MAD MAX – La trilogia originale (terza parte)

Si conclude, con questo articolo, l’approfondimento sulla trilogia originale di Mad Max che ho voluto preparare in concomitanza con l’uscita nelle sale dell’attesissimo nuovo capitolo, Mad Max: Fury Road (se non avete nacora letto la mia recensione, la trovate qui). Dopo aver parlato delle origini di Max Rockatansky nel primo film e dopo averlo visto alle prese con i predoni di Lord Humungus nel secondo, andiamo oggi a chiudere il cerchio con l’episodio forse più “controverso” della saga…

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Prodotto nel 1985,  Mad Max Beyond Thunderdome (Da noi “Mad Max – Oltre la sfera del tuono”) vede ancora George Miller alla regia e Mel Gibson nel ruolo del protagonista principale. Max, persa la sua Interceptor nel film precedente, vaga ancora nel deserto ma con un carro trainato da cammelli. Nella sequenza iniziale, questi gli vengono però sottratti da Jedediah (interpretato da Bruce Spence, il Gyro Captain dell’episodio precedente) e da suo figlio, un’improbabile coppia di banditi che lo attaccano di sorpresa a bordo di un piccolo aereo agricolo. Seguendone le tracce, il protagonista giunge così a Bartertown, una cittadina  dal commercio fiorente e dotata di vari comfort, primo tra tutti la corrente elettrica. Qui si fa subito notare e viene subito portato al cospetto di Aunty Entity (Tina Turner), la reggente del posto.

“Qui c’era solo merda e sangue. Dove c’era il deserto, ora sorge una città”

Alla donna serve infatti un guerriero, qualcuno capace di togliere di mezzo Master Blaster, un’entità formata da due individui, un nano molto intelligente (“Master”, interpretato da Angelo Rossitto) ed un gigante stupido, ma dalla forza letale, che lo porta sempre sulle spalle (“Blaster”, Paul Larsson). I due controllano la raffineria di metano, prodotto grazie alle feci dei maiali, che si trova nel sottosuolo di Bartertown e forniscono quindi alla città la tanto preziosa corrente elettrica. Approfittando di questa sua posizione, Master ha iniziato a dichiararsi padrone di Bartertown, tenendo sotto scacco la stessa Aunty con gli “embargo”, piccole dimostrazioni di forza durante le quali fa cessare la fornitura di gas mettendo in ginocchio la popolazione. Max, prima di accettare quella proposta che gli frutterebbe una lauta ricompensa, decide di studiare da vicino l’avversario, perciò scende nel sottosuolo mischiandosi agli operai che spalano le feci e scopre il punto debole di Blaster: un’ipersensibilità ai suoni acuti come quelli prodotti dal suo fischietto per cani. Tanto basta al protagonista per acconsentire alla richiesta ma, essendo Bartertown governata da leggi ferree, tutta l’operazione dev’essere svolta in modo che sembri  un evento fortuito e non riconducibile alla stessa Aunty. Di conseguenza, viene organizzata una messinscena durante la quale Max attacca briga con Master Blaster nelle strade. La regola vuole che ogni contesa venga risolta con una lotta all’ultimo sangue nel Thunderdome, una gabbia a forma di cupola in cui gli sfidanti combattono come moderni gladiatori, e così Max e Blaster vi vengono condotti…

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Non senza difficoltà, Max riesce infine a mettere al tappeto Blaster ma, quando sta per vibrare il colpo di grazia, scopre che si tratta solo di un ragazzo affetto da sindrome di Down ed è il figlio di Master. Il protagonista non riesce ad infierire e, sentendosi preso in giro, rivela alla folla il piano di Aunty. Ma ormai è troppo tardi: Ironbar (Angry Anderson), braccio destro della donna, approfittando del momento uccide Blaster a sangue freddo. Master viene quindi catturato ed obbligato a far funzionare la raffineria di metano, mentre Max, per aver rotto il patto con Aunty, viene legato ad un cavallo ed esiliato nel deserto a mo’ di capro espiatorio.

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Quando è ormai ad un passo dalla morte, viene soccorso da Savannah (Helen Buday), una ragazza che lo trascina in un’oasi ove risiede con la sua tribù composta esclusivamente di bambini e adolescenti. Come Max ha modo di scoprire, questi sono i figli di un gruppo di persone che, grazie all’intraprendenza di un pilota di linea chiamato Capitano Walker, riuscirono a sfuggire all’inferno nucleare e trovarono in quell’oasi un posto in cui stabilirsi. In seguito, però, Walker prese con sé gli adulti e formò una spedizione volta a trovare altri superstiti, lasciando detto che almeno uno di loro sarebbe tornato, cosa che purtroppo non avvenne mai. Savannah e gli altri sono quindi convinti che Max sia il Capitano Walker e si aspettano che il protagonista li conduca verso quella che chiamano “Terra del Domani Domani”, una sorta di terra promessa in cui i piccoli membri della tribù hanno iniziato a credere guardando le foto rimaste delle città precedenti l’olocausto nucleare.

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Max ci mette due secondi a far crollare le loro illusioni, provocando subito una spaccatura tra chi, come Slake (Tom Jennings), gli dà ascolto, e chi invece, come Savannah, lo ritiene solo un bugiardo e intende scoprire la verità di persona, avventurandosi nel deserto. Il protagonista, che non ha alcuna intenzione di assecondare simili idee suicide, in un primo momento riesce ad imporsi con la forza e ad evitare che la giovane ed altri bambini con lei si allontanino dall’oasi ma, durante la notte, ella riesce a liberarsi e a fuggire con il resto  dei suoi piccoli seguaci. Quando Max riesce finalmente a rintracciarli, salvando la stessa Savannah dalle sabbie mobili, il gruppo è ormai alla periferia di Bartertown, quindi si decide di proseguire e tentare di recuperare Master, che con le sue competenze tecniche potrebbe tornare molto utile. Calata la notte, il gruppo si infiltra allora nella raffineria di metano e libera sia Master che Pig Killer (Robert Grubb), un detenuto che Max ha conosciuto la prima volta che è stato lì. Questi, messosi alla guida di una motrice su rotaie, carica tutti a bordo e fugge via da Bartertown mentre Ironbar, Aunty ed il resto degli uomini iniziano ad inseguirli nel deserto.

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“Allora, qual è il piano?” “Un piano? E chi ha un piano?”

Dopo una rocambolesca fuga, il gruppo è costretto a fermarsi a causa della fine delle rotaie. Fortunatamente, lì nei pressi c’é il nascondiglio di Jedediah, a cui Max ordina di prendere l’aereo agricolo e farci salire tutti. Le ridotte dimensioni del velivolo, però, fanno sì che non riesca a decollare a causa del peso eccessivo dei passeggeri. Quando Aunty e i suoi scagnozzi li hanno praticamente quasi raggiunti, Max scende e si avvia verso i nemici per dare l’opportunità al pilota di prendere il volo e mettere tutti in salvo. Il protagonista lancia quindi il suo veicolo contro quello di Ironbar, uccidendolo e causando un incidente a catena tra gli altri  mezzi che sopraggiungono, mentre il piccolo aereo riesce finalmente a librarsi nel cielo. Aunty, ammirata dal coraggio dell’eroe, decide allora di risparmiargli la vita tornandosene a Bartertown e abbandonandolo lì nel deserto.

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L’aereo di Jedediah sorvola quindi le rovine di una grande città (dagli elementi che si vedono si capisce che si tratta di Sydney) e la scena si sposta ad alcuni anni più tardi, quando Savannah, che stringe un neonato fra le braccia, racconta la loro storia ad un folto gruppo di giovani:

“Gli anni passano rapidamente e, giorno dopo giorno, abbiamo fatto la nostra storia raccontando la nostra leggenda. Ma questa non è la storia di uno, è la storia di tutti noi, e voi dovete ascoltare e ricordare, perché voi oggi ascoltate e domani racconterete ai nuovi nati. Io ora guardo dietro di noi, nella nostra storia passata. Vedo noi incominciare il viaggio verso casa e ricordo come arrivammo qui e quanto fummo felici, perché vedemmo com’era una volta. Abbiamo guardato, abbiamo capito di avere ragione. Quelli del passato avevano il sapere, cose al di là dell’immaginazione, anche al di là dei nostri sogni. Il tempo passa e continua a passare, e ora sappiamo che ritrovare il segreto di quello che si è perso sarà difficile. Ma questa è la nostra strada e noi dobbiamo seguirla, e nessuno sa dove porterà. Comunque, ogni notte ripeteremo la nostra storia per ricordare chi eravamo e da dove siamo venuti, ma soprattutto noi ricorderemo l’uomo che ci trovò, quello che venne per salvarci. E noi illumineremo la città. Non solo per lui, ma per tutti quelli che non sono ancora qui, perché sappiamo che verrà una notta in cui loro vedranno una luce lontana e torneranno a casa.”

Come dicevo nell’introduzione, questo terzo film è e rimane quello più controverso circa il giudizio di pubblico e critica. Da un lato ha alcuni aspetti positivi, come l’idea di caratterizzare maggiormente la società composta dai sopravvissuti del dopobomba, ampliando così le possibilità della narrazione mentre, d’altro canto, soffre in generale per la perdita di quella dose di spietatezza che permeava le precedenti pellicole della serie. In più, mentre a volte il meccanismo di causa ed effetto non è proprio chiaro come dovrebbe, ci sono così tante coincidenze ed avvenimenti fortuiti nella sceneggiatura da far pensare più ad una fiaba che ad una storia ambientata in un mondo come quello descritto in Mad Max 2. In buona sostanza, guardare Mad Max Beyond Thunderdome, soprattuto dalla seconda parte in poi, è come guardare i Goonies, ma dei Goonies molto meno divertenti. Certo, si potrebbe anche pensare che il tutto sia stato sviluppato in questa maniera perché visto e narrato ai posteri dalla mente ingenua di Savannah (sempre per il discorso relativo al mito dell’eroe che facevo nella recensione di Mad Max: Fury Road), ma rimane il fatto che, alla base della produzione, ci fu il tentativo di ampliare il pubblico (e quindi fare più incassi) abbassando il target minimo d’età a cui il film era destinato. A questo si aggiunse poi un evento luttuoso di una rilevanza non indifferente: la morte di Byron Kennedy, co-creatore della saga, il cui elicottero si schiantò proprio mentre sorvolava la location in cui è stato girato il film. Questo causò in Miller un allontanamento dal progetto, di cui poi accettò di girare soltanto le scene d’azione come tributo al suo caro amico scomparso. Sempre a questi si riferiscono poi alcuni passaggi del racconto di Savannah (in particolare la frase finale) e la sagoma di Max che si allontana nel deserto mentre compare sullo schermo la dedica “… for Byron”. Il resto del film venne invece affidato al regista George Ogilvie, che non fece in realtà un cattivo lavoro per quello che riguarda il lato puramente tecnico, ma che evidentemente ha contribuito in larga parte a snaturare quei concetti che invece erano ben chiari nella mente di Miller e Kennedy e che avevano decretato il successo della serie. Nonostante ciò, anche questo terzo capitolo non poté fare a meno di ispirare la cultura di massa (basti pensare al Thunderdome stesso) e contribuire a diffondere il mito di Max Rockatansky, questa volta più aperto e approfondito rispetto al precedente Mad Max 2.

Analogie con Hokuto No Ken

Chiaramente, anche questa nuova avventura di Max è stata fonte d’ispirazione per Tetsuo Hara, che ha puntualmente riversato nel mondo di Hokuto molte delle cose viste nel film. Primo fra tutti il look di Max, che ritroviamo, fatti salvi alcuni dettagli aggiuntivi, negli abiti indossati da Shu.

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Anche il fatto di lottare per dei bambini accomuna i due personaggi.

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I soldati dell’esercito di Souther sono anch’essi debitori a Mad Max per il loro aggressivo look, preso pari pari da quello degli scagnozzi di Aunty.

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In particolare, proprio nei primi minuti del film, vediamo una delle guardie di Bartertown roteare con le mani delle lame  legate con fili, cosa che vdiamo poi fare, in maniera molto simile, da alcuni dei soldati del Sacro Imperatore che hanno accerchiato Shu e cercano di distrarlo con il suono prodotto dalle loro peculiari armi…

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Abbiamo poi la fase di Max tra la vita e la morte, svenuto nel deserto, che viene recuperato da una figura inizialmente misteriosa. Tutto ripreso dal maestro ed infilato sempre nella saga relativa a Souther, quando Kenshiro resta in fin di vita dopo esser stato tirato fuori (a costo della vita di Shiba) dalle segrete del palazzo nemico.

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E la citazione continua quando Ken è finalmente al sicuro. Anche la fase in cui il protagonista, in stato di incoscienza, viene trasportato con un’imbarcazione lungo un corso d’acqua è molto simile a quello che avviene nel manga.

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Superata questa parte di storia, Hara conserva ancora diversi spunti grafici e narrativi da Mad Max Beyond Thunderdome, basti pensare all’idea dei bambini presi come simbolo che torna di prepotenza nella saga dei Nanto Goshasei, più nello specifico riguardo alla storia di Fudo. Ed è proprio qui che appare un’altra evidente citazione: le sabbie mobili.

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Qualcosa poi la troviamo anche nella seconda parte dell’opera. Bartertown viene rielaborata da Hara fino a diventare la Capitale Imperiale, la cui corrente elettrica viene alimentata nei sotterranei con una gigantesca dinamo. Indicativa, in tal senso, la citazione di alcuni elementi del film come la voce di Aunty diffusa dai megafoni alla popolazione durante gli embargo, che qui diventa la voce del Viceré Jako, che vuole più luce.

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Altra chicca non facile da cogliere è quella dello Shura che attacca Kenshiro sulla nave di Akashachi. In questo caso, l’arma utilizzata, benché diversa, ricorda molto il cappio usato da Ironbar contro Max durante la prova voluta da Aunty, nelle prime battute del film.

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Dulcis in fundo, Master Blaster, chiaramente utilizzato come modello per Koketsu ed il suo “cucciolo“…

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MAD MAX : Fury Road – Il ritorno del guerriero della strada

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“In questa terra desolata, io sono colui che fugge sia dai vivi che dai morti. Un uomo ridotto a un unico istinto: sopravvivere”

Mad Max è tornato nei cinema con un nuovo capitolo. A trent’anni di distanza dall’ultimo episodio, il regista George Miller riprende in mano la sua creatura, la aggiorna e ne narra la leggenda al pubblico del nuovo millennio.
Il risultato? “Pazzesco”.

Lo scenario è sempre lo stesso: quel mondo arido e barbarico sorto sul cadavere fumante della civiltà, dove l’unico futuro a cui anelare può essere il prossimo giorno, la prossima ora… o anche soltanto i prossimi minuti. In questo inferno si muove Max Rockatansky (Tom Hardy), un uomo che ha perso tutto ciò che aveva di più caro e che vaga nel deserto senza scopo e senza meta. Le cose cambiano quando viene coinvolto, suo malgrado, nella lotta tra il tirannico Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne) e la ribelle Imperatrice Furiosa (Charlize Theron).

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Evito di dilungarmi sulla trama per non rovinare a nessuno il piacere di gustarselo al cinema, ma già da quel poco che ho scritto è chiaro a chiunque che il “canone” della saga è stato rispettato. Anche stavolta Max viene tirato in mezzo a questioni in cui non c’entra nulla ma nelle quali si ritrova infine ad essere l’ago della bilancia. Un eroe che tutto vorrebbe essere tranne che un eroe, proprio come è stato fin dal 1979, quando tutto è iniziato. Già ma che cos’è Mad Max: Fury Road? Beh, partiamo prima dal dire cosa NON è…

Non chiamatelo reboot

Mad Max: Fury Road “non è né un reboot, né un prequel, né un sequel”, stando a quanto ha affermato lo stesso Miller, regista di ogni singolo episodio della serie, il quale ha precisato che “è una rivisitazione del mondo (di Mad Max)”. A George Miller, ora settantenne, l’idea di un nuovo film balenò in mente per la prima volta nel 1998, così, all’improvviso, mentre attraversava una strada, ma gli bastò il tempo necessario ad arrivare dall’altro lato per fugare quel pensiero, credendo che tre pellicole fossero più che abbastanza.  Due anni più tardi, però, nel 2000, mentre sorvolava l’Oceano Pacifico su un volo che da Los Angeles lo stava portando a Sydney, iniziò ad immaginare il film nella sua testa. Anche se ancora in una forma molto grezza, poteva già vederlo. Sceso dall’aereo, disse ai suoi collaboratori: “Credo proprio che faremo un nuovo film di Mad Max”. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata molta e, a causa di tutta una lunga serie di vicissitudini, il progetto è andato completamente in porto solo ora. Il copione è quindi passato attraverso vari rimaneggiamenti, così come più volte è cambiato il nome dell’attore che avrebbe dovuto dare di nuovo il volto a Max Rockatansky. Inizialmente doveva essere proprio Mel Gibson, poi l’attenzione si spostò sul compianto Heath Ledger per arrivare infine a Tom Hardy. Ora, dopo 120 giorni di riprese effettuate nel deserto dell’Africa meridionale, dopo la campagna pubblicitaria che ci ha gasati fin dal primo teaser, dopo esserci rivisti ogni film della trilogia originale, aver fatto ipotesi e via dicendo… ora, possiamo gustarci il risultato di tanti anni di attesa. Ne sarà valsa la pena?

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Max Rockatansky e il mito dell’eroe

Quello che bisogna capire per godersi appieno Mad Max: Fury Road è che non rinnega assolutamente ciò che è stato fatto in passato. Quello che cambia è soltanto il “modo” in cui viene raccontata la storia. Max è infatti un personaggio che ha a che fare con il mito dell’eroe, tanto che le sue gesta vengono spesso narrate ai posteri da altri (come accadde nel secondo e nel terzo film, per esempio). Sotto questo punto di vista, in un mondo in cui si è tornati alla tradizione orale, la verità è che Max può avere tanti volti e tante storie quante sono le bocche di coloro che dichiarano di averlo conosciuto o di averne anche solo sentito parlare, ma il fulcro attorno a cui ruotano tutte queste storie è che lui è quel riluttante eroe che ha fatto la differenza ogni volta che è apparso sulla scena. E qui, Miller mette le cose in chiaro fin da subito: stavolta, la voce narrante è quella dello stesso Max.  Può sembrare un dettaglio di poco conto, ma significa molto. Così come significa molto la presenza di quella V8 Interceptor che in teoria dovrebbe essere saltata per aria nel secondo film. Non è un errore di continuity o un contentino per i fan, ma un simbolo. E’ il passato. Senza spoilerare nulla, ma quello che accade nel film alla storica vettura di Max è fin troppo evidente cosa voglia stare a significare. E nel momento in cui lo spettatore fa pace con i concetti appena esposti, tutto il resto è genio visionario allo stato brado. Miller, ispiratissimo, reinventa il mito che egli stesso ha creato e scatena sullo schermo un delirio di immagini che non solo rappresentano la summa di Mad Max, ma ne elevano la spettacolarità in maniera inimmaginabile. Si resta inchiodati alla poltroncina dall’inizio alla fine e si gode. Si gode tantissimo. Perché ogni singola inquadratura è studiata fin nei minimi dettagli, perché se Hardy riesce a non far rinpiangere Gibson, la Theron è proprio inarrivabile, perché la musica non è solo “d’accompagnamento” alle immagini ma dona invece una quarta dimensione al tutto, perché è fantasticamente commerciale ma non cede mai alla stupidità, perché si mangia tranquillamente ogni film d’azione vi possa venire in mente e, dulcis in fundo, perché una volta finita questa folle corsa, vorrete soltanto ricominciare.

Quindi, sia che siate dei fan di vecchia data della saga, sia che non ne abbiate mai sentito parlare, recatevi il prima possibile al cinema e tuffatevi in quest’esperienza senza la minima esitazione, perché non rimarrete affatto delusi. Fury Road riesce a superare ogni resistenza passandoci sopra con una blindocisterna carica di genialità. Fatevi travolgere.

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MAD MAX – La trilogia originale (seconda parte)

“La mia vita si spegne e la vista si oscura. Mi restano soltanto dei vaghi ricordi di un caos immane. I sogni infranti delle Terre Perdute e l’ossessione di un uomo sempre in lotta… Max.”

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“… era figlio dei tempi in cui il mondo viveva sotto il dominio dell’oro nero e i deserti brillavano per le fiamme delle gigantesche torri che estraevano il petrolio. Ora tutto è distrutto, scomparso. Come e perché non lo ricorda più nessuno, ma è certo che un immane conflitto annientò due grandi potenze. Senza il petrolio, l’uomo tornò alle sue origini primitive… e tutte le sue macchine favolose andarono in rovina. Tutti i popoli tentarono di raggiungere un accordo, ma nessuno riuscì a fermare la valanga del caos. Nel terrore dei saccheggi e nelle fiamme della violenza, il mondo scoppiò, e tutte le sue città crollarono una dopo l’altra. L’uomo di nutrì di carni umane per sopravvivere. Su tutte le strade vincevano coloro che avevano la forza e i mezzi per piombare sulle vittime e depredarle anche dell’ultimo respiro. Niente aveva più valore di una piccola tanica di benzina. I deboli scomparivano senza lasciare neanche il segno di una croce su delle misere pietre. Nel ruggito di un motore, quelli come Max si difendavano dai demoni del passato e dalle inutili speranze di un futuro, svuotati di ogni sentimento umano, condannati ad inseguire ogni piccola traccia di vita nelle Terre Perdute. E alla luce di quei giorni desolati, Max imparò a dominare il suo destino…”

Così recita l’introduzione di Mad Max 2 (Da noi “Interceptor – il guerriero della strada”, riprendendo il titolo “The Road Warrior”, con cui era noto in America), film del 1981 che, come il capostipite della serie, è girato sempre da George Miller e vede protagonista ancora una volta Mel Gibson nei panni di Max Rockatansky, ex agente di polizia che, sopravvissuto al collasso della civiltà appena descritto, vaga nel deserto a bordo della sua V8 Interceptor in cerca di cibo e soprattutto di benzina, divenuta ormai il bene più prezioso. Unici compagni di questo viaggio senza meta, un cane randagio ed un fucile a canne mozze malfunzionante e senza cartucce.

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Anche stavolta, il film si apre con un inseguimento. Max è infatti braccato da alcuni predoni che tentano di accerchiarlo, ma grazie alla sua abilità al volante e ad un po’ di fortuna, riesce a disfarsene facendoli schiantare contro un’autocisterna ribaltata mentre Wez (Vernon Wells), che capeggiava il gruppo, vista la malaparata decide di lasciarlo perdere e si allontana a bordo della propria moto.

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Recuperata la benzina di uno dei veicoli distrutti, Max si rimette in viaggio ed avvista quello che sembra un girocottero abbandonato ma che è in realtà un’esca posta dal suo stesso pilota (Bruce Spence), che lo sorprende alle spalle tenendolo sotto tiro con una balestra, intenzionato a rubargli benzina e provviste.

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Il furbone viene però sorpreso dal cane di Max e la situazione si ribalta velocemente, costringendolo ad implorare pietà e a dover trovare qualcosa da barattare in cambio della vita. Fortunatamente per lui, il tizio ha un’informazione molto interessante che può rivelare a Max: l’ubicazione di una vera e propria raffineria di petrolio!

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Anche se non del tutto convinto, Max lo carica il macchina e si fa condurre nei pressi di questa famigerata raffineria. Tenendosi a debita distanza, da un promontorio il protagonista osserva attentamente la scena con un binocolo, mentre il tizio gli spiega che in quell’insediamento, dove le pompe vanno avanti giorno e notte per raffinare la benzina, è difeso da 30 persone ben armate ed è quindi praticamente impossibile entrarvi. Come se non bastasse, da un po’ di giorni la raffineria è assediata da un gruppo di predoni (di cui fa parte anche Wez, già incontrato all’inizio) capeggiati da Lord Humungus (Kjell Nilsson), che si è autoproclamato “Signore di tutte le Terre Perdute”. In una situazione del genere, Max non può far altro che attendere il momento più opportuno per agire, e l’occasione si presenta il mattino seguente, quando, approfittando del fatto che Humungus e i suoi hanno tolto l’assedio per la notte, alcuni membri della comunità che vive nell’insediamento cercano di allontanarsi indisturbati. Purtroppo per loro, le cose non sono così semplici come sembrano e la fuga finisce in tragedia…

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Max, allontanatisi i predoni, si precipita sul posto e soccorre uno dei membri della comunità che ancora non ha esalato l’ultimo respiro. Il suo intento, comunque, è tutt’altro che umanitario…

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“Grazie… grazie… oh, grazie…” “Di niente, l’ho fatto soltanto per la benzina…”

Con un cenno d’intesa, i due fanno un patto: se Max lo riporterà indietro, potrà avere un lauto pagamento in carburante. Tuttavia, una volta giunti a destinazione, le cose non vanno come previsto. I membri della comunità sono diffidenti e Nathan, questo il nome dell’uomo ferito, muore prima di poter mantenere la parola data o poter confermare ai suoi compagni che Max lo ha aiutato. Nel frattempo, Lord Humungus torna di nuovo ad assediare la raffineria, stavolta con degli ostaggi, e il protagonista, ancora all’interno, si ritrova praticamente incastrato, senza la possibilità di prendere le distanze da tutta quella situazione.

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(Lord Humungus, il villain più logorroico mai creato…)

E mentre il leader dei banditi è impegnato a minacciare e deridere i membri della comunità, un piccolo selvaggio che vi appartiene, abilissimo con il boomerang, secca uno dei suoi uomini…

Welcome to Australia, motherfucker

– WELCOME TO AUSTRALIA, MOTHERFUCKER –

Questo scatena l’ira di Wez, a cui il defunto era particolarmente legato. In preda ad una furia cieca, vuole assalire la raffineria e sterminare tutti, ma Lord Humungus lo ferma  e lancia un ultimatum ai residenti: se se ne andranno via, lasciando lì tutta la benzina, egli risparmierà loro la vita. Hanno tempo un solo giorno per decidere. E mentre Humungus e i suoi seguaci si allontanano, all’interno della comunità scatta immediatamente una diatriba tra favorevoli e contrari all’idea di abbandonare davvero l’insediamento. Difatti, il desiderio di andare via da quel posto in cerca di un luogo migliore per vivere c’è, tant’è vero che gli uomini che sono morti o sono stati catturati, erano andati in ricognizione proprio per trovare una motrice che permettesse di agganciare la loro cisterna piena di benzina e allontanarsi, ma a molti sembra chiaro che fidarsi della parola di quei predoni è pura follia. In più, è impensabile lasciare lì tutta la benzina, dato che rappresenta l’unico mezzo con cui riuscire davvero a realizzare quel sogno. A porre fine alla discussione è Max che, intravedendo la possibilità di riuscire ancora a mettere le mani sulla benzina, propone un piano…

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“Due giorni fa ho visto una motrice che può rimorchiare una cisterna.
Se volete andarvene, parlate con me”

Il protagonista dichiara di essere in grado di portare loro la motrice in cambio della propria libertà, della restituzione della sua auto (che nel frattempo gli è stata sequestrata) e della facoltà di approvvigionarsi di tutta la benzina che è capace di caricare. Non tutti sono convinti della sua sincerità ma, dato che hanno come garanzia la V8 Interceptor, gli viene accordata fiducia, facendolo allontanare nottetempo per compiere la pericolosa missione. E Max, in effetti, grazie anche alla collaborazione del tizio del girocottero, raggiunge la motrice e riesce a tornare alla raffineria, resistendo all’assalto di Wez e dei predoni di Lord Humungus ma, quando pensa di potersene finalmente andare via con la tanto agognata benzina, lasciando perdere tutte quelle questioni che non lo riguardano, subisce un nuovo assalto da parte dei predoni e rimane quasi ucciso, perdendo anche la sua Interceptor. Salvato in extremis sempre dal tizio del girocottero, viene quindi riportato all’interno dell’insediamento e medicato. Max comprende di non avere altra alternativa che aiutare i membri della comunità a fuggire e, anche se conciato piuttosto male, insiste per guidare lui l’autocisterna, attirando così Humungus e il resto della banda mentre gli altri penseranno a mettersi in salvo con le loro auto percorrendo un’altra strada, per poi reincontrarsi in seguito in un punto stabilito.

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Comincia così un lungo e feroce inseguimento, la più spettacolare del film, in cui non viene risparmiato nessuno. Max però tiene duro fino alla fine, quando impatta contro il veicolo di Lord Humungus uccidendo sia lui che Wez, che era aggrappato alla motrice. Questo scontro però fa ribaltare l’autocisterna, che si rovescia su un fianco, rivelando che all’interno non c’è benzina, ma soltanto terra. I pochi predoni rimasti se ne vanno e Max capisce di essere stato usato come esca mentre i membri della comunità fuggivano con la benzina che avevano caricato sulle loro auto.

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Il film si conclude allo stesso modo in cui si era aperto, con la voce narrante di un vecchio, che si scopre essere quella del piccolo selvaggio, testimone degli eventi, che da allora non ha mai più rivisto Max, ma che continua a narrare ai posteri le gesta di quell’eroe che ha permesso loro di raggiungere la libertà e diventare la “Grande Tribù del Nord”.

Su questa pellicola, nel corso di più di trent’anni, si è ormai detto di tutto e di più, quindi è veramente difficile aggiungere qualcosa che non si sia già letto o sentito svariate volte nel corso del tempo. Un fatto è certo e va fermamente ribadito: Mad Max 2, pur non avendo creato il genere post-atomico, lo ha ridefinito completamente e lo ha fatto suo, divenendo un punto di riferimento imprescindibile e influenzando enormemente la cultura di massa. Buona parte del suo fascino risiede proprio nel fantastico lavoro svolto dalla costumista Norma Moriceau, che ha creato il visionario connubio punk-fetish dei seguaci di Humungus e nel generale senso di polverosa decadenza che si respira dall’inizio alla fine del film e che si riflette in ogni cosa. Sparite le influenze di Hitchcok riscontrabili nel capostipite della serie, in Mad Max 2 vengono accentuate le atmosfere da film western (con tanto di assalto alla diligenza sul finale) e permane l’idea di quel Max Rockatansky che tutto vorrebbe essere tranne che un eroe, ma che alla fine è costretto a diventarlo, ritrovando parte di quell’umanità perduta sia a causa delle sue vicende personali che dell’epoca in cui vive.

Vernon Wells, la sessualità di Wez, le scene tagliate e… i Power Rangers

Un fatto di cui quasi tutti sono sempre stati sicuri è che il giovane ucciso dal boomerang (The Golden Youth, come si legge nei credits dei titoli di coda) fosse, nell’economia della storia, il partner di Wez nel senso più intimo del termine. Lo stesso Miller, all’epoca, affermò che inizialmente quel ruolo era pensato per una donna, ma che in un secondo momento gli venne in mente di inserirci un maschio perché voleva dare l’idea che nel dopobomba anche la sessualità fosse qualcosa di molto relativo. Tuttavia, Vernon Wells, l’attore che impersonava Wez e che all’epoca aveva ricevuto dallo stesso Miller il compito di definire meglio il personaggio e la sua storia personale, in più occasioni ha tenuto a ribadire che, in realtà, ci sarebbe stata una scena del film, poi tagliata in postproduzione, in cui Wez avrebbe trovato il ragazzo quando era ancora molto piccolo e lo avrebbe adottato, quindi il rapporto tra i due sarebbe stato lo stesso che c’è tra un padre e un figlio. La questione resta comunque aperta perché, a parte lo stesso Wells, nessuno ha mai menzionato questo fantomatico flashback, anche se, in effetti, nel film non c’è comunque nessuna scena di particolare intimità che lasci intendere che i due fossero amanti. Una possibilità è che Wells, che tra le varie cose fatte ha il ruolo di cattivo in un paio di serie dei Power Rangers, abbia voluto semplicemente prendere le distanze da personaggio che era controverso rispetto al pubblico a cui si rivolgeva Ransik, il criminale mutante dell’anno 3000…

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Analogie con Hokuto No Ken

Mad Max 2, fatto arcinoto a chiunque, è stato la fonte d’ispirazione principale per lo scenario post-atomico dipinto in Hokuto No Ken. Non tanto per la trama, che ben presto abbandona la tematica della sopravvivenza nel dopobomba per focalizzarsi sulle faide tra maestri e sul cammino di Kenshiro come successore dell’Hokuto Shinken, quanto più per l’aspetto grafico, quella visione d’insieme di un mondo ridotto ad un vero e proprio far west popolato di bande di motociclisti dal look che è un misto tra punk e sadomaso, fatto evidente già dalle primissime pagine…

Kenshiro stesso, come abbiamo visto già la volta scorsa, veste all’incirca come Max Rockatansky ed ha anche un’espressione simile, mentre Bart, a guardarlo bene, sembra un figlio illegittimo del tizio del girocottero (Gyro Captain). Di quest’ultimo, oltre ad alcuni riferimenti grafici, Bart mantiene alcune caratteristiche peculiari: è ben informato (fungendo quindi da “guida” sia per il protagonista che per lo spettatore) e chiede all’eroe di diventare “soci” (e, di fatto, ad un certo punto ne diventa la spalla).

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Spade (il Fante di Picche per chi è affezionato all’anime), è ricalcato sulla figura di Wez, tanto nei vestiti quanto nella balestra da polso e nel trucco che questi porta in viso nella parte finale del film. In più, entrambi vengono feriti da una freccia e sono dei pazzi scatenati.

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La cosa più assurda di tutte, comunque, è che negli script originali del film, Wez sarebbe dovuto morire trafitto da una freccia che gli avrebbe trapassato il cranio uscendo dall’occhio. Cioé, al 99%, Hara non sapeva nulla di questa storia, quindi, il fatto che anche Spades si becchi un dardo in un occhio è una coincidenza che ha dell’inquietante.

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Lord Humungus, “l’Ayatollah di tutti gli ultimi guerrieri”, viene invece degradato a semplice comparsa tra le fila degli uomini di Spade, durando lo spazio di due vignette…

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… mentre il micidiale boomerang d’acciaio del piccolo selvaggio (Feral Kid) sembra proprio aver dato lo spunto per le armi preferite del Colonnello dei Berretti Rossi.

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Toadie, il portavoce di Lord Humungus, oltre ad essere l’epigono postapocalittico del ragionier Filini, potrebbe aver ispirato i banditi del Clan delle Zanne (Famiglia Cobra, per i non addetti ai lavori). Anche la scena del film di cui è protagonista viene concettualmente ripresa nel manga.

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La donna guerriera che appare nel film, molto probabilmente è alla base del concept di Mamiya. Difatti, oltre ad essere simili sotto alcuni aspetti grafici, sono entrambe molto battagliere e, almeno inizialmente, diffidenti verso il protagonista.

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Non si può non citare poi il fucile a canne mozze di Jagi, identico a quello di Max.

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Infine, la catena con collare che Humungus mette al collo di Wez sembra proprio la stessa con cui Ain tiene legato il suo povero autista.

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Ma non è soltanto il manga a riservare queste chicche. Anche nell’anime televisivo storico troviamo molti richiami a Mad Max, in particolare l’episodio 19, contiene una pletora di citazioni. Tanto per cominciare, il villaggio di Jennifer, pressochè identico alla raffineria del film…

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… tanto da avere lo stesso sistema di accesso basato sullo spostamento di uno scuolabus…

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… lo stesso sistema di difesa basato su lanciafiamme!

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Anche la scena in cui Max scippa il cannocchiale a Gyro Captain viene ripresa…

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… così come la visuale dello stesso.

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Poi c’è l’idea del girocottero che bombarda i nemici dall’alto.

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E l’assedio di Garekki (che ricordiamo come vincitore per le 10 tecniche di combattimento più ridicole di Ken il guerriero), con tanto di ultimatum, ricorda quello operato da Lord Humungus.

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(CONTINUA…)

MAD MAX – La trilogia originale (prima parte)

A partire dal 14 maggio, con Mad Max : Fury Road, torna nei cinema la saga cinematografica post-atomica dalla quale anche i maestri Buronson e Tetsuo Hara hanno tratto ispirazione per creare il mondo di Hokuto No Ken. Quale occasione migliore per fare un piccolo ripasso? E allora trovate tutta la benzina che potete e riempite il serbatoio, che si parte…

mad max trilogy 199x cover

Max Rockatansky, nato sulle strade della follia

Prodotto con un budget modestissimo, il primo Mad Max (in Italia Interceptor, dal nome della vettura del protagonista) è ambientato in un futuro prossimo in cui una crisi mondiale sta inesorabilmente guidando l’umanità verso il caos. Un crepuscolo fiocamente illuminato solo da forze di polizia come la MFP (Main Force Patrol) in cui milita il giovane Max Rockatansky (Mel Gibson), talmente bravo nel proprio lavoro da spingere il suo stesso capo a fare i salti mortali per tenerselo stretto e dare alla gente un eroe in cui credere. Il compito di Max e degli altri “bronzi” (nomignolo spregiativo riferito ai loro distintivi) è infatti quello di pattugliare le strade in cui regna letteralmente l’anarchia, concetto a cui la pellicola  ci introduce subito dopo i titoli di testa, mostrandoci la rocambolesca corsa all’inseguimento di Nightrider (Vincent Gil), pazzo drogato che è riuscito a rubare una Pursuit Special, una delle auto modificate della MFP, con la quale sfreccia a tutta birra sulla statale lanciando via radio la sua sfida ai poliziotti…

“Nato con il volante in mano e l’acceleratore sotto al piede! E’ il Night Rider, l’eroe della notte, che passa alla velocità della paura! Sono una macchina suicida che ha fatto il pieno!”

E’ proprio in questa sequenza iniziale che ci viene presentato il protagonista, che entra in scena dopo che il resto della squadra è stato messo KO dal pirata della strada. Max, con tutta tranquillità, intercetta il delinquente ed inizia a marcarlo stretto, mettendolo nel panico fino al punto di provocargli una crisi di pianto.

(E quando dico

(E quando dico “marcarlo stretto” mi riferisco a questo)

Nei pochi minuti che seguono, Nightrider perde il controllo del mezzo e si schianta, perdendo la vita. Questo attira l’attenzione di Toecutter (Hugh Keays-Byrne) e la sua banda di motociclisti, di cui il defunto era membro di spicco. E mentre Max viene “premiato” con una potentissima V8 Interceptor messa a punto solo per lui…

Due carburatori, 600 cavalli vapore, turbina su testata! Una belva! Un mostro fatto per volare raso terra!

“Due carburatori, 600 cavalli vapore, turbina su testata! Una belva!
Un mostro fatto per volare raso terra!”

… la gang raggiunge la città ed inizia a seminare il terrore.

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Max ed il suo collega Jim Goose (Steve Bisley, in Italia doppiato dal mitico Renzo “Aran Banjo” Stacchi) accorrono sul luogo di uno stupro perpetrato proprio dai motociclisti e arrestano Johnny (Tim Burns), il membro più giovane della banda, ma sono costretti a rilasciarlo perché nessuno ha sporto denuncia. Goose, che al momento del rilascio ha picchiato e minacciato Johnny, diviene oggetto di rappresaglia e, su istigazione di Toecutter, viene arso vivo dal ragazzo il giorno dopo.
Max, corso in ospedale, rimane talmente impressionato alla vista di ciò che rimane del suo amico, che viene assalito da incubi notturni e decide di rassegnare le dimissioni.

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“Ho paura Fifi. E sai di cosa? Di diventare come quelli là.
Comincio a divertirmi quando uccido.
Se continuo a vivere nel mondo delle strade divento come loro e lo sai.
Uno psicopatico.
Anche se il distintivo da poliziotto rassicura che il buono sono io.
Capisci cosa cerco di dirti?”

Il suo comandante, che assolutamente non vuole perdere un così valido elemento, gli consiglia di prendersi una pausa e pensarci su. Max non se lo fa ripetere due volte e, presi moglie e figlio, carica tutto in macchina e parte per un viaggio verso la costa. Purtroppo, però, i guai sembrano inseguirli…

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Infatti, mentre Max è da un meccanico a sostituire una camera d’aria, sua moglie Jessie (Joanne Samuel) raggiunge un bar nelle vicinanze ed incappa in Toecutter e i suoi uomini. La donna, che non è una sprovveduta, riesce comunque a fuggire, portandosi inavvertitamente dietro anche un piccolo souvenir: la mano di Cundalini, uno dei banditi. Tanto basta a Toecutter per radunare i suoi uomini e mettersi a braccare la famiglia, che nel frattempo è giunta a destinazione e viene ospitata presso una fattoria. In una serie di sequenze ad altissima tensione, i banditi rintracciano Jessie, compiendo la loro implacabile e feroce vendetta mentre Max non può far altro che cedere alla disperazione.

Jessie's_end

Ma Toecutter e i suoi motociclisti non sanno ancora con chi hanno a che fare. Non ne hanno la minima idea. Ciò che permetteva a Max di trattenersi e non oltrepassare quel limite che lo avrebbe reso spietato come i criminali a cui dava la caccia era proprio il profondo amore per la sua moglie e suo figlio. Ora che gli sono stati tolti, il proverbiale vaso di Pandora è stato scoperchiato, liberando una furia inarrestabile. Tornato a casa e rimessa l’uniforme, Max prende la V8 Interceptor e scende di nuovo sulle strade, scatenando una sanguinosa vendetta sui responsabili di quanto accaduto.

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Toecutter, per la prima volta nei panni della preda invece che del predatore, termina la sua vita “baciando” il radiatore di un camion e divenendo tutt’uno con quell’asfalto che tanto amava…

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Quanto a Johnny, per la legge del contrappasso dantesco, viene ammanettato per la caviglia  al veicolo della sua ultima vittima e lasciato in balia di una rudimentale esplosione a scoppio ritardato elaborata sul momento dal protagonista, sfruttando un accendino e la benzina che esce copiosa dal serbatoio. Lanciandogli un seghetto, Max proferisce queste parole…

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“La catena delle manette… è acciaio super resistente.
Ci vorranno 10 minuti per segarla con questa.
Ma se hai abbastanza coraggio, ti puoi segare il piede in soli 5 minuti”

Infine, si allontana a bordo della sua auto verso un futuro incerto.

E’ nato Mad Max, l’antieroe per eccellenza.

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Il successo della pellicola fu tale che per ben vent’anni detenne il record di profitti nel rapporto tra incassi e spese di produzione (superato nel 1999 solo da The Blair Witch Project), attirando così le attenzioni di Hollywood (a Miller, tra le varie cose, venne proposto di girare Rambo, per dire…). Il film divenne presto un cult e ancora oggi la sua influenza è forte nella cultura popolare e nei media (i vari capitoli della saga di Saw, ad esempio, prendono spunto proprio dalla scena finale di Mad Max). In esso, oltre alle tipiche atmosfere da western, sono ravvisabili diversi elementi del cinema di Hitchcock: il sottilissimo confine che separa la normalità dalla follia, l’equilibrio precario su cui poggia la vita quotidiana, il ruolo determinante del caso e la sua perversità. Max Rockatansky è infatti, nonostante le sue capacità, un uomo come tanti altri che cerca di vivere una vita normale. Benché tutti facciano il tifo per lui, non si sente veramente un eroe e, per quanto l’idea lo solletichi, si percepisce chiaramente che nemmeno vuole esserlo. La sorte, tuttavia, lo tira per i capelli e lo getta in un baratro da cui riemerge completamente cambiato, pronto a divenire giudice, giuria e boia di quell’era senza senso che è costretto a vivere.

Analogie nei lavori di Tetsuo Hara

Benché venga spesso fatto il parallelo tra Hokuto No Ken e Mad Max 2, in realtà già questo film venne preso a modello da Tetsuo Hara. Vediamo come…

Mad Fighter
(マッドファイター)
Ottobre 1982

Mad Fighter

Ispirato già nel titolo alla pellicola di Miller, questo breve manga di un solo episodio è il primissimo lavoro che l’allora giovane maestro Hara viene chiamato a svolgere per l’editore Shueisha. Shin, il protagonista, è un vero asso con la moto e si ritroverà a dover vendicare il proprio amico Taka, reso invalido da una banda di motociclisti schizzati. E mentre il plot è palesemente ricavato da Mad Max, l’aspetto grafico dei criminali su due ruote è più orientato verso il suo sequel, Mad Max 2 (1981).
Di seguito alcune immagini…

Hokuto No Ken II – Taizanji Kenpō
(北斗の拳 II – 泰山寺拳法)
Giugno 1983

Già nel secondo degli episodi pilota di Hokuto No Ken, prima di dare il via alla serie regolare, il maestro Hara veste Kenshiro con indumenti molto simili a quelli di Max Rockatansky (e anche l’espressione del viso lo ricorda molto). Da notare inoltre che, anche in questo caso, l’ambientazione è quella di un futuro distopico e violento, per quanto non ancora segnato dall’esplosione delle testate nucleari.

hokuto no ken 2

(CONTINUA…)

Ken il guerriero – Trent’anni sotto il segno dell’Orsa Maggiore

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11 Ottobre 1984.
Sono le sette di sera di un tranquillo giovedì quando, sull’emittente nipponica Fuji Television, appare un’enigmatica scritta bianca su sfondo nero: “199X”

Una seria voce narrante la legge  e quello che accade dopo è ormai leggenda. Un fungo atomico si allarga fino a mostrarsi in tutta la sua terribile potenza, rivelando uno scenario di morte e distruzione in cui sono riconoscibili le vestigia simbolo di un mondo, il nostro, che in quegli anni sembrava davvero dover finire così da un momento all’altro. Nel frattempo la stessa voce (per inciso quella di Banjou Ginga, che diverrà in seguito doppiatore di Souther) accompagna quelle immagini descrivendo sinteticamente quanto accaduto: Il pianeta è stato inghiottito dalle fiamme nucleari e trasformato in un unico gigantesco deserto…

“Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta!”

Stacchetto, titolo – Hokuto No Ken – Seikimatsu Kyuseishu Densetsu – , sigla adrenalinica e via, gli spettatori si ritrovano catapultati in quel mondo violento ed eroico che da circa un anno già spopolava in forma cartacea ed era divenuto la punta di diamante di Shonen Jump e della Shueisha.
Prodotta da Toei Animation, la serie animata giunse nel 1987 anche da noi, in Italia, con il titolo Ken il guerriero. Stavamo ancora bevendo il latte a lunga scadenza per via del disastro di Černobyl’ e, di lì a poco, un referendum avrebbe abrogato l’impiego del nucleare sul nostro territorio. Film come “Interceptor – il guerriero della strada” e “The Day After” ci avevano già preparato al peggio da qualche anno… insomma, il tema era ben più che caldo.

Facile capire l’impatto che ebbero su di noi le parole dell’introduzione e la suggestiva quanto indimenticabile sigla italiana di Spectra…

Da allora, il nostro paese divenne una specie di seconda patria per Kenshiro e tutti gli altri protagonisti della storia. Solo diversi anni più tardi abbiamo conosciuto il manga originale che, piaccia o no, è stato pubblicato la prima volta solo grazie al fatto che eravamo ormai un popolo “innamorato” di Hokuto No Ken. In Italia come in Giappone è difficile conoscere qualcuno che non sappia chi siano Ken, Raoul, Rei, Kaioh, Toki, oppure che non abbia mai sentito nominare Hokuto, Nanto e i punti di pressione. Per un certo periodo, fra i banchi di scuola, era girata anche la leggenda metropolitana “del colpo della morte in 3 giorni” (che venne poi ripresa da Elio e le storie tese per la mitica “Mio cugggino”), c’era poi quel compagno di classe che, dapprima patito di Judo Boy, si era messo a praticare arti marziali e affermava che il suo maestro gli avrebbe un giorno insegnato la tecnica dei cento pugni. Cioé, ragazzi, lo vedeva pure mio nonno! Giuro! E ogni tanto un “uatà!!” me lo tirava pure mia sorella, nonostante preferisse vedere Beautiful…

Ho già parlato estesamente della genesi di Kenshiro e della Divina Scuola di Hokuto in un lungo articolo in occasione del trentennale del manga originale (lo trovate qui), mentre sempre per il trentesimo anniversario ho pensato all’iniziativa congiunta “Thirty Years of Battles” (di cui potete gustare i contributi cliccando qui). Sempre per lo stesso motivo abbiamo tradotto con dovizia le interviste a Buronson e Tetsuo Hara della serie “Raccontando Hokuto” (cliccate qui), così come ho recensito in maniera oggettiva Last Piece, il nuovissimo capitolo celebrativo del manga (qui)… ma oggi… oggi diamo a Cesare quel che è di Cesare pagando tributo alla mitica serie TV!
Chiudiamo quindi simbolicamente i festeggiamenti sulla scia dei ricordi, lasciando la parola a chi, in un modo o nell’altro, ha avuto o ha a che fare in maniera significativa con l’anime.  Buona lettura!

masami sudaMasami Suda

(character designer e direttore dell’animazione)

Un uomo, una leggenda. Colui che, attraverso un character design potente e dinamico, ha definito il peculiare stile dei personaggi. Senza le sue idee ed intuizioni, l’Hokuto No Ken televisivo non sarebbe mai stato il successo planetario che è diventato.

“30 anni fa l’animazione giapponese era ancora caratterizzata da opere nel complesso piuttosto semplici, prive di una chiara elaborazione nel disegno, nelle ombreggiature e via dicendo. Perciò, a quel tempo s’incominciò ad andare un po’ a tentoni nella ricerca di qualcosa di davvero innovativo. Parlando della questione con il regista Ashida decidemmo di focalizzare la nostra attenzione su una composizione generale che avrebbe trasceso qualsiasi canone fino ad allora acquisito e di porre enfasi su una energia travolgente, ben sapendo che forse saremmo stati sommersi da critiche alle quali eravamo preparati.
Eppure, contrariamente a quanto ci eravamo aspettati, la nostra opera venne accolta senz’alcuna critica, anzi ricordo con piacere che fummo sostenuti in maniera decisiva dai più piccoli e dai giovani in generale.
Personalmente provo una profonda soddisfazione per quel che riuscimmo a fare in quel periodo.

claudio maioliClaudio Maioli

(cantante della sigla italiana)

Compositore della musica e cantante della sigla, il mitico Spectra ci ha regalato veri e propri brividi con la sua interpretazione, contribuendo a rendere ancora più tetra l’atmosfera generale del postapocalittico mondo di Ken.

“Devo dire che è passato tanto tempo. All’epoca avevo quasi quarant’anni e, trattandosi di lavoro, mi sono concentrato esclusivamente sul comporre una musica che rendesse un buon servizio alla storia e quindi alle immagini che l’avrebbero narrata.
Per oltre 15 anni ho ignorato che il cartone e la sigla avessero un seguito. Quando l’ho scoperto, per un po’ di tempo, ogni volta che i fan me lo confermavano con grande affetto e stima rimanevo sorpreso, poi pian piano ci ho fatto l’abitudine. “

alessio ciglianoAlessio Cigliano

(voce italiana di Kenshiro)

Attore, doppiatore, direttore del doppiaggio e dialoghista, è stato la primissima voce italiana del nostro eroe, quella che riecheggia costantemente nei ricordi di noi fan ogni volta che pensiamo alle gesta di Kenshiro… anche se stiamo leggendo il manga!

“Il primo impatto è stato negativo. Non avevo mai seguito anime che andassero oltre i robot spaziali e trovavo l’ambientazione cupa e inutilmente violenta. Pensai che non l’avrebbe visto nessuno… E mai valutazione fu più sbagliata!! Anni dopo, con l’affermarsi di internet, mi trovai casualmente su un forum a tema e poi rimbalzai di forum in forum. Fu allora che compresi la portata del fenomeno e la mia erronea valutazione.”

norman mozzatoNorman Mozzato

(voce italiana di Raoul)

Attore, doppiatore e regista, con la sua interpretazione possente ed autoritaria, Norman Paolo Mozzato ha reso immortale il personaggio di Raoul, principale antagonista di Ken, nel cuore dei telespettatori.
Un maestro della voce per un maestro di Hokuto!

“Raoul è stato un personaggio di una difficoltà estrema per due grandi motivi: il primo era la lunghezza dei suoi dialoghi e il secondo era la necessità di andare in sincrono con il suo labiale, dato che i pochi fondi di cui disponevamo non permettevano alcun tipo di post-produzione.
Nonostante tutto ho un ottimo ricordo dei valori della serie e dell’onore che questo personaggio rappresentava.”

giorgio bassanelli bisbalGiorgio Bassanelli Bisbal

(direttore del doppiaggio di Ken il guerriero – La trilogia)

Direttore di doppiaggio, dialoghista e doppiatore, è un grandissimo fan di Ken il guerriero e, oltre a dirigere il doppiaggio di Ken il guerriero – La trilogia, è stato più volte coinvolto come supervisore e curatore delle edizioni italiane di Ken.

“Ero molto piccolo, forse era il 1988, la prima volta che l’ho visto su Junior TV.
Mi sono trovato di fronte alla parte finale del primo episodio, quando Zeed, che tiene in ostaggio Lin, viene sconfitto da Ken e cade a terra. Mi ricordo che rimasi talmente colpito da questa scena che non aspettai altro che la sigla finale per sapere di che cartone si trattasse e, il giorno dopo, mi sintonizzai prontamente a quella stessa ora per vedere il secondo episodio.
Qual è stata la mia impressione? Il fomento. Un crescendo di fomento.
Cosa me ne ha fatto innamorare? La storia, le musiche, i disegni… tutto me ne ha fatto innamorare. La carica emotiva che c’è nella serie era qualcosa di quasi irripetibile. A quei tempi, i due anime che assolutamente ritenevo diversi da tutti erano Maison Ikkoku e Ken il guerriero che, guardacaso, venivano trasmessi entrambi da Junior TV, quindi camminavano a braccetto per me, benché fossero due cose completamente diverse. “

fighiFighi

(webmaster di Hokutonoken.it)

Reduce degli anni ’80, nel 2000 fonda quello che senza alcun dubbio è stato il primissimo punto d’approdo di ogni fan di Hokuto No Ken in Italia, dando un contributo fondamentale alla diffusione ed alla condivisione di tutto ciò che riguarda questo universo.

“Alla prima messa in onda dell’episodio 1 di Ken il Guerriero, al tempo su TelePadova, io ero lì. In quegli anni non si perdeva nessun cartone animato, figuriamoci quelli mai messi in onda prima. Dopo la prima puntata rimasi subito estasiato dal personaggio e uscii immediatamente in cerca dei miei amici per parlare di questo nuovo cartone animato che anche loro dovevano vedere assolutamente.
Parecchi anni più tardi arrivò internet e capii in fretta che questo anime, da tanti criticato e bistrattato, poteva essere invece uno strumento per unire le persone attorno ad una stessa passione. Da quella convinzione nacque HokutoNoKen.it e la community di appassionati di Ken il Guerriero che lo frequentano.”

 

Curiosità: Ken il “tappabuchi”

Nessuno (all’infuori del Giappone, ovviamente) sembra sapere che il 4 ottobre, una settimana prima della messa in onda di Hokuto No Ken, su Fuji Television veniva trasmessa la finale della Central League di baseball. Le condizioni atmosferiche erano però tali da ritenere che la partita sarebbe stata sospesa a causa della pioggia. L’emittente aveva quindi pensato a Ken come “piano B” nel caso fosse stata costretta ad interrompere la diretta, ma le cose andarono per il verso giusto: gli Hiroshima Toyo Carp vinsero la Central League e non fu necessario anticipare la messa in onda di Hokuto No Ken.

Chissà, magari anche più di qualche fan avrà pregato che piovesse pur di vedere il proprio idolo in TV una settimana prima 😉

Il primo episodio in immagini

神か悪魔か!? 地獄にあらわれた最強の男
“Divinità o Demonio!? Un uomo fortissimo fa la sua comparsa all’inferno”

  • Supervisione artistica: Toyoo Ashida
  • Sceneggiatura: Shoozoo Uehara
  • Sakkan: Masami Suda
  • Fondali: Morishige Suzuki
  • Titolo italiano: Sotto il segno dell’Orsa Maggiore

Per le immagini ringrazio il sito amico Hokuto Legacy

Ringraziamenti

Ringrazio tutti coloro che gentilmente hanno dedicato il loro tempo per esprimere un pensiero e aggiungo un ringraziamento speciale per MusashiMiyamoto, Andrea Florio e Luca Cordella.

Gli anni ’60, i rifugi antiatomici, la crisi di Cuba e Stanley Kubrick

In occasione dell’anniversario dello sgancio della bomba nucleare su Hiroshima, avvenuto il 6 agosto del 1945, ho pensato di aggiungere un nuovo capitolo alla mia personale analisi del genere post-atomico. Per chi è nuovo da queste parti (o ha voglia di rinfrescarsi la memoria), ecco i precedenti articoli:

Gli anni ’60 rappresentano un momento storico particolarmente importante per quello che riguarda il tema del nucleare. Nell’autunno del 1961, l’Unione Sovietica erigeva il Muro di Berlino e mostrava i muscoli con una serie di test per il lancio di bombe atomiche le cui radiazioni vennero portate dal vento in giro per il mondo. In risposta a tutto questo, gli Stati Uniti d’America lanciavano il Community Fallout Shelter Program, un progetto volto alla costruzione di rifugi antiatomici in tutto il paese.

(le scansioni sono di proprietà di Ward Jenkins)

Ma non bastava. La Guerra Fredda non sembrava più tanto fredda e gli Stati Uniti avevano bisogno di nuovi metodi per spiare i russi ed essere sempre al corrente delle loro possibili mosse. Questo portò alla costruzione di un velivolo militare, chiamato U-2, che fosse in grado di volare talmente in alto da sfuggire ai radar ed introdursi in territorio nemico per monitorare i siti strategici e fu proprio così che, nell’ottobre del 1962, esplose quella che è nota come “crisi dei missili di Cuba” (o, più semplicemente, “crisi di Cuba”). I voli degli U-2 americani avevano infatti svelato che i sovietici avevano installato delle batterie di missili nucleari a pochissimi passi da loro!

cartina_geografica_cuba

Ora, ovviamente, lo scopo di questo articolo non è quello di fornire un’analisi particolareggiata degli eventi strettamente legati alla politica di quegli anni, quindi sarò molto riassuntivo: agli americani, Cuba stava proprio sullo stomaco all’incirca dal 1959, quando Fidel Castro, con la sua rivoluzione, aveva trasformato il paese in uno Stato filosovietico. Già nel 1961 il presidente Kennedy aveva autorizzato uno sbarco armato nella famosa Baia dei Porci, ma era fallito miseramente. A quel punto per Castro fu più che naturale cercare di tutelarsi con l’appoggio di Mosca, concordando appunto l’installazione di quelle batterie missilistiche di cui parlavamo poc’anzi.
Ci siamo? Bene, andiamo avanti.
Dopo una fase iniziale in cui le informazioni vennero tenute riservate, il governo americano divulgò pubblicamente la situazione facendola presente anche all’ONU. Per molti storici, non si andò mai così vicini alla Terza Guerra Mondiale come nei 13 giorni che seguirono. Alla fine, Kennedy stabilì un embargo per Cuba e lo smantellamento delle basi missilistiche. Da quel momento in poi, ci sarebbe stata una linea di quarantena invalicabile entro la quale non sarebbero più potute passare le navi sovietiche. Dall’Unione Sovietica, Chruscev pretese però lo smantellamento, da parte degli Stati Uniti, dei loro siti missilistici Jupiter in Turchia. Infine, il 30 agosto 1963, si decise anche di stabilire una linea diretta tra la Casa Bianca ed il Cremlino al fine di evitare, per il futuro, nuovi incidenti diplomatici: la Linea Rossa!

linea-rossa

 LE OPERE DI QUEGLI ANNI

Con un tale livello di tensione era più che normale che scrittori e registi si scatenassero: la distruzione dell’umanità sembrava ormai qualcosa di imminente. Anche un solo uomo avrebbe potuto decidere di premere i pulsanti che avrebbero avviato la fine del mondo.

Ed è proprio con questo tipo di pensieri che, già nel 1962, torna alla carica Mordecai Roshwald (di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente) con il suo Apocalisse tascabile (A Small Armageddon).

apocalisse tascabileL’autore, qui al suo secondo ed ultimo romanzo di fantascienza,  racconta la vicenda di Gerald Brown, capitano di corvetta sul sottomarino atomico Polar Lion. Una sera, ubriaco e in preda all’ira, uccide il capitano e, per evitare la corte marziale, decide di impadronirsi del sottomarino e dei suoi micidiali armamenti, ricattando prima agli Stati Uniti e poi le altre nazioni. Nel racconto, l’autore pone Brown a confronto con un altro personaggio, Peter Schumacher, che inserito nelle alte sfere come persona di alta rettitudine morale e fede cristiana, ad un certo punto sbrocca proprio per via di un eccesso di zelo e comincia ad imporre leggi proibizioniste volte ad eradicare ogni forma di corruzione (in modo che non possano più ripetersi casi come quello del Polar Lion). In buona sostanza, Roshwald utilizza il romanzo per mettere il lettore di fronte a pensieri contrastanti, espressi chiaramente per mezzo di un altro dei personaggi, il professor Applebaum. Questi, infatti, analizzando la situazione, mette in risalto quanto Brown e Schumacher rappresentino due modi diversi di influire sulla storia umana: la ricerca del potere e la volontà di salvare. Un libro le cui tematiche sono attuali ancora oggi e di cui potete trovare una più approfondita recensione cliccando qui.

200px-Spider-Man_spider-biteSupereroi e radiazioni

Non c’entrano con il genere post-atomico ma, giusto per rimarcare il clima di quegli anni, è importante ricordare la genesi di Spider-Man (1962) e degli X-Men (1963). Il primo, morso da un ragno radiattivo, acquisisce i suoi ormai notissimi poteri, i secondi sono invece dei “mutanti”, il prodotto diretto dell’effetto che le radiazioni hanno avuto sui geni di molte persone e che hanno quindi portato alla nascita di individui con un gene speciale. Interessante notare anche che, sempre per quanto concerne gli X-Men, molto probabilmente Stan Lee si ispirò al romanzo del 1953  “Children of the Atom” di Wilmar Shiras, in cui i protagonisti erano dei “giovani dotati”.

 

Il 1964 è, invece, l’anno di Stanley Kubrick che, con il suo famosissimo film Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb), crea un capolavoro di satira capace di mettere a nudo l’effettiva stoltezza della Guerra Fredda, dei governi e dell’umanità in generale.

docteur_folamour,9

Il ruolo di mattatore nella pellicola è del mai troppo compianto Peter Sellers, qui nei panni del dottor Stranamore, del presidente degli Stati Uniti e del colonnello Mandrake, ognuno a suo modo protagonista dell’assurda vicenda. Di seguito, alcuni estratti significativi:

davySempre dello stesso anno è il romanzo di Edgar Pangborn Davy, l’eretico (Davy), che in realtà è una riedizione rivisitata di due racconti dello stesso autore,  “The Golden Horn” e “A War of No Consequence”, entrambi del 1962.
In un post-atomico futuro governato da una religione che ha represso ogni forma di scienza, tutto ciò che proviene dal mondo precedente deve essere prima approvato e poi riadattato. In questo scenario il protagonista, il Davy del titolo, ritrovato un “corno d’oro” (un corno inglese), definito oggetto proibito dal culto dominante, inizierà un viaggio lungo molti anni durante i quali crescerà sia fisicamente che interiormente, ribellandosi ai dettami della cultura che gli è stata inculcata e scegliendo di confidare nel proprio libero arbitrio, esponendosi personalmente fino al punto di scatenare una rivolta. Un romanzo che, con il pretesto del mondo ridotto in rovina, tenta una critica nemmeno troppo velata alla Chiesa e alla società del proprio tempo, ma che purtroppo si riduce spesso all’uso di molti cliché.
Potete leggerlo per intero scaricandolo da qui.

cronache del dopobombaMolto interessante è Cronache del dopobomba (Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb) di Philip K. Dick, pubblicato nel 1965 (con un titolo che richiamava palesemente il già citato dottor Stranamore) ma in realtà già ultimato nel 1963.
Quello che viene descritto nei primi tre capitoli è il mondo di un futuro prossimo (il 1981) in cui i protagonisti di una piccola cittadina della California trascorrono la loro vita quotidiana. Dal quarto capitolo in poi, la situazione cambia drasticamente e il lettore si ritrova catapultato nel 1988, trovando i protagonisti intenti a sopravvivere nel mondo devastato dall’olocausto nucleare. In questo nuovo contesto, un astronauta rimasto bloccato intorno all’orbita terrestre assume un ruolo quasi da guida spirituale per le varie comunità, continuando a tenerle in contatto tra loro per mezzo della radio e diffondendo musica e messaggi pedagogici. Ad un certo punto però, uno dei personaggi protagonisti decide di volersi appropriare di questo ruolo di guida, mettendo in atto un ingegnoso piano…

Nel 1966 torna Pangborn con Il giudizio di Eva (The Judgement of Eve), che ripropone all’incirca la stessa formula del precedente Davy l’eretico: il mondo post-atomico, il viaggio, la crescita interiore e la scoperta di nuove realtà. Eva Newman vive isolata con la madre cieca quando arrivano alla sua casa tre uomini, con esperienze diverse. Eva, nella sua innocenza e nella sua ignoranza delle “cose della vita”, fa loro una semplicissima domanda: «Che cos’è l’amore?» La missione dei tre uomini, nel mondo distrutto del dopo-olocausto, sarà di trovare una risposta a questa domanda e sottoporla al giudizio di Eva…

Una citazione la merita sicuramente il misconosciuto film  Fine Agosto all’Hotel Ozon (Konec srpna v hotelu Ozon) di Jan Schmidt. La trama: Alcuni decenni dopo l’apocalisse nucleare che ha sterminato quasi tutta l’umanità, un gruppo di donne è in perenne viaggio alla ricerca di risorse per sopravvivere e di eventuali altri superstiti, in particolare uomini, che consentirebbero loro di procreare e mantenere in vita la razza umana. Alla loro guida c’è una donna più anziana, l’unica che ha conosciuto il mondo prima del conflitto…

hotel hozon

Prodotto in Cecoslovacchia nel 1967, “non piacque affatto ai vertici dell’esercito socialista di Praga perchè parlava di un mondo distrutto, nel quale la guerra aveva lasciato in vita solo la disperazione di pochi sopravvissuti. Secondo i responsabili dell’esercito cecoslovacco era impensabile descrivere una realtà simile perché un paese socialista doveva battersi per la pace nel mondo e non erano immaginabili scenari di distruzione e di morte. Ma il film fu “lavorato” sfruttando una zona utilizzata dall’esercito cecoslovacco per le esercitazioni. “Fine agosto all’Hotel Ozon” non piacque ai generali che lo visionarono e finì in un magazzino senza “vedere” il buio delle sale cinematografiche di Praga. L’esercito non aveva una sua distribuzione cinematografica! Il destino del film era segnato. Infatti, l’opera finì nella lista dei film da bruciare. Un ufficiale si prese la responsabilità di chiamare Jan Schmidt la notte prima del “rogo” avvertendolo del destino che si stava compiendo. Il regista riuscì a salvare il suo piccolo capolavoro. A quel punto il film passò misteriosamente la frontiera cecoslovacca e fu presentato al festival del nuovo cinema di Pesaro. Il regista fu invitato. E il film vinse a sorpresa un premio da parte del Vaticano che lodò l’impegno del regista contro i pericoli di un conflitto mondiale. Schmidt racconta che Pasolini invidiò molto quel premio perchè in quegli anni il regista sperava in un riconoscimento diretto da parte del Vaticano e della Chiesa sul suo lavoro di regista. Il problema per Schmidt fu che quando gli fu conferito questo premio nel 1967 era ancora un soldato e aveva ricevuto nientemeno che un premio dall’odiatissimo Vaticano. Il festival del cinema di Trieste consacrò l’opera anche a livello internazionale e il regista divenne “intoccabile”…….sia perchè era stato “benedetto” dal Vaticano e sia perchè era diventato troppo noto” (Lanfranco Palazzolo).

Chiudiamo con il trash spinto di stampo nipponico: L’allucinante fine dell’umanità (Konchu DaisensoLa guerra genocida degli insetti), diretto nel 1969 da Kazui Nihonmatsu. Perché il Giappone, secondo voi, poteva stare a guardare mentre nel mondo tutti sembravano in preda alla psicosi del nucleare? La risposta mi pare ovvia: un NO che si concretizza in un horror di un’ora e 24 minuti in cui la parte del leone la fanno dei micidiali insetti assassini creati da una scienziata pazza. Che c’entrano con la bomba, direte voi? Sinceramente non saprei, ma forse il regista pensava che la situazione non fosse già abbastanza pesa di suo e ha voluto includere nel pacchetto anche una bella distruzione nucleare di massa. Mi pare pure giusto…
Beccatevi il trailer!

Tuttavia, a parte gli scherzi e tornando al motivo che mi ha spinto a pubblicare questo nuovo capitolo sulla storia del genere post-atomico, c’è da segnalare che nel 1966, sempre in Giappone, “un tale” di nome Keiji Nakazawa pubblicava un manga dal titolo Kuroi ame ni utarete (黒い雨にうたれて – Sotto la pioggia nera), basato sui suoi ricordi da piccolo protagonista del bombardamento di Hiroshima. Ma di questo, mi riservo di parlare nel prossimo articolo.

(Continua…)

 

MAD MAX : Fury Road – Il trailer

Se siete fan di Ken il guerriero, non potete non conoscere la saga di Mad Max. E se conoscete Mad Max, dovreste già sapere da tempo che nel 2015 uscirà nei cinema Mad Max: Fury Road, un nuovissimo capitolo diretto sempre da George Miller, padre della serie. In alto potete vedere il trailer rilasciato in occasione dell’annuale Comic-Con di San Diego e sul quale credo che sia superfluo ogni commento: Lo spirito visionario alla base dei capitoli interpretati da Mel Gibson è ancora vivo! Miller è pronto a dipingere nuovamente l’immaginario postapocalittico che ha creato trent’anni fa!

Questa volta, nei panni di Max Rockatansky ci sarà Tom Hardy  (The Dark Knight Rises, Inception…) mentre, a fargli da spalla, la bellissima (oh, per me è sempre stata la donna più bella del mondo) Charlize Theron, che intepreterà la combattiva Furiosa. Il cattivissimo, questa volta si chiama Immortan Joe, dietro la cui evocativa maschera si nasconde Hugh Keays-Byrne, ovvero il Toecutter del primo capitolo della serie!

(Ringrazio Divina Scuola di Hokuto per la segnalazione)