Ken il guerriero – Le origini del mito REGENESIS: Come distruggere 35 anni di Hokuto in soli 20 minuti

Anche se negli ultimi tempi sono stato più latitante di Matteo Messina Denaro, non potevo certo perdermi la messa in onda di Souten No Ken Regenesis, il nuovo anime dedicato alle gesta del 62° successore dell’Hokuto Shinken.

Ecco quindi che, nonostante le già basse aspettative alimentate dal massiccio impiego di CGI che traspariva fin dai trailer, ho deciso di fare da spettatore a quella che si è rivelata la più grossa caduta di stile riguardante Kenshiro e le produzioni a lui legate. Uno spettacolo patetico fin dalla sigla di testa, con il suo insulso rap accompagnato da scene prive di senso il cui unico scopo sembra quello di mostrare il protagonista mentre ciondola come un pupazzone sullo sfondo di varie location di Shangai. E chiaramente, se il buon giorno si vede dal mattino, ciò che viene dopo di sicuro non può essere tanto meglio…

Che poi quello che rode davvero di tutta quest’operazione è che, almeno per quello che riguarda gli ultimi 5 anni, il maestro Hara non ha perso occasione per denigrare il lavoro svolto a suo tempo dagli animatori della serie storica. Nonostante quelle 152 puntate abbiano segnato all’epoca non solo una svolta per via del livello di dettaglio raggiunto ma anche un enorme successo che ha poi contribuito a trasformare Ken il guerriero in un’icona dell’animazione nipponica, il nostro caro maestro aveva da ridire.

“E vabbé”, dirà qualcuno, “d’altronde Ken è roba sua, avrà anche il diritto di sindacare sulle produzioni animate che ne sono state tratte”. “Sacrosanto”, risponderei io, ma se poi vuoi fare le proverbiali nozze con i fichi secchi e quello che riesci a rimediare è una cosa che più che un anime sembra un videogame scrauso in cell shading per PS2, beh, caro maestro, allora lì mi diventi indifendibile. Se proprio volevi puntare sulla CGI potevi almeno investirceli due soldi che non fossero del monopoli e far realizzare qualcosa di decente dagli stessi che hanno curato i filmati per le slot machine. Sarebbe stato tutto certamente più appagante.

Come se non bastasse, a corredo di tale deludente scempio visivo, la trama è stata DEVASTATA dagli sceneggiatori che, come dei folli armati di mannaia, hanno tagliato così tanta roba che in 20 minuti hanno praticamente narrato ciò che nel manga si verificava tra il capitolo 105 e l’inizio del 124 !! Via situazioni, personaggi e via dicendo, chi se ne fotte. Ma, soprattutto, via le emozioni. Proprio quelle forti emozioni e quel pathos che da sempre rappresentano il perno attorno a cui ruotano le storie (ed il successo) del mondo di Hokuto e dei manga di Tetsuo Hara più in generale, qui si perdono completamente per strada. Evito di rivelare dettagli a chi ancora non ha visto il primo episodio, ma davvero mi è sembrato di assistere più ad un montaggio di rapidi filmati introduttivi di un videogame che ad una storia con un’anima ed un corpo. Tra l’altro alcune cose sono state profondamente cambiate rispetto alla trama del manga, mettendoci di fronte a delle scelte narrative di cui stento a trovare altro significato che non sia semplificare (e di conseguenza banalizzare) una storia che forse avrebbe richiesto più lavoro per la realizzazione di tutti gli altri personaggi originariamente coinvolti. Questo, ovviamente, sperando che l’intento non sia soltanto quello di concentrarsi sui combattimenti, come lascia intendere l’introduzione (che avverrà prossimamente) di altri due guerrieri esclusivi di questa produzione: Himuka e Simeon Nugget.

In conclusione

Souten No Ken è un manga che davvero meritava il traino di un anime di spessore, non questo teatrino di pupi siciliani in salsa digitale. In particolare io che ho sempre atteso un sequel dei 26 episodi del 2006 mi auguravo che quel “regenesis” nel titolo fosse di buon auspicio ma, a conti fatti, più che una rinascita mi pare si stia celebrando un funerale.

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Ken il guerriero – Le origini del mito REGENESIS: Trailer e primi dettagli sul nuovo anime

Ieri è stato pubblicato il primissimo trailer riguardante il nuovo anime Souten No Ken Regenesis, sequel diretto dei precedenti 26 episodi di Ken il guerriero – Le origini del mito realizzati tra il 2006 ed il 2007. A dar voce a Kenshiro Kasumi, 62° successore dell’Hokuto Shinken, sarà di nuovo Koichi Yamadera, che si dichiara entusiasta di poter tornare ad interpretare un personaggio così intenso. 
L’animazione in 3DCG è stata affidata alla Polygon Pictures con il character design di Kazumi Teshigahara, il quale ha parlato di come, nonostante l’utilizzo del 3D, ci sia stato un impegno del tutto particolare, attraverso svariate prove, nel tentare di trasporre fedelmente lo stile del manga in animazione. Alla regia troviamo Akira Akitsuki, mentre le sceneggiature sono state affidate a Satoshi Ozaki.
Come avevamo già detto, la serie partirà ad aprile 2018 sul canale Tokyo MX e riprenderà le vicende da dove si erano interrotte nel 2007 per poi riallacciarsi ai nuovi capitoli dell’omonimo manga che dallo scorso ottobre ha iniziato la sua corsa su Comic Zenon (e di cui abbiamo tradotto il primo capitolo).
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Ken il guerriero – Le origini del mito: ad aprile 2018 la nuova serie animata

Pubblicato oggi, in Giappone, il primo episodio di Souten No Ken Regenesis, l’attesissimo nuovo manga ambientato 7 anni dopo la conclusione di Ken il guerriero – Le origini del mito. Mentre aspettiamo di averne sotto mano le 75 pagine che lo compongono, parliamo invece del nuovo anime televisivo, che avrà lo stesso titolo e partirà ad aprile 2018 sulla rete TOKYO MX.

Come specificato dallo stesso Tetsuo Hara nel corso di un’intervista (riportata sul sito ufficiale del progetto), pur avendo lo stesso nome, il manga e l’anime avranno un inizio differente. Il secondo infatti riprenderà le vicende da dove si erano fermate con la precedente serie da 26 episodi prodotta nel 2006 (edita anche in Italia da Yamato Video).

Per ulteriori news, come sempre, restate sintonizzati 😉

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Anime Tribute – Lupin III

Ben ritrovati con la rubrica dedicata agli anime che ci hanno tenuto compagnia da bambini e che magari – come in questo caso – continuano a tenerci compagnia ancora oggi. Stavolta parliamo di un cult che oserei definire immortale e che oggi, 10 agosto 2017, compie ben 50 anni: Lupin III !!

lupin

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Lupin Sansei (ルパン三世)
Episodi: 23, 155, 50, 24
Registi: Molti, ma i primi furono Masaaki Osumi, Hayao Miyazaki e Isao Takahata, che gettarono le basi per tutte le serie successive
Character Design: Yasuo Ōtsuka, Takeo Kitahara, Yusan Aoki, Hisao Yokobori
Musiche: Takeo Yamashita,ji Ōno
Produzione: Tokyo Movie Shinsha
Prime TV (J):
197119771984 2015
Prime TV (ITA):
1979198119872015

Trama e tematiche principali

Chi non conosce Lupin, l’imbattibile ladro gentiluomo che viaggia attorno al mondo mettendo a segno colpi impossibili? E chi non conosce Jigen, l’infallibile pistolero che spara seguendo la tesa del proprio cappello? Chi, ancora, non conosce Goemon, il silenzioso samurai la cui spada è capace di tagliare di tutto con estrema precisione o Fujiko, la bellissima, spregiudicata ed inafferrabile ladra che ha fatto della seduzione la sua arma più pericolosa? Infine, chi non conosce Zenigata, stoico ispettore dell’Interpol che ha fatto della cattura di questi stupefacenti criminali la sua ragione di vita, inseguendoli in ogni angolo del globo? Personaggi ormai entrati nell’immaginario collettivo, i protagonisti dell’anime Lupin III sono noti al grande pubblico e restano fedeli a sé stessi praticamente da mezzo secolo, tanto che basta nominarli a chiunque per richiamare alla mente le precise caratteristiche di ognuno. E questi, in fondo, sono gli unici elementi della trama che è necessario conoscere per godersi ogni singolo episodio o special televisivo, ogni singolo film cinematografico ed ogni singolo OAV legati alla serie, senza distinzione alcuna.

lupin personaggi

In prima battuta si potrebbe pensare che questo sia un limite, perché la consueta formula nota come “squadra che vince non si cambia” ha spesso portato tante serie (non solo animate) ad arenarsi in una ripetitività che presto o tardi ne hanno decretato la fine, mentre invece per Lupin e soci l’incantesimo non si rompe mai e le loro storie riescono sempre ad affascinare e a tenere incollati i telespettatori davanti allo schermo. Perché se magari in un episodio i nostri eroi hanno a che fare con il tipico riccone megalomane che vuole conquistare il mondo, in un altro se la vedono con stregoni in grado di resuscitare i morti, spietati killer dagli strani poteri e chi più ne ha più ne metta. Sembra infatti non esserci limite alla varietà di imprese di cui Lupin e la sua banda si sono resi e si rendono ancora protagonisti, ma è comunque possibile individuare all’interno di esse una serie di temi ricorrenti che adesso andremo a vedere.

lupin cagliostro

Il fulcro principale attorno a cui ruotano tutte le vicende è sempre e comunque l’umanità, quell’insieme di sentimenti e valori positivi che distinguono i protagonisti dai loro nemici. Lupin e i suoi compagni sono infatti dei ladri, persone che si muovono con disinvoltura negli ambienti criminali, eppure capaci di mostrare un senso morale maggiore dei “mostri” contro cui si ritrovano di volta in volta a dover combattere. Occhio però: Lupin non è Robin Hood, non ruba ai ricchi per dare ai poveri, sia chiaro, ma è sempre pronto a fare la cosa giusta quando le circostanze lo richiedono , anche a costo di rimetterci. E questo è ciò che spesso e volentieri, nonostante tutto, permette a Zenigata di ritrovarsi dalla stessa parte della barricata del suo arcinemico, perché i criminali veri, continua a ripeterci la serie, sono quelli che non si fanno alcuno scrupolo a calpestare la vita e la dignità del prossimo pur di raggiungere i propri scopi. Anni luce prima che Nolan ci catechizzasse con Batman Begins, Lupin ci insegnava già che “non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica”.

A seguire, è la temerarietà di Lupin e dei suoi compagni a costituire l’altro elemento fondante della serie. Essi infatti non provano diletto in “semplici” rapine in banca o assalti a furgoni portavalori, perché l’arricchirsi, per loro, non è lo scopo principale, ma l’eventuale conseguenza, un premio aggiuntivo se vogliamo, di quel pericoloso gioco che li spinge, di volta in volta, a mettersi alla prova contro sfide apparentemente impossibili. Il gusto di riuscire a violare fantascientifici sistemi di sicurezza ritenuti inviolabili, la consapevolezza di essere gli unici al mondo a mettere a segno dei colpi che tutti gli altri non avrebbero nemmeno la fantasia d’immaginare, l’essere per questo temuti e rispettati ma anche braccati costantemente dalle forze dell’ordine e bersaglio, spesso e volentieri, di altri ambiziosi criminali, rappresentano la vera ricompensa delle imprese di Lupin e soci.

Terzo importante elemento è la libertà. I protagonisti, infatti, non sono fuorilegge solo perché ciò che fanno costituisce reato, ma lo sono proprio con il cuore. Benché essi stessi posseggano una morale, non possono però vivere secondo le normali regole della società perché, come si suol dire, “gli unici pesci che seguono la corrente sono i pesci morti”. E se Zenigata incarna proprio quella “legge” che cerca di continuo di ingabbiarli e ricondurli sulla “retta via”, Lupin, Jigen, Goemon e Fujiko sono l’incarnazione di un’individualità che non riconosce padroni se non il proprio desiderio di sentirsi vivi. Non un’istigazione a delinquere, quindi, ma un grido che incita lo spettatore a non lasciare che siano altri a decidere cosa dovrebbe fare della sua vita. Un monito che, anche se rivolto principalmente alla società giapponese, si può estendere ad ogni latitudine ed ogni età, forse il vero motivo per cui Lupin è un mito intergenerazionale.

Caratteristiche peculiari

La prima caratteristica che colpisce qualsiasi spettatore delle vicende di cui si rendono protagonisti il ladro gentiluomo e la sua banda è di certo il profondo senso d’avventura che vi si respira. Traendo spunto dai film di James Bond, i personaggi non stanno mai fermi, sono sempre in giro per il mondo – spaziando con disinvoltura tra luoghi realmente esistenti ed altri di pura fantasia – alla ricerca di nuove sfide da affrontare e immensi tesori su cui mettere le mani. Anche l’atmosfera generale, connubio di sonorità, mode e costumi tipicamente anni ’60 e ’70, ha un suo peso specifico non indifferente, soprattutto nelle prime serie, quelle più famose. In particolare la colonna sonora di Lupin è stata sempre molto ricercata. Che si trattasse della musica jazz accompagnata dalla voce di Charlie Kosei o dell’energica “Super Hero”, cantata da Tommy Snyder, la scelta dei brani ha donato all’anime un’aura molto più affascinante ed internazionale rispetto alla quasi totalità delle altre produzioni del Sol Levante. Dulcis in fundo, i protagonisti stessi, con le loro vite ed il loro passato, rappresentano spesso il fulcro delle appassionanti trame dei diversi episodi, film e OAV. Tanto Lupin, quanto Jigen, Goemon, Fujiko e anche Zenigata hanno sempre qualche “scheletro nell’armadio”, qualche vecchio amore / amico / nemico o qualche mistero da rivelare (sì, anche dopo ben 10 lustri!) e ciò, di per sé, già da solo costituisce un motivo che spinge lo spettatore a continuare a seguire l’evolversi delle loro avventure.

Il manga originale

Creato da Monkey Punch (nome di battaglia di Kazuhiko Katō), Lupin inizia le sue prime scorribande sulle pagine di Weekly Manga Action nell’ormai lontano 10 agosto 1967 ed è subito un grosso successo. Questo perché, pur nascendo come Seinen (manga per adulti) e quindi con contenuti espliciti, riesce a far presa anche sul pubblico più giovane e la prima serie, che era stata pensata per durare soltanto 3 mesi, viene prolungata fino al 1969 proprio per via di questo inaspettato ed enorme consenso. E se visivamente, per via del peculiare stile di disegno dell’autore, già si notano parecchio le differenze rispetto alle varie trasposizioni animate, quello che davvero colpisce chiunque abbia letto il manga è che i protagonisti, a parte forse Fujiko, godono di una caratterizzazione profondamente diversa da quella che ormai quasi tutto il mondo ritiene come “canonica” e che ho descritto all’inizio dell’articolo. Lupin e soci, su carta, non sono infatti solo più libertini nei costumi, ma anche più spregiudicati sul piano morale. Anche le dinamiche che li vogliono tutti come una banda affiatata sono in realtà diverse da quelle che abbiamo imparato a conoscere e, nella maggioranza dei casi, ognuno persegue i propri scopi personali. Oltretutto, cosa che mai si è vista sullo schermo, Monkey Punch si divertiva molto a far rivolgere i personaggi direttamente al lettore: Lupin e gli altri si rendono conto infatti di essere solo i protagonisti di un fumetto e non è raro vederli lamentarsi proprio delle scelte dell’autore! Insomma, di differenze ce ne sono veramente tantissime.

“Ma perché tutta questa differenza?”, vi starete chiedendo. Beh, in realtà dietro non c’è chissà quale oscura ragione ma il semplice fatto – comune a quasi tutte le opere che vengono trasposte in animazione – che il pubblico di riferimento è diverso. Se, infatti, come ho già detto, Lupin nasce quale fumetto per adulti, con tutti gli annessi e connessi del caso, le diverse serie anime, gli special televisivi e i vari film sono invece rivolti il più possibile alla “massa”, cioé ad un pubblico talmente eterogeneo da riuscire a garantire, a chi produce l’animazione, un numero di ascolti abbastanza elevato da generare un ritorno economico in grado di giustificare l’intera operazione. Successe quindi che, quando la Tokyo Movie Shinsha, nel 1971, decise di mandare in onda la prima serie animata di Lupin, quella della “giacca verde”, cercando (pur con tutte le dovute censure) di rimanere più fedele allo spirito del manga, non ottenne i risultati sperati. Recuperò ascolti soltanto con le successive repliche, ma era chiaro che bisognava accattivarsi i favori del pubblico modificando un po’ di cose. Nel frattempo, comunque, Monkey Punch accompagnò questa prima trasposizione animata pubblicando nuovi episodi cartacei dal 1971 al 1972 (episodi che vennero poi raccolti assieme ai precedenti e considerati un’unica prima serie). Nel 1977 ci provarono di nuovo: una nuova serie animata, quella famosa della “giacca rossa”, ed una nuova serie manga ad accompagnarla. Stavolta però le due cose andarono avanti su binari diversi e fu lì che, con un’impostazione significativamente diversa rispetto alla serie precedente, l’anime ottenne il riscontro che si cercava, tanto da arrivare a sfornare ben 155 episodi (contro i soli 23 della prima). Questo, tuttavia, se da un lato decretò il successo anche a livello mondiale di Lupin, fornì a sua volta lo “stampo” che ogni produzione animata sul ladro e i suoi soci avrebbe poi avuto da allora in poi.

Magari qualcuno penserà che l’autore, giustamente, abbia delle rimostranze circa questo “snaturamento” dei suoi personaggi, no? Sorpresa, a Monkey Punch, invece non glie ne può fregare di meno e, anzi, ama vedere Lupin in animazione, apprezzando di volta in volta sia il lavoro svolto da chi si occupa del lato tecnico vero e proprio, sia quello dei diversi registi, ognuno dei quali restituisce la sua particolare visione di Lupin. A tal proposito ci tiene a precisare che “Il Castello di Cagliostro” di Miyazaki è la produzione che più gli piace. Non ci credete? Nel caso, date un’occhiata a questa intervista (in inglese) del 2003. 😉

Lupin e l’Italia: amore indissolubile

Accompagnato dalle note di Planet-O, Lupin è approdato sui nostri teleschermi nel 1979, divenendo quindi uno dei primi anime protagonisti della grande invasione iniziata solo un anno prima con il mitico Goldrake. Da quel momento in poi si è accasato nel Bel Paese e non se n’è andato più, specialmente quando, poco dopo, è passato nelle mani di Mediaset, che ne ha sancito la vera e propria trasformazione in un’icona iniziando a trasmettere ogni singolo anime, film, special televisivo o OAV esistente e mescolando il tutto in una serie infinita di repliche.

Uno dei lati particolarmente positivi di questa gestione quasi esclusiva è stato quello di avere, nella stragrande maggioranza degli adattamenti, una continuità nel cast delle voci italiane, in special modo per quello che riguarda Lupin e Jigen, rispettivamente doppiati da Roberto del GiudiceSandro Pellegrini, due grandi professionisti che purtroppo la morte ci ha strappato via già da alcuni anni. A loro, indiscutibilmente, va il merito di aver contribuito a scolpire nella memoria dei telespettatori il ricordo di questi grandiosi personaggi. Tuttavia, come accaduto a tanti altri anime passati sotto le sforbicianti mani di Mediaset, lo scotto da pagare sono state delle censure a volte anche piuttosto pesanti, ma questo non ha sminuito l’amore degli italiani verso Lupin e soci. Tale amore, nel corso del tempo, non ha solo creato un mercato per t-shirt, borse e altri gadget a tema, ma è sfociato spesso in iniziative uniche e memorabili. Quella che ritengo più importante è la speciale collaborazione instaurata, a partire dal 1994, tra i Kappa Boys e Monkey Punch. Tale sodalizio ha portato non solo alla pubblicazione di Alis Plaudo, esclusivo episodio manga disegnato proprio dall’autore originale su testi dei mitici redattori di Kappa Magazine, ma alla creazione di una vera e propria collana di manga, denominata Lupin III Millennium, realizzata da diversi disegnatori italiani (in realtà uno è realizzato da Shinichi Hiromoto, che dovreste conoscere per Jagi il fiore malvagio) ma sempre sotto la supervisione del papà di Lupin.

 

Un altro bel tributo è sicuramente Basette, un corto presentato nel 2008 da Gabriele Mainetti (oggi famoso per “Lo chiamavano Jeeg Robot”) e interpretato nientemeno che da Valerio Mastandrea, Daniele Liotti, Flavio Insinna, Gabriele Giallini e Luisa Ranieri.

Ultima, ma solo in ordine di tempo, la coproduzione italo-nipponica della recente serie Lupin III – L’avventura italiana, completamente ambientata nel nostro paese e trasmessa da noi in anteprima mondiale (!) nell’estate del 2015.

Sì, lo so, veniva mandata in onda ad orari improponibili e con la peggior sigla che ci si potesse aspettare (senza contare altre “cosette” che ci sono andate storte tipo che in Giappone poi l’hanno trasmessa con diverse scene migliorate…), ma tale produzione resterà comunque una pietra miliare nel rapporto tra Lupin e l’Italia.

Un’avventura senza fine

Molti forse non sanno che, diversamente da tanti anime che abbiamo conosciuto e amato da bambini, Lupin è (dopo Doraemon), l’unico che in Giappone non ha mai avuto momenti di stanca. Ogni anno vengono infatti prodotte non solo nuove storie animate (siano esse special televisivi, serie o film), ma anche nuove storie cartacee (sia per mano di Monkey Punch che di altri mangaka), tanto che, a voler elencare tutto ciò che è stato realizzato su Lupin, c’è letteralmente da perdersi.

Tra le produzioni più recenti, oltre alla già citata avventura italiana, non si possono non menzionare la serie tv “La donna chiamata Fujiko Mine” e i film “La lapide di Jigen Daisuke” e “Goemon Ishikawa imbrattato di sangue”, che hanno puntato i riflettori ognuno su un diverso componente della banda.

 

Menzione a parte, invece, per il non proprio riuscitissimo film dal vivo, del quale sarebbe più che altro bello sapere chi è il genio del marketing che ne ha scelto la locandina italiana…

In più, notizia piuttosto fresca, annunciata durante l’ultima edizione del Japan Expo tenutasi lo scorso luglio, è in lavorazione una nuovissima serie animata, stavolta ambientata in Francia, la terra che ha dato i natali allo scrittore Maurice Leblanc, creatore dell’originale Arsène Lupin da cui Monkey Punch ha tratto ispirazione. Insomma, dopo 50 anni di onorata carriera, un cerchio che si chiude.  🙂

Ci sarebbe ancora tantissimo da dire, ma ci fermiamo qui, con questa accattivante fan-art disegnata da Domenico “Handesigner” Alfieri, artista italiano che molti conoscono proprio grazie alla sua passione per Lupin, qui ritratto assieme a Fujiko e alla mitica Fiat 500 sullo sfondo di Cava de’ Tirreni.

 

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Le peculiarità linguistiche di Ken il guerriero

A cura di Carmine Napolitano, MusashiMiyamoto e Squalo Densetsu

Oltre ad essere un’opera epica, capace di lasciare il segno non solo nel mondo dei manga e degli anime, ma anche nella società, Hokuto No Ken rappresenta un caso emblematico dal punto di vista linguistico. Perché se ogni tanto si cerca di spiegare ed approfondire le differenze culturali tra l’occidente ed il Giappone, il paese in cui la serie è stata ideata e si è sviluppata, quasi mai si analizza ciò che c’è dietro quella barriera linguistica che non ci permette di cogliere a fondo e più pienamente la complessità di storia e personaggi. Ecco quindi questo articolo, redatto allo scopo di far luce su quegli aspetti, molto spesso sottovalutati quando non addirittura del tutto ignorati o peggio ancora travisati, che solo chi ha fruito almeno una volta dell’opera in lingua originale può comprendere. Buona lettura! 🙂

Nomi dei personaggi

I nomi dei personaggi di Hokuto No Ken, tranne che in rarissimi casi, sono sempre scritti in katakana, ovvero l’alfabeto fonetico usato in giapponese per scrivere principalmente parole di origine straniera. Abbiamo quindi: ケンシロウ (Kenshiro), ラオウ (Raoh), レイ (Rei), トキ (Toki), ジャギ (Jagi), シン (Shin), ユリア (Julia) e via dicendo. È importante sottolineare come questo particolare alfabeto, diversamente dai kanji utilizzati ad esempio per i nomi delle tecniche segrete, non fornisca alcun tipo di significato ai nomi dei vari protagonisti dell’opera. Questo rende spesso difficile “azzeccare” la giusta traslitterazione nella nostra lingua, in quanto la pronuncia giapponese stessa del nome può differire anche in maniera significativa rispetto a quello che vorrebbero intendere. Basti l’esempio di アルフ, che da loro viene pronunciato Arufu ma che in realtà è semplicemente la lettura nippofona del nome Alf (lo Shura della clessidra. Ve lo ricordate, no?). Ecco perché è possibile trovare, sia ufficialmente che in maniera amatoriale, tanti diversi adattamenti dei nomi dei protagonisti.

Ad ogni modo, stando a quanto dice lo stesso Buronson, la scelta fu operata pensando al fatto che i personaggi vivevano in un mondo dove i confini geografici non avevano più significato, e quindi anche i concetti di nazione e nazionalità erano ormai privi di valore. Esisteva solo una razza umana che “tuttavia era sopravvissuta….”. Non avrebbe avuto senso distinguere quindi fra giapponesi e stranieri, ecco perchè venne scelto il katakana, per non dare connotazioni geografiche definite ai vari personaggi, anche in quei casi in cui il nome suonasse inequivocabilmente giapponese. Un’eccezione è Kenshiro, il cui nome compare scritto proprio in kanji (拳四郎) in entrambi gli episodi pilota precedenti la realizzazione della serie ed ambientati prima della guerra nucleare, dove peraltro compare anche il cognome: Kasumi (霞).

Samurai e tamarri

La particolarità che più di tutte è nota al pubblico giapponese, è l’alternanza fra il linguaggio classicheggiante dei maestri di arti marziali, pieno di espressioni arcaiche o comunque poco usate nel giapponese moderno, e quello dei crestoni e dei cattivi di basso livello, sgrammaticato e volgare, tipico dei ragazzi “difficili” del Giappone. Per rendere meglio l’idea, immaginate Ken o Toki che parlano come i Cavalieri dello Zodiaco, mentre i crestoni parlano come dei coatti qualunque. Non è un caso: i maestri di arti marziali altro non sono che la rappresentazione tipica del guerriero. Tale guerriero, secondo la cultura giapponese, non ha mai un’immagine rozza ma deve distinguersi anche per le sue maniere. Nell”era in cui vivono, dominata dalla violenza, i vari maestri (con la parziale eccezione di Jagi) rappresentano, anche col loro modo di parlare, quell’ideale di uomo d’altri tempi che potrebbe portare di nuovo ordine nel mondo. Ad esempio, “Addio” comunemente si direbbe さようなら (sayounara), ma in Hokuto No Ken viene invece usato un più aulico さらばだ (sarabada). “Mi scusi/mi perdoni” viene invece detto すまぬ (sumanu) al posto del più semplice すみません (sumimasen). Ancora, riguardo alle forme negative dei verbi, mentre nel giapponese moderno, per ottenerle si aggiunge il suffisso ない (nai), nell’opera si incontra spesso il suffisso ぬ (nu). Di seguito, l’esempio più noto, tratto dalla sezione “Le Frasi dei Personaggi di Hokuto No Ken”, curata da AndreaMusashiMiyamoto” Mazzitelli.

ひ、退かぬ!媚びぬ!省みぬ!-Lettura: Hi…Hikanu! Kobinu! Kaeriminu!
Traduzione: Non…non mi tirerò indietro! Non mi abbasserò! Non avrò ripensamenti!
Questa frase è famosissima in Giappone tra i fans, anche perché è molto particolare nei verbi usati. È Souther a dirla poco prima della fine dello scontro decisivo con Kenshiro quando, ormai già consapevole che il combattimento è giunto al termine, spinto dal suo immenso orgoglio si lancia in un ultimo disperato attacco.
La traduzione è come sempre letterale, ma si potrebbe rendere in tanti modi diversi, come per esempio:”Non indietreggerò! Non mi prostrerò! Non avrò ripensamenti!”.
Resa in questo modo è sicuramente più scorrevole e un po’ più aulica e intensa. Tra l’altro l’ultimo verbo è inteso anche come “non pentirsi di nulla”, quindi ripensamento in questa particolare accezione. E’ davvero una delle espressioni più belle e pregnanti dell’intero racconto.

Come vedremo nel prossimo paragrafo, esistono svariati modi per esprimere i pronomi personali. Alcuni sono caduti estremamente in disuso, tipo 吾が(waga) per dire “io”, e うぬ (unu) per dire “tu”. Nella serie li troviamo entrambi, usati tipicamanete da Raoh che, a dispetto della brutalità che sembra caratterizzarlo, è il personaggio con il registro linguistico più nobile di tutti. Un altro esempio, sempre dal nostro Musashi…

ぬう!!お…おれは拳王!拳王は決してひざなど地につかぬ~!-Lettura: Nuu! O…Ore wa Ken-Ou! Ken-Ou wa kesshite hiza nado chi ni tsukanu~!
Traduzione: Nuah!Io…io sono il “Re del Pugno”! E il “Re del Pugno” non cadrà mai in ginocchio!
Questa è una frase di Raou famosissima e molto bella anche linguisticamente, motivo per il quale è così nota. Rispecchia proprio la fierezza del personaggio. Letteralmente sta per “…non poggerò mai le ginocchia a terra” e il senso viene enfatizzato proprio da questa costruzione che mette in risalto il movimento di portare il ginocchio al terreno. Il tutto con un linguaggio molto letterario, che ricorda quello di un samurai o di un guerriero, tipico di questo mitico personaggio.

D’altro canto, i crestoni e gli altri cattivi di livello inferiore sono la parodia delle bande di motociclisti e di teppisti che negli anni ’70 e ’80 imperversavano in Giappone (ne abbiamo parlato anche nell’analisi dell’11° episodio dell’anime storico), i cui componenti erano quasi sempre poco istruiti, provenienti da famiglie poco agiate, e con un loro linguaggio peculiare caratterizzato, oltre che da espressioni volgari, da un tono sbruffone e dalla storpiatura di molte parole. Un primo esempio è l’utilizzo dell’espressione オレ様 (oresama) per indicare se stessi, in quanto -sama è un suffisso onorifico che non andrebbe mai usato in riferimento alla propria persona, perché farlo indicherebbe un’arroganza indicibile. Caratteristiche poi molto note, anche e soprattuto a chi ha avuto modo di ascoltare almeno una volta le espressioni dei crestoni in lingua originale (che sia nelle produzioni animate o anche nei videogiochi della serie Hokuto Musou/Ken’s Rage), sono l’allungamento e la storpiatura dei suoni, in particolare il suono –ai che diventa –eeeeeee. Come nel famoso いてえええええ di Heart, pronunciato alla vista del proprio sangue, che normalmente sarebbe 痛い (itai). Questa abitudine si è in realtà diffusa anche tra la popolazione in generale, ma rimane considerata un modo piuttosto volgare di esprimersi. Questo doppio livello linguistico è la fonte di innumerevoli parodie dedicate a Ken.

Male parole

Chi ha visto solo l’anime italiano avrà sentito dire al massimo “bastardo”. In realtà i personaggi di Ken, e in alcune situazioni anche Ken stesso, dicono pure le parolacce, talvolta ben più pesanti di bastardo, e nel manga ciò è decisamente evidente. Ad esempio l’esclamazione クソ (kuso), cioè “merda”, ma in alcuni casi traducibile anche come “cazzo”, viene usata con una certa sportività! Altro esempio, sempre da Musashi, riguarda proprio il termine “bastardo” di cui parlavamo poco sopra…

野郎!ふざけやがって!-Lettura: Yaroo! Fuzakeyagatte!
Traduzione: Bastardo! Ci prendi in giro / Ci prendi per il culo!
L’espressione è molto volgare, perciò la traduzione corretta in italiano sarebbe “Ci prendi per il culo!”, ma per i motivi che tutti conosciamo è stata molto edulcorata e, in alcuni casi, addirittura tradotta in modo del tutto diverso. Anche “Yaroo”, che viene ripetuto più volte nel corso della storia, è un’espressione volgare e la traduzione letterale è proprio “Bastardo!”. Ovviamente volendo tradurla con altri termini volgari (“stronzo” o “pezzo di merda”) si può fare, ma è quello il senso originario.

E qui veniamo a uno degli aspetti più difficili da riportare in una lingua straniera, ovvero la differenza dei pronomi personali. In giapponese esistono vari registri linguistici da utilizzare a seconda della persona con cui si parla. Anche i pronomi personali, di cui accennavo prima, variano a seconda delle circostanze e dell’interlocutore e sono ben più numerosi dei nostri. Per esempio, per dire “tu” oppure “voi” ci sono un bel pò di opzioni: l’espressione standard è 貴方 (anata), che si usa con una persona che non conosciamo, o con cui semplicemente non abbiamo confidenza. Ma tu si può dire anche con お前 (omae), che è un modo meno elegante di rivolgersi e che indica già una minore riverenza verso l’interlocutore. Non è per forza offensivo, ma usare questa parola in Giappone con uno sconosciuto o con un superiore viene considerato estremamente rozzo.

Su 手前 (temee) e 貴様 (kisama) non ci sono invece dubbi: significano entrambi tu, ma esprimono un forte disprezzo per l’interlocutore. Equivaglono, di fatto, a un insulto. Ora, traducendo questi pronomi alla lettera, non si riuscirebbe a rendere lo stato d’animo con cui i personaggi stanno parlando. Ecco perchè si introduce (si dovrebbe introdurre) uno “stronzo” oppure “bastardo”, “figlio di…”

貴様/きさま!-Lettura: Kisama!
Traduzione: Tu (maledetto, pezzo di merda, stronzo, ecc.)!
Questo è un termine abbastanza strano, almeno per chi non conosce certe cose. In passato veniva usato come termine di rispetto per indicare la seconda persona, ovvero un “tu”. Nella lingua moderna, invece, ha un significato del tutto opposto, cioè volgare. Indica sempre il “tu”, ma trasmette un senso di minaccia, aggressività e volgarità. Le paroline gentili fra parentesi le ho inserite perché il significato è proprio quello. Spesso è usato sia come un “tu” volgare, come detto, all’interno della frase (Rei lo usa rivolgendosi a Ken quando ancora non sono amici per trasmettere un senso di minaccia e rivalità) e a volte invece, come nell’esempio in rosso, usato a mo’ di esclamazione.
In base al contesto si può tradurre anche con una parolaccia.
Il termine forse più indicato è “maledetto” quando usato come esclamazione, ma il senso è sempre quello. Inutile dire che anche questo vocabolo, viste le frequenti incazzature che percorrono in lungo e in largo il racconto, è usato un po’ da tutti, soprattutto dai tipi rozzi, ma anche dai guerrieri più forti e dallo stesso Ken, il quale quando s’arrabbia perde un po’ il suo aplomb tipicamente giapponese e si produce in varie e colorite espressioni. :alienff:

Ovviamente le parole pesanti non sono un’esclusiva di Hokuto No Ken; tutto sommato, il breve excursus appena fatto, dovrebbe rendere l’idea di come anche il linguaggio usato dai personaggi sia ben più crudo di quanto si possa immaginare e decisamente più forte di quello di un Dragon Ball, tanto per fare un nome. E’ comunque importante rimarcare il punto fondamentale di quanto appena esposto: in Giappone NON esistono davvero le  parolacce così come le intendiamo noi, proprio per via di una struttura diversa della lingua. Quindi il problema “parolaccia sì, parolaccia no” che riguarda, incluso Ken, la stragrande maggioranza degli adattamenti italiani  di anime e manga è, di fatto, qualcosa che il traduttore deve stabilire da sé, tenendo conto del contesto e (preferibilmente, ma non tutti lo fanno) del target di riferimento dell’opera. Nel caso specifico di Hokuto No Ken, senza stare ad allargare troppo il discorso, bisognerebbe ricordare che era comunque un manga di genere Shonen (cioé per ragazzini) e che lo stesso Tetsuo Hara si sforzava, proprio per questo motivo (e anche per arginare le proteste delle associazioni dei genitori), di smorzare la violenza delle scene in cui i crestoni esplodevano, sia graficamente che creando le famose “urla di dolore” (di cui parleremo più tardi). Di conseguenza, un adattamento realmente “fedele” alla fonte originaria, in teoria non dovrebbe mai contenere espressioni esageratamente volgari, che stonerebbero troppo con tutto il resto.

Letture “arbitrarie”

Questa non è una caratteristica esclusiva di Hokuto No Ken, ma la si può riscontrare facilmente anche in altri manga e romanzi. I kanji, i numerosi caratteri che assieme agli alfabeti fonetici compongono il sistema di scrittura giapponesi, hanno in genere almeno due letture: una sinofona (i kanji vengono infatti dalla Cina) e una autoctona. Ma spesso e volentieri sono ben più di due. Gli autori di un manga, piuttosto che di un romanzo o altro, possono però scegliere di dare a determinati caratteri letture arbitrarie, specificate dai furigana che si trovano a lato dei kanji. Pensate ad esempio a quello che accade con le licenze poetiche in italiano.

Dal 1° volume del manga originale. I furigana sono posti in piccolo a destra dei kanji.

Un esempio di ciò si trova già nel titolo stesso dell’opera, 北斗の拳 (Hokuto No Ken). Il carattere  拳 si leggerebbe in questo caso kobushi, che sarebbe la lettura autoctona, ma il maestro Hara ha preferito quella sinofona, ovvero ken, creando così un gioco di parole col nome del protagonista, ma anche un riferimento alle origini cinesi delle arti marziali presentate nel manga. Altro esempio molto famoso è costituito dalla parola scritta con questi kanji, 強敵, che significa “rivale” o, più precisamente, “potente avversario”, e si leggerebbe normalmente kyouteki. Ma Hara lo fa leggere anche come tomo, che significa tipicamente “amico” o “compagno”. In questo modo, viene dato alla rivalità un significato più profondo, che sconfina poi nell’amicizia, creando quel dualismo che contraddistingue gli antagonismi della serie, per cui verso i maestri avversari, anche se acerrimi nemici, non c’è disprezzo ma rispetto e anche una sorta di riconoscenza.

Altro esempio ancora è il nome della città costruita da Shin (南十字星), che si leggerebbe Nanjuujisei. Ma Hara ha preferito Sazankurosu, ovvero la lettura nippofona dell’inglese Southern Cross. Stesso discorso per il simbolo di Shin (血の十字架), che si leggerebbe chi no juujika, ma vi è stato preferito buradiikurosu, ovvero Bloody Cross. Per ultimo citiamo la “Reincarnazione del Diavolo” (悪魔の化身), che normalmente si leggerebbe Akuma No Keshin ma a cui il maestro Hara ha preferito Debiruribaasu, ovvero Devil Rebirth.

Colpi metaforici

Anche se è vero che Hara e Buronson hanno dichiarato, in passato, di aver scelto i nomi dei colpi segreti in base a come suonavano meglio, questo non significa che mettevano insieme parole a casaccio. Infatti, diversamente da come ci hanno abituati il pessimo adattamento italiano dell’anime e, a volte, le traduzioni fuori contesto delle varie edizioni italiane del manga, in realtà i nomi delle tecniche usate dai protagonisti sono molto simbolici, hanno quasi sempre relazione con qualche aspetto della storia in corso e, in alcuni casi, nascondono anche dei giochi di parole. Tale caratteristica è presente fin dagli episodi pilota, ad esempio con l’Hokuto Hyakuretsu Dan (北斗百裂弾), che è il prototipo del più famoso Hyakuretsu Ken che si vedrà poi nella serie regolare.

Benché, per sintetizzare, vada anche bene la traduzione “Cento Colpi Distruttivi di Hokuto”, in realtà gli ideogrammi che ne compongono il nome nascondono un significato più metaforico, che rivela molto più della semplice potenza fisica del protagonista. “Hyaku” (Cento) è infatti un numero fortemente legato al buddhismo, mentre “Retsu”, letteralmente, significa squarciare le tenebre. Quindi i colpi lanciati da Kenshiro non servono solo a squarciare fisicamente l’avversario, ma si pongono su un piano più elevato, andando ad intendere che in essi c’è la potenza di dissipare il male. Sono colpi che possono purificare il mondo dai demoni.

Altro esempio molto particolare è l’Hokuto Ryū Ken Kappagan (北斗琉拳喝把玩). Anche se la traduzione sarebbe Presa del Rimprovero della Scuola della Gemma Splendente di Hokuto, rappresenta un divertente gioco di parole creato dagli autori: In primo luogo indica l’azione di Shachi, ovvero redarguire, rimettere al proprio posto, quello Shura che ha avuto l’ardire di sfidarlo. In seconda battuta, può essere interpretato letteralmente come “Scherzo del Kappa”, stando ad indicare sempre l’azione di Shachi che, deformando la testa dell’avversario, lo rende più simile ad un Kappa (mostro lacustre della mitologia giapponese) in sintonia anche con le rifiniture a tema “acquatico” della sua stessa armatura. Nell’anime, la tecnica è pronunciata “Katsu Hagan” in modo da suonare in maniera più marziale.

 

Questi chiaramente sono soltanto due esempi. Molti altri li potete trovare nella nostra esclusiva enciclopedia online.

Urla di dolore

A chiudere l’articolo, per completezza, non ci possiamo esimere dal parlare delle famosissime urla che caratterizzano i malcapitati che hanno l’ardire di mettersi contro Kenshiro. Come spiegato direttamente dal maestro Hara in una delle interviste per il trentennale della serie, tali esclamazioni nacquero dall’idea che, quando una persona si ferisce, in genere non pronuncia mai frasi di senso compiuto, dando luogo invece a parole sconnesse a causa del dolore. Quindi in primo luogo una ricerca di realismo. In seconda battuta, però, c’era la volontà di stemperare la violenza e la crudezza delle scene in cui i nemici morivano. Perché, come abbiamo già affermato prima, Hokuto No Ken era un manga indirizzato principalmente ad un pubblico di ragazzini. Per alleggerirne un po’ l’atmosfera, il maestro penso di rendere tali urla particolarmente ridicole e, senza volerlo, generò un vero e proprio fenomeno di costume in tutto il Giappone, tanto che ancora oggi, anche chi magai conosce Hokuto No Ken solo di nome, si ricorda però di queste particolari esclamazioni. Al nostro MusashiMiyamoto il compito di spiegarci “l’etimologia” di quella che è la più celebre in assoluto…

Hidebu!! (ひでぶっ!!)

Proprio come confermato dal maestro Hara anche in occasioni precedenti a questa intervista, “Hide” è lo stesso di “Itee”, che sta per “mi fa male, che dolore” – espressione che Heart usa quando vede uscire il proprio sangue – e “Bu” è un’onomatopea che indica il gonfiore. In altre parole, parafrasandola, la frase sarebbe “Che dolore…scoppio! Boom!”. Il maestro l’ha messa come preferita fra tutte in una classifica risalente a qualche anno fa.

Maschere con urla di dolore in rilievo

In conclusione…

Speriamo che questo viaggio nei meandri della lingua originaria in cui Ken il guerriero è stato pubblicato vi abbia divertito e fatto scoprire aspetti che non conoscevate e che meritavano di essere spiegati. Soprattutto, speriamo che questo approfondimento, come quelli che ormai proponiamo da una vita, vi faccia amare ancor di più quest’opera così piena di livelli di lettura. Alla prossima 😉

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KEN IL GUERRIERO – News in pillole giugno 2017

Come è già capitato altre volte, ecco un altro dei miei post riassuntivi con le ultime su Hokuto No Ken e dintorni. Partiamo allora dal sito ufficiale giapponese che, in vista del 35° anniversario, già da qualche settimana si è rifatto il trucco, mostrandoci un’interfaccia grafica nuova ed accattivante.

I contenuti sono tuttavia pressoché gli stessi, ma è simpatica la trovata, nella sezione dedicata ai personaggi, di inserire una graduatoria su quelli più cliccati.

Passiamo poi a due collaborazioni. La prima vede i personaggi del mondo di Hokuto invadere quello di Tanken Driland, un RPG per dispositivi mobili  sviluppato da GREE . Il gioco, che in Giappone gode addirittura di un adattamento manga ed 88 episodi anime, vede i partecipanti nei panni di cacciatori intenti a collezionare speciali carte con cui combattere mostri e impossessarsi dei loro tesori. Dal 7 al 15 giugno, Kenshiro e soci diverranno quindi un esclusivo set di carte, ognuna con le sue capacità speciali.

La seconda è invece con il Manga RPG Gangroad Joker, in cui i giocatori si battono per la conquista delle strade di Tokyo… sempre a colpi di carte. La durata di questa collaborazione va dal 12 giugno al 14 luglio ma, in entrambi i casi, parliamo comunque di app che (come al solito) non sono disponibili per il mercato occidentale.

E restando nell’ambito delle esclusive riservate agli abitanti di Giappolandia, è il caso di menzionare Manga Hot, una nuova app nata con l’intento di distribuire in forma digitale le diverse serie pubblicate su Comic Zenon.

Disponibile per dispositivi iOS e Android, Manga Hot si differenzia da altri servizi perché è totalmente gratuita. Sì, avete capito bene, tutto gratis. Quindi, a patto di sottostare a dei limiti di tempo e quantità, tutti gli utenti registrati potranno leggere sui propri smartphone e tablet i manga desiderati (fino al 4 giugno è stato possibile, per esempio, leggere per intero Hokuto No Ken ed Angel Heart). Nel catalogo saranno presenti anche i lavori dei partecipanti al Silent Manga Audition, il concorso internazionale lanciato da Coamix di cui tante volte abbiamo parlato su questo sito.

A seguire è doveroso segnalare l’esistenza di questa magnifica t-shirt di Raoh!

Se siete pratici con il nipponico idioma, potete ordinarla direttamente dallo shop online di Comic Zenon per circa 27 euro.

Ma parliamo un po’ di Fist of the North Star Ken’s Rage. Da quando ho pubblicato la news sui preparativi per il 35° anniversario di Hokuto No Ken, molti sono stati quelli che hanno espresso la speranza di un nuovo gioco della serie. Anche se Koei al momento tace, possiamo guardare al mercato giapponese e vedere che, proprio lo scorso marzo, la Sammy ha sfornato un nuovo pachinko dal titolo Pachinko CR Shin Hokuto Musou Mugen Touran.

Se da un lato la cosa può sembrare scoraggiante, perché si ha come l’impressione che ormai Ken’s Rage abbia imboccato il tunnel senza fine dei pachinko e dei pachislot (questo dovrebbe essere il secondo o addirittura il terzo…), d’altro canto ci conferma che il titolo è tutto tranne che morto e sepolto. Questo significa che non è assolutamente da escludere un annuncio di Koei, magari già al prossimo Tokyo Game Show di settembre. Quindi restate sintonizzati. 😉

Chiudiamo con un paio di notizie che riguardano l’Italia. La prima a proposito della presenza di Masami Suda al Roma Cartoon Festival, cosa di cui abbiamo parlato poco tempo addietro.

Per tutti i fortunati che si sono aggiudicati un posto per l’autografo del maestro, l’appuntamento è per sabato 24 dalle ore 18:00 e per domenica 25 dalle ore 17:00 presso la stanza dedicata nell’Area Disegnatori. Per tutti gli altri, invece, ci sarà la possibilità di assistere ad un’intervista al maestro nell’Area Palco dalle ore 17:00 di sabato 24 giugno.

L’altra, invece, è relativa a Ikusa No Ko – Oda Saburo Nobunaga Den, l’ultimo manga del maestro Tetsuo Hara. La GOEN ha finalmente deciso – dopo più di 2 anni dal primo – di pubblicarne il secondo volume.

Con il titolo italiano “La Leggenda di Oda Saburo Nobunaga”, il manga dovrebbe (mai come in questo caso il condizionale è d’obbligo) spuntare sugli scaffali delle librerie specializzate a partire dal 17 giugno. Se ancora non conoscete quest’opera, potete cliccare qui e leggere la recensione del primo volume accompagnata da una bella intervista a Tetsuo Hara. Speriamo bene e speriamo soprattutto che il terzo volume non lo debbano leggere i nostri nipoti. 😂

– Ringrazio Carmine Napolitano per la collaborazione –

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Masami Suda ospite al Roma Cartoon Festival

Il maestro Masami Suda, papà della versione animata di Ken il guerriero, sarà ospite della prima edizione del Roma Cartoon Festival, evento che si terrà dal 23 al 25 giugno 2017.

Da questa mattina è possibile inoltre prenotarsi per incontrarlo e avere un suo autografo!
Per prenotarsi, occorre inviare una mail a info@romacartoonfestival.com specificando:
– NOME e COGNOME
– DATA DI NASCITA
– la preferenza del giorno SABATO o DOMENICA
Riceverete una conferma con un numero identificativo, che vi verrà richiesta il giorno dell’evento. Una email varrà SOLO per un nominativo, tutte le mail contenenti più nominativi non saranno accettate. Tutte le mail che non rispettano le specifiche sopra indicate non riceveranno una mail di risposta.
ATTENZIONE! Una volta ricevute 100 email non sarà più possibile prenotarsi!

E mentre aspettate di incontrarlo, potete sempre farvi un ripasso sulla sua lunga carriera nel mondo dell’animazione 😉

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