Buronson festeggia i 50 anni dal suo debutto. E noi con lui.

Fino al 10 ottobre 2021, la città di Saku, nella Prefettura di Nagano, ospiterà una mostra dedicata a Yoshiyuki Okamura, meglio noto al grande pubblico con lo pseudonimo “Buronson” (o anche “Sho Fumimura”). Un evento studiato per commemorare i 50 anni di carriera dell’autore di Ken il guerriero e – letteralmente – almeno un altro centinaio di opere di cui qui in occidente conosciamo a malapena le più famose.

E quale luogo migliore della sua città natale per festeggiare un traguardo così importante? Sì perché il nostro Okamura, classe 1947, è originario di Saku e sono già alcuni anni che si è trasformato in un vero e proprio mecenate per il paese in cui è cresciuto. Già nel 2017 vi avevamo documentato della sua donazione di circa 3 milioni di euro e di un corso di manga di 100 ore finanziato a sue spese. Nel frattempo il legame della città con lui e con Ken il guerriero si è fatto più stretto: per esempio, solo lo scorso novembre 2020 sono vi stati installati dei tombini con le immagini di Kenshiro e degli altri principali protagonisti della serie. Tutte bellissime iniziative che, se già meritano una lode a prescindere, acquistano ancora più significato quando si guarda alla storia di questo autore ormai 74enne.

Ed è proprio un corposo approfondimento sulla sua lunga carriera quello che ho pensato di preparare per l’occasione. Un lavoro enorme che spero possa servire una volta per tutte a capirne meglio la figura (anche se fatto con la piena consapevolezza che verrà saccheggiato da chiunque senza un minimo di citazione, come al solito).

Quindi cliccate sul banner sottostante e buona lettura 😉

KEN IL GUERRIERO: La leggenda di Hokuto nei cinema per il 35° anniversario

“…se dovessimo farne un altro, Raoul sarebbe l’unico personaggio più ‘cool’ e potente. Oltre a ciò, sì, rifarei di nuovo tutto da capo. Penso che questo renderebbe la storia ancora più interessante.”

Con queste parole, nel 2004, il maestro Buronson, co-creatore del mito di Ken il guerriero, rispondeva a chi gli chiedeva del futuro delle produzioni animate sull’universo di Hokuto. Frasi che magari all’epoca saranno sembrate vaghe ma che hanno poi trovato conferma 2 anni più tardi, nel 2006, quando nei cinema di tutto il Giappone è stato proiettato “Ken il guerriero – La leggenda di Hokuto”, film che oggi, grazie a Koch Media, torna nelle sale cinematografiche italiane in due serate evento, il 25 e il 26 settembre, in versione HD rimasterizzata.
Un’occasione non solo per rivivere alcuni dei momenti più spettacolari dell’epopea dell’uomo dalle sette cicatrici, ma anche per celebrarne i 35 anni di onorata carriera.

 

LA “VERA” LEGGENDA

Il film, primo capitolo della pentalogia “Shin Kyuuseishu Densetsu” (La vera leggenda del salvatore, un richiamo a “la leggenda del salvatore di fine secolo” che era il sottotitolo della storica serie animata), segna, oggi come allora, un passo fondamentale nel ritorno in auge del guerriero di Hokuto. Con un character design più fedele al poderoso stile di Tetsuo Hara ed una colonna sonora epica, la pellicola non si limita al semplice revival ma va ben oltre. Come infatti anticipato dalle parole di Buronson riportate in testa all’articolo, pur restando Kenshiro il vero protagonista, la narrazione è vista dalla prospettiva di Raoh. Un racconto nuovo, quindi, che riprende la mitologia del distopico mondo che abbiamo imparato a conoscere tanti anni fa e lo arricchisce di elementi e personaggi inediti. Un film dedicato proprio a chi, di Ken il guerriero, conosce già vita, morte e miracoli. Singolare è infatti la scelta di riassumere a grandi linee gli eventi in una lunga introduzione e gettare lo spettatore nel mezzo di un arco narrativo, quello della lotta al Sacro Imperatore Souther, dove solo chi è cresciuto a pane e Hokuto può cogliere tutte le sfumature, sapere retroscena che non vengono mostrati e, anche e soprattutto, stupirsi delle novità introdotte. Tuttavia, sempre per le caratteristiche appena elencate, “La Leggenda di Hokuto” è il film perfetto per tutti coloro che vogliono imparare a conoscere il mito di Ken il guerriero e diventare così nuovi fan.  Ecco quindi che l’evento cinematografico si trasforma nell’occasione giusta per portare con sé i propri figli, in un simbolico passaggio del testimone alle nuove generazioni. Perché, come ben sappiamo in questi lidi, nonostante la violenza, la storia di Kenshiro parla d’amore e sacrificio,  valori positivi senza tempo.

I PROTAGONISTI

Kenshiro
(voce: Lorenzo Scattorin)

Successore designato dell’Hokuto Shinken, la leggendaria arte marziale assassina capace di distruggere gli avversari dall’interno agendo sui loro punti segreti di pressione, continua a vagare nelle desolate lande postatomiche seguendo il cammino che gli è stato imposto dal Cielo e facendosi carico della sofferenza del prossimo.

Raoul
(voce: Dario Oppido)

Anch’egli maestro dell’Hokuto Shinken, ha deciso di percorrere il sentiero della conquista e sottomettere i nemici con la sua spaventosa potenza allo scopo di fermare il caos e stabilire un nuovo ordine. In maniera diametralmente opposta a Ken, per Raoul i sentimenti sono solo un intralcio ed è quindi costretto a rinnegarli pur di raggiungere l’obiettivo che si è preposto.

Toki
(voce: Ivo De Palma)

Fratello minore di Raoul, ha appreso talmente a fondo i segreti dell’Hokuto Shinken da essere considerato “l’uomo dalla tecnica perfetta”, ammirato da tutti gli altri pretendenti alla successione. In quello che rimane di un mondo devastato dalle bombe nucleari, utilizza la sua conoscenza dei punti segreti di pressione per curare i malati e riportare almeno un barlume di speranza, ma nel suo fisico attanagliato da una spietata malattia, arde ancora un fuoco guerriero.

Souther
(voce: Diego Sabre)

Autoproclamatosi Sacro Imperatore, è l’unico successore della Tecnica della Fenice di Nanto, l’uomo su cui splende la Stella Sovrana. Protetto da un segreto che rende il suo corpo immune alle tecniche dell’Hokuto Shinken, porta avanti un folle piano per la costruzione di un immenso mausoleo che simboleggi il suo potere e, per realizzarlo, fa rapire i bambini dai villaggi circostanti per utilizzarli come schiavi.

Shu
(voce: Marco Balzarotti)

Depositario della Tecnica dell’Airone Bianco di Nanto, ha sacrificato la sua vista per salvare la vita a Kenshiro quando questi era ancora un ragazzino. Seguendo il cammino di chi è sottoposto alla Stella della Benevolenza, combatte una lotta senza quartiere contro le truppe del Sacro Imperatore per difendere gli innocenti.

Reina
(voce: Sonia Mazza)

Personaggio inedito, creato appositamente da Tsukasa Hojo (City Hunter, Occhi di Gatto) per arricchire la storia, è una donna guerriera che conosce Raoul, Toki e Kenshiro sin dalla più tenera infanzia e che ha deciso di schierarsi al fianco del maggiore dei fratelli di Hokuto, di cui è da sempre innamorata.

UN TRAGUARDO ED UN NUOVO PUNTO DI PARTENZA

Come dicevo poco sopra, oggi come nel 2006 “La leggenda di Hokuto” rappresenta un passo fondamentale per un trionfale ritorno in scena dell’universo di Ken il guerriero. E’ da qui, infatti, che Koch Media, per mezzo della sua etichetta Anime Factory, ha deciso di ripartire con una serie di iniziative “a sette stelle”. Ad esempio la riedizione in box, per il mercato home video, dei DVD dell’anime storico, prevista per l’autunno 2018

 

 

 

… così come l’uscita, prevista per il 2 ottobre, dell’attesissimo Fist of the North Star: Lost Paradise, il videogame in esclusiva per PS4 di cui tanto abbiamo parlato. Molto di quello che accadrà dipende comunque dalla risposta che noi fan sapremo dare già alla proiezione del film. Insomma, se eravate indecisi su come festeggiare il 35° anniversario di Ken, ora sapete che fare 😉

Tanto più che, non solo sarà possibile ottenere una locandina da collezione diretamente alla cassa di tutti i cinema aderenti all’iniziativa…

… ma si potrà ottenere anche uno sconto di 10 euro sul gioco!

Tutti i dettagli, assieme alla lista dei cinema, li potete trovare a questo link: vinciconkenilguerriero.it

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Ken Il Guerriero - La Leggenda di Hokuto - Poster Italiano Ufficiale.jpg

 

Ken il guerriero – Le origini del mito: la nuova serie affidata ad un esordiente

Alla fine è successo. Tetsuo Hara ha cominciato a passare il testimone alle nuove generazioni. Attualmente impegnato su Ikusa No Ko, il manga che racconta la vita del giovane Oda Nobunaga, il maestro ha lanciato Regenesis, una nuova serie di Souten No Ken (da noi Ken il guerriero – Le origini del mito), ma affidandola ad un esordiente di nome Hideki Tsuji, scoperto proprio grazie allo Zenon Manga Audition (l’equivalente nipponico dell’internazionale Silent Manga Audition) con il suo breve manga dal titolo Fountain. Di seguito un paio di tavole dello stesso per farvi un’idea:

Non è finita. La storia sarà affidata ad Hiroyuki Yatsu, romanziere e sceneggiatore di serie tv, mentre Buronson è indicato come supervisore anche se, onestamente, ci crediamo poco (visto che ormai lui e Hara non s’incontrano manco più alle feste comandate).

Ad ogni modo, per quello che concerne la trama, sapevamo già che sarebbe stata l’Indonesia il teatro delle nuove avventure del 62° successore di Hokuto, ma ora è stato aggiunto il dettaglio che il nemico sarà rappresentato dall’esercito olandese, interessato ad appropriarsi del “catalogo della speranza” (chi conosce la serie sa bene di cosa, o sarebbe meglio dire di chi si tratta, per tutti gli altri evitiamo spoiler ), mentre nell’ombra si muoverà una misteriosa organizzazione che usa un’arte marziale sconosciuta.

Fatto interessante, nella pubblicità apparsa sul numero di Comic Zenon in vendita in Giappone a partire da oggi, viene detto che “Tetsuo Hara descriverà per la prima volta come muore il protagonista!”. Questo potrebbe semplicemente stare ad indicare, oltre al fatto che almeno il primo episodio potrebbe essere disegnato proprio dall’autore originale, un inizio molto simile a quello del già citato Ikusa No Ko, in cui un flashforward ci porta esattamente agli ultimi istanti di vita del protagonista prima di tornare al “presente” in cui si svolge la storia vera e propria.

A corredo di tutto questo, non solo il sito ufficiale di Hokuto No Ken si è aggiornato, ma sono stati aperti un sito ed un profilo twitter dedicati esclusivamente alla nuova serie, indice che Hara e soci sembrano puntare molto sul progetto che, lo ricordiamo, partirà il prossimo 25 ottobre.

Ringrazio Carmine Napolitano per tutte le informazioni

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Buronson mecenate d’eccezione per il suo paese natale

di Carmine Napolitano

Yoshiyuki Okamura, 70 anni, meglio noto a noi fan di Ken il guerriero con lo pseudonimo di Buronson, nella giornata di ieri, 20 luglio 2017, ha donato 400 milioni di yen (la bellezza di piu di 3 milioni di euro!) alla sua città natale, Saku, nella prefettura di Nagano.

La citta userà questo capitale per istituire un sistema di borse di studio. Buronson ha inoltre annunciato che dall’anno prossimo finanzierà a sue spese un corso dal titolo “Buronson – Corso di manga in 100 ore” da tenersi nella città stessa. Le borse di studio serviranno a supportare studenti residenti della città che andranno all’università (e che molto probabilmente dovranno trasferirsi), scelti sulla base dei risultati scolastici, che riceveranno 1 milione di yen (circa 7600 euro) all’anno, per 4 anni. Il corso di manga darà la preferenza ai nativi o ai residenti della città di Saku, ed accetterà 30 studenti aspiranti mangaka. Il curriculum prevede 100 ore di corso in un anno, distribuite in 2 incontri al mese, con docenti disegnatori e sceneggiatori.

Riguardo alle borse di studio, Buronson ha dichiarato: “Spero di poter essere d’aiuto e di dare una possibilita anche a color che si trovano in difficolta economiche”, mentre riguardo al corso di manga ha le seguenti aspettative: “I manga sono intrattenimento e spero che, divertendo e di conseguenza rendendo felici, possano arricchire la vita delle persone”.

Che altro aggiungere? Beh, una cosa è certa… se in Hokuto No Ken troviamo così tanti esempi e valori positivi non è un caso. Il mitico Buronson, avendo avuto egli stesso un’infanzia non delle più agiate, ha pensato bene di dare un aiuto concreto a tanti giovani di talento. Tanto di cappello non solo ad un grande autore, ma ad un grandissimo uomo. 🙂

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Le peculiarità linguistiche di Ken il guerriero

A cura di Carmine Napolitano, MusashiMiyamoto e Squalo Densetsu

Oltre ad essere un’opera epica, capace di lasciare il segno non solo nel mondo dei manga e degli anime, ma anche nella società, Hokuto No Ken rappresenta un caso emblematico dal punto di vista linguistico. Perché se ogni tanto si cerca di spiegare ed approfondire le differenze culturali tra l’occidente ed il Giappone, il paese in cui la serie è stata ideata e si è sviluppata, quasi mai si analizza ciò che c’è dietro quella barriera linguistica che non ci permette di cogliere a fondo e più pienamente la complessità di storia e personaggi. Ecco quindi questo articolo, redatto allo scopo di far luce su quegli aspetti, molto spesso sottovalutati quando non addirittura del tutto ignorati o peggio ancora travisati, che solo chi ha fruito almeno una volta dell’opera in lingua originale può comprendere. Buona lettura! 🙂

Nomi dei personaggi

I nomi dei personaggi di Hokuto No Ken, tranne che in rarissimi casi, sono sempre scritti in katakana, ovvero l’alfabeto fonetico usato in giapponese per scrivere principalmente parole di origine straniera. Abbiamo quindi: ケンシロウ (Kenshiro), ラオウ (Raoh), レイ (Rei), トキ (Toki), ジャギ (Jagi), シン (Shin), ユリア (Julia) e via dicendo. È importante sottolineare come questo particolare alfabeto, diversamente dai kanji utilizzati ad esempio per i nomi delle tecniche segrete, non fornisca alcun tipo di significato ai nomi dei vari protagonisti dell’opera. Questo rende spesso difficile “azzeccare” la giusta traslitterazione nella nostra lingua, in quanto la pronuncia giapponese stessa del nome può differire anche in maniera significativa rispetto a quello che vorrebbero intendere. Basti l’esempio di アルフ, che da loro viene pronunciato Arufu ma che in realtà è semplicemente la lettura nippofona del nome Alf (lo Shura della clessidra. Ve lo ricordate, no?). Ecco perché è possibile trovare, sia ufficialmente che in maniera amatoriale, tanti diversi adattamenti dei nomi dei protagonisti.

Ad ogni modo, stando a quanto dice lo stesso Buronson, la scelta fu operata pensando al fatto che i personaggi vivevano in un mondo dove i confini geografici non avevano più significato, e quindi anche i concetti di nazione e nazionalità erano ormai privi di valore. Esisteva solo una razza umana che “tuttavia era sopravvissuta….”. Non avrebbe avuto senso distinguere quindi fra giapponesi e stranieri, ecco perchè venne scelto il katakana, per non dare connotazioni geografiche definite ai vari personaggi, anche in quei casi in cui il nome suonasse inequivocabilmente giapponese. Un’eccezione è Kenshiro, il cui nome compare scritto proprio in kanji (拳四郎) in entrambi gli episodi pilota precedenti la realizzazione della serie ed ambientati prima della guerra nucleare, dove peraltro compare anche il cognome: Kasumi (霞).

Samurai e tamarri

La particolarità che più di tutte è nota al pubblico giapponese, è l’alternanza fra il linguaggio classicheggiante dei maestri di arti marziali, pieno di espressioni arcaiche o comunque poco usate nel giapponese moderno, e quello dei crestoni e dei cattivi di basso livello, sgrammaticato e volgare, tipico dei ragazzi “difficili” del Giappone. Per rendere meglio l’idea, immaginate Ken o Toki che parlano come i Cavalieri dello Zodiaco, mentre i crestoni parlano come dei coatti qualunque. Non è un caso: i maestri di arti marziali altro non sono che la rappresentazione tipica del guerriero. Tale guerriero, secondo la cultura giapponese, non ha mai un’immagine rozza ma deve distinguersi anche per le sue maniere. Nell”era in cui vivono, dominata dalla violenza, i vari maestri (con la parziale eccezione di Jagi) rappresentano, anche col loro modo di parlare, quell’ideale di uomo d’altri tempi che potrebbe portare di nuovo ordine nel mondo. Ad esempio, “Addio” comunemente si direbbe さようなら (sayounara), ma in Hokuto No Ken viene invece usato un più aulico さらばだ (sarabada). “Mi scusi/mi perdoni” viene invece detto すまぬ (sumanu) al posto del più semplice すみません (sumimasen). Ancora, riguardo alle forme negative dei verbi, mentre nel giapponese moderno, per ottenerle si aggiunge il suffisso ない (nai), nell’opera si incontra spesso il suffisso ぬ (nu). Di seguito, l’esempio più noto, tratto dalla sezione “Le Frasi dei Personaggi di Hokuto No Ken”, curata da AndreaMusashiMiyamoto” Mazzitelli.

ひ、退かぬ!媚びぬ!省みぬ!-Lettura: Hi…Hikanu! Kobinu! Kaeriminu!
Traduzione: Non…non mi tirerò indietro! Non mi abbasserò! Non avrò ripensamenti!
Questa frase è famosissima in Giappone tra i fans, anche perché è molto particolare nei verbi usati. È Souther a dirla poco prima della fine dello scontro decisivo con Kenshiro quando, ormai già consapevole che il combattimento è giunto al termine, spinto dal suo immenso orgoglio si lancia in un ultimo disperato attacco.
La traduzione è come sempre letterale, ma si potrebbe rendere in tanti modi diversi, come per esempio:”Non indietreggerò! Non mi prostrerò! Non avrò ripensamenti!”.
Resa in questo modo è sicuramente più scorrevole e un po’ più aulica e intensa. Tra l’altro l’ultimo verbo è inteso anche come “non pentirsi di nulla”, quindi ripensamento in questa particolare accezione. E’ davvero una delle espressioni più belle e pregnanti dell’intero racconto.

Come vedremo nel prossimo paragrafo, esistono svariati modi per esprimere i pronomi personali. Alcuni sono caduti estremamente in disuso, tipo 吾が(waga) per dire “io”, e うぬ (unu) per dire “tu”. Nella serie li troviamo entrambi, usati tipicamanete da Raoh che, a dispetto della brutalità che sembra caratterizzarlo, è il personaggio con il registro linguistico più nobile di tutti. Un altro esempio, sempre dal nostro Musashi…

ぬう!!お…おれは拳王!拳王は決してひざなど地につかぬ~!-Lettura: Nuu! O…Ore wa Ken-Ou! Ken-Ou wa kesshite hiza nado chi ni tsukanu~!
Traduzione: Nuah!Io…io sono il “Re del Pugno”! E il “Re del Pugno” non cadrà mai in ginocchio!
Questa è una frase di Raou famosissima e molto bella anche linguisticamente, motivo per il quale è così nota. Rispecchia proprio la fierezza del personaggio. Letteralmente sta per “…non poggerò mai le ginocchia a terra” e il senso viene enfatizzato proprio da questa costruzione che mette in risalto il movimento di portare il ginocchio al terreno. Il tutto con un linguaggio molto letterario, che ricorda quello di un samurai o di un guerriero, tipico di questo mitico personaggio.

D’altro canto, i crestoni e gli altri cattivi di livello inferiore sono la parodia delle bande di motociclisti e di teppisti che negli anni ’70 e ’80 imperversavano in Giappone (ne abbiamo parlato anche nell’analisi dell’11° episodio dell’anime storico), i cui componenti erano quasi sempre poco istruiti, provenienti da famiglie poco agiate, e con un loro linguaggio peculiare caratterizzato, oltre che da espressioni volgari, da un tono sbruffone e dalla storpiatura di molte parole. Un primo esempio è l’utilizzo dell’espressione オレ様 (oresama) per indicare se stessi, in quanto -sama è un suffisso onorifico che non andrebbe mai usato in riferimento alla propria persona, perché farlo indicherebbe un’arroganza indicibile. Caratteristiche poi molto note, anche e soprattuto a chi ha avuto modo di ascoltare almeno una volta le espressioni dei crestoni in lingua originale (che sia nelle produzioni animate o anche nei videogiochi della serie Hokuto Musou/Ken’s Rage), sono l’allungamento e la storpiatura dei suoni, in particolare il suono –ai che diventa –eeeeeee. Come nel famoso いてえええええ di Heart, pronunciato alla vista del proprio sangue, che normalmente sarebbe 痛い (itai). Questa abitudine si è in realtà diffusa anche tra la popolazione in generale, ma rimane considerata un modo piuttosto volgare di esprimersi. Questo doppio livello linguistico è la fonte di innumerevoli parodie dedicate a Ken.

Male parole

Chi ha visto solo l’anime italiano avrà sentito dire al massimo “bastardo”. In realtà i personaggi di Ken, e in alcune situazioni anche Ken stesso, dicono pure le parolacce, talvolta ben più pesanti di bastardo, e nel manga ciò è decisamente evidente. Ad esempio l’esclamazione クソ (kuso), cioè “merda”, ma in alcuni casi traducibile anche come “cazzo”, viene usata con una certa sportività! Altro esempio, sempre da Musashi, riguarda proprio il termine “bastardo” di cui parlavamo poco sopra…

野郎!ふざけやがって!-Lettura: Yaroo! Fuzakeyagatte!
Traduzione: Bastardo! Ci prendi in giro / Ci prendi per il culo!
L’espressione è molto volgare, perciò la traduzione corretta in italiano sarebbe “Ci prendi per il culo!”, ma per i motivi che tutti conosciamo è stata molto edulcorata e, in alcuni casi, addirittura tradotta in modo del tutto diverso. Anche “Yaroo”, che viene ripetuto più volte nel corso della storia, è un’espressione volgare e la traduzione letterale è proprio “Bastardo!”. Ovviamente volendo tradurla con altri termini volgari (“stronzo” o “pezzo di merda”) si può fare, ma è quello il senso originario.

E qui veniamo a uno degli aspetti più difficili da riportare in una lingua straniera, ovvero la differenza dei pronomi personali. In giapponese esistono vari registri linguistici da utilizzare a seconda della persona con cui si parla. Anche i pronomi personali, di cui accennavo prima, variano a seconda delle circostanze e dell’interlocutore e sono ben più numerosi dei nostri. Per esempio, per dire “tu” oppure “voi” ci sono un bel pò di opzioni: l’espressione standard è 貴方 (anata), che si usa con una persona che non conosciamo, o con cui semplicemente non abbiamo confidenza. Ma tu si può dire anche con お前 (omae), che è un modo meno elegante di rivolgersi e che indica già una minore riverenza verso l’interlocutore. Non è per forza offensivo, ma usare questa parola in Giappone con uno sconosciuto o con un superiore viene considerato estremamente rozzo.

Su 手前 (temee) e 貴様 (kisama) non ci sono invece dubbi: significano entrambi tu, ma esprimono un forte disprezzo per l’interlocutore. Equivaglono, di fatto, a un insulto. Ora, traducendo questi pronomi alla lettera, non si riuscirebbe a rendere lo stato d’animo con cui i personaggi stanno parlando. Ecco perchè si introduce (si dovrebbe introdurre) uno “stronzo” oppure “bastardo”, “figlio di…”

貴様/きさま!-Lettura: Kisama!
Traduzione: Tu (maledetto, pezzo di merda, stronzo, ecc.)!
Questo è un termine abbastanza strano, almeno per chi non conosce certe cose. In passato veniva usato come termine di rispetto per indicare la seconda persona, ovvero un “tu”. Nella lingua moderna, invece, ha un significato del tutto opposto, cioè volgare. Indica sempre il “tu”, ma trasmette un senso di minaccia, aggressività e volgarità. Le paroline gentili fra parentesi le ho inserite perché il significato è proprio quello. Spesso è usato sia come un “tu” volgare, come detto, all’interno della frase (Rei lo usa rivolgendosi a Ken quando ancora non sono amici per trasmettere un senso di minaccia e rivalità) e a volte invece, come nell’esempio in rosso, usato a mo’ di esclamazione.
In base al contesto si può tradurre anche con una parolaccia.
Il termine forse più indicato è “maledetto” quando usato come esclamazione, ma il senso è sempre quello. Inutile dire che anche questo vocabolo, viste le frequenti incazzature che percorrono in lungo e in largo il racconto, è usato un po’ da tutti, soprattutto dai tipi rozzi, ma anche dai guerrieri più forti e dallo stesso Ken, il quale quando s’arrabbia perde un po’ il suo aplomb tipicamente giapponese e si produce in varie e colorite espressioni. :alienff:

Ovviamente le parole pesanti non sono un’esclusiva di Hokuto No Ken; tutto sommato, il breve excursus appena fatto, dovrebbe rendere l’idea di come anche il linguaggio usato dai personaggi sia ben più crudo di quanto si possa immaginare e decisamente più forte di quello di un Dragon Ball, tanto per fare un nome. E’ comunque importante rimarcare il punto fondamentale di quanto appena esposto: in Giappone NON esistono davvero le  parolacce così come le intendiamo noi, proprio per via di una struttura diversa della lingua. Quindi il problema “parolaccia sì, parolaccia no” che riguarda, incluso Ken, la stragrande maggioranza degli adattamenti italiani  di anime e manga è, di fatto, qualcosa che il traduttore deve stabilire da sé, tenendo conto del contesto e (preferibilmente, ma non tutti lo fanno) del target di riferimento dell’opera. Nel caso specifico di Hokuto No Ken, senza stare ad allargare troppo il discorso, bisognerebbe ricordare che era comunque un manga di genere Shonen (cioé per ragazzini) e che lo stesso Tetsuo Hara si sforzava, proprio per questo motivo (e anche per arginare le proteste delle associazioni dei genitori), di smorzare la violenza delle scene in cui i crestoni esplodevano, sia graficamente che creando le famose “urla di dolore” (di cui parleremo più tardi). Di conseguenza, un adattamento realmente “fedele” alla fonte originaria, in teoria non dovrebbe mai contenere espressioni esageratamente volgari, che stonerebbero troppo con tutto il resto.

Letture “arbitrarie”

Questa non è una caratteristica esclusiva di Hokuto No Ken, ma la si può riscontrare facilmente anche in altri manga e romanzi. I kanji, i numerosi caratteri che assieme agli alfabeti fonetici compongono il sistema di scrittura giapponesi, hanno in genere almeno due letture: una sinofona (i kanji vengono infatti dalla Cina) e una autoctona. Ma spesso e volentieri sono ben più di due. Gli autori di un manga, piuttosto che di un romanzo o altro, possono però scegliere di dare a determinati caratteri letture arbitrarie, specificate dai furigana che si trovano a lato dei kanji. Pensate ad esempio a quello che accade con le licenze poetiche in italiano.

Dal 1° volume del manga originale. I furigana sono posti in piccolo a destra dei kanji.

Un esempio di ciò si trova già nel titolo stesso dell’opera, 北斗の拳 (Hokuto No Ken). Il carattere  拳 si leggerebbe in questo caso kobushi, che sarebbe la lettura autoctona, ma il maestro Hara ha preferito quella sinofona, ovvero ken, creando così un gioco di parole col nome del protagonista, ma anche un riferimento alle origini cinesi delle arti marziali presentate nel manga. Altro esempio molto famoso è costituito dalla parola scritta con questi kanji, 強敵, che significa “rivale” o, più precisamente, “potente avversario”, e si leggerebbe normalmente kyouteki. Ma Hara lo fa leggere anche come tomo, che significa tipicamente “amico” o “compagno”. In questo modo, viene dato alla rivalità un significato più profondo, che sconfina poi nell’amicizia, creando quel dualismo che contraddistingue gli antagonismi della serie, per cui verso i maestri avversari, anche se acerrimi nemici, non c’è disprezzo ma rispetto e anche una sorta di riconoscenza.

Altro esempio ancora è il nome della città costruita da Shin (南十字星), che si leggerebbe Nanjuujisei. Ma Hara ha preferito Sazankurosu, ovvero la lettura nippofona dell’inglese Southern Cross. Stesso discorso per il simbolo di Shin (血の十字架), che si leggerebbe chi no juujika, ma vi è stato preferito buradiikurosu, ovvero Bloody Cross. Per ultimo citiamo la “Reincarnazione del Diavolo” (悪魔の化身), che normalmente si leggerebbe Akuma No Keshin ma a cui il maestro Hara ha preferito Debiruribaasu, ovvero Devil Rebirth.

Colpi metaforici

Anche se è vero che Hara e Buronson hanno dichiarato, in passato, di aver scelto i nomi dei colpi segreti in base a come suonavano meglio, questo non significa che mettevano insieme parole a casaccio. Infatti, diversamente da come ci hanno abituati il pessimo adattamento italiano dell’anime e, a volte, le traduzioni fuori contesto delle varie edizioni italiane del manga, in realtà i nomi delle tecniche usate dai protagonisti sono molto simbolici, hanno quasi sempre relazione con qualche aspetto della storia in corso e, in alcuni casi, nascondono anche dei giochi di parole. Tale caratteristica è presente fin dagli episodi pilota, ad esempio con l’Hokuto Hyakuretsu Dan (北斗百裂弾), che è il prototipo del più famoso Hyakuretsu Ken che si vedrà poi nella serie regolare.

Benché, per sintetizzare, vada anche bene la traduzione “Cento Colpi Distruttivi di Hokuto”, in realtà gli ideogrammi che ne compongono il nome nascondono un significato più metaforico, che rivela molto più della semplice potenza fisica del protagonista. “Hyaku” (Cento) è infatti un numero fortemente legato al buddhismo, mentre “Retsu”, letteralmente, significa squarciare le tenebre. Quindi i colpi lanciati da Kenshiro non servono solo a squarciare fisicamente l’avversario, ma si pongono su un piano più elevato, andando ad intendere che in essi c’è la potenza di dissipare il male. Sono colpi che possono purificare il mondo dai demoni.

Altro esempio molto particolare è l’Hokuto Ryū Ken Kappagan (北斗琉拳喝把玩). Anche se la traduzione sarebbe Presa del Rimprovero della Scuola della Gemma Splendente di Hokuto, rappresenta un divertente gioco di parole creato dagli autori: In primo luogo indica l’azione di Shachi, ovvero redarguire, rimettere al proprio posto, quello Shura che ha avuto l’ardire di sfidarlo. In seconda battuta, può essere interpretato letteralmente come “Scherzo del Kappa”, stando ad indicare sempre l’azione di Shachi che, deformando la testa dell’avversario, lo rende più simile ad un Kappa (mostro lacustre della mitologia giapponese) in sintonia anche con le rifiniture a tema “acquatico” della sua stessa armatura. Nell’anime, la tecnica è pronunciata “Katsu Hagan” in modo da suonare in maniera più marziale.

 

Questi chiaramente sono soltanto due esempi. Molti altri li potete trovare nella nostra esclusiva enciclopedia online.

Urla di dolore

A chiudere l’articolo, per completezza, non ci possiamo esimere dal parlare delle famosissime urla che caratterizzano i malcapitati che hanno l’ardire di mettersi contro Kenshiro. Come spiegato direttamente dal maestro Hara in una delle interviste per il trentennale della serie, tali esclamazioni nacquero dall’idea che, quando una persona si ferisce, in genere non pronuncia mai frasi di senso compiuto, dando luogo invece a parole sconnesse a causa del dolore. Quindi in primo luogo una ricerca di realismo. In seconda battuta, però, c’era la volontà di stemperare la violenza e la crudezza delle scene in cui i nemici morivano. Perché, come abbiamo già affermato prima, Hokuto No Ken era un manga indirizzato principalmente ad un pubblico di ragazzini. Per alleggerirne un po’ l’atmosfera, il maestro penso di rendere tali urla particolarmente ridicole e, senza volerlo, generò un vero e proprio fenomeno di costume in tutto il Giappone, tanto che ancora oggi, anche chi magai conosce Hokuto No Ken solo di nome, si ricorda però di queste particolari esclamazioni. Al nostro MusashiMiyamoto il compito di spiegarci “l’etimologia” di quella che è la più celebre in assoluto…

Hidebu!! (ひでぶっ!!)

Proprio come confermato dal maestro Hara anche in occasioni precedenti a questa intervista, “Hide” è lo stesso di “Itee”, che sta per “mi fa male, che dolore” – espressione che Heart usa quando vede uscire il proprio sangue – e “Bu” è un’onomatopea che indica il gonfiore. In altre parole, parafrasandola, la frase sarebbe “Che dolore…scoppio! Boom!”. Il maestro l’ha messa come preferita fra tutte in una classifica risalente a qualche anno fa.

Maschere con urla di dolore in rilievo

In conclusione…

Speriamo che questo viaggio nei meandri della lingua originaria in cui Ken il guerriero è stato pubblicato vi abbia divertito e fatto scoprire aspetti che non conoscevate e che meritavano di essere spiegati. Soprattutto, speriamo che questo approfondimento, come quelli che ormai proponiamo da una vita, vi faccia amare ancor di più quest’opera così piena di livelli di lettura. Alla prossima 😉

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Hokuto – Tra Storia e Leggenda (prima parte)

Dopo aver rimandato tante volte, finalmente ho deciso di portare a compimento un progetto che tenevo nel cassetto da molto tempo: una cronologia accurata e coerente delle vicende narrate in Hokuto No Ken. In questo primo appuntamento parlerò ovviamente della storia antica dell’Hokuto Shinken, ricostruendo tutto ciò che è possibile ricostruire tramite le uniche opere che – in quanto realizzate direttamente dagli autori originali – possono essere ritenute canoniche:

  • Hokuto No Ken (il manga, incluso “Last Piece” il capitolo celebrativo per il trentennale)
  • Souten No Ken (il manga)
  • Jubaku No Machi (il romanzo)

Tutto il resto – a partire dall’anime televisivo storico fino alle recenti produzioni della pentalogia – non verrà quindi preso in considerazione per il semplice fatto che il loro contenuto rappresenta una differente interpretazione (spesso anche contraddittoria) dei fatti e non un universo espanso come molti erroneamente sono portati a credere.

Altri dati che invece ho ritenuto di dover prendere in considerazione sono:

  • Storia e miti della Cina e del Giappone
  • Storia delle arti marziali orientali
  • Hokuto No Ken Certificate Examination (pubblicazione con dati ufficiali sul manga originale)

Quindi, in buona sostanza, anche se non mi sento di definire “ufficiale” questa ricostruzione dei fatti, di certo posso affermare che ho cercato il più possibile di evitare speculazioni senza fondamento o sconfinare addirittura nella mera fan fiction, anche perché lo scopo è fare chiarezza, non confondere ancora di più le idee degli appassionati.

Ecco, penso di aver detto tutto, allora non mi resta che augurarvi buona lettura 😉

Le origini di Hokuto

Nota: Cercare di ricostruire nei minimi dettagli, date comprese, la storia della nascita della Dinastia Principale e delle diverse casate di Hokuto è un’impresa sostanzialmente impossibile. Le informazioni rintracciabili nelle opere canoniche sono infatti poche e spesso lacunose sotto il profilo storico. Per questo, una prima parte della presente cronologia sarà trattata in maniera riassuntiva, senza tentare di stabilire date che non siano in qualche modo riscontrabili.

Si narra, con il sapore della leggenda, che l’Imperatore  Liu Zhuāng (劉莊), appartenente alla dinastia degli Han orientali,  sognò un uomo dorato e, colpito da tale evento, diede ascolto ad un suo consigliere, che suggerì si potesse trattare di una divinità straniera: Buddha. Vennero quindi inviati degli ambasciatori verso Occidente che tornarono, nel 67 d.C.,  assieme a due monaci, trasportati su un cavallo bianco, i quali recavano con sé i rotoli delle loro scuole e che costruirono il Tempio del Cavallo Bianco (白馬寺) presso la Capitale Luòyáng. L’incontro tra l’illuminato Imperatore e quei monaci missionari venne visto da entrambe le parti come un segno del destino.  Nel manga viene brevemente accennato ad un episodio particolare, avvenuto sul Koutendai (降天台 – Collina Celeste),  in cui gli déi affidarono la loro spada al capostipite della dinastia. Non viene spiegato di preciso cosa accadde, ma di fatto si capisce che ci fu un segno tangibile del favore che il Cielo aveva riservato ai membri della casata di Liu Zhuāng, qualcosa che spinse i monaci ad insegnar loro i segreti della loro micidiale arte marziale, nata in India circa 2.000 anni prima: l’Hokuto Sōkeken* (北斗宗家拳 – Hokuto della Dinastia Principale). Simbolo di quest’arte è la costellazione che in Giappone viene chiamata  Hokuto (北斗 – Mestolo del Nord), un gruppo di sette stelle all’interno dell’Orsa Maggiore che corrispondono al nostro “Grande Carro”.

*= Hokuto Sōkeken è chiaramente il nome che prese in quel periodo, mentre non è dato sapere quale fosse il nome originario di quest’antichissima arte marziale. Gli autori potrebbero però aver preso spunto dal Kalari Payattu, arte marziale indiana antica di 4.000 anni. Tale tecnica di combattimento, tutt’oggi esistente, avrebbe tra i suoi segreti la capacità di agire su determinati punti vitali del corpo umano (chiamati Marma) sia per guarire le ferite che per debilitare o addirittura uccidere l’avversario. Esportata in Cina dai buddhisti, si dice abbia dato origine al Kung Fu e al Ju Jitsu!

La prima diramazione di quest’arte micidiale fu il Gento Kōken (元斗皇拳 – Scuola Imperiale di Gento), una tecnica che aveva il compito di proteggere direttamente l’Imperatore del Cielo (天帝 – Tentei), il cui simbolo celeste è la Stella Polare (大極星 – Taikyoku-sei), dalla quale viene appunto il nome della tecnica, ovvero “Gento” (元斗 – Stella Primigenea). In seguito venne a crearsi il Nanto Seiken (南斗聖拳 – Sacra Scuola di Nanto), i cui 6 maestri principali erano chiamati Comandanti della Guardia (衛将 – Eisho) dei 6 cancelli della residenza dell’Imperatore. Caratterizzato da ben 108 stili differenti, il Nanto Seiken trova il suo simbolo nel Mestolo del Sud (南斗 – Nanto), un gruppo di sei stelle all’interno della costellazione del Sagittario che, secondo l’astronomia orientale, si contrappone ad Hokuto.

Il governo sotto la Dinastia Han

E’ interessante notare che nel manga originale ci sono alcuni riferimenti dai quali è possibile intuire quale fosse il ruolo assegnato alle diverse scuole raffrontando quello che viene detto con i dati storici sul periodo in cui è ambientata la loro ipotetica genesi. In particolare, come detto poco sopra, sotto la Dinastia Han ogni entrata del Nan Gong (Palazzo del Sud), il luogo in cui risiedeva l’Imperatore, era sorvegliata dai Ministri della Guardia (detti anche Comandanti della Guardia, proprio come nel manga), che erano autorizzati a togliere la vita a chiunque – fosse anche un nobile o un ufficiale – tentasse di entrare senza un permesso esplicito. Durante le emergenze avevano il compito di non far passare assolutamente nessuno a meno che questi non vi riuscisse con la forza. Le guardie venivano inoltre scelte fra i contadini tramite una specie di servizio di leva militare, che prevedeva l’obbligo di servire per almeno un anno. Similmente, sempre in base anche a ciò che si vede nel manga, è molto probabile che il successore del Gento Kōken avesse il compito di Ministro della Giustizia. Il potere di questa carica era infatti secondo solo a quello dell’Imperatore stesso e si occupava di difendere, interpretare ed amministrare la legge. Poteva essere inviato a risolvere questioni fino ai confini dell’Impero e aveva facoltà di concedere amnistie o ordinare esecuzioni capitali. Per quanto riguarda l’Hokuto, invece, è molto più probabile che mantenesse un profilo basso ed agisse nell’ombra. La carica che ritengo più probabile è quella di Tutore dell’Erede Ufficiale, che si occupava di educare e proteggere gli appartenenti alla casata Liu che sarebbero divenuti i nuovi Imperatori.

Quando, nel 189 d.C., morì l’Imperatore Liú Hóng (劉宏), esplose un turbolento periodo di battaglie per il potere. I monaci tutelari dell’Hokuto Sōkeken decisero allora di affidare il destino del mondo nelle mani di un discendente della casata che avrebbe dovuto creare una nuova e definitiva arte marziale. Bisognava però capire chi, tra i due neonati Shuken e Ryuoh,  entrambi eredi della casata Liu e figli delle due sorelle Shume e Ouka, era degno di tale compito. Portati i due bambini sul Koutendai, venne lasciato agli dèi il compito di scegliere: chi dei due fosse sopravvissuto sarebbe diventato il fondatore della nuova arte.

Perché Shuken e Ryuoh non potevano essere entrambi fondatori?

In giapponese esistono molte espressioni tipo 天下一、天下無双 che stanno a significare fondamentalmente “unico sulla terra, il solo al mondo”. Questo ruolo potrebbe essere sia quello di un sovrano ( re o imperatore) ma anche quello di un semplice leader ( condottiero, capo dell’esercito, ecc). Non possono esserci due leader perché ciò turberebbe l’armonia generale che, almeno in Giappone, è ciò che viene prima di tutto. Ma anche perché vorrebbe dire che chi sta in alto, intendendo con ciò sia le divinità sia chi ha semplicemente il potere di decidere e delegare, non sia riuscito a scegliere la persona adatta che, secondo credenza, deve essere necessariamente una sola. Se ne parla anche nell’Arte della guerra di Sun Tsu. Questi sono concetti sono ancora oggi ben vivi in Oriente ed è normale che riaffiorino in varie espressioni culturali. (nota di Carmine Napolitano)

Shume, molto malata e prossima alla morte, si recò di nascosto sulla collina per salvare la vita di suo figlio Shuken, ma venne scoperta dai monaci. A quel punto la scelta doveva ricadere su Ryuoh, ma Ouka, colpita dal profondo amore che la sorella aveva mostrato nei confronti del figlio, decise di sacrificare la sua vita, gettandosi dal monte, a patto che Shuken venisse scelto come fondatore.
Agli anziani non rimase che prendere atto del destino di Shuken, il quale era stato protetto dall’amore di due donne. Era chiaro che il Cielo aveva scelto lui come fondatore della nuova arte!

Di conseguenza, a Shuken vennero insegnati i segreti dell’Hokuto Sōkeken e, quando fu abbastanza adulto, intraprese un viaggio che lo avrebbe portato ad incontrare il popolo degli Yuezhi ed apprendere la tecnica segreta che in esso si tramandava: il Seito Gekken (西斗月拳 – Scuola Lunare di Seito). Tale arte aveva infatti perfezionato l’utilizzo dei Keiraku Hikō (経絡秘孔 – Punti Segreti di Pressione) molto più di quanto non avesse fatto l’Hokuto Sōkeken e, impadronendosene, Shuken avrebbe finalmente potuto dar vita alla più micidiale tecnica assassina.

Questo tuttavia costò un enorme tributo di sangue. Dietro l’ordine tassativo dei monaci tutelari della Dinastia Principale, Shuken dovette uccidere con le sue stesse mani coloro che lo avevano accolto come un fratello. Anche Yama, la donna di cui si era innamorato e da cui aspettava un bambino doveva essere eliminata. Il Seito Gekken doveva estinguersi perché la nuova arte di Hokuto mantenesse intatta la sua potenza e fosse in grado di salvare il mondo. Shuken, tuttavia, non riuscì a posare neanche un dito sull’amata, la quale, dal canto proprio, decise comunque di sacrificarsi spontaneamente per un bene superiore e si gettò da un dirupo.

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La sorte di Yama e del Seito Gekken

Miracolosamente Yama non morì e in seguito diede alla luce il bambino che portava in grembo. Braccata però  dagli Yuezhi, che volevano mettere a morte il figlio del traditore, si tolse la vita dinanzi ai suoi inseguitori pur di placare il loro odio e permettere al piccolo di salvarsi. Questi, di fronte alla morte di quella donna coraggiosa, decisero di abbandonare il neonato vicino al cadavere della madre, lasciando che fosse il Cielo a deciderne il fato. Ancora una volta il nume tutelare del Seito Gekken intervenne come aveva già fatto per Yama e salvò il bambino, che crebbe e divenne il nuovo depositario di quella formidabile arte.

Shuken iniziò allora a sviluppare l’Hokuto Shinken (北斗神拳 – Divina Scuola di Hokuto). Venne introdotta quindi la regola dell’Isshisōden (一子相伝) che, come primo vero punto di rottura con la tradizione del Sōkeken, stabiliva la successione diretta di padre in figlio. Per ogni generazione un solo maestro avrebbe avuto il permesso di  utilizzare ed insegnare la nuova arte, mentre a tutti gli altri praticanti sarebbe stato proibito di usarla per scopi personali o di tramandarla ad altri. Gli allievi scartati per la successione avrebbero potuto mantenere le conoscenze acquisite a patto di non contravvenire a tale proibizione, pena la cancellazione della memoria, la distruzione delle mani o addirittura la morte per mano del successore stesso. Questo, oltre a ricordare in eterno la tragedia che aveva portato alla scelta di Shuken come fondatore,  avrebbe fatto sì che la scuola mantenesse intatta la sua potenza sul campo di battaglia, impedendo che la tecnica si frazionasse in maniera eccessiva o che cadesse in mani sbagliate. Anche Ryuoh ebbe accesso agli insegnamenti, ma a lui e alla sua discendenza venne assegnato il ruolo di ramo cadetto, dal quale sarebbe stato scelto un successore solo se fosse mancato nel ramo principale. Grazie all’introduzione dell’Isshisōden chiunque poteva diventare allievo della scuola e questo permetteva non solo di avere sempre dei validi avversari con cui misurarsi, ma anche di individuare ed addestrare potenti guerrieri che avrebbero servito fedelmente i successori della Dinastia Principale.

Le Tre Casate di Hokuto

Negli anni a seguire, mentre la Cina versava nel caos, l’Hokuto Shinken veniva perfezionato sul campo di battaglia, mentre si cercava disperatamente di ristabilire la dinastia Han. Tuttavia, gli eventi portarono ad un’inaspettata svolta e il territorio venne infine diviso in tre Regni: Shu, Wu e Wei. Non potendo sapere a priori chi sarebbe stato, tra i reggenti di quelle nazioni, l’eroe che il Cielo avrebbe scelto per riportare la pace, i monaci tutelari decisero per una scissione che avrebbe portato Hokuto a proteggerli tutti e tre. In Souten No Ken la faccenda viene solo brevemente accennata e non si scende nel dettaglio, sappiamo solo che da quel momento in poi l’Hokuto venne diviso fra Tre Casate (北斗三家 – Hokuto Sanka) e le arti che ne drivarono furono identificate come Hokuto Sonka Ken (北斗孫家拳 – Scuola della Casata Sun di Hokuto), Hokuto Sōka Ken (北斗曹家拳 – Scuola della Casata Cao di Hokuto) e Hokuto Ryūka Ken (北斗劉家拳 – Scuola della Casata Liu di Hokuto).  Quest’ultima, come si evince dal nome stesso, era chiaramente sempre la tecnica fondata da Shuken, l’Hokuto Shinken, mentre non esiste alcuna informazione riguardo ai maestri che vennero scelti per dar vita alle altre due.

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La vera svolta nella storia di Hokuto avvenne però soltanto nell’806 d.C., quando Kūkai, monaco buddhista, partì per il Giappone portando con sé tre giovani. Costoro altri non erano che tre discendenti della Dinastia Principale scelti dal Cielo per compiere un passo fondamentale: portare l’Hokuto Shinken in quella nuova terra in cui si sarebbe finalmente evoluto nella tecnica di combattimento definitiva.  Tuttavia, mentre il ramo principale perfezionava la tecnica in Giappone, i membri del ramo cadetto decisero di restare in Cina a perpetuare l’Hokuto Ryūka Ken, che da quel momento in poi sarebbe stato chiamato anche Hokuto Ryūken (北斗琉拳 – Scuola della Gemma Splendente di Hokuto). Venne allora istituito il Tenju No Gi (天授の儀 – Rito del Dono Celeste) per fare in modo che, almeno una volta per ogni generazione, il successore dell’Hokuto Shinken affrontasse il successore dell’Hokuto Ryūka Ken per stabilire chi dei due era approvato dal Cielo.

L’Hokuto Shinken, il Karate e il Rito del Dono Celeste

Per arrivare alla conclusione che Hokuto Ryuken e Hokuto Shinken erano la stessa cosa fino a quando non si separarono tra Cina e Giappone mi sono rifatto ad un parallelismo piuttosto noto tra la storia di Hokuto e la storia del Karate. Gli autori, infatti, sembrano essersi ispirati all’arte marziale che per eccellenza distingue il loro Paese. Senza scendere troppo nei dettagli, basti sapere che l’arte marziale che si trasformò nel Karate odierno proveniva dalla Cina e a tal proposito viene detto: “Le tecniche, meno numerose che nell’arte d’origine, furono, per questa stessa ragione, praticate più intensamente e rielaborate in modo da permettere di affrontare la molteplicità delle situazioni che potevano presentarsi. (…) E’ il paradosso del karate, di continuare a evolvere pur dando l’apparenza di un’arte pervenuta alla stabilita di una lunga tradizione…”. La conferma ufficiale si trova nell’Hokuto No Ken Certificate Examination, in cui si parla di Hokuto Shinken “originario”(riferendosi all’Hokuto Ryuken che è rimasto in Cina) e Hokuto Shinken “evoluto” (riferendosi invece a quello che tutti conosciamo). E’ bene ricordare, infatti, che l’unica produzione in cui Ryuoh viene definito fondatore dell’Hokuto Ryuken è l’anime televisivo storico, mentre tanto nel manga originale quanto in Souten No Ken, questo non viene mai detto. E in effetti basta riflettere un attimo per capire che Ryuoh non poteva essere fondatore di alcunché, in quanto ciò sarebbe stato – tanto per lui quanto per i monaci tutelari – come sputare sul sacrificio di sua madre. Anche il segreto celato nella Sacra Stele (聖塔) assume finalmente contorni meglio definiti. Si può infatti comprendere che in essa è racchiusa una sorta di memoria collettiva dei diversi maestri di Hokuto che si sono avvicendati nel corso dei secoli. Un’eredità che permette al successore designato dal Cielo (sia esso del ramo principale o del ramo cadetto) di riunire in sé ogni progresso fatto negli oltre 2.000 anni anni di storia della Dinastia Principale ed aggiungere a sua volta un nuovo tassello costituito dai propri ricordi e dalle proprie conoscenze.

la-sacra-stele

In Giappone i maestri dell’Hokuto Shinken continuarono ad operare in segreto per favorire la pace, proteggendo gli eroi in grado di ristabilirla. Nell’epoca Sengoku (1478 – 1605), periodo storico in cui la nazione era divisa in tanti feudi in guerra fra loro, compito del successore fu quello di sostenere tre possibili condottieri nell’attesa che il Cielo decidesse chi, tra loro, avrebbe riunificato il paese: Nobunaga Oda, Tokugawa Ieyasu e Toyotomi Hideyoshi.

La storia ci dice che, in seguito alla vittoria riportata nella battaglia di Sekigahara, nel 1603 Tokugawa Ieyasu prese il potere e seguirono oltre due secoli e mezzo di dittatura chiamati anche “periodo Edo” (dal nome della capitale in cui risiedeva lo Shogun, l’odierna Tokyo) in cui la nazione fece enormi passi avanti sotto il profilo economico ed urbanistico. Verosimilmente è in quello stesso periodo che i successori dell’Hokuto Shinken decisero di stabilirsi a Edo, continuando a tramandare la propria arte di padre in figlio mentre agli occhi di tutti apparivano come semplici monaci buddhisti.

Nanto, Gento e… Hokumon!

Ad un certo punto (ma non è dato sapere quando e perché) anche il Nanto Seiken ha attraversato il mare e si è stabilito in Giappone mentre, per quanto riguarda il Gento Kōken, dal manga è possibile soltanto dedurre che aveva continuato a proteggere in segreto la discendenza dell’Imperatore Liú Hóng nell’attesa, in un futuro non ben definito, di poter restaurare l’Impero del Cielo. Anche in questo caso non si può dire con certezza quando la Scuola di Gento si stabilì in Giappone, ma sono propenso a credere che, con buona probabilità, sia rimasta in Cina fino a quando il Paese non è stato invaso dalla stessa potenza straniera citata da Han nel manga. A quel punto è facile immaginare che, per proteggere i discendenti dell’Imperatore, si sia scelto di fuggire in Giappone. Anche per l’Hokumon No Ken (北門の拳 – Tecnica del Tempio del Nord) non è possibile dire molto, se non che, in base a quanto riportato nel romanzo, si tratta di una variante dell’Hokuto Shinken praticata soltanto tra le mura del Tempio del Nord come strumento per elevare il proprio livello di coscienza e raggiungere l’Illuminazione. Non è possibile stabilire quando sia nata, ma è plausibile credere (come viene fatto intendere anche nel racconto) che il suo fondatore fosse un allievo dell’Hokuto Shinken che, scartato per la successione, aveva conservato le conoscenze acquisite.

hokumon

…1878

Mentre il periodo Meiji, soppiantato lo shogunato Tokugawa, proietta il Giappone verso il modello occidentale, favorendo l’industrializzazione e la crescita economica, nasce Tesshin, ultimo erede della stirpe dei Kasumi (in cui ormai scorre il sangue del ramo principale della casata Liu) l’uomo che diverrà il 61° successore dell’Hokuto Shinken.

(Continua…)


Ringraziamenti

Ringrazio Andrea “MusashiMiyamoto” Mazzitelli per avermi aiutato a decifrare il contenuto dell’Hokuto No Ken Certificate Examination e  in generale per il supporto con la lingua degli antichi samurai. Ringrazio inoltre i membri del nostro gruppo facebook perché, con domande specifiche e ben mirate, mi hanno indirettamente spinto ad approfondire meglio certi aspetti dell’opera.

Shortlink: http://wp.me/p1KoP8-7SM

KEN IL GUERRIERO – LE ORIGINI DEL MITO DELUXE Vol. 5 – Recensione

soten 5Con ben più di un anno di ritardo (mea culpa) vado finalmente a recensire il quinto volume di KEN IL GUERRIERO – LE ORIGINI DEL MITO DELUXE, collana bimestrale che si è conclusa a maggio (con il volume 11) e che raccoglie l’intera saga narrata in Souten No Ken, serie prequel della più famosa Hokuto No Ken. Dopo l’epico e decisivo combattimento tra Kenshiro Kasumi e Tàiyán Zhāng, il Cartello del Fiore Rosso sembrava ormai spacciato ma, in seguito ad un attentato che ha ridotto Guāng-Lín in fin di vita, Ken e Yuling, ora di nuovo insieme, comprendono che è ancora presto per festeggiare, perché la guerra è lungi dall’essere conclusa.  Come sempre ringrazio il mitico Andrea “MusashiMiyamoto” Mazzitelli per il suo grande aiuto con la lingua giapponese e anzi, colgo l’occasione per linkarvi di nuovo Kotokoto, il suo sito personale (cioé, non solo suo, ma anche della moglie Fukuko, che saluto tanto) . Buona lettura! 😉

SPERANZA

Anche stavolta ho voluto scegliere un titolo che sintetizzasse al meglio gli eventi che si succedono nel volume in questione e, pensandoci bene, la speranza è il vero filo conduttore delle vicende narrate. Perché è la speranza in un domani migliore che, davanti ad una situazione critica, spinge Yuling a farsi carico di una pesante responsabilità, assumendo il comando del Qing Bang. Ma la speranza in un riscatto è terreno fertile anche per gli impostori come il Generale Luó, giunto a Shangai per rapire i cuori disperati dei reietti e renderli schiavi del Cartello del Fiore Rosso. Una speranza che si credeva ormai morta può anche tornare a vivere e cambiare il cuore delle persone, come accade a Lièshān, che finalmente realizza quanto sia stato cieco nel non vedere che l’amore paterno, che tanto anelava, era sempre stato dinanzi a lui. Infine, la speranza può prendere anche la forma di una bambina indifesa che spinge il più duro degli uomini a non vivere più solo per sé stesso ma per proteggerla, come accade al temibile Fēiyàn, maestro del letale Kyoku Juji Seiken.

Quello che traspare dalle storie contenute in questo quinto volume è che Hara non ama solo giocare con i suoi personaggi e con le figure caricaturali, ma anche con i lettori. Perché, come ho già avuto modo di dire in precedenza, se ad uno sguardo superficiale ci sono situazioni e volti che sanno di dejà vu (ed andranno ad incrementare, fidatevi), spingendo a credere che l’autore si limiti a fare un mero copia e incolla, col senno di poi, sapendo come si concluderà l’opera e chi è realmente il Kenshiro di questa generazione, ci si rende conto che Hara aveva già deciso da tempo il finale e si è divertito a cospargere di “indizi” tutta la storia. Oltre a questo, non ha smesso di giocare neanche con i riferimenti cinematografici. Un esempio? Eccovi il “bullet-time” secondo il maestro!

tetsuo hara bullet time

L’altro riferimento (o sarebbe più corretto dire ispirazione) riguarda proprio Feiyan e la piccola Erika, il cui rapporto ricorda tantissimo quello dei protagonisti di “Man on Fire”, film del 2004 con uno straordinario Denzel Washington nei panni di un assassino professionista chiamato a fare da guardia del corpo all’unica figlia di una famiglia benestante. Dapprima quasi seccato all’idea di doversi ridurre a fare da baby sitter, il killer stabilisce col tempo un legame affettivo talmente profondo con la piccola da scatenare un vero e proprio inferno sui responsabili del suo rapimento (non vado oltre per non rovinare la visione a chi volesse recuperarlo 😉  ).

mybodyguardmanonfire

A dirla tutta, in Giappone il film – che venne distribuito con il titolo “My Bodyguard (マイ・ボディガード)” – pare sia uscito nelle sale dopo che Hara aveva introdotto Feiyan ed Erika in Souten No Ken. Tuttavia, tolto che il maestro potrebbe essere anche solo rimasto colpito dal trailer e si sia informato sulla trama (chi non l’ha mai fatto?), l’elemento che trovo decisivo è la somiglianza tra Erika e Lupita, la piccola protagonista del film (interpretata da Dakota Fanning).

erika dakota fanning

PERSONAGGI

Nota importante: Nelle schede che seguono ho voluto mantenere una linea coerente con l’opera originale. In esse verrà proposto il nome correttamente traslitterato in italiano, gli ideogrammi relativi e, a seconda dei casi, il nome così come viene pronunciato in giapponese con gli stessi ideogrammi. Altro punto importante che mi sento di sottolineare è che mentre in originale viene dato prima il cognome e poi il nome dei personaggi, nel tradurli ho invece messo prima il nome e poi il cognome, come è consuetudine nella nostra lingua.

luLù ()

(Giapp.: Riku)

Direttore di una banca, fondata sui proventi del mercato nero, di proprietà di Lièshān Zhāng.

hu cheng luoHǔ Chéng Luó (羅虎城)

(Giapp.: Kojō Ra)

Generale del Guómín Gémìng Jūn (Esercito Rivoluzionario Nazionale) ritenuto morto in combattimento, sembra essere divenuto l’eroe del movimento antinipponico dopo aver energicamente rifiutato di farsi comprare dai militari giapponesi stanziati in Manciuria. A dispetto della sua statura ridicolmente bassa, sembra possedere un carisma fuori dal comune, carisma utile per attuare il piano di Lièshān: trasformarlo nel leader dei predoni dell’Hebei e far rinascere con essi il Cartello del Fiore Rosso.

guGù ()

(Giapp.: Ko)

Soprannominato “Gù la civetta”, è il miglior assassino del Quing Bang. Un po’ per orgoglio personale e un po’ per tenere alto il nome stesso dell’organizzazzione cui appartiene, non vuole che sia Kenshiro ad occuparsi di Lièshān, preferendo utilizzare i propri metodi. Tuttavia, dopo aver constatato che la sua abilità è nulla in confronto a quella del successore di Hokuto, non ci pensa due volte a farsi da parte.

lifu chenLi-fu Ch’en (陳立夫)

Capo della Sezione Investigativa del Partito Nazionalista, appreso della morte del Generale Luó per mano del Re dell’Inferno, riferisce immediatamente ai vertici quanto accaduto e riceve l’incarico di trovare il più forte maestro di arti marziali della Cina per assoldarlo ed eliminare Kenshiro. Personaggio storico realmente esistito, è morto nel 2001 all’età di ben 101 anni!

yingquin heYìngqīn  (何応欽)

Ministro del Dipartimento di Amministrazione Militare del Partito Nazionalista, apprese le notizie sul Generale Luó dichiara di voler mandare immediatamente l’esercito ad eliminare Kenshiro, perché il suo crimine contro il Partito non può restare impunito. Personaggio storico, si è guadagnato il soprannome di “Generale fortunato” in quanto, pur partecipando a numerose battaglie e campagne militari, è riuscito a sopravvivere alla maggior parte dei membri del Partito Nazionalista, morendo nel 1987 all’età di 97 anni.

qun zhangQún Zhāng (張群)

Ministro degli Esteri del Partito Nazionalista, è completamente d’accordo con Yìngqīn Hé circa le misure da adottare nei confronti del Re dell’Inferno, ricordando ai presenti che la loro regola di condotta è quella di stroncare chiunque si opponga al Partito. Personaggio storico, durante la sua lunga carriera politica ha ricoperto molteplici cariche, in special modo quelle legate all’economia. E’ morto nel 1990, anch’egli alla veneranda età di 101 anni.

chiang kai shekChiang Kai-shek (蒋介石)

Presidente del Partito Nazionalista, è un uomo di principio che, pur appoggiando la linea dura degli altri membri del Partito, si oppone ad un’azione militare contro un singolo uomo, definendola disonorevole. La sua proposta è quindi quella di scovare il più forte guerriero della Cina e fare in modo che sia lui ad uccidere il nemico, rammentando agli altri che le arti marziali sono l’orgoglio principale del loro grande Paese. Chiamato anche “Generalissimo”, è un personaggio storico realmente esistito che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della Cina. E’ morto nel 1975, all’età di 87 anni.

erikaErika Arendt (エリカ・アレント)

Scampata al massacro della sua famiglia in Germania, è una bambina di origini ebraiche che custodisce il “Catalogo della Speranza”, un elenco di decine di migliaia di opere d’arte di grande valore di cui Hitler vuole appropriarsi a tutti i costi ma che gli ebrei hanno accuratamente nascosto per poter a loro volta finanziare il sogno di costruire un luogo di rifugio, una “Terra Promessa” per tutti coloro che sono perseguitati.

feiyan liuFēiyàn Liú (流 飛燕)

(Giapp.: Hien Ryū)

Maestro del Kyoku Juji Seiken è noto anche come “Demone Alato della Morte” (死鳥鬼). Capace di sbarazzarsi da solo dei migliori 23 uomini delle SS armate di Hitler, è il migliore tra i corrieri di Beiping (l’odierna Pechino) ed ha ricevuto l’incarico di proteggere Erika fino alla sua consegna ma, avendo sviluppato nei confronti della piccola un paterno senso di protezione durante il lungo viaggio affrontato insieme, decide piuttosto di continuare a ricoprire il ruolo di angelo custode che accettare l’offerta come sicario del Partito Nazionalista.

tian guiTiān Guǐ (天鬼)

(Giapp.: Tenki)

Capo di un gruppo di predoni noto come Branco delle Tigri (如虎部隊), incontra  Fēiyàn ed Erika in un locale e  mette subito gli occhi sulla bambina, pensando di poterla facilmente sottrarre al guerriero e rivenderla. Purtroppo per lui Fēiyàn non è assolutamente dello stesso avviso e, nel giro di pochi istanti, il losco figuro viene menomato ed ucciso.  Il suo è un nome di battaglia che si può tradurre come “Demone del Cielo”.

jiyun liJìyún Lǐ (李集雲)

(Giapp.: Shūun Ri)

Capo dei corrieri di Beiping, riceve da Li-fu Ch’en l’ordine di assoldare Fēiyàn per sfidare ed uccidere il Re dell’Inferno ma, dietro il secco rifiuto del guerriero, decide di avvalersi di Báifèng Biāo, fratello d’addestramento dello stesso Fēiyàn. Secondo il suo ragionamento, infatti, Báifèng è anche più esperto nel Kyoku Juji Seiken e, sia che vinca, sia che muoia, lo scopo verrà raggiunto comunque, perché nella seconda ipotesi Fēiyàn stesso si sentirebbe spinto a vendicarne la morte e ad affrontare quindi Kenshiro.

 

leviDr. Levi (レビ博士)

Rappresentante dell’Associazione degli Ebrei di Harbin, è stato incaricato di prendere in consegna Erika ed il Catalogo della Speranza. Braccati però dai nazisti, tanto lui quanto gli altri uomini che lo accompagnano vengono massacrati poco dopo la consegna ed Erika si salva in extremis solo grazie all’inaspettato intervento di Fēiyàn.

baifeng biaoBáifèng Biāo (彪白鳳)

(Giapp.: Hakuhō Hyō)

Soprannominato “Demone Bianco” (白鬼) e fratello maggiore (acquisito) di Fēiyàn, vanta una maggior esperienza nel Kyoku Juji Seiken. Accetta l’incarico di affrontare in combattimento il Re dell’Inferno e, dopo averne saggiato non solo la forza, ma anche la nobiltà d’animo, rimanda lo scontro ad un secondo momento.

TECNICHE SEGRETE

Nota importante – Sempre per coerenza, ho voluto mantenere i nomi delle tecniche e delle scuole nella lingua in cui dovrebbero pronunciarle i protagonisti. Ad esempio, suona piuttosto improbabile che Kuángyún Máng pronunci il nome della Scuola della Casata Sun di Hokuto in giapponese piuttosto che nella sua lingua madre, il cinese. Di conseguenza, come primo nome troverete sempre quello più “logico” mentre, in alcuni casi (come appunto le diverse sette derivanti da Hokuto), per completezza metterò tra parentesi anche la versione con pronuncia in giapponese.

  • Kishō (鬼床 – Giaciglio del Maligno): Punto segreto di pressione posto sotto la parte sinistra della mascella, rappresenta un vero e proprio strumento di tortura. Agendo su di esso, infatti, si può provocare l’estrazione simultanea di tutti i denti della vittima, causandole un dolore indescrivibile.
    kisho
  • Jū No Ken (柔の拳 – Tecnica Flessibile): Non viene espressamente nominato, ma è chiaro che si tratta dello stesso particolare stile di combattimento padroneggiato da Toki nella serie originale, in cui lo spirito combattivo del guerriero fluisce come l’acqua calma. Grazie ad esso è possibile distrarre lo spirito combattivo dell’avversario accompagnandone i movimenti e disperdendone la potenza.
  • Jí Shízì Shèng Quán (Kyoku Juji Seiken 極十字聖拳Sacra Scuola della Croce Polare): Misteriosa e letale tecnica di combattimento padroneggiata da Fēiyàn e Báifèng, permette di sferrare rapidi colpi capaci di tagliare di netto perfino l’acciaio. Il suo astro di riferimento è la Croce del Sud, di cui i suoi appartenenti portano tutti un tatuaggio sul dorso della mano destra.
    kyoku juji seiken
  • Míngkōngzhǎowǔ (Meikūsōbu – 瞑空爪舞 – Cieca Danza degli Artigli nel Vuoto): Un attacco in sospensione aerea (in realtà non ben descritto nelle immagini) che termina con un affondo della mano nelle carni dell’avversario.

EDIZIONE ITALIANA

Anche questo volume, come purtroppo i suoi predecessori, non smentisce il lavoro di traduzione fatto con i piedi che ormai contraddistingue la serie. Questo mese, a parte le poche tecniche (per le quali vi basta confrontare con la nostra solita lista), si segnala un errore veramente stupido – perché non si può definire altrimenti – nella traslitterazione del cognome della piccola Erika. Come potete vedere tornando indietro nell’articolo, il suo è ovviamente un nome “straniero” e quindi scritto in alfabeto fonetico, cioé senza un significato (come invece avviene per i nomi propri dei giapponesi), così: エリカ・アレント. Se lo si legge come lo leggerebbero i giapponesi, in effetti sarebbe “Erika Arento“, e quindi il genio del traduttore ha pensato che andava bene traslitterarlo “Alento” senza però tener conto di ben 2 fattori fondamentali. Il primo, che ormai dovrebbe esser noto anche alle pietre, è che quando i giapponesi usano quell’alfabeto è solo per sapere come quel nome lo pronunciano loro. Che vuol dire? Vuol dire che, per esempio, se noi scriviamo “Devil”, loro traslitterano in fonetico e pronunciano “debiru”, oppure “Batman” lo fanno diventare “battoman”. E’ chiaro, quindi, che quando ci tocca fare il procedimento inverso, cioé cercare di capire che cosa in effetti loro vogliano intendere con i nomi scritti in quell’alfabeto, molto risieda nel trovare un equilibrio tra logica ed interpretazione personale e non ingenuamente affidarsi al loro modo di pronunciarla. Il secondo, più specifico, è che in questo caso bastava fare una semplice e veloce ricerca su internet per scoprire che non esiste alcun “Alento” o “Arento” fra i cognomi ebrei, mentre invece esiste Arendt, come la famosa Hannah Arendt, scrittirice, giornalista filosofa e storica tedesca di origini ebraiche che subì la persecuzione nazista e che, molto probabilmente, avrà ispirato gli autori per il nome da dare alla piccola Erika. Per il resto, i punti di forza di quest’edizione rimangono i medesimi, ossia la confezione molto curata e la praticità di poter leggere tutto d’un fiato una lunga serie di storie che erano state anche troppo sacrificate nella precedente edizione a “sottilette”.

Appuntamento al prossimo volume!