Anime Tribute – Lupin III

Ben ritrovati con la rubrica dedicata agli anime che ci hanno tenuto compagnia da bambini e che magari – come in questo caso – continuano a tenerci compagnia ancora oggi. Stavolta parliamo di un cult che oserei definire immortale e che oggi, 10 agosto 2017, compie ben 50 anni: Lupin III !!

lupin

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Lupin Sansei (ルパン三世)
Episodi: 23, 155, 50, 24
Registi: Molti, ma i primi furono Masaaki Osumi, Hayao Miyazaki e Isao Takahata, che gettarono le basi per tutte le serie successive
Character Design: Yasuo Ōtsuka, Takeo Kitahara, Yusan Aoki, Hisao Yokobori
Musiche: Takeo Yamashita,ji Ōno
Produzione: Tokyo Movie Shinsha
Prime TV (J):
197119771984 2015
Prime TV (ITA):
1979198119872015

Trama e tematiche principali

Chi non conosce Lupin, l’imbattibile ladro gentiluomo che viaggia attorno al mondo mettendo a segno colpi impossibili? E chi non conosce Jigen, l’infallibile pistolero che spara seguendo la tesa del proprio cappello? Chi, ancora, non conosce Goemon, il silenzioso samurai la cui spada è capace di tagliare di tutto con estrema precisione o Fujiko, la bellissima, spregiudicata ed inafferrabile ladra che ha fatto della seduzione la sua arma più pericolosa? Infine, chi non conosce Zenigata, stoico ispettore dell’Interpol che ha fatto della cattura di questi stupefacenti criminali la sua ragione di vita, inseguendoli in ogni angolo del globo? Personaggi ormai entrati nell’immaginario collettivo, i protagonisti dell’anime Lupin III sono noti al grande pubblico e restano fedeli a sé stessi praticamente da mezzo secolo, tanto che basta nominarli a chiunque per richiamare alla mente le precise caratteristiche di ognuno. E questi, in fondo, sono gli unici elementi della trama che è necessario conoscere per godersi ogni singolo episodio o special televisivo, ogni singolo film cinematografico ed ogni singolo OAV legati alla serie, senza distinzione alcuna.

lupin personaggi

In prima battuta si potrebbe pensare che questo sia un limite, perché la consueta formula nota come “squadra che vince non si cambia” ha spesso portato tante serie (non solo animate) ad arenarsi in una ripetitività che presto o tardi ne hanno decretato la fine, mentre invece per Lupin e soci l’incantesimo non si rompe mai e le loro storie riescono sempre ad affascinare e a tenere incollati i telespettatori davanti allo schermo. Perché se magari in un episodio i nostri eroi hanno a che fare con il tipico riccone megalomane che vuole conquistare il mondo, in un altro se la vedono con stregoni in grado di resuscitare i morti, spietati killer dagli strani poteri e chi più ne ha più ne metta. Sembra infatti non esserci limite alla varietà di imprese di cui Lupin e la sua banda si sono resi e si rendono ancora protagonisti, ma è comunque possibile individuare all’interno di esse una serie di temi ricorrenti che adesso andremo a vedere.

lupin cagliostro

Il fulcro principale attorno a cui ruotano tutte le vicende è sempre e comunque l’umanità, quell’insieme di sentimenti e valori positivi che distinguono i protagonisti dai loro nemici. Lupin e i suoi compagni sono infatti dei ladri, persone che si muovono con disinvoltura negli ambienti criminali, eppure capaci di mostrare un senso morale maggiore dei “mostri” contro cui si ritrovano di volta in volta a dover combattere. Occhio però: Lupin non è Robin Hood, non ruba ai ricchi per dare ai poveri, sia chiaro, ma è sempre pronto a fare la cosa giusta quando le circostanze lo richiedono , anche a costo di rimetterci. E questo è ciò che spesso e volentieri, nonostante tutto, permette a Zenigata di ritrovarsi dalla stessa parte della barricata del suo arcinemico, perché i criminali veri, continua a ripeterci la serie, sono quelli che non si fanno alcuno scrupolo a calpestare la vita e la dignità del prossimo pur di raggiungere i propri scopi. Anni luce prima che Nolan ci catechizzasse con Batman Begins, Lupin ci insegnava già che “non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica”.

A seguire, è la temerarietà di Lupin e dei suoi compagni a costituire l’altro elemento fondante della serie. Essi infatti non provano diletto in “semplici” rapine in banca o assalti a furgoni portavalori, perché l’arricchirsi, per loro, non è lo scopo principale, ma l’eventuale conseguenza, un premio aggiuntivo se vogliamo, di quel pericoloso gioco che li spinge, di volta in volta, a mettersi alla prova contro sfide apparentemente impossibili. Il gusto di riuscire a violare fantascientifici sistemi di sicurezza ritenuti inviolabili, la consapevolezza di essere gli unici al mondo a mettere a segno dei colpi che tutti gli altri non avrebbero nemmeno la fantasia d’immaginare, l’essere per questo temuti e rispettati ma anche braccati costantemente dalle forze dell’ordine e bersaglio, spesso e volentieri, di altri ambiziosi criminali, rappresentano la vera ricompensa delle imprese di Lupin e soci.

Terzo importante elemento è la libertà. I protagonisti, infatti, non sono fuorilegge solo perché ciò che fanno costituisce reato, ma lo sono proprio con il cuore. Benché essi stessi posseggano una morale, non possono però vivere secondo le normali regole della società perché, come si suol dire, “gli unici pesci che seguono la corrente sono i pesci morti”. E se Zenigata incarna proprio quella “legge” che cerca di continuo di ingabbiarli e ricondurli sulla “retta via”, Lupin, Jigen, Goemon e Fujiko sono l’incarnazione di un’individualità che non riconosce padroni se non il proprio desiderio di sentirsi vivi. Non un’istigazione a delinquere, quindi, ma un grido che incita lo spettatore a non lasciare che siano altri a decidere cosa dovrebbe fare della sua vita. Un monito che, anche se rivolto principalmente alla società giapponese, si può estendere ad ogni latitudine ed ogni età, forse il vero motivo per cui Lupin è un mito intergenerazionale.

Caratteristiche peculiari

La prima caratteristica che colpisce qualsiasi spettatore delle vicende di cui si rendono protagonisti il ladro gentiluomo e la sua banda è di certo il profondo senso d’avventura che vi si respira. Traendo spunto dai film di James Bond, i personaggi non stanno mai fermi, sono sempre in giro per il mondo – spaziando con disinvoltura tra luoghi realmente esistenti ed altri di pura fantasia – alla ricerca di nuove sfide da affrontare e immensi tesori su cui mettere le mani. Anche l’atmosfera generale, connubio di sonorità, mode e costumi tipicamente anni ’60 e ’70, ha un suo peso specifico non indifferente, soprattutto nelle prime serie, quelle più famose. In particolare la colonna sonora di Lupin è stata sempre molto ricercata. Che si trattasse della musica jazz accompagnata dalla voce di Charlie Kosei o dell’energica “Super Hero”, cantata da Tommy Snyder, la scelta dei brani ha donato all’anime un’aura molto più affascinante ed internazionale rispetto alla quasi totalità delle altre produzioni del Sol Levante. Dulcis in fundo, i protagonisti stessi, con le loro vite ed il loro passato, rappresentano spesso il fulcro delle appassionanti trame dei diversi episodi, film e OAV. Tanto Lupin, quanto Jigen, Goemon, Fujiko e anche Zenigata hanno sempre qualche “scheletro nell’armadio”, qualche vecchio amore / amico / nemico o qualche mistero da rivelare (sì, anche dopo ben 10 lustri!) e ciò, di per sé, già da solo costituisce un motivo che spinge lo spettatore a continuare a seguire l’evolversi delle loro avventure.

Il manga originale

Creato da Monkey Punch (nome di battaglia di Kazuhiko Katō), Lupin inizia le sue prime scorribande sulle pagine di Weekly Manga Action nell’ormai lontano 10 agosto 1967 ed è subito un grosso successo. Questo perché, pur nascendo come Seinen (manga per adulti) e quindi con contenuti espliciti, riesce a far presa anche sul pubblico più giovane e la prima serie, che era stata pensata per durare soltanto 3 mesi, viene prolungata fino al 1969 proprio per via di questo inaspettato ed enorme consenso. E se visivamente, per via del peculiare stile di disegno dell’autore, già si notano parecchio le differenze rispetto alle varie trasposizioni animate, quello che davvero colpisce chiunque abbia letto il manga è che i protagonisti, a parte forse Fujiko, godono di una caratterizzazione profondamente diversa da quella che ormai quasi tutto il mondo ritiene come “canonica” e che ho descritto all’inizio dell’articolo. Lupin e soci, su carta, non sono infatti solo più libertini nei costumi, ma anche più spregiudicati sul piano morale. Anche le dinamiche che li vogliono tutti come una banda affiatata sono in realtà diverse da quelle che abbiamo imparato a conoscere e, nella maggioranza dei casi, ognuno persegue i propri scopi personali. Oltretutto, cosa che mai si è vista sullo schermo, Monkey Punch si divertiva molto a far rivolgere i personaggi direttamente al lettore: Lupin e gli altri si rendono conto infatti di essere solo i protagonisti di un fumetto e non è raro vederli lamentarsi proprio delle scelte dell’autore! Insomma, di differenze ce ne sono veramente tantissime.

“Ma perché tutta questa differenza?”, vi starete chiedendo. Beh, in realtà dietro non c’è chissà quale oscura ragione ma il semplice fatto – comune a quasi tutte le opere che vengono trasposte in animazione – che il pubblico di riferimento è diverso. Se, infatti, come ho già detto, Lupin nasce quale fumetto per adulti, con tutti gli annessi e connessi del caso, le diverse serie anime, gli special televisivi e i vari film sono invece rivolti il più possibile alla “massa”, cioé ad un pubblico talmente eterogeneo da riuscire a garantire, a chi produce l’animazione, un numero di ascolti abbastanza elevato da generare un ritorno economico in grado di giustificare l’intera operazione. Successe quindi che, quando la Tokyo Movie Shinsha, nel 1971, decise di mandare in onda la prima serie animata di Lupin, quella della “giacca verde”, cercando (pur con tutte le dovute censure) di rimanere più fedele allo spirito del manga, non ottenne i risultati sperati. Recuperò ascolti soltanto con le successive repliche, ma era chiaro che bisognava accattivarsi i favori del pubblico modificando un po’ di cose. Nel frattempo, comunque, Monkey Punch accompagnò questa prima trasposizione animata pubblicando nuovi episodi cartacei dal 1971 al 1972 (episodi che vennero poi raccolti assieme ai precedenti e considerati un’unica prima serie). Nel 1977 ci provarono di nuovo: una nuova serie animata, quella famosa della “giacca rossa”, ed una nuova serie manga ad accompagnarla. Stavolta però le due cose andarono avanti su binari diversi e fu lì che, con un’impostazione significativamente diversa rispetto alla serie precedente, l’anime ottenne il riscontro che si cercava, tanto da arrivare a sfornare ben 155 episodi (contro i soli 23 della prima). Questo, tuttavia, se da un lato decretò il successo anche a livello mondiale di Lupin, fornì a sua volta lo “stampo” che ogni produzione animata sul ladro e i suoi soci avrebbe poi avuto da allora in poi.

Magari qualcuno penserà che l’autore, giustamente, abbia delle rimostranze circa questo “snaturamento” dei suoi personaggi, no? Sorpresa, a Monkey Punch, invece non glie ne può fregare di meno e, anzi, ama vedere Lupin in animazione, apprezzando di volta in volta sia il lavoro svolto da chi si occupa del lato tecnico vero e proprio, sia quello dei diversi registi, ognuno dei quali restituisce la sua particolare visione di Lupin. A tal proposito ci tiene a precisare che “Il Castello di Cagliostro” di Miyazaki è la produzione che più gli piace. Non ci credete? Nel caso, date un’occhiata a questa intervista (in inglese) del 2003. 😉

Lupin e l’Italia: amore indissolubile

Accompagnato dalle note di Planet-O, Lupin è approdato sui nostri teleschermi nel 1979, divenendo quindi uno dei primi anime protagonisti della grande invasione iniziata solo un anno prima con il mitico Goldrake. Da quel momento in poi si è accasato nel Bel Paese e non se n’è andato più, specialmente quando, poco dopo, è passato nelle mani di Mediaset, che ne ha sancito la vera e propria trasformazione in un’icona iniziando a trasmettere ogni singolo anime, film, special televisivo o OAV esistente e mescolando il tutto in una serie infinita di repliche.

Uno dei lati particolarmente positivi di questa gestione quasi esclusiva è stato quello di avere, nella stragrande maggioranza degli adattamenti, una continuità nel cast delle voci italiane, in special modo per quello che riguarda Lupin e Jigen, rispettivamente doppiati da Roberto del GiudiceSandro Pellegrini, due grandi professionisti che purtroppo la morte ci ha strappato via già da alcuni anni. A loro, indiscutibilmente, va il merito di aver contribuito a scolpire nella memoria dei telespettatori il ricordo di questi grandiosi personaggi. Tuttavia, come accaduto a tanti altri anime passati sotto le sforbicianti mani di Mediaset, lo scotto da pagare sono state delle censure a volte anche piuttosto pesanti, ma questo non ha sminuito l’amore degli italiani verso Lupin e soci. Tale amore, nel corso del tempo, non ha solo creato un mercato per t-shirt, borse e altri gadget a tema, ma è sfociato spesso in iniziative uniche e memorabili. Quella che ritengo più importante è la speciale collaborazione instaurata, a partire dal 1994, tra i Kappa Boys e Monkey Punch. Tale sodalizio ha portato non solo alla pubblicazione di Alis Plaudo, esclusivo episodio manga disegnato proprio dall’autore originale su testi dei mitici redattori di Kappa Magazine, ma alla creazione di una vera e propria collana di manga, denominata Lupin III Millennium, realizzata da diversi disegnatori italiani (in realtà uno è realizzato da Shinichi Hiromoto, che dovreste conoscere per Jagi il fiore malvagio) ma sempre sotto la supervisione del papà di Lupin.

 

Un altro bel tributo è sicuramente Basette, un corto presentato nel 2008 da Gabriele Mainetti (oggi famoso per “Lo chiamavano Jeeg Robot”) e interpretato nientemeno che da Valerio Mastandrea, Daniele Liotti, Flavio Insinna, Gabriele Giallini e Luisa Ranieri.

Ultima, ma solo in ordine di tempo, la coproduzione italo-nipponica della recente serie Lupin III – L’avventura italiana, completamente ambientata nel nostro paese e trasmessa da noi in anteprima mondiale (!) nell’estate del 2015.

Sì, lo so, veniva mandata in onda ad orari improponibili e con la peggior sigla che ci si potesse aspettare (senza contare altre “cosette” che ci sono andate storte tipo che in Giappone poi l’hanno trasmessa con diverse scene migliorate…), ma tale produzione resterà comunque una pietra miliare nel rapporto tra Lupin e l’Italia.

Un’avventura senza fine

Molti forse non sanno che, diversamente da tanti anime che abbiamo conosciuto e amato da bambini, Lupin è (dopo Doraemon), l’unico che in Giappone non ha mai avuto momenti di stanca. Ogni anno vengono infatti prodotte non solo nuove storie animate (siano esse special televisivi, serie o film), ma anche nuove storie cartacee (sia per mano di Monkey Punch che di altri mangaka), tanto che, a voler elencare tutto ciò che è stato realizzato su Lupin, c’è letteralmente da perdersi.

Tra le produzioni più recenti, oltre alla già citata avventura italiana, non si possono non menzionare la serie tv “La donna chiamata Fujiko Mine” e i film “La lapide di Jigen Daisuke” e “Goemon Ishikawa imbrattato di sangue”, che hanno puntato i riflettori ognuno su un diverso componente della banda.

 

Menzione a parte, invece, per il non proprio riuscitissimo film dal vivo, del quale sarebbe più che altro bello sapere chi è il genio del marketing che ne ha scelto la locandina italiana…

In più, notizia piuttosto fresca, annunciata durante l’ultima edizione del Japan Expo tenutasi lo scorso luglio, è in lavorazione una nuovissima serie animata, stavolta ambientata in Francia, la terra che ha dato i natali allo scrittore Maurice Leblanc, creatore dell’originale Arsène Lupin da cui Monkey Punch ha tratto ispirazione. Insomma, dopo 50 anni di onorata carriera, un cerchio che si chiude.  🙂

Ci sarebbe ancora tantissimo da dire, ma ci fermiamo qui, con questa accattivante fan-art disegnata da Domenico “Handesigner” Alfieri, artista italiano che molti conoscono proprio grazie alla sua passione per Lupin, qui ritratto assieme a Fujiko e alla mitica Fiat 500 sullo sfondo di Cava de’ Tirreni.

 

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Masami Suda ospite al Roma Cartoon Festival

Il maestro Masami Suda, papà della versione animata di Ken il guerriero, sarà ospite della prima edizione del Roma Cartoon Festival, evento che si terrà dal 23 al 25 giugno 2017.

Da questa mattina è possibile inoltre prenotarsi per incontrarlo e avere un suo autografo!
Per prenotarsi, occorre inviare una mail a info@romacartoonfestival.com specificando:
– NOME e COGNOME
– DATA DI NASCITA
– la preferenza del giorno SABATO o DOMENICA
Riceverete una conferma con un numero identificativo, che vi verrà richiesta il giorno dell’evento. Una email varrà SOLO per un nominativo, tutte le mail contenenti più nominativi non saranno accettate. Tutte le mail che non rispettano le specifiche sopra indicate non riceveranno una mail di risposta.
ATTENZIONE! Una volta ricevute 100 email non sarà più possibile prenotarsi!

E mentre aspettate di incontrarlo, potete sempre farvi un ripasso sulla sua lunga carriera nel mondo dell’animazione 😉

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Ken il guerriero – La Battaglia di Fine Secolo

Lo scorso 19 marzo si è svolto in Giappone il Seikimatsu Butō-kai (世紀末武闘会 – Battaglia di Fine Secolo), l’annuale torneo che vede sfidarsi i migliori giocatori di Hokuto No Ken,  il noto picchiaduro ad incontri realizzato nel 2005 dagli stessi sviluppatori della serie Guilty Gear per il mercato arcade e poi approdato nel 2007 anche su PS2.

[Cliccate qui per una dettagliatissima scheda sul gioco]

Trattandosi di un evento che nel corso degli anni ha acquisito sempre più visibilità, tanto da meritarsi la diretta streaming sul portale Twitch, famoso tra i gamer di tutto il mondo, il sito Shoryuken.com – forse il più importante in assoluto sulla scena dei tornei professionistici di picchiaduro ad incontri – ha pensato bene di dedicargli un lungo reportage. Avendo trovato la lettura interessante e piacevole, ho pensato di riassumere un po’ quello che vi è scritto in modo da fare un po’ di luce su un aspetto del mondo di Hokuto di cui ero sì a conoscenza ma che non avevo mai approfondito davvero.

Premesse fondamentali

Una delle cose che l’autore dell’articolo ci tiene subito a precisare è che il picchiaduro di Hokuto No Ken si è fatto in Giappone (e non solo) la reputazione di Kusoge (letteralmente “gioco di merda”), perché si tratta di un titolo fortemente sbilanciato. Questo non gli ha impedito comunque di ritagliarsi una bella nicchia di appassionati e di rientrare fra i giochi della prestigiosa competizione Super Battle Opera Tougeki, indetta annualmente dalla rivista nipponica Arcadia almeno fino al 2012, anno in cui è stata sospesa a tempo indefinito.  Proprio in quell’anno il signor Matsuda, ex organizzatore del Tougeki,  indice il primo Seikimatsu Butō-kai assieme a K.I., giocatore professionista che da allora diventerà anche campione incontrastato di tutte le successive edizioni della nuova competizione. Almeno fino ad oggi…

K.I., il detentore del titolo

Il 6° Seikimatsu Butō-kai

L’ultima edizione del torneo ha avuto luogo nell’e-sports Square Akiba, un locale situato nel famoso quartiere di Akihabara, a Tokyo, e che è divenuto ormai fulcro di tutti i più importanti eventi legati al mondo delle FGC (Fighting Games Competitions). 129 giocatori, provenienti da regioni di tutto il Giappone e suddivisi in 43 squadre di 3 componenti ognuna, si sono dati battaglia sfoderando tutto il loro repertorio di mosse segrete, combo e – elemento cardine del gioco – Fatal K.O..

Senza entrare troppo nel dettaglio circa i partecipanti e lo svolgersi del torneo (se proprio volete c’è l’articolo originale in inglese con tanto di video annessi), l’evento è stato come sempre memorabile, sia per la bravura stessa dei partecipanti, sia perché quest’anno, per la prima volta, K.I. ha dovuto cedere il passo e consegnare il trofeo al team MicrotransactionTV.

Foto ricordo: K.I. che infila una combo da 150 Hit. Così, per gradire.

Considerazioni personali

Se l’autore del pezzo originale espone le sue considerazioni riguardo a come l’evento si riflette sulla scena FGC, dal canto mio non posso invece fare altro che dire la mia circa le possibili implicazioni di tutto questo nell’ambito di Hokuto No Ken come opera e come brand.  Anche qui, però, c’è bisogno subito di una premessa importante. Come ormai avrà notato chiunque, tutte le produzioni ed i prodotti di merchandise che gravitano nell’orbita di Hokuto hanno ormai un target ben specifico che è quello di chi è cresciuto con il manga originale e/o l’anime storico, quindi una massa di persone di un’età media compresa tra i 40 e i 50 anni se si guarda al solo Giappone. In Italia lo scarto è di poco, perché l’anime è arrivato quasi subito pure qui, mentre il resto del mondo fa effettivamente poco testo in termini di pubblico. Data la situazione, è chiaro che quel ricambio generazionale necessario alla sopravvivenza a lungo termine del brand non c’è stato. Non che non ci abbiano provato, tanto con la Trilogia e la Pentalogia quanto con i manga spin-off o anche con i due giochi della serie Ken’s Rage ma, a parte i nostalgici, davvero pochissimi sono i giovani che si sono avvicinati all’opera originale grazie a tali iniziative.

Al contrario, però, il Seikimatsu Butō-kai cresce sempre più in popolarità, coinvolgendo una platea di ragazzi amanti dei videogames che si emozionano e si appassionano nel guardare gli spettacolari scontri di altri ragazzi come loro. Nel suo piccolo questo cosiddetto “gioco di merda”, pubblicato ormai 12 anni fa, potrebbe riuscire laddove hanno fallito produzioni ben più dispendiose, avvicinando nuovo e giovane pubblico al mondo di Hokuto senza scendere a compromessi con il mutato gusto del mercato odierno. Utopia? No, non credo. E’ ovvio però che a questo punto la manifestazione avrebbe bisogno di una spinta decisiva in questa direzione. Già creare il tanto richiesto sequel del gioco potrebbe essere una mossa importante, ma non andrebbe sottovalutata l’ipotesi di coinvolgere direttamente Tetsuo Hara, Buronson e la Coamix. A dirla tutta, non sfruttare quest’occasione sarebbe davvero stupido, perché di questo passo l’attuale pubblico di riferimento si estinguerà presto. Non per morte naturale, attenzione, ma perché ad una certa età le passioni diventano bei ricordi ed il tempo che prima vi si dedicava viene sostituito da quello che serve per star dietro alla famiglia, specialmente se si hanno dei figli. A quel punto o Ken morirà definitvamente o, peggio ancora, verrà ripresentato in una veste più adeguata ai gusti della massa. Esagero? Non lo so, spero di sì. Intanto, dal canto suo, Yoshihara Motoki, mangaka che ha lavorato al reboot di Cyber Blue e che è un grande appassionato di FGC, ha già iniziato a collaborare con questa scena particolare e anche con il Seikimatsu Butō-kai, realizzando illustrazioni apposite per gli eventi, oltre che creare un manga, Battle Mexia, incentrato su un futuro dominato dalle competizioni tra gamers. Che sia un segno?

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[1987 – 2017] Trent’anni di Ken il guerriero in Italia

Molti magari non l’avranno notato, ma il 2017 segna il trentesimo anniversario dello sbarco di Kenshiro sulle reti televisive nostrane. Difficile è risalire ad una data precisa perché, avendo debuttato su diverse emittenti locali in tempi e in orari differenti, non vi è alcuna certezza circa l’effettivo giorno della prima messa in onda. Quello che è certo però, è che il guerriero di Hokuto da allora, per me come per tantissimi altri, è diventato come uno di famiglia. Perché? Credo per tanti motivi, ma per quanto mi riguarda è capitato in un periodo particolarmente felice della vita, sovrapponendosi ai ricordi più belli dell’adolescenza. E non è forse questo il “segreto” della maggioranza delle serie cult? Ebbene, se in altre occasioni ho preferito parlare in generale della storia di Ken, della sua genesi e di come sia giunto fino ad oggi cavalcando i decenni senza perdere neanche un po’ di smalto, in questo post l’idea è di parlare di come Ken l’ho vissuto io, sicuro che questo tuffo nel passato risveglierà i ricordi di tanti  🙂

La prima volta che io e Ken ci siamo incontrati è stato a casa di mio nonno. Dopo aver passato una vita prima al fronte e poi a lavorare la campagna, mio nonno si era ritrovato a starsene a casa per motivi di salute e quindi, mentre oggi la gente passa le giornate sui social, lui all’epoca poteva soltanto fare zapping tra ciò che offrivano le diverse reti televisive. Nel 1987, come molti ricorderanno, i palinsesti pomeridiani erano letteralmente inondati di cartoni di ogni genere e mio nonno si ritrovò quindi giocoforza a guardarli. Inutile dire che in breve tempo si appassionò così tanto a certe serie che ormai si era praticamente creato il suo palinsesto personale, saltando con precisione da un’emittente all’altra in base all’orario per seguire la messa in onda delle nuove puntate. Fu così che un giorno, mentre io ero arrivato da poco e mi ero seduto lì sul divano, terminata la rituale visione di Quark il saggio progenitore allungò il braccio verso la tv e spinse il pulsante per cambiare canale, portandosi su Junior TV.

Quello che vidi ebbe su di me un profondo impatto. Dopo Černobyl’, la paura della guerra atomica era un argomento sentitissimo e, in particolare, mi era rimasta impressa una frase dal film The Day After, una citazione di Einstein che recitava: “Non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so come si combatterà la quarta: con bastoni e pietre”. Oggi le paure sono altre, siamo nella morsa di una crisi economica di cui sembra non vedersi mai la fine, ma all’epoca tanto l’Italia quanto il Giappone vivevano un periodo di benessere. E quindi “il nemico”, l’ombra nera che aleggiava sull’umanità era quella di un’imminente conflitto nucleare e non si trattava solo di un argomento utile ad imbastire la trama di qualche film hollywoodiano, ma era qualcosa che influenzava realmente le discussioni di tutti i giorni. Se ne parlava anche a scuola. Insomma, dire che Ken il guerriero capitava a fagiolo non esprime pienamente il concetto. Nella mia mente  si è innescato quindi un vero e proprio cortocircuito quando ho sentito per la prima volta l’introduzione del cartone animato, con la voce narrante che diceva:

“Siamo alla fine del ventesimo secolo. Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche. Sulla faccia della Terra gli oceani erano scomparsi e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti. Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta”.

Poi è partita la bellissima e suggestiva sigla degli Spectra

La musica da sola creava già un’atmosfera tesa, mentre le parole racchiudevano disperazione, morte e violenza in maniera che definirei poetica. E tutto questo solo per quanto concerne lo scenario in cui si muoveva il protagonista. Che dire invece degli altri elementi, sapientemente “scippati” altrove dagli autori e amalgamati assieme per creare quel mix unico? Partiamo dalle arti marziali: mio padre e mio zio, suo fratello minore, erano appassionati dei film di Bruce Lee. Quelli erano anni in cui i palinsesti delle TV abbondavano di tali produzioni. Mio zio, già menzionato, aveva la sua piccola palestra in camera da letto e, appesi alle pareti, diversi poster proprio di Bruce Lee. Scene riprese dai suoi film e le cui pose le ritrovavo pari pari in Kenshiro in diversi episodi del cartone. Perché Kenshiro ERA Bruce Lee, c’è poco da fare. Laddove l’autore del fumetto originale aveva cercato di creare una commistione tra diversi attori (tra i quali Mel Gibson e, in seguito, Sylvester Stallone) per caratterizzare fisicamente il personaggio, chi si era occupato di trasporre l’opera in animazione aveva decisamente posto l’accento sulla somiglianza tra il protagonista ed il defunto attore e maestro di arti marziali, tanto da copiarne anche le movenze e le varie urla di battaglia. Certo, gli effetti “esplosivi” dei colpi di Kenshiro, così di primo acchitto mi disgustarono un po’, non lo nascondo. D’altronde ero un bambino, ero cresciuto fino a quel momento vedendo al massimo esplodere mostri giganti eliminati sistematicamente da Mazinga e Goldrake in maniera “asettica”. Ci misi un po’ a metabolizzare il tutto. L’episodio in questione, onestamente, non ricordo quale fosse nello specifico. Sicuramente era uno tra quelli della prima parte della saga, che tra l’altro all’epoca avevano il brutto vizio di stopparsi e ricominciare daccapo peggio di quello che sarebbe poi successo con la casa di Leo ne I Cavalieri dello Zodiaco.

Ecco, nonostante questo vero e proprio colpo di fulmine (dal cielo), a quel tempo non riuscii a seguire Ken puntata dopo puntata. Perché? Perché purtroppo a casa mia Junior TV non prendeva bene (per lo stesso motivo mi sarei poi perso buona parte delle puntate del primissimo passaggio televisivo di Dragonball, ma questa è un’altra storia…). Dato che non sempre potevo passare il pomeriggio a casa di mio nonno, provai anche a risintonizzare il canale alla meno peggio, ma il risultato era un’immagine tanto disturbata da farti perdere una diottria al secondo. Insomma, per un po’ dovetti metterci una pietra sopra ed accontentarmi di vederlo occasionalmente. Passarono un po’ di anni, durante i quali l’amore per Ken il guerriero si diffuse in tutto lo stivale e portò la neonata Granata Press del mitico Luigi Bernardi a pubblicarne, a partire dalla fine del 1990, il manga originale.

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NOTA: Prima che arrivino i soliti precisini… sì, lo so che prima di Granata Press qualche rivista tipo Japan Magazine aveva pubblicato degli episodi cartacei di Ken (e non solo), ma quello che molti ignorano è che tali pubblicazioni erano realizzate senza l’acquisizione di alcuna licenza dal Giappone e con traduzioni che erano frutto di pura fantasia. Quindi Ken, in Italia, viene pubblicato ufficialmente dal 1990 in poi. Caso chiuso.

Purtroppo persi anche questo treno. Quando seppi che Ken usciva in edicola, infatti, era già il 1992. Perché vivendo in un paesino, anche l’edicola aveva i suoi limiti. Oggi l’idea farebbe ridere, perché siamo abituati alle fumetterie e alle librerie specializzate, ma all’epoca era così. Tanto Zero quanto altre riviste e altri manga, in quel periodo, uscivano dalle mie parti forse una volta sì e due no. Oltretutto, spesso finivano in angoli così remoti dell’edicola stessa che per vederle dovevi o avere la fortuna che ti ci cadesse l’occhio o sapere già dove andare a guardare. Ad ogni modo fu solo grazie al primo volumetto de I Cavalieri dello Zodiaco (sempre di Granata Press), stavolta messo in bella mostra, che seppi che anche Ken veniva pubblicato in Italia. In quei mesi, infatti, Ken e i Cavalieri esordivano in volumetti monografici più o meno in contemporanea, solo che mentre i santi di Athena partivano presentando le prime storie, per Ken si era optato diversamente: il primo volume non presentava la serie dall’inizio, ma continuava da dove si era fermata la pubblicazione su Zero. Questo significava dover recuperare quasi una trentina di numeri della suddetta rivista tramite il servizio arretrati, cosa che per me, che  autofinanziavo le mie passioni risparmiando principalmente su colazioni e merende varie, era quantomeno un miraggio. E quindi niente, nell’attesa che ci fosse qualche tipo di ristampa integrale, dovetti a malincuore passare la mano.

Di lì in poi, iniziò in Italia il vero boom dei manga. Di colpo, un po’ come era successo tanti anni prima con gli anime, con le emittenti nazionali e locali che acquisivano qualsiasi cosa venisse dal Giappone, ora tutti si buttavano a pubblicare i fumetti del Sol Levante. In effetti furono anni magnifici. Oltre alla già citata Granata Press c’erano la Star Comics (con la sua divisione manga guidata dai famosi Kappa Boys) e diverse altre realtà editoriali più o meno grandi come Play Press e simili. Sempre in quegli anni, per soddisfare anche la voglia di animazione, aveva inziato a muovere i primi passi la Yamato Video. In tutto questo, Kenshiro e soci fecero un po’ la parte del leone, tanto che non solo venne pubblicato in VHS (sempre da Granata Press) il famoso film d’animazione del 1986 ma, ben presto, la serie televisiva passò finalmente sul circuito di reti che costituivano Italia 7, permettendomi di recuperare il tempo perso. Tra l’altro il canale prevedeva una rotazione del palinsesto per la quale Ken veniva trasmesso ben 3 volte al giorno: mattino presto, ora di pranzo e ora di cena. Quindi, come dicevo all’inizio, Ken finì per sovrapporsi ai ricordi più belli di quegli anni perché lui c’era sempre. Facevi colazione ed era lì, andavi a scuola ed era sulla bocca di tutti, tornavi da scuola ed era lì, uscivi con gli amici e si parlava degli episodi appena visti, tornavi a casa per cena ed era ancora lì. Ken c’era sempre, anche quando t’innamoravi e quando prendevi le prime sbronze e, male che andasse la giornata, potevi sempre ricaricarti con questa…

Alzi la mano chi, ai tempi, non ha mai provato a registrarsela direttamente dalla TV. Altro che mp3 e lossless! Cassettina, registratore piazzato davanti allo speaker e si andava a comandare!  😂

Ricordo ancora mia madre che, lungi dal dirmi di non vederlo, rimaneva però perplessa di fronte a certe scene e, guardandomi, diceva: “che seccia” (che dalle mie parti equivale ad un “che cavolata”). Intanto però, con questa scusa, se lo vedeva pure lei. Che poi non so se ero particolarmente fortunato io, ma a casa mia tutti guardavamo cartoni.  A pranzo lo vedevo spesso assieme a mio padre che, sempre per la passione sui film di arti marziali di cui parlavo prima, mi chiedeva i dettagli sui personaggi e rimaneva quasi a bocca aperta durante i combattimenti. Che poi, cosa che mi è già capitato di sottolineare in passato, secondo me la vera chiave del successo di Ken in Italia – tolta la spettacolarità dei duelli e delle tecniche segrete dei protagonisti -risiede nei sentimenti spesso esasperati dei personaggi. Perché da popolo dal sangue caldo quale siamo, non potevamo restare indifferenti di fronte a guerrieri che combattono principalmente per l’amore di una donna, a uomini che danno la vita per amicizia… a vicende tragiche in cui la speranza per il futuro risiede tutta nel coraggio e nella forza d’animo non solo di Kenshiro, ma di tutti coloro che decidono di affiancarlo nel suo viaggio.

Comunque, giusto per ricordare a che livello eravamo in quegli anni, basta un attimo pensare che Ken non era solo in TV ma praticamente ovunque. E non mi riferisco solo ai lunghi articoli dedicati dalle riviste di settore come Mangazine e Kappa Magazine (che, se avete nostalgia, potete trovare qui), ma a merchandise di ogni tipo che includeva cartoline, card collezionabili, album di figurine, VHS della serie televisiva, un remix da discoteca della sigla italiana, gioco di carte e gioco di ruolo, solo per citare le cose più semplici da trovare in commercio, ma bastava entrare in negozi un attimino più specializzati come anche solo una fumetteria per trovarci anche merce d’importazione come le action figures, i portachiavi, le statue e tanto altro.

Tra l’altro, anche se a quei tempi internet era ancora uno strumento che definire elitario è un eufemismo,   bastava sfogliare un numero di Mangazine a caso per trovare il mitico Catalogo Hunter che, aggiornato ogni mese, presentava un lunga lista di prodotti (con relativi prezzi) che era possibile ordinare dal Giappone tramite un semplice vaglia postale. Ovviamente non mancavano i CD con le colonne sonore originali di Ken e diverso altro merchandise correlato. Qualche amico si fece spedire  l’album Hokuto No Ken Original Songs  e da allora via a registrare le cassette e a diffondere tra gli amici il “verbo” delle sigle originali. Insomma, di quegli anni anni non mi posso di certo lamentare, tanto più che la Star Comics, a partire dal gennaio del 1997, pubblicò una nuova edizione del manga originale, così potei finalmente colmare anche quella lacuna.  Ciliegina sulla torta, nel 1999 arrivò da noi anche il romanzo di Ken.

Certo, bisogna pure dire che tanta popolarità ebbe il suo rovescio della medaglia. A causa dei suoi contenuti violenti, Ken il guerriero divenne infatti facile bersaglio per chi cercava un perfetto capro espiatorio da legare alle azioni sconsiderate di alcuni giovani che in quegli anni riempivano le pagine di cronaca. Uno fra tutti, il famoso caso dei sassi dal cavalcavia (che potete leggere nel dettaglio cliccando qui). Ora non mi va di addentrarmi tanto nel discorso sulla miopia dei cosiddetti “esperti” e giornalisti vari che scelsero Ken come vittima della loro gogna mediatica, ma è curioso come la storia tenda sempre a ripetersi. Infatti lo stesso era già successo tanti anni prima, quando addirittura si era arrivati ad un’interrogazione parlamentare su Goldrake (ne parlavo qui) e, più in generale, argomentazioni simili saltavano fuori ogni volta che qualche adolescente si rendeva protagonista di episodi violenti. Sarebbe bello ogni tanto ricordare che Caino uccise Abele quando non esistevano gli anime, ma forse – pensiero personale – per la nostra società è molto più comodo additare altri come fonte del problema piuttosto che gettare la maschera ed assumersi ogni tanto la responsabilità dei mostri che genera.

Un’altra cosa che mi ricordo con piacere di quegli anni furono i diversi videogames dedicati a Ken che era possibile reperire per la maggioranza delle console in commercio (anche se quasi tutti erano in giapponese, sigh). Tra tutti, vale la pena menzionare quello davvero mitico uscito per Playstation nel 2000

Oggi a rivederlo fa tenerezza, con quei pupazzoni poligonali che solo la nostra fervida immaginazione poteva davvero associare al tratto dinamico ed accattivante della serie animata e del manga, ma per i tempi era l’avverarsi di un sogno. Sì, è anche vero che più che un gioco era una serie di filmati lunghissimi intervallati da brevi sessioni di combattimento vero e proprio, ma questo non mi impedì di giocarlo e rigiocarlo un’ifinità di volte affrontando a testa bassa i menù in giapponese (senza capirci un accidente, ovvio) e sbloccare i diversi extra che il titolo offriva, in special modo i personaggi con cui affrontare avversari umani in duelli uno contro uno. Così, a memoria, potrei dire che quel gioco rappresentò, almeno nella mia percezione delle cose, la degna conclusione di un ciclo. Ken era arrivato, ci aveva conquistato e pian piano se n’era andato, scomparendo dalla TV e dalle edicole.

Vero è che di lì a poco – più precisamente a settembre del 2001 – l’allora neonata LA7 avrebbe deciso di riproporre l’anime storico nel tardo pomeriggio, ma chi c’era si ricorderà benissimo che l’esperimento ebbe un inaspettato quanto ridicolo esito: le puntate vennero infatti trasmesse in versione censurata! Sì, avete letto bene. LA7 andò davvero a profanare le puntate tagliando le parti in cui si vedevano le esplosioni ed altre forme di violenza, rendendole di fatto inguardabili e piene di “buchi”. Chiaramente smisi subito di guardarlo perché ogni volta era come assistere ad uno stupro, ma per quanto mi sembra di ricordare la cosa durò poco (forse altri protestarono oppure, più semplicemente, gli ascolti calarono in maniera drastica) e Ken venne sostituito (mi pare) da Ranma 1/2.

E mentre il guerriero latitava la mia vita andava avanti. Con gli amici più stretti si giocava ancora ogni tanto al gioco di ruolo, ma nel frattempo mi ero fidanzato e mi stavo preparando al matrimonio. Sì, su una rivista di settore avevo anche letto che in Giappone era iniziata la pubblicazione di Souten No Ken, il nuovo manga di Hara che aveva per protagonista un predecessore del Kenshiro che tutti conoscevamo, ma le notizie erano scarse e la mia testa comunque rivolta altrove. Per un po’ ci perdemmo di vista, io e Ken, e solo nel 2004, trovando in edicola il primo volume italiano di Ken il guerriero – Le origini del mito (cioé proprio quel Souten No Ken di cui avevo letto 3 anni prima), iniziai a riavvicinarmi al mondo di Hokuto.

Ken il guerriero - Le Origini del Mito

L’anno seguente acquistai i 3 OAV che componevano Ken il guerriero – La trilogia e a giugno 2006 mi registrai sul forum di Hokutonoken.it per poter discutere con altri appassionati e scoprire magari qualcosa che non sapevo. Nel 2008, mentre in Giappone si concludeva la Pentalogia e in Italia era da poco approdato al cinema il primo capitolo della stessa, assieme a MusashiMiyamoto e diversi altri conosciuti proprio in rete, fondai il forum di 199X. Qui iniziò effettivamente per me il nuovo ciclo. Se fino ad allora ero stato spettatore passivo delle diverse produzioni, da quel momento in poi mi sono adoperato (coadiuvato proprio dall’insostituibile Musashi) per approfondire e condividere sempre più tutto il possibile su Hokuto No Ken. News, traduzioni di interviste e manga, chiarimenti sugli aspetti più criptici della serie, recensioni, anteprime, guide, schede dettagliate e tanto altro ancora. Tutte cose sulle quali abbiamo fatto scuola e che ancora oggi, nonostante il tempo libero si sia notevolmente ridotto, mi piace portare avanti con la stessa passione di un hacker smanettone alla continua ricerca di sistemi da violare. Anche perché se quando ero ragazzo potevo intuire magari dei significati particolari in quello che vedevo, non era nulla in confronto a quello che ho scoperto man mano che ho fatto ricerche sull’argomento. In Hokuto No Ken ci sono tanti riferimenti storici, filosofici, religiosi e mitologici relativi al Giappone che c’è letteralmente da perdersi e questo ha creato per me un circolo vizioso secondo il quale più scopro, più rimango affascinato e più ho voglia di condividere con altri appassionati. Che poi sì, nella vita ci sono sicuramente cose ben più importanti per cui gioire, come trovare la donna giusta e sposarla, avere dei figli e accompagnarli nel lungo cammino della crescita,  benedizioni che non si possono eguagliare e che ho avuto la fortuna di ricevere, ma la bellezza di coltivare talmente bene un interesse da ricevere consensi e stima da coloro che usufruiscono di quello che scrivi, beh, non si può negare che sia una grossa soddisfazione.

Mentre scrivo questo pezzo non so dire se, quando e come riuscirò a portare a termine tutte le cose (tante, forse pure troppe) che ancora ho in mente di fare su questo sito ma quello che è certo è che, grazie a Ken, mi sono divertito, mi diverto ancora e ho conosciuto tante belle persone, quindi, come il grande Raoh, posso tranquillamente dire: “Non ho alcun rimpianto!”

Shortlink: http://wp.me/p1KoP8-2Cs

Ken il guerriero: i 10 personaggi più forti secondo i fan giapponesi

Per sua stessa natura, Hokuto No Ken è un’opera che si presta facilmente alle speculazioni del fandom circa l’effettiva scala di potenza dei protagonisti e, se in Italia questo è un argomento capace di suscitare perfino accese discussioni tra gli appassionati, lo stesso vale a qualsiasi latitudine, in special modo laddove Kenshiro e soci sono nati: il Giappone. E’ facile, infatti, E allora qual è la Top 10 dei personaggi più forti secondo i fan del Sol Levante? Andiamo a vedere…

10^ Posizione – FUDO

fudo

Al gradino più basso della classifica troviamo Fudo della Montagna il guerriero che, pur senza conoscere alcuna antica tradizione di lotta, era dotato di una forza talmente spaventosa da riuscire a tener testa al possente Raoh e a farlo infine indietreggiare.

9^ Posizione – JUKEI

jukei

A salire troviamo il maestro Jukei, l’uomo che più di una volta ha cercato di afferrare le redini del fato con conseguenze spesso disastrose e che, in cerca di redenzione, ha affrontato Hyoh nel tentativo di sbloccarne i ricordi che egli stesso riteneva di aver sigillato.

8^ Posizione – RYUKEN

ryuken

Con un distacco veramente marginale dal precedente, troviamo il maestro Ryuken, custode di tecniche raffinate in grado di sottomettere pericolosi nemici come un Jukei in preda al “Regno Demoniaco” o l’ambizioso Raoh.

7^ Posizione – SOUTHER

Souther

Anche qui con un distacco veramente relativo, troviamo Souther, il guerriero più potente del Nanto Seiken, l’uomo che, autoproclamatosi Sacro Imperatore, ha lanciato la sua sfida all’Hokuto Shinken ed ha combattuto contro Kenshiro in una delle più epiche battaglie dell’intera serie.

6^ Posizione – FALCO

Falco

Nonostante la sua vita si sia conclusa troppo presto, Falco è riuscito a dar sfoggio di tecniche dalla potenza devastante lottando con coraggio in difesa dell’Imperatore del Cielo.

5^ Posizione – HYOH

hyoh

Con un grosso distacco dai precedenti, in Top 5 troviamo invece Hyoh, il vero fratello carnale di Kenshiro. Per anni tenuto a bada da Kaioh, che lo temeva per via della sua appartenenza alla Dinastia Principale di Hokuto, si è rivelato un guerriero formidabile, in grado di padroneggiare alla perfezione anche le tecniche più oscure dell’Hokuto Ryuken.

4^ Posizione – TOKI

Toki

Al gradino superiore, ma quasi a parimerito con il precedente, troviamo Toki, il più amato tra i fratelli di Hokuto. Maestro delle “Tecniche di Flessibilità” e capace di eliminare i nemici senza provocare in essi alcun dolore, è stato definito uno dei più grandi guerrieri di Hokuto di tutti i tempi e, benché indebolito dalla malattia, è stato capace di combattere ancora come un leone nel suo ultimo scontro con Raoh.

3^ Posizione – RAOH

Raoh

Poco sopra al fratello minore, troviamo Raoh, il leggendario Re del Pugno, l’uomo che voleva dominare il Cielo stesso. Inutile ribadire le ragioni che lo hanno portato tanto in alto nella classifica, vero?

2^ Posizione – KAIOH

kaioh

Non senza una certa sorpresa – considerato l’amore viscerale che i fan nipponici provano per Raoh ed il fatto che la seconda parte dell’opera sia sempre stata meno “fortunata” della prima – troviamo Kaioh ad un passo dalla vetta. Il motivo, stando a quanto si legge nei commenti dei votanti, risiederebbe nel fatto che egli è stato l’unico a riuscire a competere con il Musou Tensei, cosa che, appunto lo eleverebbe al di sopra anche del fratello Raoh.

1^ Posizione – KENSHIRO

Kenshiro

Con una vittoria schiacciante sugli altri personaggi della serie, Kenshiro ottiene il primo posto con un voto praticamente unanime da parte dei fan del Giappone. Addirittura qualcuno è arrivato ad escluderlo a priori dalla propria personale Top 10 perché giudicato troppo al di sopra degli altri protagonisti, ma d’altronde come dargli torto? Mentre tutti gli altri sono “maestri” delle loro rispettive arti, Kenshiro incarna invece l’Hokuto stesso. Non c’è storia.


E voi che ne pensate di questa classifica? Siete d’accordo o avete da ridire? In ogni caso commentate! Che sia qui, sul forum o nel nostro gruppo facebook, scrivete!

 

Anche Leiji Matsumoto vicino alle vittime del sisma

leiji matsumoto harlock terremoto

Mentre gente indegna approfitta del momento per farsi un po’ di pubblicità grazie a squallide vignette che ridicolizzano le vittime del terremoto che ha colpito il Centro Italia, dal Giappone il maestro Leiji Matsumoto, padre di Capitan Harlock, Galaxy Express 999, Corazzata Spaziale Yamato e tanti altri, ci mostra come si comporta davvero una persona di cuore, seguendo in parte l’esempio del collega Tetsuya Chiba di cui abbiamo parlato solo la scorsa settimana.

Il maestro ha infatti espresso telefonicamente, al presidente dell’Associazione Culturale Leiji Matsumoto, tutta la sua solidarietá per il popolo italiano con non poca commozione e ha dunque inviato, tramite Toshiro Fukuoka, manager della Art Space di Tokyo, 5 shikishi dedicati “VICINO AGLI AMICI ITALIANI” che saranno esposti il 24/25 settembre in occasione del Lama Comics & Games a Castel di Lama (AP) all’interno di “Un treno per la solidarietà”, una mostra con ingresso ad offerta libera a lui dedicata il cui intero ricavato sarà devoluto alle vittime del sisma. Gli shikishi saranno a breve messi all’asta e l’intero ricavato devoluto alla popolazione terremotata. A ciò, ha aggiunto anche un sentito videomessaggio.

Il maestro ha disegnato un anche altro shikishi dedicato al presidente del Leiji Matsumoto Official Fan Club di Tokyo. Anche questo, come quelli giá inviati in Italia sará messo all’asta – questa volta in Giappone – e l’intero ricavato sará devoluto in beneficenza.

matsumoto harlock terremoto tokyo

Le parole dello shikishi recitano: “A tutti gli italiani che soffrono. Il mio cuore è addolorato per le persone decedute. Vi prego di tenere duro”. Nel cerchio l’ideogramma “vita”.

Di seguito il comunicato congiunto del Fan Club e del Maestro:

“Porgiamo sentite condoglianze alle vittime del sisma e alle loro famiglie, ed esprimiamo dal profondo del cuore la nostra solidarietà a tutte le persone ancora attualmente costrette a una vita difficile. Preghiamo di cuore affinché tutti possano recuperare una tranquilla e sicura quotidianità nel più breve tempo possibile”.

In basso, la locandina ufficiale della mostra. Per tutte le info al riguardo, scrivete al seguente indirizzo: info@leijimatsumoto.it

mostra matsumoto

Hokuto No Ken Legendary Warriors – Primo video di gameplay

È stato finalmente pubblicato il primo video che mostra il gameplay di Hokuto No Ken Legendary Warriors, videogioco amatoriale per PC con sistema Windows, sviluppato da Zero e Amon (al secolo, i fratelli Cristian e Mirko Giuseppone).

Con una grafica in alta definizione, il gioco si presenta come un picchiaduro a scorrimento di stampo classico in cui al giocatore viene data la possibilità di selezionare il proprio guerriero tra una rosa di 4 personaggi: Kenshiro, Rei, Toki e Mamiya. Elemento di grosso rilievo è che, anche se a prima vista può sembrare un semplice rip-off del famoso picchiaduro ad incontri su Hokuto No Ken che anni fa fece furore sia come cabinato arcade che su PS2, in realtà gli sprite – fedeli allo stile della serie animata storica – sono completamente ridisegnati da Cristian, come si può ben vedere nell’immagine sottostante (cliccate per ingrandire).

Al momento non è ancora disponibile alcuna demo giocabile, ma contiamo di tenervi costantemente informati sugli sviluppi di questo interessantissimo progetto. Restate sintonizzati!