Kentaro Miura e il “mio” Berserk

La notizia ci ha colti tutti un po’ alla sprovvista. Ed è anche inutile ripeterla, perché oggi ne hanno parlato tutti. Anche i media che notoriamente trattano di questo settore solo per fare marchette.

E allora niente, in realtà non sai cosa dire di preciso perché – e lo metto in chiaro subito così da porre le mani avanti – non sei assolutamente la persona più titolata per parlare di Berserk. Lì fuori ci sono molti ma molti altri più addentro a quell’oscuro medioevo fantastico dipinto da Miura, eppure senti che qualcosa forse lo puoi aggiungere. Quindi non tratterò nel dettaglio di Berserk, ma del “mio” Berserk, quello che personalmente ho vissuto nell’ultima parte degli anni ’90.

All’epoca eravamo una generazione di appassionati di anime e manga che, per forza di cose, viveva il tutto al di fuori di una qualsivoglia “bolla social” che non fosse, al massimo, il proprio giro di amicizie o di frequentatori della stessa fumetteria. Orfani di Granata Press, ci si era ormai rifugiati tra le braccia di Star Comics e dei Kappa Boys, che stavano facendo un buon lavoro nel tentare di recuperare Lamù, Ushio e Tora, Ken il guerriero, Ranma, Maison Ikkoku, eccetera mentre, al contempo, pubblicava grandi classici come JoJo, City Hunter e DragonBall. Un periodo ricco di proposte per ogni palato.

Eppure…

Eppure mancava ancora qualcuno che effettivamente fosse pronto un po’ a “rischiare” come faceva Luigi Bernardi. Qualche editore che puntasse su titoli nuovi. E finalmente, quando la Marvel decise di riprendersi in Italia tutte le licenze dei suoi comics, allo stesso tempo diede luce alla divisione Marvel Manga, iniziando con titoli interessanti tra i quali, per l’appunto, Berserk.

All’epoca nessuno poteva immaginare tutto quello che sarebbe venuto dopo, non c’era la possibilità di cercare spoiler su internet e non esisteva lo youtuber/influencer pronto a “spingere”. Berserk, come forse solo JoJo prima di lui, poté quindi contare solo sulle sue forze e sul passaparola. Ed è così che si fece strada, tra atmosfere cupe e combattimenti epici. E lì è stata anche la prima volta che Miura m’ha fregato.

Perché tutti oggi sappiamo, a posteriori, quello che è successo negli anni d’oro della Squadra dei Falchi, ma viverla… viverla è stata tutta un’altra cosa. Mi ero davvero appassionato a quelle storie, empatizzavo ormai con i personaggi.

E poi…

E poi lo sapete anche voi come è andata. Ed è anche giusto che sia così, perché lo strappo è stato talmente forte che ha dato un vero senso al protagonista. Ecco, è stato tutto talmente ben calcolato da Miura che dopo non ho voluto più leggere Berserk.

Sì, avete capito bene. Se il genio vero di questo autore lo si deve cercare, non è solo nel suo stile e nelle sue ispirazioni, ma soprattutto nel violentissimo pugno allo stomaco che è stata l’Eclissi. Ed è così che lo voglio ricordare, come colui che è stato capace di farmi affezionare così tanto a dei personaggi di fantasia, da spingermi ad abbandonare la lettura quando ha deciso che era giunto il momento di darmi un calcio nel sedere e buttarmi giù dal nido.

Quindi no, non leggerete da me parole di preoccupazione per il finale di Berserk, che a questo punto non ci sarà mai, perché per me era finito già venti anni fa, ma questo ricordo della mia particolare esperienza con la sua opera più famosa sentivo di doverlo condividere. Perché oggi la stragrande maggioranza dei media vi dirà che abbiamo perso l’autore di un manga best seller. Io invece vi dico che abbiamo perso forse uno dei pochi autori capaci di entrare davvero nella mente del lettore e raccontare un mondo anche con una semplice espressione del viso di uno dei personaggi minori. Uno che non ti faceva semplicemente essere spettatore della storia, ma te la faceva vivere. E queste sono le cose che, in fondo, lo renderanno immortale.

Un anno con Fist of the North Star LEGENDS ReVIVE

A un anno esatto dal lancio ufficiale, avvenuto il 5 settembre 2019, è tempo di tirare le somme su Fist of the North Star LEGENDS ReVIVE, primo vero titolo mobile basato sull’universo di Ken il guerriero a varcare i confini del Giappone e che, per tale motivo, si porta addosso una bella responsabilità. Saranno riusciti quelli di SEGA a toccare i giusti punti di pressione degli appassionati di tutto il mondo o la Stella della Morte splende già sui loro server? Andiamo a vedere. 😉

Siamo all’inizio del 21° secolo…

Fin dagli esordi, quello di Hokuto No Ken è stato un brand che, almeno in madrepatria, ha goduto di una vera e propria marea di adattamenti per il mercato videoludico, cambiando di volta in volta non solo la potenza di calcolo dell’hardware – e parliamo di passare da giochini a cristalli liquidi fino al più recente Lost Paradise per PS4 – ma anche e soprattutto la formula di gioco. E allora, negli anni in cui dominavano Dragon Quest e Final Fantasy, Kenshiro e soci potevano adattarsi ad un RPG con combattimenti a turni. Quando invece andava di moda Street Fighter 2, abbiamo potuto vedere Hokuto e Nanto darsele di santa ragione in una sequela quasi infinita di picchiaduro ad incontri. In mezzo ci sono stati anche i due famosi capitoli di Ken’s Rage, le slot machine e tanto, tanto altro, compresi alcuni titoli per smartphone rimasti confinati al solo mercato nipponico.Tutto questo preambolo per dire che, nel 2020, e nonostante le rimostranze di una certa fetta di appassionati, è del tutto naturale vedere le sette stelle di Hokuto risplendere in un gacha game, ovvero il genere attualmente più in voga nel mondo dell’intrattenimento mobile.

Per i profani, lo scopo di questo genere di giochi è, alla fine della fiera, collezionare e potenziare i personaggi ottenuti casualmente tramite sorteggi di vario tipo o superando particolari prove. La trama, quando c’è, è qualcosa di davvero opzionale ed ininfluente ai fini del gioco, che sostanzialmente si espleta nella ripetizione sistematica e quotidiana della medesima routine – intervallata spesso da eventi speciali – fatta di completamento di missioni, raccolta di materiali atti a potenziare i propri personaggi, upgrade dei medesimi e via così a nastro, mettendoci ogni tanto in conto qualche sorteggio per vedere se non si becca un buon guerriero.Fist of the North Star Legends Revive è proprio questo e, almeno per il momento, nulla di più. I vari protagonisti della serie, qui denominati Fighters, di base sono divisi per rarità (Normal, Rare, Super Rare e Ultra Rare) e per tipologia (Power, Technique e Life). Tali distinzioni decretano non solo il potenziale del guerriero – e va da sé che più è raro e migliori sono le sue caratteristiche – ma anche il ruolo che più gli si addice sul campo di battaglia. Perché se, ad esempio, un Fighter di tipo Life, avendo dalla sua una maggior resistenza fisica, trova la sua collocazione ideale in prima linea (Front Row) a fare da scudo agli attacchi avversari, per contro quelli di tipo Power, capaci di infliggere danni maggiori, vanno normalmente a fare da retroguardia (Back Row), protetti dai primi. I Fighter di tipo Technique, invece, essendo una via di mezzo, possono essere usati efficacemente in ogni posizione.

Stabilita questa prima, importante, divisione, il giocatore si ritrova ben presto a fare i conti con altri millemila parametri di cui tener conto. Si parte dal semplice Level , migliorabile con l’esperienza, passando per la Class e i vari Equipment, che invece bisogna incrementare per mezzo di decine e decine di materiali raccolti giocando (e rigiocando più e più volte) le diverse missioni. Ci sono poi le Seven Stars, sbloccabili una ad una grazie a dei frammenti (Shards) e che influiscono direttamente non solo sulla potenza del guerriero ma anche sulle sue Skill, le abilità e i colpi segreti posseduti. Anche il Gokui è un aspetto assolutamente da non sottovalutare: di base divide i personaggi per elementi (Acqua, Fuoco, Terra e Vento) ed assegna ad ognuno delle caratteristiche che influiscono sul modo in cui si carica la barra del Chi (che serve per attivare le mosse segrete durante gli scontri). Ecco, quest’ultimo aspetto, introdotto solo alcuni mesi dopo il lancio, ha aggiunto maggior profondità alla creazione dei team, perché non basta mettere insieme dei personaggi molto forti, ma anche vedere come si relazionano in base all’elemento e alle abilità ad esso associate. Ultima aggiunta, in ordine di tempo, sono i Charms, ovvero delle vignette prese dal manga originale che, assegnate ai guerrieri, vanno a potenziare diversi parametri o, nel caso dei rarissimi Specialized Charms, ad attivare degli effetti particolari se assegnate a personaggi ben specifici.Come se già non bastasse tutto questo, alla voce Enhance Party possiamo trovare altri modi di incrementare le statistiche dei nostri personaggi quando sono raggruppati come squadra, passando, ad esempio, dalla somministrazione dei cibi preferiti di ognuno alla messa a punto di particolari veicoli (!?). Il tutto, chiaramente, mirato a favorire l’aspetto di cui stiamo per andare a parlare…

You wa SHOP!!

Ebbene sì, Fist of The North Star Legends Revive, per quanto comunque godibile anche senza dover necessariamente spendere un singolo euro, si è proposto fin dall’inizio – e pure con una certa sfacciataggine – come un titolo dalle richieste economiche esose ed aggressive. Come tutti hanno infatti scoperto molto presto, non basta continuare a giocare alle missioni Story (che rivisitano la trama della serie originale), alle Clash, ai duelli automatizzati nel Dojo, alla Trial of Nanto o alle diverse altre Challenge. Non basta nemmeno accedere ai bonus e ai minigiochi delle Guild. No, per quanto ci si sforzi le risorse, a partire dalla Stamina stessa (che serve per “pagare” l’accesso alle suddette Story e Clash) non bastano mai. Specie se, come ho già detto, le caratteristiche da potenziare tendono all’infinito. Eppure, se la faccenda si limitasse a questo, sarebbe ancora passabile come discorso. Uno potrebbe scegliere di giocare un’eternità senza pagare nulla oppure avvantaggiarsi di tanto in tanto spendendo qualcosa. Onesto.

E invece no. Una delle prime cose che saltano all’occhio è il Vip system, praticamente qualcosa che ti premia se hai deciso che su questo gioco ci vuoi accendere un mutuo. Perché se per ottenere un livello Vip 1 basta anche solo un euro, per arrivare ad esempio a livello Vip 12, fatti i debiti calcoli, bisognerebbe spenderci un totale di quasi 700 euro!! 😳

A questo aggiungiamoci i famigerati Ranked Gacha, ovvero degli eventi legati a personaggi ultra rari che premiano solo coloro che più hanno investito gemme nei tiri su quella specifica lotteria. Oltretutto, è da notare che, allo stato attuale, c’è un totale sbilanciamento a favore dei personaggi di tipo UR rispetto a quelli “normali” (SR, R e N). Praticamente avere un team composto solo da personaggi UR sta diventando lo standard perché, da un certo punto in poi, ogni nuovo personaggio aggiunto al gioco è stato classificato come UR. Tutto questo per invogliare i giocatori a spendere soldi in modo da avere sempre le migliaia di gemme necessarie non solo per ottenere i suddetti nuovi personaggi (o almeno provarci), ma anche per acquistarne il rarissimo cibo con cui potenziarli. Questa strategia avrà anche avuto un discreto successo a livello economico, ma in termini di meccaniche di gioco ha “ucciso” l’interesse verso tutti gli altri personaggi. Ci ritroviamo infatti con la storia non ancora giunta nemmeno allo scontro finale con tra Kenshiro e Raoh, ma abbiamo già quasi tutti i maggiori guerrieri della seconda parte del manga, avendo saltato a pié pari tanti personaggi minori che si sarebbero potuti aggiungere comodamente senza correre tanto.

Insomma, degli aspetti piuttosto antipatici che, se gestiti meglio, forse aiuterebbero a fidelizzare maggiormente l’utenza e ad invogliarla a spendere comunque senza sentirsi rapinata. E restando in tema di cose antipatiche…

Welcome to this crashy time!

Una delle cose più fastidiose che hanno afflitto il gioco, almeno nei primi mesi, è stata l’instabilità dei server. Tra continui crash e manutenzioni infinite (sia programmate che d’emergenza), l’utenza ha avuto davvero molto di cui lamentarsi, tanto che, oltre a regalare gemme e stamina in quantità industriale per scusarsi, il team di sviluppo ed il Producer hanno ritenuto di dover scrivere una lunga lettera per fare il punto della situazione e rassicurare tutti. È vero che la situazione, da allora, è migliorata parecchio e che i problemi di stabilità dei server sono la normalità quando si tratta del lancio di nuovi giochi, ma è pur vero che ho letto personalmente i commenti di chi, scoraggiato anche da questo, ha deciso di lasciar perdere Legends ReVive. Insomma, non un buon biglietto da visita, anche se, attualmente, i problemi sono sporadici e possiamo dire che il peggio ce lo siamo lasciati alle spalle e anche la velocità di gioco è migliorata.

Keep you playin’

Tornando al sistema di gioco vero e proprio – e premesso tutto quello che ho detto prima – siamo di fronte a qualcosa che, per quello ch mi riguarda, non può non creare un certo disappunto. Spacciato come RPG, questo titolo ha in comune con il genere solo l’idea del party che affronta le sfide in combattimenti a turni. Non c’è, nelle svariate modalità presenti, la minima traccia di qualcosa che davvero possa avvicinarlo ad un vero RPG. Assolutamente. I combattimenti stessi, in realtà, sono ben lontani da ciò che ci si aspetterebbe perché, una volta schierati in campo i propri personaggi, le scelte che ci vengono lasciate sono davvero troppo esigue. In buona sostanza si tappa sullo schermo per menare i nemici normalmente fino a quando non si caricano le Special (tecniche che in genere fanno un po’ più danno e infliggono vari status alterati) o le Secret (tecniche ancora più forti che possono essere usate solo ad inizio turno come attacco extra). Il punto è che tutto ciò avviene in maniera troppo semplificata e schematica. Talmente prevedibile che la CPU può calcolare al volo l’esito dello scontro e darvi il risultato dello stesso in tempo zero se premete sul pulsante “Skip”. L’unica variante sono le Combo, ovvero la capacità di tappare con precisione quando si illuminano tutte e 7 le stelle di Hokuto, aumentando il danno inflitto, ma è solo uno specchietto per le allodole. Non c’è una vera interazione nel flusso di gioco perché manca proprio il minimo sindacale per definirlo davvero un Rpg. E la cosa è ancor più difficile da mandare giù nel momento in cui si passa alle modalità PVP, cioé quelle che, in teoria, dovrebbero essere più divertenti, permettendo ai giocatori di tutto il mondo di scontrarsi tra loro. Ebbene, il Team di sviluppo è riuscito a fare un buco nell’acqua anche in questo caso, perché nel 2020, con un panorama ormai sconfinato di giochi che permettono di sfidarsi l’un l’altro in tempo reale, non te ne puoi uscire con dei combattimenti automatici in cui il giocatore può al massimo stare a guardare mentre i suoi Fighters, guidati da un’IA demente, fanno scelte tattiche pessime.

La verità è che tutto il lavoro va fatto a monte, ben prima di entrare in battaglia: la scelta dei Fighters, lo schieramento, il loro potenziamento continuo e costante. Questi sono gli unici elementi in cui il giocatore può studiare una strategia per poi vederne i risultati sul campo di battaglia, ma sono aspetti talmente risicati che, al di là della grafica davvero ambiziosa, fanno sembrare Legends ReVive un tamagotchi con i muscoli. E il fatto che ben presto si rimanga intrappolati in un eterno ciclo di ripetizione delle routine giornaliere non giova per niente.

I don’t like BLOOD…

Altre cose che non giovano affatto sono la tanto sbandierata fedeltà al manga originale – che ovviamente non c’è – e le musiche sostanzialmente anonime. Nel primo caso, da un certo punto di vista, si può anche soprassedere perché in un gioco ci si dovrebbe concentrare appunto sulla giocabilità. Ma se la campagna di marketing si focalizza anche su una presunta perfetta aderenza all’opera di riferimento, non mi puoi travisare completamente delle scene storiche. Oltretutto è brutto vedere che certi “tagli” e certe modifiche sono stati operati al solo scopo di evitare di mostrare sangue ed esplosioni. In un gioco su Ken il guerriero. Un censura esagerata che, se da un lato è comprensibile sotto il profilo commerciale, dall’altro non può non lasciare interdetti. Voglio dire, non ci si aspettava Mortal Kombat, ma nemmeno è bello vedere, solo per fare un esempio, un Amiba a cui non esplodono le mani o la mancanza della scena storica in cui Rei, al villaggio di Mamiya, fa strage delle truppe di invasione del Re del Pugno. Da questo punto di vista si poteva fare molto di più. Anche solo una galleria di illustrazioni storiche da sbloccare sarebbe stata cosa gradita.

No fan no cry

In conclusione – e riallacciandomi alla premessa iniziale – siamo di fronte all’ennesimo videogame dedicato a Ken il guerriero il cui unico vero punto di forza è solo e soltanto quello di essere dedicato a Ken il guerriero. Perché se si cerca sugli store, di giochi migliori con cui passare il tempo se ne trovano a palate. E allora, dopo un anno dal lancio, nonostante tutto, ci si gioca ancora solo perché si è fan sfegatati di Kenshiro e soci.

Questo, tuttavia, non è necessariamente un male, perché anche se il gioco è quello che è, i risultati ottenuti a livello mondiale rappresentano un’utile cartina tornasole di quanto l’universo di Hokuto sia popolare e di quanto potenziale pubblico c’è per nuovi progetti (non solo videogames). E questo è, forse, quello che lo stesso Tetsuo Hara fa trapelare nel suo recente messaggio in cui, dopo aver fatto i complimenti agli sviluppatori e ringraziato i giocatori, dice di sentirsi rinvigorito e “pronto a tutto”. Quindi sì, magari questo Legends Revive poteva essere pensato (e realizzato) in tutt’altro modo ma, mentre cerchiamo di collezionare e potenziare i nostri personaggi preferiti, possiamo immaginare che sia solo il primo passo verso una nuova direzione per l’intero brand di Ken il guerriero. E se domani avremo nuove produzioni non più “giappocentriche” come in passato, lo dovremo a lui.

Fist of the North Star LEGENDS ReVIVE – L’Hokuto nel palmo della mano!

Lo stiamo seguendo fin dai primissimi annunci ma solo ora trovo un po’ di tempo per fare il punto della situazione: Fist of the North Star LEGENDS ReVIVE, dopo un breve periodo di beta testing (a cui ha partecipato anche il nostro amico Carmine Napolitano) conclusosi lo scorso 21 giugno, da un momento all’altro verrà reso disponibile per tutti i sistemi Android e iOS. Tuttavia, in totale controtendenza rispetto al passato, sarà il primo videogame per dispositivi mobili dedicato a Ken il guerriero a varcare i confini del Giappone e ad essere localizzato anche per il mercato occidentale! La pre-registrazione per la versione global è infatti aperta già da diversi giorni. Basta andare sul sito ufficiale: hokuto-revive.sega.com/en/

Come si può notare fin dal trailer di lancio, molta cura è stata riposta verso i fan storici della serie. Non solo nel comparto visivo, in cui molte scene in 3D sono accompagnate da altre provenienti direttamente dal manga originale, ma anche nel sonoro: se da un lato, infatti, salta subito all’orecchio la presenza della mitica “Ai wo torimodose!!” (anche se in versione cover), i più attenti avranno sicuramente notato che la voce narrante appartiene al grandissimo Shigeru Chiba, che nell’anime televisivo “urlava” le anticipazioni alla fine di ogni episodio!

Stando alle parole del già citato Carmine, che ha avuto modo di provarlo, la formula è quella, oramai consolidata, del Battle RPG che in Giappone gode di sempre maggiore popolarità.
I primi passi vengono svolti con un breve tutorial, ambientato durante lo scontro finale con Souther, in cui vengono illustrate le mosse base. Superata questa parte, si torna lì, dove tutto è iniziato, al primissimo episodio della serie, in cui sarà Bart a farci da cicerone e a spiegarci tutti gli altri meccanismi del gioco.

 

In buona sostanza, come ci si aspetta da un videogame basato su Ken il guerriero, andremo a ripercorrere tutti gli eventi della prima serie ma con la differenza fondamentale che Kenshiro non sarà da solo a combattere. Dovremo infatti costruire una “squadra” in cui, oltre al protagonista, avremo modo di includere anche altri personaggi. Per esempio, una volta sconfitto Zeta, sarà possibile “acquisirlo” così come gli altri avversari. Le battaglie si svolgono a turni (prima attacca la nostra squadra, poi tocca agli avversari, e poi di nuovo a noi, e così in avanti..) in cui possiamo disporre di diversi tipi di tecniche fra cui le tecniche mortali (必殺) e le tecniche segrete (奥義).

Tutti i personaggi possono essere poi migliorati grazie all’esperienza, nonché ai numerosi oggetti che collezioneremo mano a mano che andremo avanti col gioco. C’è ovviamente l’immancabile slot machine con la quale possiamo pescare qualche altro articolo che può interessarci. Naturalmente. chi è più avvezzo a questo genere di giochi, avrà già notato, anche solo guardando le immagini, che i diversi personaggi hanno differenti livelli di rarità e di potenza e che questo meccanismo sarà alla base delle eventuali micro transazioni per l’ottenimento di guerrieri sempre più forti. E’ facile prevedere, come accade praticamente in tutti i giochi di questo tipo, che ci saranno molteplici eventi e personaggi disponibili a tempo limitato e svariati bonus (alcuni dei quali già ottenibili con la pre-registrazione).

In conclusione, pur non trattandosi di un gioco innovativo e dalla realizzazione tecnica discreta ma non sconvolgente, resta un prodotto godibile che promette ore e ore di divertimento, non solo a detta del nostro Carmine ma anche di diversi utenti giapponesi che hanno avuto modo di provarlo.

Chiudiamo con un messaggio speciale del maestro Tetsuo Hara, che il nostro MusashiMiyamoto è andato a tradurre direttamente dal sito giapponese (in quello inglese c’erano delle inesattezze).

 


Mi piacerebbe iniziare ringraziando gli appassionati per il sostegno e l’affetto che continuano a darci. E’ merito vostro se, l’anno scorso, Ken il guerriero ha potuto celebrare il suo 35° anniversario.
Al fine di commemorare questo traguardo, abbiamo fatto squadra con SEGA per dar vita a Fist of the North Star LEGENDS ReVIVE.

Quando mi hanno chiamato a dare un primo parere durante lo sviluppo, ero stupefatto dal grado di fedeltà all’opera originale, che si spingeva fino ai più piccoli dettagli.
Avere a disposizione un gioco di questo livello, nel palmo della tua mano e ovunque tu voglia, è proprio il tipo di esperienza innovativa che ci si aspetta in questa neonata era Reiwa. Sono stato anche sorpreso e, senza volerlo, ho sorriso nel vedere spesa così tanta cura ed attenzione nel reimmaginare non solo i personaggi più popolari della serie, ma anche le comparse meno note.

Il gioco offre un’esperienza che può essere fruita appieno tanto dai veri cultori di Ken il guerriero quanto da chi lo ha conosciuto da poco. Spero quindi che ve lo godiate e possiate creare la vostra propria leggenda nel mondo di Hokuto.

Tra l’altro SEGA mi ha chiesto di realizzare un’illustrazione di Kenshiro e Raoh. A conti fatti è stata la prima volta che li  ho disegnati nell’era Reiwa. Magari a voi non sembra così importante, ma ritrarli a figura intera mi ha davvero toccato nel profondo. (Ride).

L’era Reiwa (“Splendida Armonia”, secondo la traduzione ufficializzata dal governo nipponico) è iniziata il 1° maggio 2019 con l’ascesa al trono dell’Imperatore Naruhito e l’abdicazione del padre Akihito, che con questo gesto ha posto fine alla precedente era nota come Heisei (“Pace Raggiunta”).


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HOKUTO GA GOTOKU – Il commento di chi lo ha provato

Nella giornata di ieri, il nostro amico e collaboratore Carmine Napolitano ha avuto modo di toccare con mano Hokuto Ga Gotoku durante un evento ufficiale di cui vi avevamo già accennato nelle precedenti news. Vado quindi a riportare le sue impressioni a beneficio di chi attende trepidante la nuova incarnazione videoludica di Kenshiro.

1) Il pubblico delle grandi occasioni non c’era. Prima di me c’erano solo 27 persone e dopo ne saranno arrivate una trentina circa. L’evento era fino al pomeriggio comunque, ma dubito ci sia stato un assalto dopo la mia dipartita. Età media 40 anni, qualcuno intorno ai trenta, compreso il sottoscritto. Nessuno che sembrasse uno studente universitario, seppur fuori corso. Ah, c’erano anche 4 ragazze.

2) Sei postazioni di gioco, ognuno poteva accedervi per 15 minuti. Era possibile provare tre livelli di difficoltà: facile, medio, difficile. Si poteva provare solo la modalità Battle, niente giochini ecc. Lo staff ha dato solo delle brevi indicazioni all’inizio e poi basta. La cosa mi ha lasciato un attimo perplesso perchè di solito la spiegazione iniziale dura circa 10 minuti. Poi ho capito il motivo, e ne parlerò al punto successivo. La sala era tutta addobbata come vedete, con il palchetto dove poi si è seduto Toshihiro Nagoshi, regista e producer del gioco, per firmare gli autografi.

 

3) Questo è indubbiamente il gioco più bello di Ken che sia mai stato fatto e, probabilmente, che verrà mai fatto. Eh si, perchè data la situazione attuale del mercato console e dato l’andazzo generale delle case più importanti di videogiochi, questo potrebbe essere l’ultimo gioco di Ken che vediamo su tale piattaforma. A livello grafico, vi sarete già fatti un’idea dai vari trailer che girano in rete. Ma vederlo da vicino è veramente sorprendente per la fluidità e il livello di dettaglio. L’atmosfera del gioco è effettivamente quella che traspare dai trailer: molto più cupa dell’anime e dei precedenti giochi, con quel tocco di Yakuza, da cui ovviamente mutua il sistema di gioco, anche se, personalmente, l’ho trovato molto più semplice ed intuitivo. Utilizzare le tecniche segrete è davvero molto facile e anche chi non ha mai provato un gioco della serie Yakuza ci mette due minuti a capire come funziona. Insomma, prendete il joypad e vi mettete a far saltare in aria i vari crestoni come se non ci fosse un domani. Tali avversari sono ovviamente personaggi secondari ma danno comunque fastidio. Quindi  non sono messi lì a caso e sono anche aggressivi. Io sono arrivato a combattere con Shin, mentre il mio vicino destro se le stava dando con Uighur; alla mia sinistra c’era una ragazza che combatteva con Rei.

Nota: le immagini sottostanti provengono dal sito 4gamer, in quanto era severamente vietato ai partecipanti scattare foto e fare video direttamente agli schermi.

 

Per ora non si sa nulla della localizzazione del gioco. Tutto sommato, se a qualcuno venisse voglia di prendersi l’edizione giapponese, sappia che è decisamente complicato senza sapere bene la lingua.

shortlink: http://wp.me/p1KoP8-8jY

Anime Tribute – Lupin III

Ben ritrovati con la rubrica dedicata agli anime che ci hanno tenuto compagnia da bambini e che magari – come in questo caso – continuano a tenerci compagnia ancora oggi. Stavolta parliamo di un cult che oserei definire immortale e che oggi, 10 agosto 2017, compie ben 50 anni: Lupin III !!

lupin

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Lupin Sansei (ルパン三世)
Episodi: 23, 155, 50, 24
Registi: Molti, ma i primi furono Masaaki Osumi, Hayao Miyazaki e Isao Takahata, che gettarono le basi per tutte le serie successive
Character Design: Yasuo Ōtsuka, Takeo Kitahara, Yusan Aoki, Hisao Yokobori
Musiche: Takeo Yamashita,ji Ōno
Produzione: Tokyo Movie Shinsha
Prime TV (J):
197119771984 2015
Prime TV (ITA):
1979198119872015

Trama e tematiche principali

Chi non conosce Lupin, l’imbattibile ladro gentiluomo che viaggia attorno al mondo mettendo a segno colpi impossibili? E chi non conosce Jigen, l’infallibile pistolero che spara seguendo la tesa del proprio cappello? Chi, ancora, non conosce Goemon, il silenzioso samurai la cui spada è capace di tagliare di tutto con estrema precisione o Fujiko, la bellissima, spregiudicata ed inafferrabile ladra che ha fatto della seduzione la sua arma più pericolosa? Infine, chi non conosce Zenigata, stoico ispettore dell’Interpol che ha fatto della cattura di questi stupefacenti criminali la sua ragione di vita, inseguendoli in ogni angolo del globo? Personaggi ormai entrati nell’immaginario collettivo, i protagonisti dell’anime Lupin III sono noti al grande pubblico e restano fedeli a sé stessi praticamente da mezzo secolo, tanto che basta nominarli a chiunque per richiamare alla mente le precise caratteristiche di ognuno. E questi, in fondo, sono gli unici elementi della trama che è necessario conoscere per godersi ogni singolo episodio o special televisivo, ogni singolo film cinematografico ed ogni singolo OAV legati alla serie, senza distinzione alcuna.

lupin personaggi

In prima battuta si potrebbe pensare che questo sia un limite, perché la consueta formula nota come “squadra che vince non si cambia” ha spesso portato tante serie (non solo animate) ad arenarsi in una ripetitività che presto o tardi ne hanno decretato la fine, mentre invece per Lupin e soci l’incantesimo non si rompe mai e le loro storie riescono sempre ad affascinare e a tenere incollati i telespettatori davanti allo schermo. Perché se magari in un episodio i nostri eroi hanno a che fare con il tipico riccone megalomane che vuole conquistare il mondo, in un altro se la vedono con stregoni in grado di resuscitare i morti, spietati killer dagli strani poteri e chi più ne ha più ne metta. Sembra infatti non esserci limite alla varietà di imprese di cui Lupin e la sua banda si sono resi e si rendono ancora protagonisti, ma è comunque possibile individuare all’interno di esse una serie di temi ricorrenti che adesso andremo a vedere.

lupin cagliostro

Il fulcro principale attorno a cui ruotano tutte le vicende è sempre e comunque l’umanità, quell’insieme di sentimenti e valori positivi che distinguono i protagonisti dai loro nemici. Lupin e i suoi compagni sono infatti dei ladri, persone che si muovono con disinvoltura negli ambienti criminali, eppure capaci di mostrare un senso morale maggiore dei “mostri” contro cui si ritrovano di volta in volta a dover combattere. Occhio però: Lupin non è Robin Hood, non ruba ai ricchi per dare ai poveri, sia chiaro, ma è sempre pronto a fare la cosa giusta quando le circostanze lo richiedono , anche a costo di rimetterci. E questo è ciò che spesso e volentieri, nonostante tutto, permette a Zenigata di ritrovarsi dalla stessa parte della barricata del suo arcinemico, perché i criminali veri, continua a ripeterci la serie, sono quelli che non si fanno alcuno scrupolo a calpestare la vita e la dignità del prossimo pur di raggiungere i propri scopi. Anni luce prima che Nolan ci catechizzasse con Batman Begins, Lupin ci insegnava già che “non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica”.

A seguire, è la temerarietà di Lupin e dei suoi compagni a costituire l’altro elemento fondante della serie. Essi infatti non provano diletto in “semplici” rapine in banca o assalti a furgoni portavalori, perché l’arricchirsi, per loro, non è lo scopo principale, ma l’eventuale conseguenza, un premio aggiuntivo se vogliamo, di quel pericoloso gioco che li spinge, di volta in volta, a mettersi alla prova contro sfide apparentemente impossibili. Il gusto di riuscire a violare fantascientifici sistemi di sicurezza ritenuti inviolabili, la consapevolezza di essere gli unici al mondo a mettere a segno dei colpi che tutti gli altri non avrebbero nemmeno la fantasia d’immaginare, l’essere per questo temuti e rispettati ma anche braccati costantemente dalle forze dell’ordine e bersaglio, spesso e volentieri, di altri ambiziosi criminali, rappresentano la vera ricompensa delle imprese di Lupin e soci.

Terzo importante elemento è la libertà. I protagonisti, infatti, non sono fuorilegge solo perché ciò che fanno costituisce reato, ma lo sono proprio con il cuore. Benché essi stessi posseggano una morale, non possono però vivere secondo le normali regole della società perché, come si suol dire, “gli unici pesci che seguono la corrente sono i pesci morti”. E se Zenigata incarna proprio quella “legge” che cerca di continuo di ingabbiarli e ricondurli sulla “retta via”, Lupin, Jigen, Goemon e Fujiko sono l’incarnazione di un’individualità che non riconosce padroni se non il proprio desiderio di sentirsi vivi. Non un’istigazione a delinquere, quindi, ma un grido che incita lo spettatore a non lasciare che siano altri a decidere cosa dovrebbe fare della sua vita. Un monito che, anche se rivolto principalmente alla società giapponese, si può estendere ad ogni latitudine ed ogni età, forse il vero motivo per cui Lupin è un mito intergenerazionale.

Caratteristiche peculiari

La prima caratteristica che colpisce qualsiasi spettatore delle vicende di cui si rendono protagonisti il ladro gentiluomo e la sua banda è di certo il profondo senso d’avventura che vi si respira. Traendo spunto dai film di James Bond, i personaggi non stanno mai fermi, sono sempre in giro per il mondo – spaziando con disinvoltura tra luoghi realmente esistenti ed altri di pura fantasia – alla ricerca di nuove sfide da affrontare e immensi tesori su cui mettere le mani. Anche l’atmosfera generale, connubio di sonorità, mode e costumi tipicamente anni ’60 e ’70, ha un suo peso specifico non indifferente, soprattutto nelle prime serie, quelle più famose. In particolare la colonna sonora di Lupin è stata sempre molto ricercata. Che si trattasse della musica jazz accompagnata dalla voce di Charlie Kosei o dell’energica “Super Hero”, cantata da Tommy Snyder, la scelta dei brani ha donato all’anime un’aura molto più affascinante ed internazionale rispetto alla quasi totalità delle altre produzioni del Sol Levante. Dulcis in fundo, i protagonisti stessi, con le loro vite ed il loro passato, rappresentano spesso il fulcro delle appassionanti trame dei diversi episodi, film e OAV. Tanto Lupin, quanto Jigen, Goemon, Fujiko e anche Zenigata hanno sempre qualche “scheletro nell’armadio”, qualche vecchio amore / amico / nemico o qualche mistero da rivelare (sì, anche dopo ben 10 lustri!) e ciò, di per sé, già da solo costituisce un motivo che spinge lo spettatore a continuare a seguire l’evolversi delle loro avventure.

Il manga originale

Creato da Monkey Punch (nome di battaglia di Kazuhiko Katō), Lupin inizia le sue prime scorribande sulle pagine di Weekly Manga Action nell’ormai lontano 10 agosto 1967 ed è subito un grosso successo. Questo perché, pur nascendo come Seinen (manga per adulti) e quindi con contenuti espliciti, riesce a far presa anche sul pubblico più giovane e la prima serie, che era stata pensata per durare soltanto 3 mesi, viene prolungata fino al 1969 proprio per via di questo inaspettato ed enorme consenso. E se visivamente, per via del peculiare stile di disegno dell’autore, già si notano parecchio le differenze rispetto alle varie trasposizioni animate, quello che davvero colpisce chiunque abbia letto il manga è che i protagonisti, a parte forse Fujiko, godono di una caratterizzazione profondamente diversa da quella che ormai quasi tutto il mondo ritiene come “canonica” e che ho descritto all’inizio dell’articolo. Lupin e soci, su carta, non sono infatti solo più libertini nei costumi, ma anche più spregiudicati sul piano morale. Anche le dinamiche che li vogliono tutti come una banda affiatata sono in realtà diverse da quelle che abbiamo imparato a conoscere e, nella maggioranza dei casi, ognuno persegue i propri scopi personali. Oltretutto, cosa che mai si è vista sullo schermo, Monkey Punch si divertiva molto a far rivolgere i personaggi direttamente al lettore: Lupin e gli altri si rendono conto infatti di essere solo i protagonisti di un fumetto e non è raro vederli lamentarsi proprio delle scelte dell’autore! Insomma, di differenze ce ne sono veramente tantissime.

“Ma perché tutta questa differenza?”, vi starete chiedendo. Beh, in realtà dietro non c’è chissà quale oscura ragione ma il semplice fatto – comune a quasi tutte le opere che vengono trasposte in animazione – che il pubblico di riferimento è diverso. Se, infatti, come ho già detto, Lupin nasce quale fumetto per adulti, con tutti gli annessi e connessi del caso, le diverse serie anime, gli special televisivi e i vari film sono invece rivolti il più possibile alla “massa”, cioé ad un pubblico talmente eterogeneo da riuscire a garantire, a chi produce l’animazione, un numero di ascolti abbastanza elevato da generare un ritorno economico in grado di giustificare l’intera operazione. Successe quindi che, quando la Tokyo Movie Shinsha, nel 1971, decise di mandare in onda la prima serie animata di Lupin, quella della “giacca verde”, cercando (pur con tutte le dovute censure) di rimanere più fedele allo spirito del manga, non ottenne i risultati sperati. Recuperò ascolti soltanto con le successive repliche, ma era chiaro che bisognava accattivarsi i favori del pubblico modificando un po’ di cose. Nel frattempo, comunque, Monkey Punch accompagnò questa prima trasposizione animata pubblicando nuovi episodi cartacei dal 1971 al 1972 (episodi che vennero poi raccolti assieme ai precedenti e considerati un’unica prima serie). Nel 1977 ci provarono di nuovo: una nuova serie animata, quella famosa della “giacca rossa”, ed una nuova serie manga ad accompagnarla. Stavolta però le due cose andarono avanti su binari diversi e fu lì che, con un’impostazione significativamente diversa rispetto alla serie precedente, l’anime ottenne il riscontro che si cercava, tanto da arrivare a sfornare ben 155 episodi (contro i soli 23 della prima). Questo, tuttavia, se da un lato decretò il successo anche a livello mondiale di Lupin, fornì a sua volta lo “stampo” che ogni produzione animata sul ladro e i suoi soci avrebbe poi avuto da allora in poi.

Magari qualcuno penserà che l’autore, giustamente, abbia delle rimostranze circa questo “snaturamento” dei suoi personaggi, no? Sorpresa, a Monkey Punch, invece non glie ne può fregare di meno e, anzi, ama vedere Lupin in animazione, apprezzando di volta in volta sia il lavoro svolto da chi si occupa del lato tecnico vero e proprio, sia quello dei diversi registi, ognuno dei quali restituisce la sua particolare visione di Lupin. A tal proposito ci tiene a precisare che “Il Castello di Cagliostro” di Miyazaki è la produzione che più gli piace. Non ci credete? Nel caso, date un’occhiata a questa intervista (in inglese) del 2003. 😉

Lupin e l’Italia: amore indissolubile

Accompagnato dalle note di Planet-O, Lupin è approdato sui nostri teleschermi nel 1979, divenendo quindi uno dei primi anime protagonisti della grande invasione iniziata solo un anno prima con il mitico Goldrake. Da quel momento in poi si è accasato nel Bel Paese e non se n’è andato più, specialmente quando, poco dopo, è passato nelle mani di Mediaset, che ne ha sancito la vera e propria trasformazione in un’icona iniziando a trasmettere ogni singolo anime, film, special televisivo o OAV esistente e mescolando il tutto in una serie infinita di repliche.

Uno dei lati particolarmente positivi di questa gestione quasi esclusiva è stato quello di avere, nella stragrande maggioranza degli adattamenti, una continuità nel cast delle voci italiane, in special modo per quello che riguarda Lupin e Jigen, rispettivamente doppiati da Roberto del GiudiceSandro Pellegrini, due grandi professionisti che purtroppo la morte ci ha strappato via già da alcuni anni. A loro, indiscutibilmente, va il merito di aver contribuito a scolpire nella memoria dei telespettatori il ricordo di questi grandiosi personaggi. Tuttavia, come accaduto a tanti altri anime passati sotto le sforbicianti mani di Mediaset, lo scotto da pagare sono state delle censure a volte anche piuttosto pesanti, ma questo non ha sminuito l’amore degli italiani verso Lupin e soci. Tale amore, nel corso del tempo, non ha solo creato un mercato per t-shirt, borse e altri gadget a tema, ma è sfociato spesso in iniziative uniche e memorabili. Quella che ritengo più importante è la speciale collaborazione instaurata, a partire dal 1994, tra i Kappa Boys e Monkey Punch. Tale sodalizio ha portato non solo alla pubblicazione di Alis Plaudo, esclusivo episodio manga disegnato proprio dall’autore originale su testi dei mitici redattori di Kappa Magazine, ma alla creazione di una vera e propria collana di manga, denominata Lupin III Millennium, realizzata da diversi disegnatori italiani (in realtà uno è realizzato da Shinichi Hiromoto, che dovreste conoscere per Jagi il fiore malvagio) ma sempre sotto la supervisione del papà di Lupin.

 

Un altro bel tributo è sicuramente Basette, un corto presentato nel 2008 da Gabriele Mainetti (oggi famoso per “Lo chiamavano Jeeg Robot”) e interpretato nientemeno che da Valerio Mastandrea, Daniele Liotti, Flavio Insinna, Gabriele Giallini e Luisa Ranieri.

Ultima, ma solo in ordine di tempo, la coproduzione italo-nipponica della recente serie Lupin III – L’avventura italiana, completamente ambientata nel nostro paese e trasmessa da noi in anteprima mondiale (!) nell’estate del 2015.

Sì, lo so, veniva mandata in onda ad orari improponibili e con la peggior sigla che ci si potesse aspettare (senza contare altre “cosette” che ci sono andate storte tipo che in Giappone poi l’hanno trasmessa con diverse scene migliorate…), ma tale produzione resterà comunque una pietra miliare nel rapporto tra Lupin e l’Italia.

Un’avventura senza fine

Molti forse non sanno che, diversamente da tanti anime che abbiamo conosciuto e amato da bambini, Lupin è (dopo Doraemon), l’unico che in Giappone non ha mai avuto momenti di stanca. Ogni anno vengono infatti prodotte non solo nuove storie animate (siano esse special televisivi, serie o film), ma anche nuove storie cartacee (sia per mano di Monkey Punch che di altri mangaka), tanto che, a voler elencare tutto ciò che è stato realizzato su Lupin, c’è letteralmente da perdersi.

Tra le produzioni più recenti, oltre alla già citata avventura italiana, non si possono non menzionare la serie tv “La donna chiamata Fujiko Mine” e i film “La lapide di Jigen Daisuke” e “Goemon Ishikawa imbrattato di sangue”, che hanno puntato i riflettori ognuno su un diverso componente della banda.

 

Menzione a parte, invece, per il non proprio riuscitissimo film dal vivo, del quale sarebbe più che altro bello sapere chi è il genio del marketing che ne ha scelto la locandina italiana…

In più, notizia piuttosto fresca, annunciata durante l’ultima edizione del Japan Expo tenutasi lo scorso luglio, è in lavorazione una nuovissima serie animata, stavolta ambientata in Francia, la terra che ha dato i natali allo scrittore Maurice Leblanc, creatore dell’originale Arsène Lupin da cui Monkey Punch ha tratto ispirazione. Insomma, dopo 50 anni di onorata carriera, un cerchio che si chiude.  🙂

Ci sarebbe ancora tantissimo da dire, ma ci fermiamo qui, con questa accattivante fan-art disegnata da Domenico “Handesigner” Alfieri, artista italiano che molti conoscono proprio grazie alla sua passione per Lupin, qui ritratto assieme a Fujiko e alla mitica Fiat 500 sullo sfondo di Cava de’ Tirreni.

 

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Masami Suda ospite al Roma Cartoon Festival

Il maestro Masami Suda, papà della versione animata di Ken il guerriero, sarà ospite della prima edizione del Roma Cartoon Festival, evento che si terrà dal 23 al 25 giugno 2017.

Da questa mattina è possibile inoltre prenotarsi per incontrarlo e avere un suo autografo!
Per prenotarsi, occorre inviare una mail a info@romacartoonfestival.com specificando:
– NOME e COGNOME
– DATA DI NASCITA
– la preferenza del giorno SABATO o DOMENICA
Riceverete una conferma con un numero identificativo, che vi verrà richiesta il giorno dell’evento. Una email varrà SOLO per un nominativo, tutte le mail contenenti più nominativi non saranno accettate. Tutte le mail che non rispettano le specifiche sopra indicate non riceveranno una mail di risposta.
ATTENZIONE! Una volta ricevute 100 email non sarà più possibile prenotarsi!

E mentre aspettate di incontrarlo, potete sempre farvi un ripasso sulla sua lunga carriera nel mondo dell’animazione 😉

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Ken il guerriero – La Battaglia di Fine Secolo

Lo scorso 19 marzo si è svolto in Giappone il Seikimatsu Butō-kai (世紀末武闘会 – Battaglia di Fine Secolo), l’annuale torneo che vede sfidarsi i migliori giocatori di Hokuto No Ken,  il noto picchiaduro ad incontri realizzato nel 2005 dagli stessi sviluppatori della serie Guilty Gear per il mercato arcade e poi approdato nel 2007 anche su PS2.

[Cliccate qui per una dettagliatissima scheda sul gioco]

Trattandosi di un evento che nel corso degli anni ha acquisito sempre più visibilità, tanto da meritarsi la diretta streaming sul portale Twitch, famoso tra i gamer di tutto il mondo, il sito Shoryuken.com – forse il più importante in assoluto sulla scena dei tornei professionistici di picchiaduro ad incontri – ha pensato bene di dedicargli un lungo reportage. Avendo trovato la lettura interessante e piacevole, ho pensato di riassumere un po’ quello che vi è scritto in modo da fare un po’ di luce su un aspetto del mondo di Hokuto di cui ero sì a conoscenza ma che non avevo mai approfondito davvero.

Premesse fondamentali

Una delle cose che l’autore dell’articolo ci tiene subito a precisare è che il picchiaduro di Hokuto No Ken si è fatto in Giappone (e non solo) la reputazione di Kusoge (letteralmente “gioco di merda”), perché si tratta di un titolo fortemente sbilanciato. Questo non gli ha impedito comunque di ritagliarsi una bella nicchia di appassionati e di rientrare fra i giochi della prestigiosa competizione Super Battle Opera Tougeki, indetta annualmente dalla rivista nipponica Arcadia almeno fino al 2012, anno in cui è stata sospesa a tempo indefinito.  Proprio in quell’anno il signor Matsuda, ex organizzatore del Tougeki,  indice il primo Seikimatsu Butō-kai assieme a K.I., giocatore professionista che da allora diventerà anche campione incontrastato di tutte le successive edizioni della nuova competizione. Almeno fino ad oggi…

K.I., il detentore del titolo

Il 6° Seikimatsu Butō-kai

L’ultima edizione del torneo ha avuto luogo nell’e-sports Square Akiba, un locale situato nel famoso quartiere di Akihabara, a Tokyo, e che è divenuto ormai fulcro di tutti i più importanti eventi legati al mondo delle FGC (Fighting Games Competitions). 129 giocatori, provenienti da regioni di tutto il Giappone e suddivisi in 43 squadre di 3 componenti ognuna, si sono dati battaglia sfoderando tutto il loro repertorio di mosse segrete, combo e – elemento cardine del gioco – Fatal K.O..

Senza entrare troppo nel dettaglio circa i partecipanti e lo svolgersi del torneo (se proprio volete c’è l’articolo originale in inglese con tanto di video annessi), l’evento è stato come sempre memorabile, sia per la bravura stessa dei partecipanti, sia perché quest’anno, per la prima volta, K.I. ha dovuto cedere il passo e consegnare il trofeo al team MicrotransactionTV.

Foto ricordo: K.I. che infila una combo da 150 Hit. Così, per gradire.

Considerazioni personali

Se l’autore del pezzo originale espone le sue considerazioni riguardo a come l’evento si riflette sulla scena FGC, dal canto mio non posso invece fare altro che dire la mia circa le possibili implicazioni di tutto questo nell’ambito di Hokuto No Ken come opera e come brand.  Anche qui, però, c’è bisogno subito di una premessa importante. Come ormai avrà notato chiunque, tutte le produzioni ed i prodotti di merchandise che gravitano nell’orbita di Hokuto hanno ormai un target ben specifico che è quello di chi è cresciuto con il manga originale e/o l’anime storico, quindi una massa di persone di un’età media compresa tra i 40 e i 50 anni se si guarda al solo Giappone. In Italia lo scarto è di poco, perché l’anime è arrivato quasi subito pure qui, mentre il resto del mondo fa effettivamente poco testo in termini di pubblico. Data la situazione, è chiaro che quel ricambio generazionale necessario alla sopravvivenza a lungo termine del brand non c’è stato. Non che non ci abbiano provato, tanto con la Trilogia e la Pentalogia quanto con i manga spin-off o anche con i due giochi della serie Ken’s Rage ma, a parte i nostalgici, davvero pochissimi sono i giovani che si sono avvicinati all’opera originale grazie a tali iniziative.

Al contrario, però, il Seikimatsu Butō-kai cresce sempre più in popolarità, coinvolgendo una platea di ragazzi amanti dei videogames che si emozionano e si appassionano nel guardare gli spettacolari scontri di altri ragazzi come loro. Nel suo piccolo questo cosiddetto “gioco di merda”, pubblicato ormai 12 anni fa, potrebbe riuscire laddove hanno fallito produzioni ben più dispendiose, avvicinando nuovo e giovane pubblico al mondo di Hokuto senza scendere a compromessi con il mutato gusto del mercato odierno. Utopia? No, non credo. E’ ovvio però che a questo punto la manifestazione avrebbe bisogno di una spinta decisiva in questa direzione. Già creare il tanto richiesto sequel del gioco potrebbe essere una mossa importante, ma non andrebbe sottovalutata l’ipotesi di coinvolgere direttamente Tetsuo Hara, Buronson e la Coamix. A dirla tutta, non sfruttare quest’occasione sarebbe davvero stupido, perché di questo passo l’attuale pubblico di riferimento si estinguerà presto. Non per morte naturale, attenzione, ma perché ad una certa età le passioni diventano bei ricordi ed il tempo che prima vi si dedicava viene sostituito da quello che serve per star dietro alla famiglia, specialmente se si hanno dei figli. A quel punto o Ken morirà definitvamente o, peggio ancora, verrà ripresentato in una veste più adeguata ai gusti della massa. Esagero? Non lo so, spero di sì. Intanto, dal canto suo, Yoshihara Motoki, mangaka che ha lavorato al reboot di Cyber Blue e che è un grande appassionato di FGC, ha già iniziato a collaborare con questa scena particolare e anche con il Seikimatsu Butō-kai, realizzando illustrazioni apposite per gli eventi, oltre che creare un manga, Battle Mexia, incentrato su un futuro dominato dalle competizioni tra gamers. Che sia un segno?

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