo compone, con Tetsuo Hara, Nobuhiko Horie e Ryuji Tsugihara (altro membro fondatore di Coamix e NSP) la speciale giuria del Silent Manga Audition, il concorso internazionale per aspiranti mangaka che, recentemente, ha permesso ad un nostro connazionale di volare fino in Giappone e  farsi una bella chiacchierata proprio con il maestro!


DIFFERENZE FRA ANIME E MANGA

City Hunter non è un opera violenta, ma nella trasposizione in cartone animato di quegli anni venne a perdersi la componente comica principale del fumetto; vale a dire l’esagerata voglia di sesso di Ryo Saeba, che nell’anime venne edulcorata non poco e che comunque in entrambe le opere veniva frenata sul nascere da Kaori, sotto forma di una martellata di 100 Tonnellate sul cranio del disgraziato protagonista.
Il MOKKORI e’ una delle trovate più divertenti della serie, ed in pratica è un suono onomatopeico che accompagna le erezioni di Ryo e che lo stesso utilizza con un gergo particolare nei confronti delle donne con cui vorrebbe avere rapporti sessuali (“Mokkori” fra i molteplici significati ha anche quello di “Ti do una botta”). Oltre a censurare questo aspetto del protagonista, che lo rendeva meno eroico e sicuramente molto più subdolo, nel passaggio televisivo si perse completamente l’esistenza della UNION TEOPE e dei suoi mercenari comandati dall’ex padre adottivo di Ryo e di Mick, per non menzionare Bloody Mary, figlia di un rivoluzionario in America Centrale che conobbe il protagonista durante la stessa guerra in cui combattè fianco a fianco del genitore Shin Kaibara. Al posto della UNION TEOPE nell’anime vi è la Red Pegasus, associazione fondata da un poliziotto corrotto che fu il mandante dell’omicidio di Hideyuki.

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Ciononostante è affascinante osservare come Ryo Saeba pur con la sua filosofia libertina venga amato da Kaori, che è il freno dei suoi impulsi libidinosi nonchè l’unica donna che Ryo ama davvero nella vita e che non si sognerebbe mai di portare a letto… nonostante non disdegni qualche maliziosa toccatina di tanto in tanto.


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Molti lo sapranno già ma, in Giappone, il doppiatore di Ryo Saeba era Akira Kamiya, lo stesso del nostro amato Kenshiro!


INFLUENZA CULTURALE E PARTICOLARITA’

City Hunter è un manga, al pari di Ken il Guerriero, molto influenzato dalla televisione e dal cinema dell’epoca. Non a caso il protagonista si veste con giacche multicolori come faceva Don Johnson nel famoso telefilm Miami Vice, O che porti in alcune scene lunghi impermeabili come Charles Bronson nel “Giustiziere della Notte”. Molto influenzata dalla cultura occidentale anche la rappresentazione del protagonista, alto dal fisico tonico e massiccio e muscoloso, ma “tradito” dal tratto di Tsukasa Hojo che evolvendosi sviluppa uno stile proprio e riconoscibile persino nell’iconografia del viso e nel taglio degli occhi dei protagonisti, forse gli unici nel panorama del fumetto giapponese ad avere gli occhi a mandorla.

Tsukasa Hojo rappresenta i suoi personaggi in un modo molto realistico, tanto da rappresentare uno dei migliori  mangaka della sua generazione per dettagli ed un sapiente uso dei chiaroscuri e dei retini grafici.

Il manga come l’anime è un prodotto anni ’80, e come già detto riscontrabile in tutti gli accessori sfoggiati dai protagonisti, compresa la mitica 357 magnum utilizzata da Saeba, velato riferimento alla 44 magnum di Harry Callahan della serie di film “Dirty Harry”, o i Ray Ban sfoggiati da Saeba e Hideyuki riconducibili a quelli indossati da Stallone nel film “Cobra”.

Oltre a 4 serie animate, un film d’animazione per il grande schermo, 2 OAV e 3 special televisivi, City Hunter ha avuto una prima versione dal vivo, per il grande schermo, nel 1993. E nei panni di Ryo c’era… *RULLO DI TAMBURI*… Jackie Chan!

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Esiste anche un serial televisivo coreano ispirato (molto vagamente, in realtà…) a City Hunter. Nei 20 episodi che lo compongono, andati in onda nel 2011, storia e personaggi cambiano radicalmente e tutta l’ambientazione viene spostata da Tokyo a Seul. Dice “ma che mi significa chiamare una serie City Hunter se non c’entra NULLA con City Hunter?”. Boh, non lo so, misteri della fede…

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GLI OMAGGI DI CITY HUNTER A KEN IL GUERRIERO

In occasione di questo tributo non potevamo certo esimerci dall’elencare tutti i passaggi in cui il maestro Hojo si è divertito a “prendere in giro” il suo grande amico e collega Tetsuo Hara !
(Nota: le seguenti scansioni sono tratte dalla prima edizione italiana ad opera della Star Comics)

In questa pagina, tratta dal quarto volume italiano (risalente all’aprile 1996), vediamo il nostro Ryo vantarsi delle proprie doti da imitatore e, tra gli altri, assumere le sembianze di Kenshiro!

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In queste vignette, tratte dal settimo volume (luglio 1996), c’è poco da spiegare: lo stallone di Shinjuku conosce tecniche segrete adatte ad ogni occasione ed il suo spirito combattivo si accende e ne strappa le vesti mentre punta il dito (e non solo quello  😀 ) verso Saeko. Vi ricorda qualcuno?

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Anche qui non credo servano molte spiegazioni: il volume è il quattordicesimo (febbraio 1997)

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In queste pagine, tratte dal volume 17 (maggio 1997), Ryo rimprovera a Kaori il fatto di non leggere Ken il guerriero e quindi – mentre gli passa prontamente una copia di Shonen Jump, la rivista su cui allora venivano pubblicate le avventure del successore di Hokuto – di non sapere che lì è pieno di “tomo” (amici-nemici, come dice Ryo, o più poeticamente “rivali e compagni”), termine che Hara usa nel suo manga per definire tutta quella schiera di personaggi che si scontrano tra loro all’ultimo sangue ma che allo stesso tempo nutrono stima reciproca.

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Al ventesimo volume (agosto 1997), Ryo si trucca e si traveste da donna. Possiamo dire con certezza che “la sua bellezza da tutti i pori trasuda” 😀

In queste due pagine, tratte dal volume 36 (dicembre 1998), in realtà l’omaggio è diretto ad un altro capolavoro di Tetsuo Hara (che nel frattempo aveva concluso Ken), all’epoca pubblicato sempre su Shonen Jump: Hana No Keiji. (Se vi riesce difficile leggere, cliccate sull’immagine)

Dal canto suo, il maestro Hara pare non aver dimenticato tutti gli affettuosi sfottò dell’amico, tanto che, in occasione dei trent’anni di carriera di Tsukasa Hojo, lo ha omaggiato con la sua personale interpretazione di Ryo e Hitomi (la “Sheila” di Occhi di Gatto). A voi i commenti… 😀

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Twitta e vinci manga autografati da Tetsuo Hara, Tsukasa Hojo e Ryuji Tsugihara

Succulenta iniziativa da parte di Comic Zenon e i ragazzi del Silent Manga Audition. Avevamo parlato poco tempo fa dei manga tradotti in inglese e messi online sul sito ufficiale, ma ora, in occasione del raggiungimento dei 1000 follower su Twitter, il team del Silent Manga lancia un esclusivo giveaway con in palio il primo volume di Hokuto No Ken Extreme Edition (autografato da Tetsuo Hara), il primo volume di City Hunter XYZ Edition (autografato da Tsukasa Hojo) e il volume speciale “The Finest Smile” con i manga vincitori della seconda edizione del concorso (autografato da Ryuji Tsugihara).

Partecipare è molto semplice, basta avere un profilo Twitter e seguire l’account Silent Manga Audition, dopodiché è necessario scrivere almeno un tweet con l’hashtag #vote4Zenon ed un altro hashtag con il nome del manga che si vorrebbe leggere in inglese tra quelli elencati sul sito.

Ecco qualche esempio pratico:

Ora correte a votare!

Anime Tribute – I Cavalieri dello Zodiaco

Nuovo appuntamento con la serie di articoli celebrativi sugli anime cult della nostra infanzia. Mettetevi comodi, fate partire la musica e bruciate il vostro Cosmo fino ai limiti estremi, perché oggi parliamo dei Cavalieri dello Zodiaco!

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SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Saint Seiya (聖闘士星矢)
Episodi: 114
Regia: Yasuhito Kikuchi, Kozo Morishita
Character Design: Shingo Araki, Michi Himeno
Musiche: Seiji Yokoyama
Produzione: TOEI ANIMATION
Prima TV (J): dal 11 / 10 / 1986 all’ 01 / 04 / 1989
Prima TV (ITA): 1990

Trama e tematiche principali

Si narra, sin dall’antichità, che quando l’umanità giunge sull’orlo del baratro, appaiono i “Saint”, i Cavalieri di Athena, per riportare la pace. Ognuno di essi è rappresentato da una costellazione e protetto da una un’armatura sacra, in grado di esaltarne la potenza. Seiya è un orfano che, suo malgrado, è stato inviato da piccolo in Grecia proprio per divenire un Cavaliere ed impadronirsi delle vestigia di Pegasus. Sottoposto per anni a massacranti allenamenti, ha imparato a combattere facendo “esplodere” il suo Cosmo, quella forza interiore, simile a quella delle stelle, che alberga in ogni essere umano. Il ragazzo ha resistito così a lungo solo perché la fondazione Grado (da noi fondazione Thule), che lo ha costretto a seguire un così duro cammino, gli ha anche garantito che al ritorno lo avrebbe fatto ricongiungere con Seika (Patricia per il pubblico nostrano), l’amata sorella maggiore dalla quale era stato separato. Tornato in Giappone, però, scopre che Seika è scomparsa proprio quando lui è partito per la Grecia e che, da allora, se ne sono perse le tracce. Ma la fondazione, ora nelle mani della giovane Saori (Lady Isabel), ha organizzato la Battaglia Galattica, un torneo per mettere a confronto tutti i Cavalieri che hanno fatto ritorno con la propria armatura: se Seiya vincerà, sarà impiegata ogni risorsa pur di rintracciarne la sorella.

Di qui in poi, la storia è un continuo crescendo. Inizialmente riluttante a prestarsi ancora al volere della fondazione, il protagonista scopre ben presto che c’è in gioco molto più che la sua sola vita. Saori è infatti la reincarnazione della dea Athena, tornata fra gli uomini  per contrastare le minacce che incombono sul pianeta. La prima di esse è la più subdola: un conflitto fra Cavalieri delle sue stesse fila, originato dalla volontà del Gran Sacerdote. Molti sono i guerrieri che cadono durante le epiche battaglie che seguono, mentre Seiya stringe un legame sempre più forte con Shiryu (Sirio il Dragone), Shun (Andromeda), Hyoga (Crystal il Cigno) e Ikki (Phoenix),  suoi compagni d’arme. Assieme a loro riesce a sconfiggere dapprima i Silver Saints, i Cavalieri d’Argento e infine a superare le 12 case presidiate dai Gold Saints, i Cavalieri d’Oro e sventare una volta per tutte i piani di Saga di Gemini, colui che ha ordito l’intero complotto e che aveva usurpato il posto del vero Gran Sacerdote, da tempo defunto.

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Ma, come dicevamo prima, per quanto sofferto questo è solo l’inizio. Conclusasi quella che viene generalmente definita come la “Battaglia del Grande Tempio”, inizia infatti una nuova lotta nelle gelide terre di Asgard, territorio di Hilda di Polaris, sacerdotessa di Odino, e dei suoi Cavalieri, i God Warrior, ognuno rappresentato da una stella del Grande Carro dell’Orsa Maggiore. Subito dopo, lo scontro con il reincarnato Nettuno e i suoi Mariners, a guardia delle 7 colonne che sostengono i 7 mari, conclude l’anime televisivo.

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Il tema più importante, il punto cardine dell’intera serie, è la lealtà. Che sia verso i propri amici, verso un ideale, verso coloro che sono chiamati a proteggere o servire, quasi tutti i guerrieri che compaiono nel racconto, non solo i protagonisti ma anche gli antagonisti, preferirebbero morire piuttosto che tradire ciò in cui credono o le persone che ripongono fede in loro. Basti pensare che è la lealtà di Aiolos (Micene di Sagitter), un singolo Cavaliere d’Oro, ad innescare tutta la catena di eventi che si sviluppano in seguito. Seiya stesso, all’inizio più egocentrico, affronta un processo di vera e propria crescita in tal senso. Le battaglie che affronta, infatti, gli permettono di forgiare non solo una grandiosa amicizia con gli altri Cavalieri, ma anche il suo proprio carattere: quel ragazzino interessato soltanto a ritrovare sua sorella, infischiandosene di guerre galattiche e responsabilità, diventa man mano lo stoico paladino di Athena e dell’umanità, disposto a mettere in gioco la vita più e più volte e senza la minima esitazione.  Potremmo citare Ikki, capace di tornare letteralmente dal mondo dei morti pur di difendere suo fratello minore Shun, oppure Shiryu, divenuto l’emblema stesso di chi si sacrifica costantemente per il bene dei compagni, e potremmo passare in rassegna i personaggi per ore ed ore ma, sicuramente, chiunque di voi ha scolpito nella propria memoria qualche momento particolare dell’anime in cui traspare questo valore.

Un altro tema, strettamente legato al primo, è il coraggio. Quel coraggio che permette di affrontare continue sfide anche contro avversari che sembrano infinitamente superiori e che porta i protagonisti a progredire, migliorarsi e superare ogni ostacolo che gli si pari di fronte, a dispetto di qualsiasi classificazione o prospettiva. Un messaggio forte, ribadito dalla prima all’ultima puntata, partendo da un ragazzino che si trova a sfidare un gigante, passando per l’acquisizione del Settimo Senso  fino ad arrivare alla sconfitta di una vera e propria divinità, che ricorda allo spettatore che solo combattendo si è in grado di rovesciare la sorte. Come diceva Alessandro Magno, “nulla è impossibile per chi osa”.

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Infine, a completare questa “santissima trinità” di tematiche che si rincorrono e si alimentano a vicenda, troviamo la speranza. Questa, in particolare, è l’unica caratteristica che distingue in maniera profonda i cinque protagonisti principali dal resto dei personaggi. Essi infatti, diversamente dai loro avversari, riescono a trovare la forza di lottare anche quando ormai tutto sembra perduto e questo li “eleva” al di sopra di chiunque altro, anche degli déi. Limitati proprio da una visione pessimistica dell’umanità e, di conseguenza, del futuro, i nemici vengono costantemente sbugiardati da questi adolescenti, la cui giovane età è essa stessa il simbolo di una nuova generazione, di un avvenire pieno di opportunità per sé e per il mondo intero, un domani in cui poter fare tesoro degli errori commessi e progredire.

Caratteristiche peculiari

Carta vincente dei Cavalieri dello Zodiaco è la mitologia. Sembrerà assurdo, ma nella sua “semplicità”, questa è stata forse la caratteristica che, più di altre, ha permesso alla serie di riscuotere tanto successo. Mentre per il popolo del Sol Levante, abituato per tradizione ad un diverso sistema astronomico, tutto questo era sufficientemente esotico da scatenare forte curiosità e ammantare l’opera di un’aura mistica mai vista prima, per noi occidentali  (in particolare chi, come me, all’epoca studiava a scuola proprio certe cose), stabiliva una tale connessione con la nostra cultura da risultare affascinante ed irresistibile. E non era qualcosa che si limitava ad un paio di richiami sporadici: nomi, tecniche speciali, sceneggiatura, determinate situazioni in combattimento… nella maggioranza dei casi pescavano a piene mani da un patrimonio di leggende, tradizioni e religioni che spaziava a 360°.

Allo stesso tempo, il character design studiato dai leggendari Shingo Araki (che abbiamo già nominato parlando di Goldrake) e Michi Imeno, unito alla grande macchina dell’animazione che erano gli studi Toei dell’epoca, ha permesso di produrre uno spettacolo visivo accattivante e che è stato capace di migliorare episodio dopo episodio, arrivando a toccare picchi tali da lasciare letteralmente a bocca aperta. Se poi a questo aggiungiamo una colonna sonora di quelle che si imprimono a fuoco nella mente, merito del mitico compositore Seiji Yokoyama e dei Make-Up, la band che ha creato la sigla d’apertura Pegasus Fantasy, non è così difficile capire come mai i Cavalieri siano ancora oggi tanto popolari.

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Il manga originale

Originariamente, la serie vede la luce in forma cartacea per mano di Masami Kurumada, mangaka della “vecchia scuola” che già da 11 anni lavorava per Shueisha e che, proprio da alcuni suoi lavori precedenti per lo stesso editore, riprende molte idee. Da Ring ni kakero (リングにかけろ- Metticela tutta sul ring), manga sulla boxe pubblicato tra il 1977 ed il 1981, l’autore riprende non solo l’aspetto del protagonista principale, ma anche gli allenamenti al limite della resistenza umana, il gruppo di eroi formato da cinque membri e l’utilizzo di attacchi segreti dai nomi “cool”. In più, a partire dal 17° volume della serie, vengono introdotti gli avversari del Team Grecia, tutti portatori di nomi quali Orfeo, Ulisse, Teseo, Icaro e Apollo e, col proseguire della serie, entrano in scena le Dodici Divinità Greche: Zeus, Cassandra, Artemide, Orione, Prometeo, Medusa, Narciso, Pegaso, Venere, Poseidone e Ade. In particolare, Venere è chiaramente la base su cui verrà poi costruito il personaggio di Aphrodite (Fish). Da Fūma no Kojirō (風魔の小次郎Kojirō dei Fūma), pubblicato tra il 1982 ed il 1985, Kurumada riprende invece l’idea di “armi sacre” (nel caso specifico delle spade) che hanno la caratteristica di poter essere utilizzate solo ed esclusivamente dal loro rispettivo proprietario. In questo manga compare per la prima volta il Cosmo, concetto che verrà poi espanso in Otoko Zaka (男坂 – Inclinazione maschile), serie prematuramente interrotta realizzata tra il 1984 ed il 1985.

Nonostante tutto questo riciclaggio di idee, è divertente notare quanto la trama di Saint Seiya (anzi, Ginga No Rin – 銀河の輪 – Rin della Galassia, come avrebbe dovuto chiamarsi inizialmente) , almeno nella sua concezione primordiale nella mente di Kurumada, fosse molto distante da quella che tutti conosciamo. L’autore, infatti, colpito dal film Karate Kid, in principio voleva creare una storia con protagonisti un gruppo di giovani karateka (chiamati Seisenshi, Sacri Guerrieri) dai poteri sovrumani che lottavano contro le forze del male protetti da armature. A questo concetto voleva poi legare la mitologia greca e le costellazioni. Fortunatamente per noi, elaborando e rielaborando a lungo le idee (l’autore si era preso un periodo di pausa dopo la cattiva riuscita di Otoko Zaka), decise di cambiare nome sia alla serie che al protagonista e di rivedere buona parte della trama e degli elementi. Così, finalmente, nel dicembre del 1985, sulle pagine del settimanale Shonen Jump, compare il primo episodio del manga di Saint Seiya.

Copertina della prima storica raccolta in volume

C’è da dire che, almeno agli esordi, le sacre armature dei nostri eroi erano davvero ben poco accattivanti. Seiya e gli altri partecipanti alla Battaglia Galattica erano davvero poco protetti e il loro appeal commerciale ridotto praticamente a zero.

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Nonostante questo, il manga divenne una delle serie di punta di Shonen Jump e quindi, fin da subito, si iniziò a pianificare tutto ciò che da esso sarebbe derivato in quegli anni. Vennero fatti degli studi dei personaggi per la realizzazione dell’anime e, almeno in fase progettuale, Shingo Araki tentò di trasporre le armature in maniera fedele al manga:

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Ma, come dicevamo prima, nonostante tutta la bravura di Araki, quelle armature avevano ben poco fascino a livello commerciale. Ai piani alti della Bandai, finanziatrice della produzione, fu subito chiaro che, per vendere i modellini dei personaggi che avevano in cantiere, c’era bisogno di aggiustare il tiro. Di conseguenza vennero fatti ulteriori studi, fino a quando non si giunse all’aspetto definitivo che tutti conosciamo (notare il raccapricciante Pegasus romanista della fase intermedia):

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A meno di un anno dall’inizio del manga, presero quindi il via l’anime e la produzione di quelle tanto amate figures in armatura (in gran parte giunte anche da noi, grazie a Giochi Preziosi) che ancora oggi rappresentano una fetta veramente importante del mercato del collezionismo, con nuovi e sempre più particolareggiati modelli costantemente immessi sul mercato da Bandai.

I Cavalieri dello Zodiaco in Italia: una storia d’amore e odio

Se c’è una cosa in particolare che ha sempre distinto l’edizione italiana dell’anime di Saint Seiya (a parte il cambiamento dei nomi del 99% dei personaggi) è sicuramente l’adattamento dei dialoghi. Fin dai suoi esordi sulle nostre reti nel 1990, la serie si è presentata infatti con un registro aulico dai forti rimandi a Dante, ai poemi omerici e all’epica cavalleresca. Certo è che in fondo, visti i temi trattati, tale scelta non era poi così malvagia, e in effetti all’epoca ce lo siamo goduti così, senza porci troppi problemi su quello che poteva essere il modo di parlare originale dei protagonisti. Ci andava bene il “Fulmine di Pegasus” come ci andavano bene le “Ali della Fenice” e il “Colpo Segreto del Drago Nascente”, per dire. E il successo fu strepitoso: mentre il cartone macinava ascolti a ruota libera, la Giochi Preziosi importava i pupazzetti in armatura di Bandai e li vendeva a carrettate.

Poi, dopo qualche anno è arrivato da noi anche il manga. E lì è stata la “fine”. A partire da quel momento, diversi che fino al giorno prima cantavano a squarciagola la sigla italiana iniziarono insospettabilmente a scoprirsi puristi dell’opera originale, gettando le prime basi di quell’insanabile spaccatura nel pubblico tra chi ancora oggi arriva a fare petizioni online per richiamare i vecchi doppiatori sulle nuove serie e chi invece darebbe fuoco a tutto perché proprio non ce la fa a non sentire “Scarlet Needle” piuttosto che “Cuspide Scarlatta”.

Una leggenda che non finisce

Quando, tra il 1989 ed il 1990, si conclusero sia l’anime televisivo che il manga originale, sembrava che per Pegasus e soci l’avventura fosse finita. Bandai e Toei (che pure avevano prodotto ben 4 film d’animazione mentre la serie era in corso) non mostrarono alcun interesse ad animare l’ultima parte del manga, mentre Kurumada, chiusa quella fase, si dedicò negli anni seguenti alla realizzazione di diverse nuove opere che non raggiunsero mai lo stesso successo dei Cavalieri. La situazione cambiò drasticamente a partire dal 2002, quando finalmente si decise di riprendere l’anime da dove si era fermato e  venne pubblicato il primo dei 31 OAV che ripercorrono la lotta contro Ade e la sua armata di Specter. In contemporanea sono stati lanciati sia il manga Saint Seiya -Episode G, prequel realizzato da Megumu Okada e ambientato pochi anni prima dell’inizio della serie originale, in cui i protagonisti sono i Cavalieri D’Oro, sia il romanzo Gigantomachia, scritto da Tatsuya Hamazaki. Il 2004 è stato l’anno del film d’animazione per il grande schermo Saint Seiya – Tenkai -hen, ambientato dopo la fine della guerra contro Ade (e che doveva essere anche il prologo di un nuovo anime mai realizzato).  Kurumada stesso è poi tornato a dire la sua dal 2006 con Saint Seiya Next Dimension, sequel ufficiale del manga (stavolta totalmente a colori), mentre sempre nello stesso anno è iniziato anche Saint Seiya – The Lost Canvas, altro prequel firmato dal mangaka Shiori Teshirogi e poi trasposto in animazione (anche se in maniera incompleta) che narra le imprese dei Cavalieri del 18° secolo e della loro strenua lotta contro Ade. Negli anni più recenti abbiamo poi avuto il “bambinesco” anime Saint Seiya Omega (dal 2012 al 2014), Saintia Sho (2013), manga spin-off con protagoniste delle guerriere dedicate ad Atena, il deludente film in CG Saint Seiya – Legend of Sanctuary (2014) e, infine, Saint Seiya – Soul of Gold (2015), anime trasmesso online (che potete trovare qui con sottotitoli in italiano). In tutto questo, una pioggia di videogames, pachislot, merchandise e soprattutto nuovi modellini, segno inequivocabile di un brand che non solo non ne vuole sapere di cadere nel dimenticatoio, ma che cerca sempre di restare al passo con la voglia di nuove produzioni dei fan.

Chiudo con questa fan art, appositamente realizzata da Luca Papeo (abbiamo parlato di lui a proposito di Ufo King Goldrake), che ritrae i nostri cinque “mitici eroi” in posa plastica.

COMIC ZENON – Online e gratis i manga della rivista di Tetsuo Hara

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Forse una delle più belle notizie che si potessero ricevere mentre l’estate volge al termine. Nell’ambito dell’iniziativa Silent Manga, il cui sito è ormai divenuto un vero e proprio ponte tra oriente e occidente, i vertici di Comic Zenon (la rivista fondata da Nobuhiko Horie, Tetsuo Hara e Tsukasa Hojo nel 2010, dopo la chiusura di Comic Bunch) hanno deciso di tradurre in inglese e rendere disponibili online e gratis gli episodi  dei manga che mensilmente ne affollano le pagine. Il primo terzetto è composto da Ikusa No Ko (pubblicato in Italia da GOEN con il titolo “La Leggenda di Oda Saburo Nobunaga”) di Tetsuo Hara e Seibo Kitahara, Nobo and Her? di Molico Ross e Arte di Kei Ohkubo. Per ognuno di essi avrete non solo la possibilità di leggere, ma anche di esprimere un commento a fine lettura.

I titoli che seguiranno saranno quelli che i fan voteranno in base ad una lista (che trovate cliccando qui) che comprende, tra gli altri, Angel Heart di Tsukasa Hojo, Naoe Kanetsugu ed il suo spin-off Kaneda Gonbei, entrambi nati dalla mente di Tetsuo Hara, il controverso Genocider di Takahiro Akiyoshi e Maya Miyazaki, il divertente DD Hokuto No Ken di Kajio e l’interessante Chiruran Shinsegumi Requiem di Eiji Ashimoto e Shinya Umemura.

Insomma, che aspettate? Correte subito a leggere! 😀

www.manga-audition.com/comic-zenon/

Videogames Tribute – Double Dragon

Nuova rubrica, stavolta dedicata interamente alle vecchie glorie del mondo videoludico. E quale titolo migliore per inaugurarla se non il mitico Double Dragon, meglio conosciuto nella mia sala giochi come “il gioco di Ken il guerriero”?

Sviluppato dalla Technos Japan Corporation nel 1987, Double Dragon (双截龍 – Sousetsuryu – letteralmente “I due draghi che intercettano”) è uno dei primi giochi in cui ricordo di aver inserito personalmente le mie 200 lire (prendendo un sacco di sberle e crepando prima ancora di capire cosa stesse succedendo, ma questo è un altro discorso…), il “nonno” di ogni picchiaduro a scorrimento che si rispetti. Come dicevo all’inizio, dalle mie parti era noto come “il gioco di Ken il guerriero” e, tolto che in effetti l’aspetto dei protagonisti e dei loro avversari richiamava il violento mondo postatomico che all’epoca ci veniva presentato su Junior TV, quello che non potevamo sapere era che la “trama” (che nel gioco non era nemmeno accennata, ma di cui siamo venuti a conoscenza grazie ai libretti di istruzioni delle successive e molteplici versioni casalinghe) era davvero ispirata al nostro anime preferito! Non ci credete? Eccola:

“In un anno imprecisato alla fine del ventesimo secolo (19XX), la maggioranza della popolazione mondiale è morta a causa di un conflitto nucleare e i pochi sopravvissuti sono alla mercé di violente bande criminali. La più potente di esse è quella dei Black Warriors, un’organizzazione a cui solo i fratelli Billy e Jimmy Lee, maestri del Sousetsuken, sembrano in grado di opporsi. Questi, oltre ad affrontare i membri della gang, insegnano ai cittadini a difendersi da soli allenandoli nel loro dojo. I Black Warriors non possono certo stare a guardare e Willy Mackey, il capo della banda, accompagnato da un gruppo di suoi scagnozzi, decide di andare di persona a prendere in ostaggio Marian,   ragazza a cui i due protagonisti sono legati, in modo da poterli attirare in trappola.”

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Di qui l’inizio dell’avventura dei nostri eroi dal pugno facile, costretti ad affrontare 5 livelli pieni zeppi di nemici da spappolare e trappole da evitare, fino all’eventuale violento epilogo fratricida in cui, dopo aver finalmente sgominato i Black Warriors in via definitiva, Billy e Jimmy combattono all’ultimo sangue per stabilire chi dei due ha diritto a prendersi Marian! Quest’ultima scelta di gameplay, sin da allora, l’ho sempre trovata geniale e allo stesso tempo destabilizzante. Geniale perché era totalmente in linea con l’atmosfera violenta e spietata che si respirava nel gioco (oltretutto richiamava proprio Hokuto No Ken, ricordando la scena in cui Shin assale Kenshiro per sottrargli Julia), destabilizzante perché, dopo aver affrontato assieme quell’immane lotta, i giocatori si trovavano all’improvviso a doversi contendere tra loro l’happy ending, cambiando totalmente le carte in tavola!

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Fosse uscito oggi, non oso immaginare le lamentele delle femministe più agguerrite, che avrebbero visto in Marian l’emblema della donna oggetto la cui sorte è decisa esclusivamente dal maschio alfa, ma nel 1987 i videogames non godevano dello stesso risalto mediatico odierno e, soprattutto, erano un hobby a cui le donne non erano ancora avvezze (sì, Tetris sarebbe arrivato solo l’anno seguente), quindi ci è andata bene.

KishimotoYoshihisa Kishimoto e le origini di Double Dragon

Creatore della serie, Kishimoto iniziò la sua carriera alla Data East, per la quale realizzò due videogame su laserdisc (sullo stile di Dragon’s Lair, per intenderci) intitolati Thunder Storm (1984, noto anche come Cobra Command al di fuori del Giappone) e Road Blaster (1985, da non confondere con il quasi omonimo RoadBlasters di Atari del 1987). A quel punto successe che Kunio Taki, presidente dell’allora piccola ed arrangiata Technos, compagnia che aveva fondato nel 1981 dopo essere andato via proprio da Data East assieme ad altri due colleghi, cercava un modo per sfondare e pensava di buttarsi proprio nel mercato dei videogame su laserdisc. Poco dopo l’uscita di Road Blaster, contattò quindi Kishimoto per parlarne e, non senza una certa sorpresa da parte sua, questi gli si presentò con un’idea totalmente diversa: non un gioco su laserdisc, ma un videogame ispirato alle sue continue scazzottate alle prese con bande giovanili ai tempi del liceo! Dal canto suo Taki, un po’ perché l’idea gli piacque, un po’ perché si sarebbe risparmiato i soldi destinati allo sviluppo con quella nuova tecnologia, ci volle credere, mentre Kishimoto ripagò quella fiducia dando al protagonista del gioco il nome del suo nuovo datore di lavoro. Fu così che, nel 1986, nacque Nekketsu Kōha Kunio-kun (conosciuto in occidente come Renegade, anche se non c’entra nulla con Lorenzo Lamas…).

kunio kun

Il gioco ebbe successo in Giappone, tanto che il protagonista divenne la mascotte della Technos e Kishimoto ebbe carta bianca per la realizzazione di un sequel. Stavolta Taki gli chiese però due cose specifiche: un appeal più internazionale, in modo da poter sfondare anche in America, e la possibilità di giocare in due, per fare più soldi con i cabinati. Kishimoto allora prese le meccaniche del gioco precedente, le mescolò con il film Enter the Dragon di Bruce Lee (dal quale non solo prese il cognome dei protagonisti e i nomi di alcuni avversari – Williams e Roper – ma unendo il concetto di giocare in doppio con il titolo della pellicola ottenne il nome del gioco), gli diede l’atmosfera decadente e violenta della saga di Mad Max e di Hokuto No Ken e creò quindi Double Dragon che balzò immediatamente al primo posto tra i cabinati più redditizi e vi rimase per ben 15 mesi consecutivi!

Comunque, a parte tutto, la cosa bella di Double Dragon era non solo praticare ‘sto benedetto Sousetsuken (antica e nobile arte marziale che annoverava raffinate tecniche come i cazzottoni alla rinfusa, le ginocchiate sul setto nasale, le capocciate, le gomitate e i calci volanti in bocca…) addosso ad avversari che continuavano a spuntare sempre più numerosi ed agguerriti, ma anche farlo accompagnati da una colonna sonora che, nei limiti tecnologici dell’epoca, riusciva a gasarti e a farti immedesimare ancor di più. E questa miscela di mazzate, testosterone e sonorità eroiche, nonostante fosse ancora abbastanza grezza (il gameplay generale non era proprio perfetto) ebbe molto successo, tanto che già l’anno seguente, nel 1988, la Technos immise sul mercato un nuovo cabinato: Double Dragon II – The Revenge.

Costruito sulla medesima ossatura del capostipite, Double Dragon II è da molti considerato un semplice upgrade piuttosto che un vero sequel, ma giocandolo ci si rende conto che non è esattamente così. I nemici sono solo lontanamente parenti di quelli del primo gioco e mostrano pattern di attacco spesso conditi di varie acrobazie (oltre ad avere un’intelligenza artificiale settata su livelli di ferocia impressionanti…), mentre le colorazioni, in generale, sono più sgargianti. Quello che però colpisce subito è il diverso sistema di controllo: abbandonata l’immediatezza del pulsante per i pugni e quello per i calci, Kishimoto torna alle radici e mutua da Kunio-kun il pulsante per l’attacco a sinistra e il pulsante per l’attacco a destra. In poche parole, se si ha l’avversario di fronte e si preme il pulsante di attacco relativo alla direzione in cui si trova, partiranno dei pugni, se invece lo si ha alle spalle, premendo lo stesso pulsante partiranno dei calci. Difficile descrivere il senso di spaesamento che ne deriva, soprattutto se si mette in conto la bruttissima abitudine degli avversari di continuare a girarvi intorno senza sosta, facendovi letteralmente scimunire mentre vi corcano di mazzate. In ogni caso, quando si inizia a farci l’abitudine, il gioco ha alcune novità da offrire, come ad esempio l’aggiunta di un calcio rotante a mezz’aria (sì, prima di Final Fight, bravi…), la maggior varietà di nemici e boss di fine livello. Le uniche pecche sono le musiche forse meno coinvolgenti ed il livello della fattoria con le mucche al pascolo, che personalmente ho trovato di una tristezza unica.

In tutto questo, i due titoli collezionavano un invidiabile numero di conversioni per ogni piattaforma esistente (quasi sicuramente all’epoca anche i tostapane avranno avuto il loro porting di Double Dragon…) e il futuro sembrava roseo al presidente Taki, mentre sguazzava come un novello zio Paperone tra gli introiti che ne derivavano e passava dall’avere talmente le pezze al culo da non potersi distribuire i giochi da solo ad aprire ora una divisione statunitense della propria azienda, la American Technos Inc.,  ma la concorrenza non stava certo a guardare e il primo grosso segnale che qualcosa stava andando storto lo si ebbe nel 1989, quando la Capcom diede alla luce il già citato Final Fight. Yoshiki Okamoto, creatore del gioco, si era ispirato proprio ai due capitoli di Double Dragon e, da un lato semplificando il sistema di controllo e dall’altro aggiungendo parecchie innovazioni (oltre ad una grafica spettacolare e dettagliata), ottenne un risultato che faceva letteralmente impallidire i popolari picchiaduro con protagonisti i fratelli Lee.

final fight

Quello che successe dopo è storia dei videogames: la Capcom inanellò una serie di grandi successi, dominando il mercato dei picchiaduro a scorrimento da sala giochi (e non solo) per tutti gli anni ’90, mentre la Technos cercò di correre maldestramente ai ripari con titoli sempre più imbarazzanti che non riuscivano minimamente a reggere il confronto con la concorrenza. Questo perché, come lamentò in seguito lo stesso Kishimoto, alla Technos non si investivano abbastanza risorse nello sviluppo e ciò comportava tutta una serie di limitazioni che tarpavano le ali a qualsiasi progetto. L’esempio lampante di questa politica è Double Dragon 3 – The Rosetta Stone che, immesso sul mercato nel 1990, doveva in teoria essere la risposta alla Capcom e invece si rivelò una ciofeca di gioco che ben poco aveva a che fare con i suoi predecessori e il cui unico merito (!?) fu quello di inventare i contenuti scaricabili a pagamento più di un decennio prima che diventassero di moda.

In questo terzo capitolo della saga, infatti, esiste un negozio per ogni livello di gioco in cui è possibile acquistare personaggi extra (un wrestler, un karateka ed un chiattone cinese) energia vitale, potenziamenti, mosse segrete e perfino armi inserendo gettoni nel cabinato! Il gameplay poi è tremendo e frustrante come pochi, con nemici al limite dell’impossibile e grafica e animazioni che, nel vano tentativo di rincorrere Final Fight senza voler rompere il salvadanaio, danno al gioco un aspetto talmente pezzente che all’epoca, quando lo giocai la prima volta trovandolo in un bar durante una gita scolastica, ci rimasi di un male indescrivibile. C’era scritto Double Dragon, ma quello NON era Double Dragon. Perlomeno non quello che conoscevo io.

Persa la battaglia nelle sale giochi, la Technos pensò di far traslocare gli eredi del Sousetsuken sulle console casalinghe, realizzando Super Double Dragon (Super Nintendo, 1992), titolo che cercava di riprendere la formula originale aggiungendo alcune innovazioni ma che non era nulla rispetto all’ottima conversione di Final Fight (nel frattempo assurto a nuovo metro di paragone del genere) per lo stesso sistema. Sempre per console ci fu anche Battletoads & Double Dragon (1993), un inaspettato crossover sviluppato dalla Rare in cui i nostri eroi si alleavano con delle rane mutanti da combattimento. Nel frattempo, l’americana DiC Animation creava un aborto di cartoon intitolato Double Dragon (1993-94, da noi giunto con il titolo “Due draghi per una cintura nera”).

double dragon tv

– Ti giuro, stava fuori come un balcone! E’ sceso dalla moto, mi ha puntato un fucile in faccia e ha detto:”Tu… hai gli stessi vestiti di mio fratello!”-

Serie che in tutta onestà mi sento di definire apocrifa, composta di ben 26 episodi, praticamente del videogame aveva solo il nome, tutto il resto era armi magiche, poteri magici, maschere magiche e chi più ne ha più ne metta (l’importante è che sia magico…). E dalla serie venne tratto un picchiaduro ad incontri per home console dall’ambizioso titolo Double Dragon V: The Shadow Falls (1994), una fetecchia capace di puzzare anche peggio del cartone a cui era ispirato.  Ma il peggio doveva ancora venire…

Sul finire del 1994, nelle sale cinematografiche americane approdava il FILM di Double Dragon!

double dragon movie
Erano gli anni in cui a Hollywood facevano a gara per portare su grande schermo ogni benedetto videogame nella maniera più distante possibile dal videogame stesso. Dice: “Ma perché? Che senso aveva?” La risposta non la sapremo mai, sappiamo solo che a quel tempo Super Mario e Street Fighter erano già caduti e, col culo che avevano, Billy e Jimmy non potevano certo mancare all’appello. Fu così che ci ritrovammo a contemplare la storia di due poveri sfigati che non fanno che scappare e buscarle per tutta la durata della pellicola fino a quando, negli ultimi 10 minuti, si decidono a riunire i due pezzi di un antico medaglione che li trasforma in leggendari ed invincibili guerrieri. Io ebbi la fortuna di beccarmi ‘sto capolavoro in prima visione assoluta durante un sonnacchioso sabato pomeriggio su Italia 1. Della serie “ma facciamoci del male vero”.

Double_Dragon_pic

Nel ruolo dei protagonisti c’erano Mark Dacascos (qui ne panni di Jimmy, un anno prima di diventare famoso il film di Crying Freeman), Scott Wolf (Billy)  e Alyssa Milano (Marian) mentre il cattivone di turno, Koga Shuko, era interpretato nientemeno che Robert Patrick!

koga shuko robert patrick

– ‘Sta mano po esse piuma e po esse metallo liquido… –

L’unica cosa positiva di questo film fu il relativo gioco che la Technos pubblicò poco dopo per Neo Geo. Stiamo parlando di Double Dragon (1995), picchiaduro ad incontri che fortunatamente del film riprendeva ben poco, focalizzandosi piuttosto su un gameplay divertente e abbastanza originale da farlo distinguere dalla massa dei cloni di Street Fighter.

Pur non potendo competere con Capcom e SNK, questa incursione dei fratelli Lee nel genere più gettonato in quegli anni è interessante ed ispirata, con un parco lottatori sicuramente modesto nel numero ma anche ben assortito e, cosa più importante, dotato di una grande immediatezza nei controlli.

Questa fu tuttavia l’ultima volta che Double Dragon ebbe a che fare con le sale giochi. L’anno seguente la Technos andò in bancarotta e, da allora, le licenze dei suoi titoli vennero acquisiti dalla Million Inc., compagnia formata dallo stesso Kishimoto che, fino a poco tempo fa, si è occupata più che altro di gestire tali licenze per vari remake e porting su console casalinghe, tra i quali Double Dragon Advance (2003, Game Boy Advance) e Double Dragon Neon (sviluppato nel 2012 da WayForward Technologies per Playstation Network e Xbox Live Arcade). A riaccendere un po’ di speranza arriva però una notizia abbastanza fresca, datata 12 giugno 2015, che ci informa che la Arc System Works (famosa per diversi picchiaduro ad incontri come Guilty Gear, BlazBlue e l’ormai storico Hokuto No Ken Arcade) ha acquisito in toto i diritti della Technos con l’intenzione di dare nuovo lustro alle vecchie glorie dei videogames. Che dire? Speriamo di vedere di nuovo Billy e Jimmy prendersi a mazzate per i vicoli di qualche città postatomica e, mentre chiudo, vi lascio con un paio di curiosità 😉


  • L’immaginaria arte marziale Sousetsuken (双截拳Doppio Pugno che Intercetta) è un omaggio al Jeet Kune Do (截拳道Via del Pugno che Intercetta) di Bruce Lee.
  • Sia in Double Dragon che in Double Dragon II, Kishimoto si è divertito a citare i suoi due precedenti videogames realizzati per Data East. Nel primo, l’automobile che si vede nel garage da cui escono Billy e Jimmy è la stessa di Road Blaster, mentre nel secondo, l’elicottero nell’hangar è il medesimo di Thunder Storm.
  • Billy Lee compare fra gli entusiasti spettatori di WWF Superstars, mitico gioco sul wrestling realizzato sempre da Technos nel 1989.
    wwf superstars
  • Lo strano titolo del terzo capitolo di Double Dragon, “Rosetta Stone”, deriva da un’omonima band irlandese che Kishimoto amava ascoltare durante lo sviluppo del gioco.
  • Stranamente non esiste un manga dedicato a Double Dragon, tuttavia il manuale di istruzioni della conversione per Famicom di Double Dragon III (1991) era fatto completamente in forma di manga.
  • Nel 1991 la Marvel realizzò una serie a fumetti di Double Dragon. Anche in questo caso trama e personaggi erano distanti da quelli del videogioco originale e, dato lo scarso successo di vendite, la testata fu chiusa dopo solo 6 numeri.
    double dragon comic
  • Nel 2002 la SNK Playmore pubblicò Rage of the Dragons che, sviluppato dalla software house indipendente Evoga, originariamente doveva essere un nuovo picchiaduro ad incontri con protagonisti Billy, Jimmy ed altri personaggi della serie. Purtroppo la Million non concesse la licenza e i personaggi vennero ribattezzati diversamente pur di non buttare al cesso tutto il lavoro svolto.
    rage of the dragons
  • La copertina di Double Dragon Advance è un omaggio a The Way of the Dragon (da noi “L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente”) di Bruce Lee.

Anime Tribute – L’Uomo Tigre

All’inizio dell’anno ho inaugurato Anime Tribute, una nuova rubrica dedicata agli anime che ci hanno tenuti incollati alla TV durante la nostra infanzia. Dopo un primo appuntamento in cui abbiamo voluto rendere onore a Goldrake, la scelta sull’anime storico da trattare nel secondo articolo era praticamente obbligata. Non potevamo infatti esimerci dal parlare di un personaggio e di una serie che, ben prima di Ken il guerriero, aveva portato sui nostri teleschermi cruente lotte e nobili sentimenti a vagonate. Stiamo ovviamente parlando de “L’Uomo Tigre” .

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Titolo originale:
Tiger Mask
(タイガー・マスク)

Episodi:
105

Regia:
Takeshi Tamiya

Character Design e
Direzione dell’Animazione:
Keiichiro Kimura

Musiche:
Shunsuke Kikuchi

Produzione:
TOEI ANIMATION

Prima TV (J):
dal 2 / 10 / 1969
al 30 / 09 / 1971

Prima TV (ITA):
1982

Trama e tematiche principali

Tratta dall’omonimo manga scritto da Ikki Kajiwara e disegnato da Naoki Tsuji,  la serie narra le vicende di un violento lottatore che, forgiato dai disumani addestramenti dell’organizzazione criminale nota come Tana delle Tigri, irrompe con inaudita brutalità sulla scena dei circuiti di lotta libera del Giappone facendo scempio dei propri avversari. Eppure, anche se ormai sepolto da anni e anni di spargimenti di sangue, il suo cuore non ha smesso di provare amore. Quando, infatti, Naoto Date (questo il suo vero nome) rientra accidentalmente in contatto con Ruriko e la realtà da cui entrambi provengono, ovvero quella di un orfanotrofio da cui fuggì quando era ancora solo un ragazzino, inizia allora un percorso nuovo:  la sua vita non sarà più dedicata semplicemente a causare dolore, ma mirata ad uno scopo più alto, quello di aiutare, attraverso gli introiti degli incontri disputati, gli orfani di cui la donna si è fatta carico. Questo, tuttavia, lo porterà a scontrarsi con gli altri micidiali lottatori inviati da Tana delle Tigri, che di certo non può stare a guardare mentre il denaro che Naoto sarebbe tenuto a versargli viene invece utilizzato a scopi umanitari. Il protagonista metterà quindi a rischio la vita nel corso di numerosi combattimenti, fino al confronto diretto con i vertici stessi dell’organizzazione, trionfando.

tiger mask 01

Questa, per sommi capi, la trama di un anime che lancia messaggi potenti ed immortali ancora oggi. Temi sui quali è doveroso soffermarsi per ricordare quanto bene ci ha fatto un “cartone animato” di ieri rispetto a ciò che produce la vuota programmazione odierna.

Il primo importantissimo tema è quello della redenzione. Senza scendere in dissertazioni religiose, l’Uomo Tigre ci mostra un uomo, Naoto, che ha praticamente venduto l’anima al Diavolo (Tana delle Tigri) per poter realizzare le proprie ambizioni. Un percorso che lo ha segnato profondamente ma nel quale, grazie alla propria umanità residua, riesce finalmente a tornare sui propri passi. E questo desiderio di riscatto diventa il filo conduttore di tutti gli episodi dell’opera, attraverso una serie infinita di incontri mortali. Perché l’insegnamento qui è chiaro: quella del male può anche non essere una strada senza ritorno, ma il prezzo da pagare è sempre alto. Una regola di vita immortalata dal sangue che il protagonista versava copioso in ogni combattimento sul ring. Quando, nell’ultimo episodio, la maschera di questo eroe dannato viene violentemente strappata via dal nemico, finalmente la redenzione è completa: L’Uomo Tigre non esiste più, c’è solo Naoto Date, il cui viso viene rigato dalle lacrime mentre con una sonora risata sottolinea la fine del suo inferno personale e la rinascita ad una nuova vita. Ed è Naoto Date che, infine, si scaglia con ferocia contro Grande Tigre per ucciderlo e mettere fine al male. Per sempre. In quella drammatica e sanguinosa sequenza finale, in cui l’avversario non può far altro che subirne la furia, Naoto sancisce non solo la sua vittoria su Tana delle Tigri, ma la vittoria contro ciò che era diventato.

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Il secondo tema, non meno importante, è quello dell’amicizia. A partire dal piccolo Kenta, orfano indisciplinato ma incrollabile sostenitore dell’Uomo Tigre, passando per Giant Baba, che arriverà ad utilizzare un’identità segreta per aiutarlo, fino alla già citata Ruriko, che ne  segue con apprensione gli incontri, la serie mette in campo dei personaggi che, pur non riuscendo mai a scorgere fino in fondo il cuore del protagonista, accettano di sostenerne la lotta. In questo senso, non siamo molto lontani dagli “amici e rivali” di Ken. Emblematici  i casi di Diavolo Giallo, che da acerrimo nemico diviene inseparabile amico dell’Uomo Tigre e di Daigo Daimon, che morirà sul ring per combattere i capi di Tana delle Tigri. Anche qui, come in Hokuto No Ken, benché il protagonista porti avanti una battaglia solitaria, tutti gli amici che incontra contribuiscono a farlo avanzare nel suo cammino. Lo fortificano e lo spronano ad andare avanti. Un modello sul quale varrebbe la pena riflettere oggi più di allora, trovandoci in una società che ha svuotato il termine “amico” del suo reale valore, trasformandolo in una definizione di poco conto, utile magari a distinguere semplicemente alcuni nomi che figurano nella propria lista contatti su Facebook ma di cui, nel 90% dei casi, sappiamo poco e ci interessa ancor meno.

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Il terzo ed ultimo tema affrontato dall’opera è poi il sociale. I personaggi si muovono in uno scenario, il Giappone del dopoguerra, in cui il divario tra ricchezza e povertà è terrificante e, ai problemi di chi non ha mezzi, spesso fanno fronte solo il buon cuore e i valori umani. Un Giappone in cui è ancora vivissimo il ricordo di Hiroshima (come testimoniato dall’episodio 50) e che si sta risollevando solo grazie ai sacrifici del suo popolo ma che paga comunque lo scotto di quel nefasto periodo storico da cui è uscito. In questo senso, gli orfani (e non a caso Naoto è egli stesso un orfano) diventano il simbolo principale di tale condizione: un passato duro, da lasciarsi alle spalle, che li obbliga ad andare avanti e costruirsi un futuro migliore. Ma di questo parlerò più avanti nell’articolo.

Caratteristiche peculiari

Passiamo ora ad analizzare almeno un paio fattori che hanno reso memorabile questo anime tanto in patria quanto da noi. Per prima cosa il character design e l’animazione, frutto del lavoro di Keiichiro Kimura (Cyborg 009, Sally la maga, Lo specchio magico, Mimì e la nazionale di pallavolo, Sam il ragazzo del West, Lupin III, tra i più datati, ma anche Sabu and Ichi, One Piece e Casshern Sins tra i più recenti). Kimura, con un tratto rude ma dinamico, riesce a portare sullo schermo entrambi i mondi presenti nell’opera: quello estremo e mortale di Tiger Mask e quello più pacifico in cui si muove Naoto Date quando non è sul ring. In pochi istanti si passava tranquillamente, senza improvvisi cambi di stile, dai visi innocenti dei bambini a veri e propri fiumi di sangue e violenza. Il tutto, sottolineato dalla colonna sonora studiata da Shunsuke Kikuchi, capace di evocare ansia, paura, dramma ed eroismo sposandosi perfettamente con le immagini.
Altro fattore veramente importante è l’enorme numero e la verietà di avversari che il protagonista si trova a dover fronteggiare: L’Uomo Gorilla, Maschera D’Oro, Mister No, Maschera di Morte, solo per citare i più famosi, fanno parte di una schiera foltissima di lottatori dotati di abilità speciali, tecniche segrete e trucchi da baraccone che rendono ogni incontro di Tiger Mask unico ed imprevedibile. Ovviamente, a tutti questi nemici va aggiunto lui, il malefico Mister X, che per tutta la serie rappresenta la “mano” di Tana delle Tigri.

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Il manga originale, il successo e l’impatto sulla società

Pubblicato su rivista da Kodansha tra il 1968 ed in 1971, il manga di Tiger Mask si differenzia dalla controparte animata soprattutto per via dello stile grafico. Naoki Tsuji, chiamato a dare un volto ai protagonisti della storia di Ikki Kajiwara, risente molto delle influenze di Osamu Tezuka, con il risultato che Naoto Date, giusto per fare un esempio, ce lo ritroviamo con un bel faccino tondo e pulito, con dei begli occhioni da bambolotto.

Tiger Mask Manga

Ovviamente erano altri tempi, e certe caratteristiche grafiche erano “di tendenza”, se così si può dire, tra le produzioni dell’epoca, basti pensare, per esempio, a Fantaman, Superauto Mach 5 o anche Judo Boy. Non stupisce, quindi, che al pubblico di quegli anni sia sembrato credibile un taglio artistico che oggi come oggi appare nettamente in contrasto con i temi trattati.
Anzi, non solo è sembrato credibile, ma è stato un successo tale che la Toei non c’ha pensato due volte a mettere in cantiere l’anime.
Viene da dire che, in fondo, Tiger Mask non poteva non entrare nei cuori dei giapponesi di quel periodo storico. Come accennato poco sopra, erano gli anni in cui uomini e donne si corciavano le maniche, giurando alle aziende la stessa fedeltà che un tempo avevano giurato all’Imperatore, facendo enormi sacrifici per costruire un futuro migliore per i propri figli. Sacrifici che, rispetto alle condizioni disperate in cui versava il paese dopo la fine del secondo conflitto mondiale, riuscirono a produrre un vero e proprio miracolo, trasformando il Giappone in una superpotenza economica.

Uno degli aspetti che forse meglio restituisce la popolarità del personaggio nella sua patria d’origine è la creazione di un “vero” Tiger Mask: Il primo ad indossare maschera e mantello e a salire sul ring fu Satoru Sayama, nel 1981. Molti di noi lo hanno visto combattere grazie alle ormai quasi del tutto dimenticate telecronache sul “catch giapponese” che spopolavano nelle tv locali della penisola proprio in quei primissimi anni ’80. Da allora, di wrestler che hanno portato il nome e le vestigia della tigre ce ne sono stati molti, andando a creare, nel tempo, un vero e proprio pantheon di “varianti” del Tiger Mask  originale. Ci foruno infatti Black Tiger (dietro la cui maschera si nascose anche Eddie Guerrero), Tiger Dream (una donna!), Second Tiger e tutta una serie di Tiger Mask vari (nel 2010 è stato “sfornato” il quinto!). In tutto questo casino tigrato, al povero Sayama non è rimasto altro che rimarcare come egli sia stato il primo, facendosi chiamare First Tiger Mask.


I più attenti avranno comunque notato che il costume di Sayama è in realtà lo stesso dell’Uomo Tigre II. Il perché è presto detto: In quanto a crossmedialità, i giapponesi l’hanno sempre saputa più lunga di noi anche prima che venisse coniato il termine. In che senso? Nel senso che proprio nello stesso anno in cui si è deciso di dare un corpo fisico all’Uomo Tigre, sono stati anche lanciati un nuovo anime ed un nuovo manga dal titolo Tiger Mask Nisei (Tiger Mask Secondo). Purtroppo, però,  come spesso accade per operazioni analoghe, tutto questo ha finito per snaturare la figura di Tiger Mask. Lontano dallo spirito della serie originale, il nuovo Tiger Mask era infatti un supereroe più che un uomo in cerca di redenzione, l’incarnazione di ciò che il personaggio era ormai divenuto agli occhi dei giapponesi stessi: un mito, un’icona.
Non è quindi un caso se il nuovo protagonista, Tatsuo Aku (da noi “Tommy”), si finge un giornalista, guida un’automobile trasformabile e via dicendo. Tutto segno di uno “smercio” studiato a tavolino.

Stesso smercio che ha portato, nel 2013, a produrre un ORRORE chiamato Tiger Mask Movie

Come si può vedere dalle immagini, anche in questo caso l’idea di base tende a virare drasticamente su un’accezione supereroistica del personaggio, con tutte le conseguenze che la visione nipponica degli eroi in calzamaglia comporta. Più che Tiger Mask l’avrebbero dovuto chiamare Tiger Ranger!

In conclusione…

Eppure, nonostante ce l’abbiano messa tutta per sostituire l’Uomo Tigre con un eroe creato a misura di marketing, una notizia del 2011 ci ha fatto capire che tutta la pubblicità di questo mondo non può seppellire dei valori veri. Molti di quelli che stanno leggendo avranno già capito a cosa mi riferisco. Parlo del misterioso  “Naoto Date” che ha dato il via ad una serie di donazioni agli orfanotrofi di diverse parti del Giappone. La cosa interessante non è tanto l’atto della donazione, quanto il fatto che, essendo stato un fenomeno che si è immediatamente sparso a macchia d’olio, è impensabile che si sia trattato di un singolo ricchissimo filantropo, quanto invece di un gesto che ha innescato una reazione positiva e spronato tanti emuli a fare lo stesso.
Non è forse questa la vittoria più bella dell’Uomo Tigre?

Concludiamo con questa splendida fan art, realizzata da Cristian Giuseppone, che vede il nostro eroe nell’epico scontro finale. Tana delle Tigri non vivrà!