Anime Tribute – Lupin III

Ben ritrovati con la rubrica dedicata agli anime che ci hanno tenuto compagnia da bambini e che magari – come in questo caso – continuano a tenerci compagnia ancora oggi. Stavolta parliamo di un cult che oserei definire immortale e che oggi, 10 agosto 2017, compie ben 50 anni: Lupin III !!

lupin

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Lupin Sansei (ルパン三世)
Episodi: 23, 155, 50, 24
Registi: Molti, ma i primi furono Masaaki Osumi, Hayao Miyazaki e Isao Takahata, che gettarono le basi per tutte le serie successive
Character Design: Yasuo Ōtsuka, Takeo Kitahara, Yusan Aoki, Hisao Yokobori
Musiche: Takeo Yamashita,ji Ōno
Produzione: Tokyo Movie Shinsha
Prime TV (J):
197119771984 2015
Prime TV (ITA):
1979198119872015

Trama e tematiche principali

Chi non conosce Lupin, l’imbattibile ladro gentiluomo che viaggia attorno al mondo mettendo a segno colpi impossibili? E chi non conosce Jigen, l’infallibile pistolero che spara seguendo la tesa del proprio cappello? Chi, ancora, non conosce Goemon, il silenzioso samurai la cui spada è capace di tagliare di tutto con estrema precisione o Fujiko, la bellissima, spregiudicata ed inafferrabile ladra che ha fatto della seduzione la sua arma più pericolosa? Infine, chi non conosce Zenigata, stoico ispettore dell’Interpol che ha fatto della cattura di questi stupefacenti criminali la sua ragione di vita, inseguendoli in ogni angolo del globo? Personaggi ormai entrati nell’immaginario collettivo, i protagonisti dell’anime Lupin III sono noti al grande pubblico e restano fedeli a sé stessi praticamente da mezzo secolo, tanto che basta nominarli a chiunque per richiamare alla mente le precise caratteristiche di ognuno. E questi, in fondo, sono gli unici elementi della trama che è necessario conoscere per godersi ogni singolo episodio o special televisivo, ogni singolo film cinematografico ed ogni singolo OAV legati alla serie, senza distinzione alcuna.

lupin personaggi

In prima battuta si potrebbe pensare che questo sia un limite, perché la consueta formula nota come “squadra che vince non si cambia” ha spesso portato tante serie (non solo animate) ad arenarsi in una ripetitività che presto o tardi ne hanno decretato la fine, mentre invece per Lupin e soci l’incantesimo non si rompe mai e le loro storie riescono sempre ad affascinare e a tenere incollati i telespettatori davanti allo schermo. Perché se magari in un episodio i nostri eroi hanno a che fare con il tipico riccone megalomane che vuole conquistare il mondo, in un altro se la vedono con stregoni in grado di resuscitare i morti, spietati killer dagli strani poteri e chi più ne ha più ne metta. Sembra infatti non esserci limite alla varietà di imprese di cui Lupin e la sua banda si sono resi e si rendono ancora protagonisti, ma è comunque possibile individuare all’interno di esse una serie di temi ricorrenti che adesso andremo a vedere.

lupin cagliostro

Il fulcro principale attorno a cui ruotano tutte le vicende è sempre e comunque l’umanità, quell’insieme di sentimenti e valori positivi che distinguono i protagonisti dai loro nemici. Lupin e i suoi compagni sono infatti dei ladri, persone che si muovono con disinvoltura negli ambienti criminali, eppure capaci di mostrare un senso morale maggiore dei “mostri” contro cui si ritrovano di volta in volta a dover combattere. Occhio però: Lupin non è Robin Hood, non ruba ai ricchi per dare ai poveri, sia chiaro, ma è sempre pronto a fare la cosa giusta quando le circostanze lo richiedono , anche a costo di rimetterci. E questo è ciò che spesso e volentieri, nonostante tutto, permette a Zenigata di ritrovarsi dalla stessa parte della barricata del suo arcinemico, perché i criminali veri, continua a ripeterci la serie, sono quelli che non si fanno alcuno scrupolo a calpestare la vita e la dignità del prossimo pur di raggiungere i propri scopi. Anni luce prima che Nolan ci catechizzasse con Batman Begins, Lupin ci insegnava già che “non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica”.

A seguire, è la temerarietà di Lupin e dei suoi compagni a costituire l’altro elemento fondante della serie. Essi infatti non provano diletto in “semplici” rapine in banca o assalti a furgoni portavalori, perché l’arricchirsi, per loro, non è lo scopo principale, ma l’eventuale conseguenza, un premio aggiuntivo se vogliamo, di quel pericoloso gioco che li spinge, di volta in volta, a mettersi alla prova contro sfide apparentemente impossibili. Il gusto di riuscire a violare fantascientifici sistemi di sicurezza ritenuti inviolabili, la consapevolezza di essere gli unici al mondo a mettere a segno dei colpi che tutti gli altri non avrebbero nemmeno la fantasia d’immaginare, l’essere per questo temuti e rispettati ma anche braccati costantemente dalle forze dell’ordine e bersaglio, spesso e volentieri, di altri ambiziosi criminali, rappresentano la vera ricompensa delle imprese di Lupin e soci.

Terzo importante elemento è la libertà. I protagonisti, infatti, non sono fuorilegge solo perché ciò che fanno costituisce reato, ma lo sono proprio con il cuore. Benché essi stessi posseggano una morale, non possono però vivere secondo le normali regole della società perché, come si suol dire, “gli unici pesci che seguono la corrente sono i pesci morti”. E se Zenigata incarna proprio quella “legge” che cerca di continuo di ingabbiarli e ricondurli sulla “retta via”, Lupin, Jigen, Goemon e Fujiko sono l’incarnazione di un’individualità che non riconosce padroni se non il proprio desiderio di sentirsi vivi. Non un’istigazione a delinquere, quindi, ma un grido che incita lo spettatore a non lasciare che siano altri a decidere cosa dovrebbe fare della sua vita. Un monito che, anche se rivolto principalmente alla società giapponese, si può estendere ad ogni latitudine ed ogni età, forse il vero motivo per cui Lupin è un mito intergenerazionale.

Caratteristiche peculiari

La prima caratteristica che colpisce qualsiasi spettatore delle vicende di cui si rendono protagonisti il ladro gentiluomo e la sua banda è di certo il profondo senso d’avventura che vi si respira. Traendo spunto dai film di James Bond, i personaggi non stanno mai fermi, sono sempre in giro per il mondo – spaziando con disinvoltura tra luoghi realmente esistenti ed altri di pura fantasia – alla ricerca di nuove sfide da affrontare e immensi tesori su cui mettere le mani. Anche l’atmosfera generale, connubio di sonorità, mode e costumi tipicamente anni ’60 e ’70, ha un suo peso specifico non indifferente, soprattutto nelle prime serie, quelle più famose. In particolare la colonna sonora di Lupin è stata sempre molto ricercata. Che si trattasse della musica jazz accompagnata dalla voce di Charlie Kosei o dell’energica “Super Hero”, cantata da Tommy Snyder, la scelta dei brani ha donato all’anime un’aura molto più affascinante ed internazionale rispetto alla quasi totalità delle altre produzioni del Sol Levante. Dulcis in fundo, i protagonisti stessi, con le loro vite ed il loro passato, rappresentano spesso il fulcro delle appassionanti trame dei diversi episodi, film e OAV. Tanto Lupin, quanto Jigen, Goemon, Fujiko e anche Zenigata hanno sempre qualche “scheletro nell’armadio”, qualche vecchio amore / amico / nemico o qualche mistero da rivelare (sì, anche dopo ben 10 lustri!) e ciò, di per sé, già da solo costituisce un motivo che spinge lo spettatore a continuare a seguire l’evolversi delle loro avventure.

Il manga originale

Creato da Monkey Punch (nome di battaglia di Kazuhiko Katō), Lupin inizia le sue prime scorribande sulle pagine di Weekly Manga Action nell’ormai lontano 10 agosto 1967 ed è subito un grosso successo. Questo perché, pur nascendo come Seinen (manga per adulti) e quindi con contenuti espliciti, riesce a far presa anche sul pubblico più giovane e la prima serie, che era stata pensata per durare soltanto 3 mesi, viene prolungata fino al 1969 proprio per via di questo inaspettato ed enorme consenso. E se visivamente, per via del peculiare stile di disegno dell’autore, già si notano parecchio le differenze rispetto alle varie trasposizioni animate, quello che davvero colpisce chiunque abbia letto il manga è che i protagonisti, a parte forse Fujiko, godono di una caratterizzazione profondamente diversa da quella che ormai quasi tutto il mondo ritiene come “canonica” e che ho descritto all’inizio dell’articolo. Lupin e soci, su carta, non sono infatti solo più libertini nei costumi, ma anche più spregiudicati sul piano morale. Anche le dinamiche che li vogliono tutti come una banda affiatata sono in realtà diverse da quelle che abbiamo imparato a conoscere e, nella maggioranza dei casi, ognuno persegue i propri scopi personali. Oltretutto, cosa che mai si è vista sullo schermo, Monkey Punch si divertiva molto a far rivolgere i personaggi direttamente al lettore: Lupin e gli altri si rendono conto infatti di essere solo i protagonisti di un fumetto e non è raro vederli lamentarsi proprio delle scelte dell’autore! Insomma, di differenze ce ne sono veramente tantissime.

“Ma perché tutta questa differenza?”, vi starete chiedendo. Beh, in realtà dietro non c’è chissà quale oscura ragione ma il semplice fatto – comune a quasi tutte le opere che vengono trasposte in animazione – che il pubblico di riferimento è diverso. Se, infatti, come ho già detto, Lupin nasce quale fumetto per adulti, con tutti gli annessi e connessi del caso, le diverse serie anime, gli special televisivi e i vari film sono invece rivolti il più possibile alla “massa”, cioé ad un pubblico talmente eterogeneo da riuscire a garantire, a chi produce l’animazione, un numero di ascolti abbastanza elevato da generare un ritorno economico in grado di giustificare l’intera operazione. Successe quindi che, quando la Tokyo Movie Shinsha, nel 1971, decise di mandare in onda la prima serie animata di Lupin, quella della “giacca verde”, cercando (pur con tutte le dovute censure) di rimanere più fedele allo spirito del manga, non ottenne i risultati sperati. Recuperò ascolti soltanto con le successive repliche, ma era chiaro che bisognava accattivarsi i favori del pubblico modificando un po’ di cose. Nel frattempo, comunque, Monkey Punch accompagnò questa prima trasposizione animata pubblicando nuovi episodi cartacei dal 1971 al 1972 (episodi che vennero poi raccolti assieme ai precedenti e considerati un’unica prima serie). Nel 1977 ci provarono di nuovo: una nuova serie animata, quella famosa della “giacca rossa”, ed una nuova serie manga ad accompagnarla. Stavolta però le due cose andarono avanti su binari diversi e fu lì che, con un’impostazione significativamente diversa rispetto alla serie precedente, l’anime ottenne il riscontro che si cercava, tanto da arrivare a sfornare ben 155 episodi (contro i soli 23 della prima). Questo, tuttavia, se da un lato decretò il successo anche a livello mondiale di Lupin, fornì a sua volta lo “stampo” che ogni produzione animata sul ladro e i suoi soci avrebbe poi avuto da allora in poi.

Magari qualcuno penserà che l’autore, giustamente, abbia delle rimostranze circa questo “snaturamento” dei suoi personaggi, no? Sorpresa, a Monkey Punch, invece non glie ne può fregare di meno e, anzi, ama vedere Lupin in animazione, apprezzando di volta in volta sia il lavoro svolto da chi si occupa del lato tecnico vero e proprio, sia quello dei diversi registi, ognuno dei quali restituisce la sua particolare visione di Lupin. A tal proposito ci tiene a precisare che “Il Castello di Cagliostro” di Miyazaki è la produzione che più gli piace. Non ci credete? Nel caso, date un’occhiata a questa intervista (in inglese) del 2003. 😉

Lupin e l’Italia: amore indissolubile

Accompagnato dalle note di Planet-O, Lupin è approdato sui nostri teleschermi nel 1979, divenendo quindi uno dei primi anime protagonisti della grande invasione iniziata solo un anno prima con il mitico Goldrake. Da quel momento in poi si è accasato nel Bel Paese e non se n’è andato più, specialmente quando, poco dopo, è passato nelle mani di Mediaset, che ne ha sancito la vera e propria trasformazione in un’icona iniziando a trasmettere ogni singolo anime, film, special televisivo o OAV esistente e mescolando il tutto in una serie infinita di repliche.

Uno dei lati particolarmente positivi di questa gestione quasi esclusiva è stato quello di avere, nella stragrande maggioranza degli adattamenti, una continuità nel cast delle voci italiane, in special modo per quello che riguarda Lupin e Jigen, rispettivamente doppiati da Roberto del GiudiceSandro Pellegrini, due grandi professionisti che purtroppo la morte ci ha strappato via già da alcuni anni. A loro, indiscutibilmente, va il merito di aver contribuito a scolpire nella memoria dei telespettatori il ricordo di questi grandiosi personaggi. Tuttavia, come accaduto a tanti altri anime passati sotto le sforbicianti mani di Mediaset, lo scotto da pagare sono state delle censure a volte anche piuttosto pesanti, ma questo non ha sminuito l’amore degli italiani verso Lupin e soci. Tale amore, nel corso del tempo, non ha solo creato un mercato per t-shirt, borse e altri gadget a tema, ma è sfociato spesso in iniziative uniche e memorabili. Quella che ritengo più importante è la speciale collaborazione instaurata, a partire dal 1994, tra i Kappa Boys e Monkey Punch. Tale sodalizio ha portato non solo alla pubblicazione di Alis Plaudo, esclusivo episodio manga disegnato proprio dall’autore originale su testi dei mitici redattori di Kappa Magazine, ma alla creazione di una vera e propria collana di manga, denominata Lupin III Millennium, realizzata da diversi disegnatori italiani (in realtà uno è realizzato da Shinichi Hiromoto, che dovreste conoscere per Jagi il fiore malvagio) ma sempre sotto la supervisione del papà di Lupin.

 

Un altro bel tributo è sicuramente Basette, un corto presentato nel 2008 da Gabriele Mainetti (oggi famoso per “Lo chiamavano Jeeg Robot”) e interpretato nientemeno che da Valerio Mastandrea, Daniele Liotti, Flavio Insinna, Gabriele Giallini e Luisa Ranieri.

Ultima, ma solo in ordine di tempo, la coproduzione italo-nipponica della recente serie Lupin III – L’avventura italiana, completamente ambientata nel nostro paese e trasmessa da noi in anteprima mondiale (!) nell’estate del 2015.

Sì, lo so, veniva mandata in onda ad orari improponibili e con la peggior sigla che ci si potesse aspettare (senza contare altre “cosette” che ci sono andate storte tipo che in Giappone poi l’hanno trasmessa con diverse scene migliorate…), ma tale produzione resterà comunque una pietra miliare nel rapporto tra Lupin e l’Italia.

Un’avventura senza fine

Molti forse non sanno che, diversamente da tanti anime che abbiamo conosciuto e amato da bambini, Lupin è (dopo Doraemon), l’unico che in Giappone non ha mai avuto momenti di stanca. Ogni anno vengono infatti prodotte non solo nuove storie animate (siano esse special televisivi, serie o film), ma anche nuove storie cartacee (sia per mano di Monkey Punch che di altri mangaka), tanto che, a voler elencare tutto ciò che è stato realizzato su Lupin, c’è letteralmente da perdersi.

Tra le produzioni più recenti, oltre alla già citata avventura italiana, non si possono non menzionare la serie tv “La donna chiamata Fujiko Mine” e i film “La lapide di Jigen Daisuke” e “Goemon Ishikawa imbrattato di sangue”, che hanno puntato i riflettori ognuno su un diverso componente della banda.

 

Menzione a parte, invece, per il non proprio riuscitissimo film dal vivo, del quale sarebbe più che altro bello sapere chi è il genio del marketing che ne ha scelto la locandina italiana…

In più, notizia piuttosto fresca, annunciata durante l’ultima edizione del Japan Expo tenutasi lo scorso luglio, è in lavorazione una nuovissima serie animata, stavolta ambientata in Francia, la terra che ha dato i natali allo scrittore Maurice Leblanc, creatore dell’originale Arsène Lupin da cui Monkey Punch ha tratto ispirazione. Insomma, dopo 50 anni di onorata carriera, un cerchio che si chiude.  🙂

Ci sarebbe ancora tantissimo da dire, ma ci fermiamo qui, con questa accattivante fan-art disegnata da Domenico “Handesigner” Alfieri, artista italiano che molti conoscono proprio grazie alla sua passione per Lupin, qui ritratto assieme a Fujiko e alla mitica Fiat 500 sullo sfondo di Cava de’ Tirreni.

 

shortlink: http://wp.me/p1KoP8-7ri

 

Annunci

Buronson mecenate d’eccezione per il suo paese natale

di Carmine Napolitano

Yoshiyuki Okamura, 70 anni, meglio noto a noi fan di Ken il guerriero con lo pseudonimo di Buronson, nella giornata di ieri, 20 luglio 2017, ha donato 400 milioni di yen (la bellezza di piu di 3 milioni di euro!) alla sua città natale, Saku, nella prefettura di Nagano.

La citta userà questo capitale per istituire un sistema di borse di studio. Buronson ha inoltre annunciato che dall’anno prossimo finanzierà a sue spese un corso dal titolo “Buronson – Corso di manga in 100 ore” da tenersi nella città stessa. Le borse di studio serviranno a supportare studenti residenti della città che andranno all’università (e che molto probabilmente dovranno trasferirsi), scelti sulla base dei risultati scolastici, che riceveranno 1 milione di yen (circa 7600 euro) all’anno, per 4 anni. Il corso di manga darà la preferenza ai nativi o ai residenti della città di Saku, ed accetterà 30 studenti aspiranti mangaka. Il curriculum prevede 100 ore di corso in un anno, distribuite in 2 incontri al mese, con docenti disegnatori e sceneggiatori.

Riguardo alle borse di studio, Buronson ha dichiarato: “Spero di poter essere d’aiuto e di dare una possibilita anche a color che si trovano in difficolta economiche”, mentre riguardo al corso di manga ha le seguenti aspettative: “I manga sono intrattenimento e spero che, divertendo e di conseguenza rendendo felici, possano arricchire la vita delle persone”.

Che altro aggiungere? Beh, una cosa è certa… se in Hokuto No Ken troviamo così tanti esempi e valori positivi non è un caso. Il mitico Buronson, avendo avuto egli stesso un’infanzia non delle più agiate, ha pensato bene di dare un aiuto concreto a tanti giovani di talento. Tanto di cappello non solo ad un grande autore, ma ad un grandissimo uomo. 🙂

shortlink: http://wp.me/p1KoP8-8aJ

Le peculiarità linguistiche di Ken il guerriero

A cura di Carmine Napolitano, MusashiMiyamoto e Squalo Densetsu

Oltre ad essere un’opera epica, capace di lasciare il segno non solo nel mondo dei manga e degli anime, ma anche nella società, Hokuto No Ken rappresenta un caso emblematico dal punto di vista linguistico. Perché se ogni tanto si cerca di spiegare ed approfondire le differenze culturali tra l’occidente ed il Giappone, il paese in cui la serie è stata ideata e si è sviluppata, quasi mai si analizza ciò che c’è dietro quella barriera linguistica che non ci permette di cogliere a fondo e più pienamente la complessità di storia e personaggi. Ecco quindi questo articolo, redatto allo scopo di far luce su quegli aspetti, molto spesso sottovalutati quando non addirittura del tutto ignorati o peggio ancora travisati, che solo chi ha fruito almeno una volta dell’opera in lingua originale può comprendere. Buona lettura! 🙂

Nomi dei personaggi

I nomi dei personaggi di Hokuto No Ken, tranne che in rarissimi casi, sono sempre scritti in katakana, ovvero l’alfabeto fonetico usato in giapponese per scrivere principalmente parole di origine straniera. Abbiamo quindi: ケンシロウ (Kenshiro), ラオウ (Raoh), レイ (Rei), トキ (Toki), ジャギ (Jagi), シン (Shin), ユリア (Julia) e via dicendo. È importante sottolineare come questo particolare alfabeto, diversamente dai kanji utilizzati ad esempio per i nomi delle tecniche segrete, non fornisca alcun tipo di significato ai nomi dei vari protagonisti dell’opera. Questo rende spesso difficile “azzeccare” la giusta traslitterazione nella nostra lingua, in quanto la pronuncia giapponese stessa del nome può differire anche in maniera significativa rispetto a quello che vorrebbero intendere. Basti l’esempio di アルフ, che da loro viene pronunciato Arufu ma che in realtà è semplicemente la lettura nippofona del nome Alf (lo Shura della clessidra. Ve lo ricordate, no?). Ecco perché è possibile trovare, sia ufficialmente che in maniera amatoriale, tanti diversi adattamenti dei nomi dei protagonisti.

Ad ogni modo, stando a quanto dice lo stesso Buronson, la scelta fu operata pensando al fatto che i personaggi vivevano in un mondo dove i confini geografici non avevano più significato, e quindi anche i concetti di nazione e nazionalità erano ormai privi di valore. Esisteva solo una razza umana che “tuttavia era sopravvissuta….”. Non avrebbe avuto senso distinguere quindi fra giapponesi e stranieri, ecco perchè venne scelto il katakana, per non dare connotazioni geografiche definite ai vari personaggi, anche in quei casi in cui il nome suonasse inequivocabilmente giapponese. Un’eccezione è Kenshiro, il cui nome compare scritto proprio in kanji (拳四郎) in entrambi gli episodi pilota precedenti la realizzazione della serie ed ambientati prima della guerra nucleare, dove peraltro compare anche il cognome: Kasumi (霞).

Samurai e tamarri

La particolarità che più di tutte è nota al pubblico giapponese, è l’alternanza fra il linguaggio classicheggiante dei maestri di arti marziali, pieno di espressioni arcaiche o comunque poco usate nel giapponese moderno, e quello dei crestoni e dei cattivi di basso livello, sgrammaticato e volgare, tipico dei ragazzi “difficili” del Giappone. Per rendere meglio l’idea, immaginate Ken o Toki che parlano come i Cavalieri dello Zodiaco, mentre i crestoni parlano come dei coatti qualunque. Non è un caso: i maestri di arti marziali altro non sono che la rappresentazione tipica del guerriero. Tale guerriero, secondo la cultura giapponese, non ha mai un’immagine rozza ma deve distinguersi anche per le sue maniere. Nell”era in cui vivono, dominata dalla violenza, i vari maestri (con la parziale eccezione di Jagi) rappresentano, anche col loro modo di parlare, quell’ideale di uomo d’altri tempi che potrebbe portare di nuovo ordine nel mondo. Ad esempio, “Addio” comunemente si direbbe さようなら (sayounara), ma in Hokuto No Ken viene invece usato un più aulico さらばだ (sarabada). “Mi scusi/mi perdoni” viene invece detto すまぬ (sumanu) al posto del più semplice すみません (sumimasen). Ancora, riguardo alle forme negative dei verbi, mentre nel giapponese moderno, per ottenerle si aggiunge il suffisso ない (nai), nell’opera si incontra spesso il suffisso ぬ (nu). Di seguito, l’esempio più noto, tratto dalla sezione “Le Frasi dei Personaggi di Hokuto No Ken”, curata da AndreaMusashiMiyamoto” Mazzitelli.

ひ、退かぬ!媚びぬ!省みぬ!-Lettura: Hi…Hikanu! Kobinu! Kaeriminu!
Traduzione: Non…non mi tirerò indietro! Non mi abbasserò! Non avrò ripensamenti!
Questa frase è famosissima in Giappone tra i fans, anche perché è molto particolare nei verbi usati. È Souther a dirla poco prima della fine dello scontro decisivo con Kenshiro quando, ormai già consapevole che il combattimento è giunto al termine, spinto dal suo immenso orgoglio si lancia in un ultimo disperato attacco.
La traduzione è come sempre letterale, ma si potrebbe rendere in tanti modi diversi, come per esempio:”Non indietreggerò! Non mi prostrerò! Non avrò ripensamenti!”.
Resa in questo modo è sicuramente più scorrevole e un po’ più aulica e intensa. Tra l’altro l’ultimo verbo è inteso anche come “non pentirsi di nulla”, quindi ripensamento in questa particolare accezione. E’ davvero una delle espressioni più belle e pregnanti dell’intero racconto.

Come vedremo nel prossimo paragrafo, esistono svariati modi per esprimere i pronomi personali. Alcuni sono caduti estremamente in disuso, tipo 吾が(waga) per dire “io”, e うぬ (unu) per dire “tu”. Nella serie li troviamo entrambi, usati tipicamanete da Raoh che, a dispetto della brutalità che sembra caratterizzarlo, è il personaggio con il registro linguistico più nobile di tutti. Un altro esempio, sempre dal nostro Musashi…

ぬう!!お…おれは拳王!拳王は決してひざなど地につかぬ~!-Lettura: Nuu! O…Ore wa Ken-Ou! Ken-Ou wa kesshite hiza nado chi ni tsukanu~!
Traduzione: Nuah!Io…io sono il “Re del Pugno”! E il “Re del Pugno” non cadrà mai in ginocchio!
Questa è una frase di Raou famosissima e molto bella anche linguisticamente, motivo per il quale è così nota. Rispecchia proprio la fierezza del personaggio. Letteralmente sta per “…non poggerò mai le ginocchia a terra” e il senso viene enfatizzato proprio da questa costruzione che mette in risalto il movimento di portare il ginocchio al terreno. Il tutto con un linguaggio molto letterario, che ricorda quello di un samurai o di un guerriero, tipico di questo mitico personaggio.

D’altro canto, i crestoni e gli altri cattivi di livello inferiore sono la parodia delle bande di motociclisti e di teppisti che negli anni ’70 e ’80 imperversavano in Giappone (ne abbiamo parlato anche nell’analisi dell’11° episodio dell’anime storico), i cui componenti erano quasi sempre poco istruiti, provenienti da famiglie poco agiate, e con un loro linguaggio peculiare caratterizzato, oltre che da espressioni volgari, da un tono sbruffone e dalla storpiatura di molte parole. Un primo esempio è l’utilizzo dell’espressione オレ様 (oresama) per indicare se stessi, in quanto -sama è un suffisso onorifico che non andrebbe mai usato in riferimento alla propria persona, perché farlo indicherebbe un’arroganza indicibile. Caratteristiche poi molto note, anche e soprattuto a chi ha avuto modo di ascoltare almeno una volta le espressioni dei crestoni in lingua originale (che sia nelle produzioni animate o anche nei videogiochi della serie Hokuto Musou/Ken’s Rage), sono l’allungamento e la storpiatura dei suoni, in particolare il suono –ai che diventa –eeeeeee. Come nel famoso いてえええええ di Heart, pronunciato alla vista del proprio sangue, che normalmente sarebbe 痛い (itai). Questa abitudine si è in realtà diffusa anche tra la popolazione in generale, ma rimane considerata un modo piuttosto volgare di esprimersi. Questo doppio livello linguistico è la fonte di innumerevoli parodie dedicate a Ken.

Male parole

Chi ha visto solo l’anime italiano avrà sentito dire al massimo “bastardo”. In realtà i personaggi di Ken, e in alcune situazioni anche Ken stesso, dicono pure le parolacce, talvolta ben più pesanti di bastardo, e nel manga ciò è decisamente evidente. Ad esempio l’esclamazione クソ (kuso), cioè “merda”, ma in alcuni casi traducibile anche come “cazzo”, viene usata con una certa sportività! Altro esempio, sempre da Musashi, riguarda proprio il termine “bastardo” di cui parlavamo poco sopra…

野郎!ふざけやがって!-Lettura: Yaroo! Fuzakeyagatte!
Traduzione: Bastardo! Ci prendi in giro / Ci prendi per il culo!
L’espressione è molto volgare, perciò la traduzione corretta in italiano sarebbe “Ci prendi per il culo!”, ma per i motivi che tutti conosciamo è stata molto edulcorata e, in alcuni casi, addirittura tradotta in modo del tutto diverso. Anche “Yaroo”, che viene ripetuto più volte nel corso della storia, è un’espressione volgare e la traduzione letterale è proprio “Bastardo!”. Ovviamente volendo tradurla con altri termini volgari (“stronzo” o “pezzo di merda”) si può fare, ma è quello il senso originario.

E qui veniamo a uno degli aspetti più difficili da riportare in una lingua straniera, ovvero la differenza dei pronomi personali. In giapponese esistono vari registri linguistici da utilizzare a seconda della persona con cui si parla. Anche i pronomi personali, di cui accennavo prima, variano a seconda delle circostanze e dell’interlocutore e sono ben più numerosi dei nostri. Per esempio, per dire “tu” oppure “voi” ci sono un bel pò di opzioni: l’espressione standard è 貴方 (anata), che si usa con una persona che non conosciamo, o con cui semplicemente non abbiamo confidenza. Ma tu si può dire anche con お前 (omae), che è un modo meno elegante di rivolgersi e che indica già una minore riverenza verso l’interlocutore. Non è per forza offensivo, ma usare questa parola in Giappone con uno sconosciuto o con un superiore viene considerato estremamente rozzo.

Su 手前 (temee) e 貴様 (kisama) non ci sono invece dubbi: significano entrambi tu, ma esprimono un forte disprezzo per l’interlocutore. Equivaglono, di fatto, a un insulto. Ora, traducendo questi pronomi alla lettera, non si riuscirebbe a rendere lo stato d’animo con cui i personaggi stanno parlando. Ecco perchè si introduce (si dovrebbe introdurre) uno “stronzo” oppure “bastardo”, “figlio di…”

貴様/きさま!-Lettura: Kisama!
Traduzione: Tu (maledetto, pezzo di merda, stronzo, ecc.)!
Questo è un termine abbastanza strano, almeno per chi non conosce certe cose. In passato veniva usato come termine di rispetto per indicare la seconda persona, ovvero un “tu”. Nella lingua moderna, invece, ha un significato del tutto opposto, cioè volgare. Indica sempre il “tu”, ma trasmette un senso di minaccia, aggressività e volgarità. Le paroline gentili fra parentesi le ho inserite perché il significato è proprio quello. Spesso è usato sia come un “tu” volgare, come detto, all’interno della frase (Rei lo usa rivolgendosi a Ken quando ancora non sono amici per trasmettere un senso di minaccia e rivalità) e a volte invece, come nell’esempio in rosso, usato a mo’ di esclamazione.
In base al contesto si può tradurre anche con una parolaccia.
Il termine forse più indicato è “maledetto” quando usato come esclamazione, ma il senso è sempre quello. Inutile dire che anche questo vocabolo, viste le frequenti incazzature che percorrono in lungo e in largo il racconto, è usato un po’ da tutti, soprattutto dai tipi rozzi, ma anche dai guerrieri più forti e dallo stesso Ken, il quale quando s’arrabbia perde un po’ il suo aplomb tipicamente giapponese e si produce in varie e colorite espressioni. :alienff:

Ovviamente le parole pesanti non sono un’esclusiva di Hokuto No Ken; tutto sommato, il breve excursus appena fatto, dovrebbe rendere l’idea di come anche il linguaggio usato dai personaggi sia ben più crudo di quanto si possa immaginare e decisamente più forte di quello di un Dragon Ball, tanto per fare un nome. E’ comunque importante rimarcare il punto fondamentale di quanto appena esposto: in Giappone NON esistono davvero le  parolacce così come le intendiamo noi, proprio per via di una struttura diversa della lingua. Quindi il problema “parolaccia sì, parolaccia no” che riguarda, incluso Ken, la stragrande maggioranza degli adattamenti italiani  di anime e manga è, di fatto, qualcosa che il traduttore deve stabilire da sé, tenendo conto del contesto e (preferibilmente, ma non tutti lo fanno) del target di riferimento dell’opera. Nel caso specifico di Hokuto No Ken, senza stare ad allargare troppo il discorso, bisognerebbe ricordare che era comunque un manga di genere Shonen (cioé per ragazzini) e che lo stesso Tetsuo Hara si sforzava, proprio per questo motivo (e anche per arginare le proteste delle associazioni dei genitori), di smorzare la violenza delle scene in cui i crestoni esplodevano, sia graficamente che creando le famose “urla di dolore” (di cui parleremo più tardi). Di conseguenza, un adattamento realmente “fedele” alla fonte originaria, in teoria non dovrebbe mai contenere espressioni esageratamente volgari, che stonerebbero troppo con tutto il resto.

Letture “arbitrarie”

Questa non è una caratteristica esclusiva di Hokuto No Ken, ma la si può riscontrare facilmente anche in altri manga e romanzi. I kanji, i numerosi caratteri che assieme agli alfabeti fonetici compongono il sistema di scrittura giapponesi, hanno in genere almeno due letture: una sinofona (i kanji vengono infatti dalla Cina) e una autoctona. Ma spesso e volentieri sono ben più di due. Gli autori di un manga, piuttosto che di un romanzo o altro, possono però scegliere di dare a determinati caratteri letture arbitrarie, specificate dai furigana che si trovano a lato dei kanji. Pensate ad esempio a quello che accade con le licenze poetiche in italiano.

Dal 1° volume del manga originale. I furigana sono posti in piccolo a destra dei kanji.

Un esempio di ciò si trova già nel titolo stesso dell’opera, 北斗の拳 (Hokuto No Ken). Il carattere  拳 si leggerebbe in questo caso kobushi, che sarebbe la lettura autoctona, ma il maestro Hara ha preferito quella sinofona, ovvero ken, creando così un gioco di parole col nome del protagonista, ma anche un riferimento alle origini cinesi delle arti marziali presentate nel manga. Altro esempio molto famoso è costituito dalla parola scritta con questi kanji, 強敵, che significa “rivale” o, più precisamente, “potente avversario”, e si leggerebbe normalmente kyouteki. Ma Hara lo fa leggere anche come tomo, che significa tipicamente “amico” o “compagno”. In questo modo, viene dato alla rivalità un significato più profondo, che sconfina poi nell’amicizia, creando quel dualismo che contraddistingue gli antagonismi della serie, per cui verso i maestri avversari, anche se acerrimi nemici, non c’è disprezzo ma rispetto e anche una sorta di riconoscenza.

Altro esempio ancora è il nome della città costruita da Shin (南十字星), che si leggerebbe Nanjuujisei. Ma Hara ha preferito Sazankurosu, ovvero la lettura nippofona dell’inglese Southern Cross. Stesso discorso per il simbolo di Shin (血の十字架), che si leggerebbe chi no juujika, ma vi è stato preferito buradiikurosu, ovvero Bloody Cross. Per ultimo citiamo la “Reincarnazione del Diavolo” (悪魔の化身), che normalmente si leggerebbe Akuma No Keshin ma a cui il maestro Hara ha preferito Debiruribaasu, ovvero Devil Rebirth.

Colpi metaforici

Anche se è vero che Hara e Buronson hanno dichiarato, in passato, di aver scelto i nomi dei colpi segreti in base a come suonavano meglio, questo non significa che mettevano insieme parole a casaccio. Infatti, diversamente da come ci hanno abituati il pessimo adattamento italiano dell’anime e, a volte, le traduzioni fuori contesto delle varie edizioni italiane del manga, in realtà i nomi delle tecniche usate dai protagonisti sono molto simbolici, hanno quasi sempre relazione con qualche aspetto della storia in corso e, in alcuni casi, nascondono anche dei giochi di parole. Tale caratteristica è presente fin dagli episodi pilota, ad esempio con l’Hokuto Hyakuretsu Dan (北斗百裂弾), che è il prototipo del più famoso Hyakuretsu Ken che si vedrà poi nella serie regolare.

Benché, per sintetizzare, vada anche bene la traduzione “Cento Colpi Distruttivi di Hokuto”, in realtà gli ideogrammi che ne compongono il nome nascondono un significato più metaforico, che rivela molto più della semplice potenza fisica del protagonista. “Hyaku” (Cento) è infatti un numero fortemente legato al buddhismo, mentre “Retsu”, letteralmente, significa squarciare le tenebre. Quindi i colpi lanciati da Kenshiro non servono solo a squarciare fisicamente l’avversario, ma si pongono su un piano più elevato, andando ad intendere che in essi c’è la potenza di dissipare il male. Sono colpi che possono purificare il mondo dai demoni.

Altro esempio molto particolare è l’Hokuto Ryū Ken Kappagan (北斗琉拳喝把玩). Anche se la traduzione sarebbe Presa del Rimprovero della Scuola della Gemma Splendente di Hokuto, rappresenta un divertente gioco di parole creato dagli autori: In primo luogo indica l’azione di Shachi, ovvero redarguire, rimettere al proprio posto, quello Shura che ha avuto l’ardire di sfidarlo. In seconda battuta, può essere interpretato letteralmente come “Scherzo del Kappa”, stando ad indicare sempre l’azione di Shachi che, deformando la testa dell’avversario, lo rende più simile ad un Kappa (mostro lacustre della mitologia giapponese) in sintonia anche con le rifiniture a tema “acquatico” della sua stessa armatura. Nell’anime, la tecnica è pronunciata “Katsu Hagan” in modo da suonare in maniera più marziale.

 

Questi chiaramente sono soltanto due esempi. Molti altri li potete trovare nella nostra esclusiva enciclopedia online.

Urla di dolore

A chiudere l’articolo, per completezza, non ci possiamo esimere dal parlare delle famosissime urla che caratterizzano i malcapitati che hanno l’ardire di mettersi contro Kenshiro. Come spiegato direttamente dal maestro Hara in una delle interviste per il trentennale della serie, tali esclamazioni nacquero dall’idea che, quando una persona si ferisce, in genere non pronuncia mai frasi di senso compiuto, dando luogo invece a parole sconnesse a causa del dolore. Quindi in primo luogo una ricerca di realismo. In seconda battuta, però, c’era la volontà di stemperare la violenza e la crudezza delle scene in cui i nemici morivano. Perché, come abbiamo già affermato prima, Hokuto No Ken era un manga indirizzato principalmente ad un pubblico di ragazzini. Per alleggerirne un po’ l’atmosfera, il maestro penso di rendere tali urla particolarmente ridicole e, senza volerlo, generò un vero e proprio fenomeno di costume in tutto il Giappone, tanto che ancora oggi, anche chi magai conosce Hokuto No Ken solo di nome, si ricorda però di queste particolari esclamazioni. Al nostro MusashiMiyamoto il compito di spiegarci “l’etimologia” di quella che è la più celebre in assoluto…

Hidebu!! (ひでぶっ!!)

Proprio come confermato dal maestro Hara anche in occasioni precedenti a questa intervista, “Hide” è lo stesso di “Itee”, che sta per “mi fa male, che dolore” – espressione che Heart usa quando vede uscire il proprio sangue – e “Bu” è un’onomatopea che indica il gonfiore. In altre parole, parafrasandola, la frase sarebbe “Che dolore…scoppio! Boom!”. Il maestro l’ha messa come preferita fra tutte in una classifica risalente a qualche anno fa.

Maschere con urla di dolore in rilievo

In conclusione…

Speriamo che questo viaggio nei meandri della lingua originaria in cui Ken il guerriero è stato pubblicato vi abbia divertito e fatto scoprire aspetti che non conoscevate e che meritavano di essere spiegati. Soprattutto, speriamo che questo approfondimento, come quelli che ormai proponiamo da una vita, vi faccia amare ancor di più quest’opera così piena di livelli di lettura. Alla prossima 😉

shortlink: http://wp.me/p1KoP8-89j

 

[1987 – 2017] Trent’anni di Ken il guerriero in Italia

Molti magari non l’avranno notato, ma il 2017 segna il trentesimo anniversario dello sbarco di Kenshiro sulle reti televisive nostrane. Difficile è risalire ad una data precisa perché, avendo debuttato su diverse emittenti locali in tempi e in orari differenti, non vi è alcuna certezza circa l’effettivo giorno della prima messa in onda. Quello che è certo però, è che il guerriero di Hokuto da allora, per me come per tantissimi altri, è diventato come uno di famiglia. Perché? Credo per tanti motivi, ma per quanto mi riguarda è capitato in un periodo particolarmente felice della vita, sovrapponendosi ai ricordi più belli dell’adolescenza. E non è forse questo il “segreto” della maggioranza delle serie cult? Ebbene, se in altre occasioni ho preferito parlare in generale della storia di Ken, della sua genesi e di come sia giunto fino ad oggi cavalcando i decenni senza perdere neanche un po’ di smalto, in questo post l’idea è di parlare di come Ken l’ho vissuto io, sicuro che questo tuffo nel passato risveglierà i ricordi di tanti  🙂

La prima volta che io e Ken ci siamo incontrati è stato a casa di mio nonno. Dopo aver passato una vita prima al fronte e poi a lavorare la campagna, mio nonno si era ritrovato a starsene a casa per motivi di salute e quindi, mentre oggi la gente passa le giornate sui social, lui all’epoca poteva soltanto fare zapping tra ciò che offrivano le diverse reti televisive. Nel 1987, come molti ricorderanno, i palinsesti pomeridiani erano letteralmente inondati di cartoni di ogni genere e mio nonno si ritrovò quindi giocoforza a guardarli. Inutile dire che in breve tempo si appassionò così tanto a certe serie che ormai si era praticamente creato il suo palinsesto personale, saltando con precisione da un’emittente all’altra in base all’orario per seguire la messa in onda delle nuove puntate. Fu così che un giorno, mentre io ero arrivato da poco e mi ero seduto lì sul divano, terminata la rituale visione di Quark il saggio progenitore allungò il braccio verso la tv e spinse il pulsante per cambiare canale, portandosi su Junior TV.

Quello che vidi ebbe su di me un profondo impatto. Dopo Černobyl’, la paura della guerra atomica era un argomento sentitissimo e, in particolare, mi era rimasta impressa una frase dal film The Day After, una citazione di Einstein che recitava: “Non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so come si combatterà la quarta: con bastoni e pietre”. Oggi le paure sono altre, siamo nella morsa di una crisi economica di cui sembra non vedersi mai la fine, ma all’epoca tanto l’Italia quanto il Giappone vivevano un periodo di benessere. E quindi “il nemico”, l’ombra nera che aleggiava sull’umanità era quella di un’imminente conflitto nucleare e non si trattava solo di un argomento utile ad imbastire la trama di qualche film hollywoodiano, ma era qualcosa che influenzava realmente le discussioni di tutti i giorni. Se ne parlava anche a scuola. Insomma, dire che Ken il guerriero capitava a fagiolo non esprime pienamente il concetto. Nella mia mente  si è innescato quindi un vero e proprio cortocircuito quando ho sentito per la prima volta l’introduzione del cartone animato, con la voce narrante che diceva:

“Siamo alla fine del ventesimo secolo. Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche. Sulla faccia della Terra gli oceani erano scomparsi e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti. Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta”.

Poi è partita la bellissima e suggestiva sigla degli Spectra

La musica da sola creava già un’atmosfera tesa, mentre le parole racchiudevano disperazione, morte e violenza in maniera che definirei poetica. E tutto questo solo per quanto concerne lo scenario in cui si muoveva il protagonista. Che dire invece degli altri elementi, sapientemente “scippati” altrove dagli autori e amalgamati assieme per creare quel mix unico? Partiamo dalle arti marziali: mio padre e mio zio, suo fratello minore, erano appassionati dei film di Bruce Lee. Quelli erano anni in cui i palinsesti delle TV abbondavano di tali produzioni. Mio zio, già menzionato, aveva la sua piccola palestra in camera da letto e, appesi alle pareti, diversi poster proprio di Bruce Lee. Scene riprese dai suoi film e le cui pose le ritrovavo pari pari in Kenshiro in diversi episodi del cartone. Perché Kenshiro ERA Bruce Lee, c’è poco da fare. Laddove l’autore del fumetto originale aveva cercato di creare una commistione tra diversi attori (tra i quali Mel Gibson e, in seguito, Sylvester Stallone) per caratterizzare fisicamente il personaggio, chi si era occupato di trasporre l’opera in animazione aveva decisamente posto l’accento sulla somiglianza tra il protagonista ed il defunto attore e maestro di arti marziali, tanto da copiarne anche le movenze e le varie urla di battaglia. Certo, gli effetti “esplosivi” dei colpi di Kenshiro, così di primo acchitto mi disgustarono un po’, non lo nascondo. D’altronde ero un bambino, ero cresciuto fino a quel momento vedendo al massimo esplodere mostri giganti eliminati sistematicamente da Mazinga e Goldrake in maniera “asettica”. Ci misi un po’ a metabolizzare il tutto. L’episodio in questione, onestamente, non ricordo quale fosse nello specifico. Sicuramente era uno tra quelli della prima parte della saga, che tra l’altro all’epoca avevano il brutto vizio di stopparsi e ricominciare daccapo peggio di quello che sarebbe poi successo con la casa di Leo ne I Cavalieri dello Zodiaco.

Ecco, nonostante questo vero e proprio colpo di fulmine (dal cielo), a quel tempo non riuscii a seguire Ken puntata dopo puntata. Perché? Perché purtroppo a casa mia Junior TV non prendeva bene (per lo stesso motivo mi sarei poi perso buona parte delle puntate del primissimo passaggio televisivo di Dragonball, ma questa è un’altra storia…). Dato che non sempre potevo passare il pomeriggio a casa di mio nonno, provai anche a risintonizzare il canale alla meno peggio, ma il risultato era un’immagine tanto disturbata da farti perdere una diottria al secondo. Insomma, per un po’ dovetti metterci una pietra sopra ed accontentarmi di vederlo occasionalmente. Passarono un po’ di anni, durante i quali l’amore per Ken il guerriero si diffuse in tutto lo stivale e portò la neonata Granata Press del mitico Luigi Bernardi a pubblicarne, a partire dalla fine del 1990, il manga originale.

zero_granata

NOTA: Prima che arrivino i soliti precisini… sì, lo so che prima di Granata Press qualche rivista tipo Japan Magazine aveva pubblicato degli episodi cartacei di Ken (e non solo), ma quello che molti ignorano è che tali pubblicazioni erano realizzate senza l’acquisizione di alcuna licenza dal Giappone e con traduzioni che erano frutto di pura fantasia. Quindi Ken, in Italia, viene pubblicato ufficialmente dal 1990 in poi. Caso chiuso.

Purtroppo persi anche questo treno. Quando seppi che Ken usciva in edicola, infatti, era già il 1992. Perché vivendo in un paesino, anche l’edicola aveva i suoi limiti. Oggi l’idea farebbe ridere, perché siamo abituati alle fumetterie e alle librerie specializzate, ma all’epoca era così. Tanto Zero quanto altre riviste e altri manga, in quel periodo, uscivano dalle mie parti forse una volta sì e due no. Oltretutto, spesso finivano in angoli così remoti dell’edicola stessa che per vederle dovevi o avere la fortuna che ti ci cadesse l’occhio o sapere già dove andare a guardare. Ad ogni modo fu solo grazie al primo volumetto de I Cavalieri dello Zodiaco (sempre di Granata Press), stavolta messo in bella mostra, che seppi che anche Ken veniva pubblicato in Italia. In quei mesi, infatti, Ken e i Cavalieri esordivano in volumetti monografici più o meno in contemporanea, solo che mentre i santi di Athena partivano presentando le prime storie, per Ken si era optato diversamente: il primo volume non presentava la serie dall’inizio, ma continuava da dove si era fermata la pubblicazione su Zero. Questo significava dover recuperare quasi una trentina di numeri della suddetta rivista tramite il servizio arretrati, cosa che per me, che  autofinanziavo le mie passioni risparmiando principalmente su colazioni e merende varie, era quantomeno un miraggio. E quindi niente, nell’attesa che ci fosse qualche tipo di ristampa integrale, dovetti a malincuore passare la mano.

Di lì in poi, iniziò in Italia il vero boom dei manga. Di colpo, un po’ come era successo tanti anni prima con gli anime, con le emittenti nazionali e locali che acquisivano qualsiasi cosa venisse dal Giappone, ora tutti si buttavano a pubblicare i fumetti del Sol Levante. In effetti furono anni magnifici. Oltre alla già citata Granata Press c’erano la Star Comics (con la sua divisione manga guidata dai famosi Kappa Boys) e diverse altre realtà editoriali più o meno grandi come Play Press e simili. Sempre in quegli anni, per soddisfare anche la voglia di animazione, aveva inziato a muovere i primi passi la Yamato Video. In tutto questo, Kenshiro e soci fecero un po’ la parte del leone, tanto che non solo venne pubblicato in VHS (sempre da Granata Press) il famoso film d’animazione del 1986 ma, ben presto, la serie televisiva passò finalmente sul circuito di reti che costituivano Italia 7, permettendomi di recuperare il tempo perso. Tra l’altro il canale prevedeva una rotazione del palinsesto per la quale Ken veniva trasmesso ben 3 volte al giorno: mattino presto, ora di pranzo e ora di cena. Quindi, come dicevo all’inizio, Ken finì per sovrapporsi ai ricordi più belli di quegli anni perché lui c’era sempre. Facevi colazione ed era lì, andavi a scuola ed era sulla bocca di tutti, tornavi da scuola ed era lì, uscivi con gli amici e si parlava degli episodi appena visti, tornavi a casa per cena ed era ancora lì. Ken c’era sempre, anche quando t’innamoravi e quando prendevi le prime sbronze e, male che andasse la giornata, potevi sempre ricaricarti con questa…

Alzi la mano chi, ai tempi, non ha mai provato a registrarsela direttamente dalla TV. Altro che mp3 e lossless! Cassettina, registratore piazzato davanti allo speaker e si andava a comandare!  😂

Ricordo ancora mia madre che, lungi dal dirmi di non vederlo, rimaneva però perplessa di fronte a certe scene e, guardandomi, diceva: “che seccia” (che dalle mie parti equivale ad un “che cavolata”). Intanto però, con questa scusa, se lo vedeva pure lei. Che poi non so se ero particolarmente fortunato io, ma a casa mia tutti guardavamo cartoni.  A pranzo lo vedevo spesso assieme a mio padre che, sempre per la passione sui film di arti marziali di cui parlavo prima, mi chiedeva i dettagli sui personaggi e rimaneva quasi a bocca aperta durante i combattimenti. Che poi, cosa che mi è già capitato di sottolineare in passato, secondo me la vera chiave del successo di Ken in Italia – tolta la spettacolarità dei duelli e delle tecniche segrete dei protagonisti -risiede nei sentimenti spesso esasperati dei personaggi. Perché da popolo dal sangue caldo quale siamo, non potevamo restare indifferenti di fronte a guerrieri che combattono principalmente per l’amore di una donna, a uomini che danno la vita per amicizia… a vicende tragiche in cui la speranza per il futuro risiede tutta nel coraggio e nella forza d’animo non solo di Kenshiro, ma di tutti coloro che decidono di affiancarlo nel suo viaggio.

Comunque, giusto per ricordare a che livello eravamo in quegli anni, basta un attimo pensare che Ken non era solo in TV ma praticamente ovunque. E non mi riferisco solo ai lunghi articoli dedicati dalle riviste di settore come Mangazine e Kappa Magazine (che, se avete nostalgia, potete trovare qui), ma a merchandise di ogni tipo che includeva cartoline, card collezionabili, album di figurine, VHS della serie televisiva, un remix da discoteca della sigla italiana, gioco di carte e gioco di ruolo, solo per citare le cose più semplici da trovare in commercio, ma bastava entrare in negozi un attimino più specializzati come anche solo una fumetteria per trovarci anche merce d’importazione come le action figures, i portachiavi, le statue e tanto altro.

Tra l’altro, anche se a quei tempi internet era ancora uno strumento che definire elitario è un eufemismo,   bastava sfogliare un numero di Mangazine a caso per trovare il mitico Catalogo Hunter che, aggiornato ogni mese, presentava un lunga lista di prodotti (con relativi prezzi) che era possibile ordinare dal Giappone tramite un semplice vaglia postale. Ovviamente non mancavano i CD con le colonne sonore originali di Ken e diverso altro merchandise correlato. Qualche amico si fece spedire  l’album Hokuto No Ken Original Songs  e da allora via a registrare le cassette e a diffondere tra gli amici il “verbo” delle sigle originali. Insomma, di quegli anni anni non mi posso di certo lamentare, tanto più che la Star Comics, a partire dal gennaio del 1997, pubblicò una nuova edizione del manga originale, così potei finalmente colmare anche quella lacuna.  Ciliegina sulla torta, nel 1999 arrivò da noi anche il romanzo di Ken.

Certo, bisogna pure dire che tanta popolarità ebbe il suo rovescio della medaglia. A causa dei suoi contenuti violenti, Ken il guerriero divenne infatti facile bersaglio per chi cercava un perfetto capro espiatorio da legare alle azioni sconsiderate di alcuni giovani che in quegli anni riempivano le pagine di cronaca. Uno fra tutti, il famoso caso dei sassi dal cavalcavia (che potete leggere nel dettaglio cliccando qui). Ora non mi va di addentrarmi tanto nel discorso sulla miopia dei cosiddetti “esperti” e giornalisti vari che scelsero Ken come vittima della loro gogna mediatica, ma è curioso come la storia tenda sempre a ripetersi. Infatti lo stesso era già successo tanti anni prima, quando addirittura si era arrivati ad un’interrogazione parlamentare su Goldrake (ne parlavo qui) e, più in generale, argomentazioni simili saltavano fuori ogni volta che qualche adolescente si rendeva protagonista di episodi violenti. Sarebbe bello ogni tanto ricordare che Caino uccise Abele quando non esistevano gli anime, ma forse – pensiero personale – per la nostra società è molto più comodo additare altri come fonte del problema piuttosto che gettare la maschera ed assumersi ogni tanto la responsabilità dei mostri che genera.

Un’altra cosa che mi ricordo con piacere di quegli anni furono i diversi videogames dedicati a Ken che era possibile reperire per la maggioranza delle console in commercio (anche se quasi tutti erano in giapponese, sigh). Tra tutti, vale la pena menzionare quello davvero mitico uscito per Playstation nel 2000

Oggi a rivederlo fa tenerezza, con quei pupazzoni poligonali che solo la nostra fervida immaginazione poteva davvero associare al tratto dinamico ed accattivante della serie animata e del manga, ma per i tempi era l’avverarsi di un sogno. Sì, è anche vero che più che un gioco era una serie di filmati lunghissimi intervallati da brevi sessioni di combattimento vero e proprio, ma questo non mi impedì di giocarlo e rigiocarlo un’ifinità di volte affrontando a testa bassa i menù in giapponese (senza capirci un accidente, ovvio) e sbloccare i diversi extra che il titolo offriva, in special modo i personaggi con cui affrontare avversari umani in duelli uno contro uno. Così, a memoria, potrei dire che quel gioco rappresentò, almeno nella mia percezione delle cose, la degna conclusione di un ciclo. Ken era arrivato, ci aveva conquistato e pian piano se n’era andato, scomparendo dalla TV e dalle edicole.

Vero è che di lì a poco – più precisamente a settembre del 2001 – l’allora neonata LA7 avrebbe deciso di riproporre l’anime storico nel tardo pomeriggio, ma chi c’era si ricorderà benissimo che l’esperimento ebbe un inaspettato quanto ridicolo esito: le puntate vennero infatti trasmesse in versione censurata! Sì, avete letto bene. LA7 andò davvero a profanare le puntate tagliando le parti in cui si vedevano le esplosioni ed altre forme di violenza, rendendole di fatto inguardabili e piene di “buchi”. Chiaramente smisi subito di guardarlo perché ogni volta era come assistere ad uno stupro, ma per quanto mi sembra di ricordare la cosa durò poco (forse altri protestarono oppure, più semplicemente, gli ascolti calarono in maniera drastica) e Ken venne sostituito (mi pare) da Ranma 1/2.

E mentre il guerriero latitava la mia vita andava avanti. Con gli amici più stretti si giocava ancora ogni tanto al gioco di ruolo, ma nel frattempo mi ero fidanzato e mi stavo preparando al matrimonio. Sì, su una rivista di settore avevo anche letto che in Giappone era iniziata la pubblicazione di Souten No Ken, il nuovo manga di Hara che aveva per protagonista un predecessore del Kenshiro che tutti conoscevamo, ma le notizie erano scarse e la mia testa comunque rivolta altrove. Per un po’ ci perdemmo di vista, io e Ken, e solo nel 2004, trovando in edicola il primo volume italiano di Ken il guerriero – Le origini del mito (cioé proprio quel Souten No Ken di cui avevo letto 3 anni prima), iniziai a riavvicinarmi al mondo di Hokuto.

Ken il guerriero - Le Origini del Mito

L’anno seguente acquistai i 3 OAV che componevano Ken il guerriero – La trilogia e a giugno 2006 mi registrai sul forum di Hokutonoken.it per poter discutere con altri appassionati e scoprire magari qualcosa che non sapevo. Nel 2008, mentre in Giappone si concludeva la Pentalogia e in Italia era da poco approdato al cinema il primo capitolo della stessa, assieme a MusashiMiyamoto e diversi altri conosciuti proprio in rete, fondai il forum di 199X. Qui iniziò effettivamente per me il nuovo ciclo. Se fino ad allora ero stato spettatore passivo delle diverse produzioni, da quel momento in poi mi sono adoperato (coadiuvato proprio dall’insostituibile Musashi) per approfondire e condividere sempre più tutto il possibile su Hokuto No Ken. News, traduzioni di interviste e manga, chiarimenti sugli aspetti più criptici della serie, recensioni, anteprime, guide, schede dettagliate e tanto altro ancora. Tutte cose sulle quali abbiamo fatto scuola e che ancora oggi, nonostante il tempo libero si sia notevolmente ridotto, mi piace portare avanti con la stessa passione di un hacker smanettone alla continua ricerca di sistemi da violare. Anche perché se quando ero ragazzo potevo intuire magari dei significati particolari in quello che vedevo, non era nulla in confronto a quello che ho scoperto man mano che ho fatto ricerche sull’argomento. In Hokuto No Ken ci sono tanti riferimenti storici, filosofici, religiosi e mitologici relativi al Giappone che c’è letteralmente da perdersi e questo ha creato per me un circolo vizioso secondo il quale più scopro, più rimango affascinato e più ho voglia di condividere con altri appassionati. Che poi sì, nella vita ci sono sicuramente cose ben più importanti per cui gioire, come trovare la donna giusta e sposarla, avere dei figli e accompagnarli nel lungo cammino della crescita,  benedizioni che non si possono eguagliare e che ho avuto la fortuna di ricevere, ma la bellezza di coltivare talmente bene un interesse da ricevere consensi e stima da coloro che usufruiscono di quello che scrivi, beh, non si può negare che sia una grossa soddisfazione.

Mentre scrivo questo pezzo non so dire se, quando e come riuscirò a portare a termine tutte le cose (tante, forse pure troppe) che ancora ho in mente di fare su questo sito ma quello che è certo è che, grazie a Ken, mi sono divertito, mi diverto ancora e ho conosciuto tante belle persone, quindi, come il grande Raoh, posso tranquillamente dire: “Non ho alcun rimpianto!”

Shortlink: http://wp.me/p1KoP8-2Cs

Bushido – La via del guerriero (武士道)

bushido-header

A cura di Carmine Napolitano

Quando si parla di cultura giapponese alcune delle parole che saltano fuori con una certa frequenza sono Samurai e Bushido, la via del guerriero. Purtroppo, spesso e volentieri, tali citazioni vengono fatte a sproposito, sulla base di una falsa idea che si ha delle suddette nozioni. Questo è sicuramente dovuto alle distorsioni della cultura pop moderna ma, come anche per i ninja, le arti marziali e altre tradizioni giapponesi, il tutto nasce da un “equivoco” creato dai giapponesi stessi. Anche i personaggi di Hokuto No Ken vengono spesso associati a questo codice d’onore, per lo più dai lettori e dai commentatori occidentali. Ecco quindi il motivo del presente approfondimento: fare chiarezza su di un concetto che viene un po’ troppe volte abusato.

Origini

Sebbene già il Kojiki (古事記) – il più antico testo conosciuto in lingua giapponese, scritto nel 712 – contenga riferimenti a quelle che sarebbero le virtù principali di un guerriero, non si può parlare di “codice” né tantomeno di samurai, visto che fino al 12° secolo tale parola non sarà associata all’aristocrazia militare.

La parola Bushido compare per la prima volta nel  Koyo Gunkan (甲陽軍鑑), una raccolta di cronache militari del clan Takeda, regnante sulla provincia di Kai (attuale prefettura di Yamanashi, non molto lontano da Tokyo). Tale opera fu scritta nel 1616. Siamo quindi già in epoca Tokugawa: l’epoca Sengoku, con le sue continue lotte che hanno insanguinato l’intero arcipelago, è ormai finita. Il Giappone si appresta a vivere quasi tre secoli di pace e di isolamento quasi totale dal resto del mondo (鎖国 – Sakoku) e i samurai iniziano a perdere lentamente il loro ruolo di guerrieri. La via del guerriero citata nel Gunkan è un riferimento, neanche troppo definito, ai valori che avrebbero dovuto guidare i samurai: fedeltà al proprio signore, senso del dovere, abnegazione, frugalità, difesa del proprio onore e di quello del proprio clan fino anche alla morte.

ryuga

Ryuga, uno dei personaggi più “travisati” dagli appassionati della serie proprio in virtù della sua stretta aderenza a principi difficili da comprendere per la cultura occidentale.

Ovviamente tra il Kojiki e il Koyo Gunkan, la letteratura contiene molti altri riferimenti alla figura del guerriero e a quelli che avrebbero dovuto essere i suoi principi guida. Tra i più famosi ricordiamo  Heike Monogatari (平家物語), racconto epico della lotta fra i clan Minamoto e Taira, scritto nel 14° secolo. Gli appassionati italiani conosceranno probabilmente Miyamoto Musashi (宮本武蔵). La sua opera  Go Rin No Sho (五輪書), che è in realtà più un trattato sulla scherma giapponese (剣術 – Kenjutsu) e sulla strategia, contiene altri riferimenti simili. Si tratta però per lo più di precetti, e in alcuni casi di indicazioni generiche, non di regole ferree, né tantomeno di un codice di condotta, che di fatto non esisteva.

Questo insieme di precetti descritti nelle varie opere rinvenute è in qualche modo simile a ciò che in Europa era rappresentato dalla “cavalleria”. Volendo individuare delle particolarità, possiamo citare sicuramente il concetto di morte, intesa non solo in senso negativo, ma anche come mezzo espiatorio delle proprie colpe o come simbolo di estrema dedizione. Il concetto di forza, intesa non semplicemente come la forza fisica o aggressività, magari esibita, piuttosto come capacità di sopportazione, da non ostentare e mostrare al momento opportuno. E, non ultimo, il senso estetico: il guerriero avrebbe dovuto possedere una certa delicatezza, intesa sia come buone maniere e portamento sia come amore per il bello nelle sue varie espressioni naturali e artistiche.

falco

Falco, un altro eroico personaggio forse più semplice da capire rispetto a Ryuga ma sempre modellato sui medesimi valori.

Nel 1717 viene composto un testo che assumerà fama mondiale nei secoli a venire:  Hagakure (葉隠). Siamo gia cento anni dopo la prima comparsa documentata della parola Bushido; i samurai sono sempre meno guerrieri e sempre più burocrati/amministratori. Il libro, composto da Yamamoto Tsunetomo ma pubblicato solo molti anni dopo la sua stesura, contiene una serie di insegnamenti che avrebbero dovuto guidare il samurai in questa nuova epoca di pace. In esso troviamo il famoso passo ” 武士道と云ふは死ぬ事と見つけたり” (Bushidou toifu ha shinu koto to mitsuketari –“la via del guerriero è la via della morte”). Curiosamente, questo libro poté essere scritto poiché il suo autore non effettuò il  Junshi (殉死), ovvero il “suicidio di fedeltà” a cui di solito erano tenuti i vassalli alla morte del proprio signore. Ciò avvenne in quanto Nabeshima Mitsuhige, il daimiyo di Yamamoto Tsunetomo, disapprovava tale tradizione e conseguentemente fu fatto divieto ai suoi vassalli di suicidarsi anche dopo la morte dello stesso Nabeshima.

La parola Bushido continua comunque ad essere piuttosto rara in letteratura; perché diventi di uso comune e acquisti il significato odierno, è necessario attendere… il 20° secolo!

Bushido: The Soul of Japan

Il titolo in inglese non è casuale. La prima opera che si focalizza prettamente sul bushido, proiettandolo nell’immaginario comune, fornendo l’immagine romanzata che tutti conosciamo fu infatti scritta originariamente in inglese, pubblicata nel 1900 e destinata ad un pubblico anglofono. Autore del testo fu uno studioso, Nitobe Inazo, giapponese, ma fortemente influenzato dalla cultura occidentale: convertitosi a circa vent’anni al cristianesimo, più che fluente in inglese, con numerose esperienze di studio e di lavoro all’estero, sposato con una cittadina americana, era probabilmente più a suo agio con la cultura occidentale che con quella giapponese. In quegli anni (era Meiji) il Giappone stava proseguendo a grande velocità il suo processo di modernizzazione, passando da una società di stampo ancora feudale rimasta isolata per 267 anni, a una società moderna, industrializzata, che potesse tenere il passo con le potenze occidentali. Nitobe pensa di scrivere un testo che presenti al mondo il Giappone e quelle che sarebbero le sue virtù principali. Nitobe individua 8 virtù fondamentali che secondo lui sarebbero alla base del bushido, il codice d’onore proprio dei samurai, e che sarebbero rappresentative dello spirito giapponese:

1) 義 – Rettitudine

2) 勇 – Coraggio

3) 仁 – Benevolenza

4) 礼 – Rispetto

5) 誠 – Integrità

6) 名誉 – Onore

7) 忠義 – Lealtà

8 ) 自制 – Compostezza

Per spiegare questi concetti Nitobe non fa riferimento tanto a fonti giapponesi ma usa spesso riferimenti occidentali; molte citazioni provengono addirittura dalla Bibbia.

Bushido: The Soul of Japan fu un immediato best-seller in Occidente, che all’epoca possedeva una conoscenza estremamente limitata del Giappone, e che cominciò piano piano ad innamorarsi di questa nazione esotica. In patria il libro fu accolto inizialmente con molto scetticismo. Una delle critiche che più venne rivolta all’autore fu quella di non essere adatto a parlare dell’argomento, sia perché non sufficientemente preparato sulla cultura giapponese, sia perché il pubblico occidentale non avrebbe avuto i presupposti necessari per comprendere tale cultura. Non ultimo, Nitobe si sarebbe di fatto inventato questo codice estraendo arbitrariamente le 8 virtù e senza fornire abbastanza prove storiche, ma solo un’idea romanzata di quello che avrebbe dovuto essere il codice d’onore dei samurai. In ogni caso, entro pochi anni il Giappone sarebbe diventato una nazione militarista e avrebbe iniziato ad espandersi nel resto dell’Asia. Questa nuova idea di Bushido era decisamente utile alle gerarchie militari come mezzo di propaganda presso la popolazione e le truppe impegnate in guerra: fu cosi che il bushido “inventato” da Nitobe uscì fuori dall’anonimato diventando il motore del nuovo Giappone militarista. Anche Hagakure, che fino ad allora era un testo conosciuto dagli accademici, subì la stessa sorte, diventando uno strumento di propaganda e un “propulsore” per le truppe giapponesi. Di lì ai giorni nostri, una quantità incalcolabile di rappresentazioni cinematografiche, teatrali, letterarie e ovviamente anche animate, giapponesi e non, avrebbero continuato perpetrare l’idea di bushido come il codice d’onore che guidava le azioni dei samurai, basato sulle otto virtù individuate da Nitobe.

Conclusioni

I samurai quindi non avevano in realtà nessun etica o un qualche codice morale? Certo che ne avevano. Ma ciò che è stato poi chiamato Bushido è qualcosa di decisamente diverso da ciò che molti, troppi occidentali sono stati portati a credere. Se il popolo giapponese attribuisce una certa importanza a determinati valori, e questi naturalmente emergano nelle varie produzioni culturali (tra cui i manga), è perché il percorso storico di questo popolo ha portato a tale situazione. Allo stesso modo, altri percorsi storici hanno fatto si che nelle società occidentali assumessero maggiore importanza altri valori.

shortlink: http://wp.me/p1KoP8-7Z2

Hokuto – Tra Storia e Leggenda (prima parte)

Dopo aver rimandato tante volte, finalmente ho deciso di portare a compimento un progetto che tenevo nel cassetto da molto tempo: una cronologia accurata e coerente delle vicende narrate in Hokuto No Ken. In questo primo appuntamento parlerò ovviamente della storia antica dell’Hokuto Shinken, ricostruendo tutto ciò che è possibile ricostruire tramite le uniche opere che – in quanto realizzate direttamente dagli autori originali – possono essere ritenute canoniche:

  • Hokuto No Ken (il manga, incluso “Last Piece” il capitolo celebrativo per il trentennale)
  • Souten No Ken (il manga)
  • Jubaku No Machi (il romanzo)

Tutto il resto – a partire dall’anime televisivo storico fino alle recenti produzioni della pentalogia – non verrà quindi preso in considerazione per il semplice fatto che il loro contenuto rappresenta una differente interpretazione (spesso anche contraddittoria) dei fatti e non un universo espanso come molti erroneamente sono portati a credere.

Altri dati che invece ho ritenuto di dover prendere in considerazione sono:

  • Storia e miti della Cina e del Giappone
  • Storia delle arti marziali orientali
  • Hokuto No Ken Certificate Examination (pubblicazione con dati ufficiali sul manga originale)

Quindi, in buona sostanza, anche se non mi sento di definire “ufficiale” questa ricostruzione dei fatti, di certo posso affermare che ho cercato il più possibile di evitare speculazioni senza fondamento o sconfinare addirittura nella mera fan fiction, anche perché lo scopo è fare chiarezza, non confondere ancora di più le idee degli appassionati.

Ecco, penso di aver detto tutto, allora non mi resta che augurarvi buona lettura 😉

Le origini di Hokuto

Nota: Cercare di ricostruire nei minimi dettagli, date comprese, la storia della nascita della Dinastia Principale e delle diverse casate di Hokuto è un’impresa sostanzialmente impossibile. Le informazioni rintracciabili nelle opere canoniche sono infatti poche e spesso lacunose sotto il profilo storico. Per questo, una prima parte della presente cronologia sarà trattata in maniera riassuntiva, senza tentare di stabilire date che non siano in qualche modo riscontrabili.

Si narra, con il sapore della leggenda, che l’Imperatore  Liu Zhuāng (劉莊), appartenente alla dinastia degli Han orientali,  sognò un uomo dorato e, colpito da tale evento, diede ascolto ad un suo consigliere, che suggerì si potesse trattare di una divinità straniera: Buddha. Vennero quindi inviati degli ambasciatori verso Occidente che tornarono, nel 67 d.C.,  assieme a due monaci, trasportati su un cavallo bianco, i quali recavano con sé i rotoli delle loro scuole e che costruirono il Tempio del Cavallo Bianco (白馬寺) presso la Capitale Luòyáng. L’incontro tra l’illuminato Imperatore e quei monaci missionari venne visto da entrambe le parti come un segno del destino.  Nel manga viene brevemente accennato ad un episodio particolare, avvenuto sul Koutendai (降天台 – Collina Celeste),  in cui gli déi affidarono la loro spada al capostipite della dinastia. Non viene spiegato di preciso cosa accadde, ma di fatto si capisce che ci fu un segno tangibile del favore che il Cielo aveva riservato ai membri della casata di Liu Zhuāng, qualcosa che spinse i monaci ad insegnar loro i segreti della loro micidiale arte marziale, nata in India circa 2.000 anni prima: l’Hokuto Sōkeken* (北斗宗家拳 – Hokuto della Dinastia Principale). Simbolo di quest’arte è la costellazione che in Giappone viene chiamata  Hokuto (北斗 – Mestolo del Nord), un gruppo di sette stelle all’interno dell’Orsa Maggiore che corrispondono al nostro “Grande Carro”.

*= Hokuto Sōkeken è chiaramente il nome che prese in quel periodo, mentre non è dato sapere quale fosse il nome originario di quest’antichissima arte marziale. Gli autori potrebbero però aver preso spunto dal Kalari Payattu, arte marziale indiana antica di 4.000 anni. Tale tecnica di combattimento, tutt’oggi esistente, avrebbe tra i suoi segreti la capacità di agire su determinati punti vitali del corpo umano (chiamati Marma) sia per guarire le ferite che per debilitare o addirittura uccidere l’avversario. Esportata in Cina dai buddhisti, si dice abbia dato origine al Kung Fu e al Ju Jitsu!

La prima diramazione di quest’arte micidiale fu il Gento Kōken (元斗皇拳 – Scuola Imperiale di Gento), una tecnica che aveva il compito di proteggere direttamente l’Imperatore del Cielo (天帝 – Tentei), il cui simbolo celeste è la Stella Polare (大極星 – Taikyoku-sei), dalla quale viene appunto il nome della tecnica, ovvero “Gento” (元斗 – Stella Primigenea). In seguito venne a crearsi il Nanto Seiken (南斗聖拳 – Sacra Scuola di Nanto), i cui 6 maestri principali erano chiamati Comandanti della Guardia (衛将 – Eisho) dei 6 cancelli della residenza dell’Imperatore. Caratterizzato da ben 108 stili differenti, il Nanto Seiken trova il suo simbolo nel Mestolo del Sud (南斗 – Nanto), un gruppo di sei stelle all’interno della costellazione del Sagittario che, secondo l’astronomia orientale, si contrappone ad Hokuto.

Il governo sotto la Dinastia Han

E’ interessante notare che nel manga originale ci sono alcuni riferimenti dai quali è possibile intuire quale fosse il ruolo assegnato alle diverse scuole raffrontando quello che viene detto con i dati storici sul periodo in cui è ambientata la loro ipotetica genesi. In particolare, come detto poco sopra, sotto la Dinastia Han ogni entrata del Nan Gong (Palazzo del Sud), il luogo in cui risiedeva l’Imperatore, era sorvegliata dai Ministri della Guardia (detti anche Comandanti della Guardia, proprio come nel manga), che erano autorizzati a togliere la vita a chiunque – fosse anche un nobile o un ufficiale – tentasse di entrare senza un permesso esplicito. Durante le emergenze avevano il compito di non far passare assolutamente nessuno a meno che questi non vi riuscisse con la forza. Le guardie venivano inoltre scelte fra i contadini tramite una specie di servizio di leva militare, che prevedeva l’obbligo di servire per almeno un anno. Similmente, sempre in base anche a ciò che si vede nel manga, è molto probabile che il successore del Gento Kōken avesse il compito di Ministro della Giustizia. Il potere di questa carica era infatti secondo solo a quello dell’Imperatore stesso e si occupava di difendere, interpretare ed amministrare la legge. Poteva essere inviato a risolvere questioni fino ai confini dell’Impero e aveva facoltà di concedere amnistie o ordinare esecuzioni capitali. Per quanto riguarda l’Hokuto, invece, è molto più probabile che mantenesse un profilo basso ed agisse nell’ombra. La carica che ritengo più probabile è quella di Tutore dell’Erede Ufficiale, che si occupava di educare e proteggere gli appartenenti alla casata Liu che sarebbero divenuti i nuovi Imperatori.

Quando, nel 189 d.C., morì l’Imperatore Liú Hóng (劉宏), esplose un turbolento periodo di battaglie per il potere. I monaci tutelari dell’Hokuto Sōkeken decisero allora di affidare il destino del mondo nelle mani di un discendente della casata che avrebbe dovuto creare una nuova e definitiva arte marziale. Bisognava però capire chi, tra i due neonati Shuken e Ryuoh,  entrambi eredi della casata Liu e figli delle due sorelle Shume e Ouka, era degno di tale compito. Portati i due bambini sul Koutendai, venne lasciato agli dèi il compito di scegliere: chi dei due fosse sopravvissuto sarebbe diventato il fondatore della nuova arte.

Perché Shuken e Ryuoh non potevano essere entrambi fondatori?

In giapponese esistono molte espressioni tipo 天下一、天下無双 che stanno a significare fondamentalmente “unico sulla terra, il solo al mondo”. Questo ruolo potrebbe essere sia quello di un sovrano ( re o imperatore) ma anche quello di un semplice leader ( condottiero, capo dell’esercito, ecc). Non possono esserci due leader perché ciò turberebbe l’armonia generale che, almeno in Giappone, è ciò che viene prima di tutto. Ma anche perché vorrebbe dire che chi sta in alto, intendendo con ciò sia le divinità sia chi ha semplicemente il potere di decidere e delegare, non sia riuscito a scegliere la persona adatta che, secondo credenza, deve essere necessariamente una sola. Se ne parla anche nell’Arte della guerra di Sun Tsu. Questi sono concetti sono ancora oggi ben vivi in Oriente ed è normale che riaffiorino in varie espressioni culturali. (nota di Carmine Napolitano)

Shume, molto malata e prossima alla morte, si recò di nascosto sulla collina per salvare la vita di suo figlio Shuken, ma venne scoperta dai monaci. A quel punto la scelta doveva ricadere su Ryuoh, ma Ouka, colpita dal profondo amore che la sorella aveva mostrato nei confronti del figlio, decise di sacrificare la sua vita, gettandosi dal monte, a patto che Shuken venisse scelto come fondatore.
Agli anziani non rimase che prendere atto del destino di Shuken, il quale era stato protetto dall’amore di due donne. Era chiaro che il Cielo aveva scelto lui come fondatore della nuova arte!

Di conseguenza, a Shuken vennero insegnati i segreti dell’Hokuto Sōkeken e, quando fu abbastanza adulto, intraprese un viaggio che lo avrebbe portato ad incontrare il popolo degli Yuezhi ed apprendere la tecnica segreta che in esso si tramandava: il Seito Gekken (西斗月拳 – Scuola Lunare di Seito). Tale arte aveva infatti perfezionato l’utilizzo dei Keiraku Hikō (経絡秘孔 – Punti Segreti di Pressione) molto più di quanto non avesse fatto l’Hokuto Sōkeken e, impadronendosene, Shuken avrebbe finalmente potuto dar vita alla più micidiale tecnica assassina.

Questo tuttavia costò un enorme tributo di sangue. Dietro l’ordine tassativo dei monaci tutelari della Dinastia Principale, Shuken dovette uccidere con le sue stesse mani coloro che lo avevano accolto come un fratello. Anche Yama, la donna di cui si era innamorato e da cui aspettava un bambino doveva essere eliminata. Il Seito Gekken doveva estinguersi perché la nuova arte di Hokuto mantenesse intatta la sua potenza e fosse in grado di salvare il mondo. Shuken, tuttavia, non riuscì a posare neanche un dito sull’amata, la quale, dal canto proprio, decise comunque di sacrificarsi spontaneamente per un bene superiore e si gettò da un dirupo.

lo-sterminio-del-seito-gekken

La sorte di Yama e del Seito Gekken

Miracolosamente Yama non morì e in seguito diede alla luce il bambino che portava in grembo. Braccata però  dagli Yuezhi, che volevano mettere a morte il figlio del traditore, si tolse la vita dinanzi ai suoi inseguitori pur di placare il loro odio e permettere al piccolo di salvarsi. Questi, di fronte alla morte di quella donna coraggiosa, decisero di abbandonare il neonato vicino al cadavere della madre, lasciando che fosse il Cielo a deciderne il fato. Ancora una volta il nume tutelare del Seito Gekken intervenne come aveva già fatto per Yama e salvò il bambino, che crebbe e divenne il nuovo depositario di quella formidabile arte.

Shuken iniziò allora a sviluppare l’Hokuto Shinken (北斗神拳 – Divina Scuola di Hokuto). Venne introdotta quindi la regola dell’Isshisōden (一子相伝) che, come primo vero punto di rottura con la tradizione del Sōkeken, stabiliva la successione diretta di padre in figlio. Per ogni generazione un solo maestro avrebbe avuto il permesso di  utilizzare ed insegnare la nuova arte, mentre a tutti gli altri praticanti sarebbe stato proibito di usarla per scopi personali o di tramandarla ad altri. Gli allievi scartati per la successione avrebbero potuto mantenere le conoscenze acquisite a patto di non contravvenire a tale proibizione, pena la cancellazione della memoria, la distruzione delle mani o addirittura la morte per mano del successore stesso. Questo, oltre a ricordare in eterno la tragedia che aveva portato alla scelta di Shuken come fondatore,  avrebbe fatto sì che la scuola mantenesse intatta la sua potenza sul campo di battaglia, impedendo che la tecnica si frazionasse in maniera eccessiva o che cadesse in mani sbagliate. Anche Ryuoh ebbe accesso agli insegnamenti, ma a lui e alla sua discendenza venne assegnato il ruolo di ramo cadetto, dal quale sarebbe stato scelto un successore solo se fosse mancato nel ramo principale. Grazie all’introduzione dell’Isshisōden chiunque poteva diventare allievo della scuola e questo permetteva non solo di avere sempre dei validi avversari con cui misurarsi, ma anche di individuare ed addestrare potenti guerrieri che avrebbero servito fedelmente i successori della Dinastia Principale.

Le Tre Casate di Hokuto

Negli anni a seguire, mentre la Cina versava nel caos, l’Hokuto Shinken veniva perfezionato sul campo di battaglia, mentre si cercava disperatamente di ristabilire la dinastia Han. Tuttavia, gli eventi portarono ad un’inaspettata svolta e il territorio venne infine diviso in tre Regni: Shu, Wu e Wei. Non potendo sapere a priori chi sarebbe stato, tra i reggenti di quelle nazioni, l’eroe che il Cielo avrebbe scelto per riportare la pace, i monaci tutelari decisero per una scissione che avrebbe portato Hokuto a proteggerli tutti e tre. In Souten No Ken la faccenda viene solo brevemente accennata e non si scende nel dettaglio, sappiamo solo che da quel momento in poi l’Hokuto venne diviso fra Tre Casate (北斗三家 – Hokuto Sanka) e le arti che ne drivarono furono identificate come Hokuto Sonka Ken (北斗孫家拳 – Scuola della Casata Sun di Hokuto), Hokuto Sōka Ken (北斗曹家拳 – Scuola della Casata Cao di Hokuto) e Hokuto Ryūka Ken (北斗劉家拳 – Scuola della Casata Liu di Hokuto).  Quest’ultima, come si evince dal nome stesso, era chiaramente sempre la tecnica fondata da Shuken, l’Hokuto Shinken, mentre non esiste alcuna informazione riguardo ai maestri che vennero scelti per dar vita alle altre due.

EPSON scanner Image

La vera svolta nella storia di Hokuto avvenne però soltanto nell’806 d.C., quando Kūkai, monaco buddhista, partì per il Giappone portando con sé tre giovani. Costoro altri non erano che tre discendenti della Dinastia Principale scelti dal Cielo per compiere un passo fondamentale: portare l’Hokuto Shinken in quella nuova terra in cui si sarebbe finalmente evoluto nella tecnica di combattimento definitiva.  Tuttavia, mentre il ramo principale perfezionava la tecnica in Giappone, i membri del ramo cadetto decisero di restare in Cina a perpetuare l’Hokuto Ryūka Ken, che da quel momento in poi sarebbe stato chiamato anche Hokuto Ryūken (北斗琉拳 – Scuola della Gemma Splendente di Hokuto). Venne allora istituito il Tenju No Gi (天授の儀 – Rito del Dono Celeste) per fare in modo che, almeno una volta per ogni generazione, il successore dell’Hokuto Shinken affrontasse il successore dell’Hokuto Ryūka Ken per stabilire chi dei due era approvato dal Cielo.

L’Hokuto Shinken, il Karate e il Rito del Dono Celeste

Per arrivare alla conclusione che Hokuto Ryuken e Hokuto Shinken erano la stessa cosa fino a quando non si separarono tra Cina e Giappone mi sono rifatto ad un parallelismo piuttosto noto tra la storia di Hokuto e la storia del Karate. Gli autori, infatti, sembrano essersi ispirati all’arte marziale che per eccellenza distingue il loro Paese. Senza scendere troppo nei dettagli, basti sapere che l’arte marziale che si trasformò nel Karate odierno proveniva dalla Cina e a tal proposito viene detto: “Le tecniche, meno numerose che nell’arte d’origine, furono, per questa stessa ragione, praticate più intensamente e rielaborate in modo da permettere di affrontare la molteplicità delle situazioni che potevano presentarsi. (…) E’ il paradosso del karate, di continuare a evolvere pur dando l’apparenza di un’arte pervenuta alla stabilita di una lunga tradizione…”. La conferma ufficiale si trova nell’Hokuto No Ken Certificate Examination, in cui si parla di Hokuto Shinken “originario”(riferendosi all’Hokuto Ryuken che è rimasto in Cina) e Hokuto Shinken “evoluto” (riferendosi invece a quello che tutti conosciamo). E’ bene ricordare, infatti, che l’unica produzione in cui Ryuoh viene definito fondatore dell’Hokuto Ryuken è l’anime televisivo storico, mentre tanto nel manga originale quanto in Souten No Ken, questo non viene mai detto. E in effetti basta riflettere un attimo per capire che Ryuoh non poteva essere fondatore di alcunché, in quanto ciò sarebbe stato – tanto per lui quanto per i monaci tutelari – come sputare sul sacrificio di sua madre. Anche il segreto celato nella Sacra Stele (聖塔) assume finalmente contorni meglio definiti. Si può infatti comprendere che in essa è racchiusa una sorta di memoria collettiva dei diversi maestri di Hokuto che si sono avvicendati nel corso dei secoli. Un’eredità che permette al successore designato dal Cielo (sia esso del ramo principale o del ramo cadetto) di riunire in sé ogni progresso fatto negli oltre 2.000 anni anni di storia della Dinastia Principale ed aggiungere a sua volta un nuovo tassello costituito dai propri ricordi e dalle proprie conoscenze.

la-sacra-stele

In Giappone i maestri dell’Hokuto Shinken continuarono ad operare in segreto per favorire la pace, proteggendo gli eroi in grado di ristabilirla. Nell’epoca Sengoku (1478 – 1605), periodo storico in cui la nazione era divisa in tanti feudi in guerra fra loro, compito del successore fu quello di sostenere tre possibili condottieri nell’attesa che il Cielo decidesse chi, tra loro, avrebbe riunificato il paese: Nobunaga Oda, Tokugawa Ieyasu e Toyotomi Hideyoshi.

La storia ci dice che, in seguito alla vittoria riportata nella battaglia di Sekigahara, nel 1603 Tokugawa Ieyasu prese il potere e seguirono oltre due secoli e mezzo di dittatura chiamati anche “periodo Edo” (dal nome della capitale in cui risiedeva lo Shogun, l’odierna Tokyo) in cui la nazione fece enormi passi avanti sotto il profilo economico ed urbanistico. Verosimilmente è in quello stesso periodo che i successori dell’Hokuto Shinken decisero di stabilirsi a Edo, continuando a tramandare la propria arte di padre in figlio mentre agli occhi di tutti apparivano come semplici monaci buddhisti.

Nanto, Gento e… Hokumon!

Ad un certo punto (ma non è dato sapere quando e perché) anche il Nanto Seiken ha attraversato il mare e si è stabilito in Giappone mentre, per quanto riguarda il Gento Kōken, dal manga è possibile soltanto dedurre che aveva continuato a proteggere in segreto la discendenza dell’Imperatore Liú Hóng nell’attesa, in un futuro non ben definito, di poter restaurare l’Impero del Cielo. Anche in questo caso non si può dire con certezza quando la Scuola di Gento si stabilì in Giappone, ma sono propenso a credere che, con buona probabilità, sia rimasta in Cina fino a quando il Paese non è stato invaso dalla stessa potenza straniera citata da Han nel manga. A quel punto è facile immaginare che, per proteggere i discendenti dell’Imperatore, si sia scelto di fuggire in Giappone. Anche per l’Hokumon No Ken (北門の拳 – Tecnica del Tempio del Nord) non è possibile dire molto, se non che, in base a quanto riportato nel romanzo, si tratta di una variante dell’Hokuto Shinken praticata soltanto tra le mura del Tempio del Nord come strumento per elevare il proprio livello di coscienza e raggiungere l’Illuminazione. Non è possibile stabilire quando sia nata, ma è plausibile credere (come viene fatto intendere anche nel racconto) che il suo fondatore fosse un allievo dell’Hokuto Shinken che, scartato per la successione, aveva conservato le conoscenze acquisite.

hokumon

…1878

Mentre il periodo Meiji, soppiantato lo shogunato Tokugawa, proietta il Giappone verso il modello occidentale, favorendo l’industrializzazione e la crescita economica, nasce Tesshin, ultimo erede della stirpe dei Kasumi (in cui ormai scorre il sangue del ramo principale della casata Liu) l’uomo che diverrà il 61° successore dell’Hokuto Shinken.

(Continua…)


Ringraziamenti

Ringrazio Andrea “MusashiMiyamoto” Mazzitelli per avermi aiutato a decifrare il contenuto dell’Hokuto No Ken Certificate Examination e  in generale per il supporto con la lingua degli antichi samurai. Ringrazio inoltre i membri del nostro gruppo facebook perché, con domande specifiche e ben mirate, mi hanno indirettamente spinto ad approfondire meglio certi aspetti dell’opera.

Shortlink: http://wp.me/p1KoP8-7SM

Anche Leiji Matsumoto vicino alle vittime del sisma

leiji matsumoto harlock terremoto

Mentre gente indegna approfitta del momento per farsi un po’ di pubblicità grazie a squallide vignette che ridicolizzano le vittime del terremoto che ha colpito il Centro Italia, dal Giappone il maestro Leiji Matsumoto, padre di Capitan Harlock, Galaxy Express 999, Corazzata Spaziale Yamato e tanti altri, ci mostra come si comporta davvero una persona di cuore, seguendo in parte l’esempio del collega Tetsuya Chiba di cui abbiamo parlato solo la scorsa settimana.

Il maestro ha infatti espresso telefonicamente, al presidente dell’Associazione Culturale Leiji Matsumoto, tutta la sua solidarietá per il popolo italiano con non poca commozione e ha dunque inviato, tramite Toshiro Fukuoka, manager della Art Space di Tokyo, 5 shikishi dedicati “VICINO AGLI AMICI ITALIANI” che saranno esposti il 24/25 settembre in occasione del Lama Comics & Games a Castel di Lama (AP) all’interno di “Un treno per la solidarietà”, una mostra con ingresso ad offerta libera a lui dedicata il cui intero ricavato sarà devoluto alle vittime del sisma. Gli shikishi saranno a breve messi all’asta e l’intero ricavato devoluto alla popolazione terremotata. A ciò, ha aggiunto anche un sentito videomessaggio.

Il maestro ha disegnato un anche altro shikishi dedicato al presidente del Leiji Matsumoto Official Fan Club di Tokyo. Anche questo, come quelli giá inviati in Italia sará messo all’asta – questa volta in Giappone – e l’intero ricavato sará devoluto in beneficenza.

matsumoto harlock terremoto tokyo

Le parole dello shikishi recitano: “A tutti gli italiani che soffrono. Il mio cuore è addolorato per le persone decedute. Vi prego di tenere duro”. Nel cerchio l’ideogramma “vita”.

Di seguito il comunicato congiunto del Fan Club e del Maestro:

“Porgiamo sentite condoglianze alle vittime del sisma e alle loro famiglie, ed esprimiamo dal profondo del cuore la nostra solidarietà a tutte le persone ancora attualmente costrette a una vita difficile. Preghiamo di cuore affinché tutti possano recuperare una tranquilla e sicura quotidianità nel più breve tempo possibile”.

In basso, la locandina ufficiale della mostra. Per tutte le info al riguardo, scrivete al seguente indirizzo: info@leijimatsumoto.it

mostra matsumoto