Anime Tribute – I Cavalieri dello Zodiaco

Nuovo appuntamento con la serie di articoli celebrativi sugli anime cult della nostra infanzia. Mettetevi comodi, fate partire la musica e bruciate il vostro Cosmo fino ai limiti estremi, perché oggi parliamo dei Cavalieri dello Zodiaco!

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SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Saint Seiya (聖闘士星矢)
Episodi: 114
Regia: Yasuhito Kikuchi, Kozo Morishita
Character Design: Shingo Araki, Michi Himeno
Musiche: Seiji Yokoyama
Produzione: TOEI ANIMATION
Prima TV (J): dal 11 / 10 / 1986 all’ 01 / 04 / 1989
Prima TV (ITA): 1990

Trama e tematiche principali

Si narra, sin dall’antichità, che quando l’umanità giunge sull’orlo del baratro, appaiono i “Saint”, i Cavalieri di Athena, per riportare la pace. Ognuno di essi è rappresentato da una costellazione e protetto da una un’armatura sacra, in grado di esaltarne la potenza. Seiya è un orfano che, suo malgrado, è stato inviato da piccolo in Grecia proprio per divenire un Cavaliere ed impadronirsi delle vestigia di Pegasus. Sottoposto per anni a massacranti allenamenti, ha imparato a combattere facendo “esplodere” il suo Cosmo, quella forza interiore, simile a quella delle stelle, che alberga in ogni essere umano. Il ragazzo ha resistito così a lungo solo perché la fondazione Grado (da noi fondazione Thule), che lo ha costretto a seguire un così duro cammino, gli ha anche garantito che al ritorno lo avrebbe fatto ricongiungere con Seika (Patricia per il pubblico nostrano), l’amata sorella maggiore dalla quale era stato separato. Tornato in Giappone, però, scopre che Seika è scomparsa proprio quando lui è partito per la Grecia e che, da allora, se ne sono perse le tracce. Ma la fondazione, ora nelle mani della giovane Saori (Lady Isabel), ha organizzato la Battaglia Galattica, un torneo per mettere a confronto tutti i Cavalieri che hanno fatto ritorno con la propria armatura: se Seiya vincerà, sarà impiegata ogni risorsa pur di rintracciarne la sorella.

Di qui in poi, la storia è un continuo crescendo. Inizialmente riluttante a prestarsi ancora al volere della fondazione, il protagonista scopre ben presto che c’è in gioco molto più che la sua sola vita. Saori è infatti la reincarnazione della dea Athena, tornata fra gli uomini  per contrastare le minacce che incombono sul pianeta. La prima di esse è la più subdola: un conflitto fra Cavalieri delle sue stesse fila, originato dalla volontà del Gran Sacerdote. Molti sono i guerrieri che cadono durante le epiche battaglie che seguono, mentre Seiya stringe un legame sempre più forte con Shiryu (Sirio il Dragone), Shun (Andromeda), Hyoga (Crystal il Cigno) e Ikki (Phoenix),  suoi compagni d’arme. Assieme a loro riesce a sconfiggere dapprima i Silver Saints, i Cavalieri d’Argento e infine a superare le 12 case presidiate dai Gold Saints, i Cavalieri d’Oro e sventare una volta per tutte i piani di Saga di Gemini, colui che ha ordito l’intero complotto e che aveva usurpato il posto del vero Gran Sacerdote, da tempo defunto.

Cavalieri d'Oro

Ma, come dicevamo prima, per quanto sofferto questo è solo l’inizio. Conclusasi quella che viene generalmente definita come la “Battaglia del Grande Tempio”, inizia infatti una nuova lotta nelle gelide terre di Asgard, territorio di Hilda di Polaris, sacerdotessa di Odino, e dei suoi Cavalieri, i God Warrior, ognuno rappresentato da una stella del Grande Carro dell’Orsa Maggiore. Subito dopo, lo scontro con il reincarnato Nettuno e i suoi Mariners, a guardia delle 7 colonne che sostengono i 7 mari, conclude l’anime televisivo.

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Il tema più importante, il punto cardine dell’intera serie, è la lealtà. Che sia verso i propri amici, verso un ideale, verso coloro che sono chiamati a proteggere o servire, quasi tutti i guerrieri che compaiono nel racconto, non solo i protagonisti ma anche gli antagonisti, preferirebbero morire piuttosto che tradire ciò in cui credono o le persone che ripongono fede in loro. Basti pensare che è la lealtà di Aiolos (Micene di Sagitter), un singolo Cavaliere d’Oro, ad innescare tutta la catena di eventi che si sviluppano in seguito. Seiya stesso, all’inizio più egocentrico, affronta un processo di vera e propria crescita in tal senso. Le battaglie che affronta, infatti, gli permettono di forgiare non solo una grandiosa amicizia con gli altri Cavalieri, ma anche il suo proprio carattere: quel ragazzino interessato soltanto a ritrovare sua sorella, infischiandosene di guerre galattiche e responsabilità, diventa man mano lo stoico paladino di Athena e dell’umanità, disposto a mettere in gioco la vita più e più volte e senza la minima esitazione.  Potremmo citare Ikki, capace di tornare letteralmente dal mondo dei morti pur di difendere suo fratello minore Shun, oppure Shiryu, divenuto l’emblema stesso di chi si sacrifica costantemente per il bene dei compagni, e potremmo passare in rassegna i personaggi per ore ed ore ma, sicuramente, chiunque di voi ha scolpito nella propria memoria qualche momento particolare dell’anime in cui traspare questo valore.

Un altro tema, strettamente legato al primo, è il coraggio. Quel coraggio che permette di affrontare continue sfide anche contro avversari che sembrano infinitamente superiori e che porta i protagonisti a progredire, migliorarsi e superare ogni ostacolo che gli si pari di fronte, a dispetto di qualsiasi classificazione o prospettiva. Un messaggio forte, ribadito dalla prima all’ultima puntata, partendo da un ragazzino che si trova a sfidare un gigante, passando per l’acquisizione del Settimo Senso  fino ad arrivare alla sconfitta di una vera e propria divinità, che ricorda allo spettatore che solo combattendo si è in grado di rovesciare la sorte. Come diceva Alessandro Magno, “nulla è impossibile per chi osa”.

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Infine, a completare questa “santissima trinità” di tematiche che si rincorrono e si alimentano a vicenda, troviamo la speranza. Questa, in particolare, è l’unica caratteristica che distingue in maniera profonda i cinque protagonisti principali dal resto dei personaggi. Essi infatti, diversamente dai loro avversari, riescono a trovare la forza di lottare anche quando ormai tutto sembra perduto e questo li “eleva” al di sopra di chiunque altro, anche degli déi. Limitati proprio da una visione pessimistica dell’umanità e, di conseguenza, del futuro, i nemici vengono costantemente sbugiardati da questi adolescenti, la cui giovane età è essa stessa il simbolo di una nuova generazione, di un avvenire pieno di opportunità per sé e per il mondo intero, un domani in cui poter fare tesoro degli errori commessi e progredire.

Caratteristiche peculiari

Carta vincente dei Cavalieri dello Zodiaco è la mitologia. Sembrerà assurdo, ma nella sua “semplicità”, questa è stata forse la caratteristica che, più di altre, ha permesso alla serie di riscuotere tanto successo. Mentre per il popolo del Sol Levante, abituato per tradizione ad un diverso sistema astronomico, tutto questo era sufficientemente esotico da scatenare forte curiosità e ammantare l’opera di un’aura mistica mai vista prima, per noi occidentali  (in particolare chi, come me, all’epoca studiava a scuola proprio certe cose), stabiliva una tale connessione con la nostra cultura da risultare affascinante ed irresistibile. E non era qualcosa che si limitava ad un paio di richiami sporadici: nomi, tecniche speciali, sceneggiatura, determinate situazioni in combattimento… nella maggioranza dei casi pescavano a piene mani da un patrimonio di leggende, tradizioni e religioni che spaziava a 360°.

Allo stesso tempo, il character design studiato dai leggendari Shingo Araki (che abbiamo già nominato parlando di Goldrake) e Michi Imeno, unito alla grande macchina dell’animazione che erano gli studi Toei dell’epoca, ha permesso di produrre uno spettacolo visivo accattivante e che è stato capace di migliorare episodio dopo episodio, arrivando a toccare picchi tali da lasciare letteralmente a bocca aperta. Se poi a questo aggiungiamo una colonna sonora di quelle che si imprimono a fuoco nella mente, merito del mitico compositore Seiji Yokoyama e dei Make-Up, la band che ha creato la sigla d’apertura Pegasus Fantasy, non è così difficile capire come mai i Cavalieri siano ancora oggi tanto popolari.

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Il manga originale

Originariamente, la serie vede la luce in forma cartacea per mano di Masami Kurumada, mangaka della “vecchia scuola” che già da 11 anni lavorava per Shueisha e che, proprio da alcuni suoi lavori precedenti per lo stesso editore, riprende molte idee. Da Ring ni kakero (リングにかけろ- Metticela tutta sul ring), manga sulla boxe pubblicato tra il 1977 ed il 1981, l’autore riprende non solo l’aspetto del protagonista principale, ma anche gli allenamenti al limite della resistenza umana, il gruppo di eroi formato da cinque membri e l’utilizzo di attacchi segreti dai nomi “cool”. In più, a partire dal 17° volume della serie, vengono introdotti gli avversari del Team Grecia, tutti portatori di nomi quali Orfeo, Ulisse, Teseo, Icaro e Apollo e, col proseguire della serie, entrano in scena le Dodici Divinità Greche: Zeus, Cassandra, Artemide, Orione, Prometeo, Medusa, Narciso, Pegaso, Venere, Poseidone e Ade. In particolare, Venere è chiaramente la base su cui verrà poi costruito il personaggio di Aphrodite (Fish). Da Fūma no Kojirō (風魔の小次郎Kojirō dei Fūma), pubblicato tra il 1982 ed il 1985, Kurumada riprende invece l’idea di “armi sacre” (nel caso specifico delle spade) che hanno la caratteristica di poter essere utilizzate solo ed esclusivamente dal loro rispettivo proprietario. In questo manga compare per la prima volta il Cosmo, concetto che verrà poi espanso in Otoko Zaka (男坂 – Inclinazione maschile), serie prematuramente interrotta realizzata tra il 1984 ed il 1985.

Nonostante tutto questo riciclaggio di idee, è divertente notare quanto la trama di Saint Seiya (anzi, Ginga No Rin – 銀河の輪 – Rin della Galassia, come avrebbe dovuto chiamarsi inizialmente) , almeno nella sua concezione primordiale nella mente di Kurumada, fosse molto distante da quella che tutti conosciamo. L’autore, infatti, colpito dal film Karate Kid, in principio voleva creare una storia con protagonisti un gruppo di giovani karateka (chiamati Seisenshi, Sacri Guerrieri) dai poteri sovrumani che lottavano contro le forze del male protetti da armature. A questo concetto voleva poi legare la mitologia greca e le costellazioni. Fortunatamente per noi, elaborando e rielaborando a lungo le idee (l’autore si era preso un periodo di pausa dopo la cattiva riuscita di Otoko Zaka), decise di cambiare nome sia alla serie che al protagonista e di rivedere buona parte della trama e degli elementi. Così, finalmente, nel dicembre del 1985, sulle pagine del settimanale Shonen Jump, compare il primo episodio del manga di Saint Seiya.

Copertina della prima storica raccolta in volume

C’è da dire che, almeno agli esordi, le sacre armature dei nostri eroi erano davvero ben poco accattivanti. Seiya e gli altri partecipanti alla Battaglia Galattica erano davvero poco protetti e il loro appeal commerciale ridotto praticamente a zero.

armatura di pegasus manga originale

Nonostante questo, il manga divenne una delle serie di punta di Shonen Jump e quindi, fin da subito, si iniziò a pianificare tutto ciò che da esso sarebbe derivato in quegli anni. Vennero fatti degli studi dei personaggi per la realizzazione dell’anime e, almeno in fase progettuale, Shingo Araki tentò di trasporre le armature in maniera fedele al manga:

primi studi

Ma, come dicevamo prima, nonostante tutta la bravura di Araki, quelle armature avevano ben poco fascino a livello commerciale. Ai piani alti della Bandai, finanziatrice della produzione, fu subito chiaro che, per vendere i modellini dei personaggi che avevano in cantiere, c’era bisogno di aggiustare il tiro. Di conseguenza vennero fatti ulteriori studi, fino a quando non si giunse all’aspetto definitivo che tutti conosciamo (notare il raccapricciante Pegasus romanista della fase intermedia):

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A meno di un anno dall’inizio del manga, presero quindi il via l’anime e la produzione di quelle tanto amate figures in armatura (in gran parte giunte anche da noi, grazie a Giochi Preziosi) che ancora oggi rappresentano una fetta veramente importante del mercato del collezionismo, con nuovi e sempre più particolareggiati modelli costantemente immessi sul mercato da Bandai.

I Cavalieri dello Zodiaco in Italia: una storia d’amore e odio

Se c’è una cosa in particolare che ha sempre distinto l’edizione italiana dell’anime di Saint Seiya (a parte il cambiamento dei nomi del 99% dei personaggi) è sicuramente l’adattamento dei dialoghi. Fin dai suoi esordi sulle nostre reti nel 1990, la serie si è presentata infatti con un registro aulico dai forti rimandi a Dante, ai poemi omerici e all’epica cavalleresca. Certo è che in fondo, visti i temi trattati, tale scelta non era poi così malvagia, e in effetti all’epoca ce lo siamo goduti così, senza porci troppi problemi su quello che poteva essere il modo di parlare originale dei protagonisti. Ci andava bene il “Fulmine di Pegasus” come ci andavano bene le “Ali della Fenice” e il “Colpo Segreto del Drago Nascente”, per dire. E il successo fu strepitoso: mentre il cartone macinava ascolti a ruota libera, la Giochi Preziosi importava i pupazzetti in armatura di Bandai e li vendeva a carrettate.

Poi, dopo qualche anno è arrivato da noi anche il manga. E lì è stata la “fine”. A partire da quel momento, diversi che fino al giorno prima cantavano a squarciagola la sigla italiana iniziarono insospettabilmente a scoprirsi puristi dell’opera originale, gettando le prime basi di quell’insanabile spaccatura nel pubblico tra chi ancora oggi arriva a fare petizioni online per richiamare i vecchi doppiatori sulle nuove serie e chi invece darebbe fuoco a tutto perché proprio non ce la fa a non sentire “Scarlet Needle” piuttosto che “Cuspide Scarlatta”.

Una leggenda che non finisce

Quando, tra il 1989 ed il 1990, si conclusero sia l’anime televisivo che il manga originale, sembrava che per Pegasus e soci l’avventura fosse finita. Bandai e Toei (che pure avevano prodotto ben 4 film d’animazione mentre la serie era in corso) non mostrarono alcun interesse ad animare l’ultima parte del manga, mentre Kurumada, chiusa quella fase, si dedicò negli anni seguenti alla realizzazione di diverse nuove opere che non raggiunsero mai lo stesso successo dei Cavalieri. La situazione cambiò drasticamente a partire dal 2002, quando finalmente si decise di riprendere l’anime da dove si era fermato e  venne pubblicato il primo dei 31 OAV che ripercorrono la lotta contro Ade e la sua armata di Specter. In contemporanea sono stati lanciati sia il manga Saint Seiya -Episode G, prequel realizzato da Megumu Okada e ambientato pochi anni prima dell’inizio della serie originale, in cui i protagonisti sono i Cavalieri D’Oro, sia il romanzo Gigantomachia, scritto da Tatsuya Hamazaki. Il 2004 è stato l’anno del film d’animazione per il grande schermo Saint Seiya – Tenkai -hen, ambientato dopo la fine della guerra contro Ade (e che doveva essere anche il prologo di un nuovo anime mai realizzato).  Kurumada stesso è poi tornato a dire la sua dal 2006 con Saint Seiya Next Dimension, sequel ufficiale del manga (stavolta totalmente a colori), mentre sempre nello stesso anno è iniziato anche Saint Seiya – The Lost Canvas, altro prequel firmato dal mangaka Shiori Teshirogi e poi trasposto in animazione (anche se in maniera incompleta) che narra le imprese dei Cavalieri del 18° secolo e della loro strenua lotta contro Ade. Negli anni più recenti abbiamo poi avuto il “bambinesco” anime Saint Seiya Omega (dal 2012 al 2014), Saintia Sho (2013), manga spin-off con protagoniste delle guerriere dedicate ad Atena, il deludente film in CG Saint Seiya – Legend of Sanctuary (2014) e, infine, Saint Seiya – Soul of Gold (2015), anime trasmesso online (che potete trovare qui con sottotitoli in italiano). In tutto questo, una pioggia di videogames, pachislot, merchandise e soprattutto nuovi modellini, segno inequivocabile di un brand che non solo non ne vuole sapere di cadere nel dimenticatoio, ma che cerca sempre di restare al passo con la voglia di nuove produzioni dei fan.

Chiudo con questa fan art, appositamente realizzata da Luca Papeo (abbiamo parlato di lui a proposito di Ufo King Goldrake), che ritrae i nostri cinque “mitici eroi” in posa plastica.

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Anime Tribute – UFO Robot Goldrake

Con la voglia di farlo da tempo, inauguro una serie di articoli dedicati ai miti animati del passato, quelli che ci hanno tenuto compagnia nei pomeriggi della nostra infanzia, mentre magari facevamo merenda con pane e cioccolata aspettando di andare fuori a giocare a pallone con gli amichetti del quartiere. Quegli anime che hanno lasciato il segno nonostante gli anni e che hanno spesso, attraverso le “parabole” di vita dei protagonisti, rafforzato gli insegnamenti e l’educazione che i nostri genitori ci impartivano, in barba a psicologi e sociologi allarmisti.

Con queste premesse, la scelta sull’anime storico da trattare nel primo appuntamento era praticamente obbligata. Non potevamo infatti esimerci dal parlare del vero capostipite dell’invasione dell’animazione giapponese in Italia: UFO Robot Goldrake!

goldrakeSCHEDA TECNICA

Titolo originale:
UFO Robot Grendizer
(UFOロボグレンダイザー)

Episodi:
74

Regia:
Tomoharu Katsumata
Masayuki Akehi
Masamune Ochiai

Character Design e
Direzione dell’Animazione:
Kazuo Komatsubara
Shingo Araki

Musiche:
Shunsuke Kikuchi

Produzione:
TOEI ANIMATION

Prima TV (J):
dal 5 / 10 / 1975
al 27 / 02 / 1977

Prima TV (ITA):
1978

Trama e tematiche principali

C’è davvero bisogno di spiegare la trama di Goldrake? Vabbé, facciamo finta che siete stati tutti in ibernazione dal 1978 e vi hanno tirato fuori dal congelatore solo ieri…

Giappone, un anno imprecisato di quel periodo in cui andavano forte i pantaloni a zampa d’elefante. Un disco volante sorvola il Fujihama. A bordo c’è Koji Kabuto (sì, esattamente, lo hanno chiamato Alcor ma ormai lo sanno pure i sassi che era in realtà l’ex-pilota di Mazinga Z) che si dirige verso il Centro di Ricerche Spaziali e, nel frattempo, vede riaffiorare i ricordi del periodo passato a difendere il pianeta. Ma ormai quei tempi sono lontani, sia Mazinga Z che il Grande Mazinga sono diventati simboli della Pace e vengono tenuti sotto chiave in un museo, mentre Koji è andato negli Stati Uniti, alla NASA, per specializzarsi nell’ingegneria aerospaziale, costruendo proprio il velivolo sul quale è a bordo. Il motivo del suo ritorno in patria è presto detto: il Dr. Umon (da noi Procton), lo ha chiamato per investigare su strani avvistamenti di UFO. La verità è che le forze aliene di Vega hanno intenzione di conquistare la Terra e sarà il misterioso figlio dello scienziato, Daisuke (Actarus), a rendersene conto per primo, preannunciando il loro attacco dopo aver visto la luna (sul cui lato oscuro hanno la base i nemici) tingersi di rosso. Daisuke, il cui vero nome è Duke, è infatti anch’egli un alieno e proviene dal pianeta Fleed, a sua volta conquistato dai Veghiani e dal quale è riuscito a fuggire solo impadronendosi del potente Grendizer (Goldrake), con il quale è giunto sulla Terra diversi anni prima, venendo poi soccorso e “adottato” dal Dr. Umon. Nei pacifici anni trascorsi sul nostro pianeta azzurro, Daisuke ha imparato ad amare la sua nuova casa e la gente che vi abita, sviluppando una forte riluttanza a combattere, ma sarà proprio l’attaccamento al mondo che lo ha accolto a braccia aperte a farlo tornare a bordo del Grendizer e respingere le flotte di Vega in una lunga e memorabile serie di battaglie durante le quali ritroverà anche la perduta sorella Maria, anch’ella scampata per miracolo all’invasione del loro pianeta natale.

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La serie, come tanti prodotti dell’epoca, pur nascendo con uno scopo molto semplice, ovvero trainare le vendite di giocattoli, modellini e via dicendo, portava dei messaggi non indifferenti ed esplorava temi interessanti che meriterebbero di essere approfonditi oggi forse anche più di allora.

Prima di tutto quello più evidente: il tema del diverso. Daisuke è un alieno, un estraneo, non solo per la provenienza, ma anche come carattere. Nonostante si sforzi di vivere fra gli altri esseri umani, egli è fondamentalmente un personaggio solitario, glie lo si vede perfino nello sguardo, anche quando è in mezzo alla folla. Eppure, nonostante questo, Daisuke farebbe di tutto per proteggere coloro che ha imparato ad amare e quel suolo straniero che gli ha dato riparo. E qui ci sarebbe da riflettere a lungo sui concetti di razza e nazionalità. Perché oggi facciamo spesso un gran parlare di confini e di extracomunitari e di diritti e di doveri, ma spesso perdiamo di vista una realtà importante, ovvero che ad accomunarci dovrebbero essere i sentimenti e la coscienza piuttosto che i colori di un bandiera. Con questo non voglio scadere nel buonismo a tutti i costi, perché ci sono problematiche che purtroppo vanno oltre la mera semplificazione tra “sì, venite tutti da noi che se non c’è posto ci stringiamo” e “se ci provate vi affondiamo i barconi a cannonate”, ma di certo ci troviamo in una fase della storia umana in cui sarebbe ora di iniziare a rivedere, in generale, il nostro rapporto con il prossimo.  Probabilmente lo stesso pensiero di Mauro Biani quando ha disegnato questa illustrazione:

C’è poi un altro tema dominate che è quello della guerra. Come dicevo prima, Daisuke, fin dal primissimo episodio della serie, manifesta una forte riluttanza a combattere, proprio perché è già stato testimone degli orrori generati dal conflitto sul suo pianeta d’origine. La sua stessa famiglia è stata sterminata e anche Grendizer, in fondo, altro non è che una macchina a scopo bellico che Re Vega stava facendo costruire, avvalendosi dell’avanzata tecnologia di Fleed, per portare morte e distruzione su altri mondi. Non c’è quindi un’esaltazione della violenza, bensì la rappresentazione della sfiancante lotta che, tanto il protagonista quanto i suoi amici, sono costretti loro malgrado a sostenere pur di mantenere la Pace.

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Caratteristiche peculiari

Sorprendentemente, Goldrake non era poi così innovativo, o almeno non lo era per i telespettatori giapponesi di quegli anni, già abituati da 3 anni ai Super Robot partoriti dalla fervida mente di Go Nagai. Sui loro teleschermi si erano infatti già avvicendati Mazinga Z (1972), Getter Robot e il Grande Mazinga (1974),  Getter Robot G e Jeeg Robot D’Acciaio (1975 – In realtà Jeeg vene messo in onda lo stesso giorno di Goldrake, allo stesso orario ma su un altro canale televisivo). Ognuno di questi portava con sé la sua dose di caratteristiche e di armamenti spettacolari, quindi da Goldrake non ci si poteva aspettare nulla di meno. Anzi, se vogliamo trovare la vera peculiarità di Goldrake, essa risiede probabilmente nel fatto che inizialmente non sarebbe dovuto neanche esistere. Perché Nagai, in origine, avrebbe voluto concludere la sua trilogia dei Mazinga con un nuovo robot chiamato God Mazinger, al cui comando sarebbe dovuto tornare Koji Kabuto, ma l’inaspettato riscontro di pubblico avuto al cinema da UFO Robot Gattaiger, apparso nel mediometraggio animato Uchū Enban Daisensō (La grande battaglia dei dischi volanti, che abbiamo recentemente potuto vedere anche nelle sale italiane durante le Notti dei Super Robot), spinsero i produttori a chiedere al maestro di lasciar perdere il suo progetto e sviluppare invece la nuova serie partendo proprio dagli stessi elementi cardine di quel film.

Il design di Gattaiger venne completamente scartato in favore di quello (molto più accattivante, inutile nasconderlo…) che tutti conosciamo, con la colorazione tipica dei precedenti Mazinga a fare da richiamo per i piccoli fan, mentre molti altri elementi vennero invece mantenuti quasi inalterati. L’unico veramente scontento fu il povero Koji Kabuto, che si ritrovò degradato da protagonista a spalla nel giro di due mesi, potendo contare solo su un misero (diciamocelo pure questo…) disco volante rubato alle giostre della festa patronale (per ricordarsi poi solo in Goldrake contro il Grande Mazinga che c’aveva almeno altri due robottoni parcheggiati lì vicino…).

A parte gli scherzi, un fattore notevole per il successo della serie è stato sicuramente il poter contare sul character design e sulle animazioni di due mostri sacri come Kazuo Komatsubara e Shingo Araki. Del primo abbiamo già parlato qui, mentre per il secondo credo non ci sia bisogno di molte presentazioni, perché essere appassionati di anime e non sapere chi è Shingo Araki è come…. è come… insomma, non mi viene nemmeno l’esempio per troppo che è assurdo, ma se vi volete fare una cultura, vi consiglio questo sito.

Il successo e l’impatto sulla società

La serie andò avanti per ben 74 episodi e fu accompagnata da alcuni manga, disegnati sia dallo stesso Nagai che da Gosaku Ota e Hidearu Imamichi e che offrivano versioni alternative (quando non addirittura apocalittiche, come nel caso di Ota…) delle vicende. Ci furono ovviamente tonnellate di giocattoli, dischi ed altri articoli legati alla serie, come programmato fin dal principio dalla grande macchina nipponica del merchandise, fino alla naturale chiusura del ciclo vitale (e commerciale) del personaggio.  Ma, come abbiamo visto poc’anzi, se in Giappone Goldrake era solo uno dei tanti robot appartenenti alla folta schiera di guerrieri meccanici che affollavano i palinsesti delle reti televisive di quegli anni, in Italia fu tutto l’opposto: per noi fu il primo.

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La nostra penisola venne colpita da quella febbre che è oggi nota con il nome di “Goldrake-mania“! Il robottone era letteralmente ovunque: giocattoli, giornalini, riviste, figurine, abbigliamento e calzature per bambini, articoli per la scuola, patatine, formaggini, orologi, lampade, maschere e costumi di carnevale, giostre (quanti giri mi ci sono fatto!!), palloncini… potete continuare voi aggiungendo quello che vi pare perché tanto, quasi sicuramente, ogni cosa esistente in quegli anni ha avuto il “marchio” di Goldrake.

Menzione a parte la merita il 45 giri con le sigle, che vendette un milione di copie aggiudicandosi il disco d’oro!

Oltre a tutto questo, fu proprio grazie a tale e tanto successo se le varie emittenti nostrane, dalle più grandi alle più piccole, iniziarono ad acquistare quasi ogni serie proveniente dal Giappone, si trattasse di animazione o di film di mostri giganti e telefilm di supereroi come Megaloman e via dicendo. Ma, come tutte le cose che riscuotono un successo spropositato, anche Goldrake ebbe la sua schiera di “haters” ante litteram che gli si scagliarono contro, reputandolo un modello negativo per i bambini dell’epoca. Difatti Goldrake non era come Superman o come l’Uomo Ragno, che si limitavano a catturare i nemici e consegnarli nelle mani della giustizia. No, Goldrake, come abbiamo detto prima, era in guerra, e in guerra si spara per uccidere. L’errore di chi criticava Goldrake era chiaro, ovvero estrapolare le azioni dei protagonisti dal loro contesto narrativo, ma prima di bollare queste persone come stupide o superficiali, bisognerebbe ricordare qual era il clima di quel tempo. Quelli, per l’Italia, erano infatti gli “anni di piombo”, un periodo nero della nostra storia politica e sociale, e pensare che delle giovani menti potessero in qualche modo recepire un messaggio che giustificasse il farsi giustizia da soli, non era un’ipotesi da prendere poi così sottogamba. Comunque, in difesa di Goldrake scese in campo addirittura il famoso scrittore, giornalista e pedagogista Gianni Rodari che, nel 1980, pubblicò un articolo che riportava le seguenti dichiarazioni: «Bisognerebbe vedere oggettivamente, liberandoci dai nostri pregiudizi personali, che cos’è per un bambino l’esperienza di Goldrake. Bisognerebbe chiedersi il perché del loro successo, studiare un sistema di domande da rivolgere ai bambini per sapere le loro opinioni vere, non per suggerire loro delle opinioni, dato che noi spesso facciamo delle inchieste per suggerire ai bambini le nostre risposte. Invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà Dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, l’affronta e la supera. Cosa c’è di moralmente degenere rispetto ai miti di Ercole?». (Un ottimo approfondimento su tutta la vicenda lo trovate cliccando qui.)

Romano Malaspina – La voce del mito

romano malaspina

Impossibile scrivere un articolo nostalgico su Goldrake e non parlare di Romano Malaspina, l’uomo la cui potente voce è, oramai, inscindibile da Actarus. Dei suoi nobili natali, della sua carriera e della sua fiera personalità potete trovare informazioni ovunque, perché il merito che non gli ha saputo riconoscere il mondo dello spettacolo glielo ha invece dato il pubblico, che a distanza di tanti anni non smette di amarlo ed omaggiarlo in ogni modo possibile. Quindi mi affiderò piuttosto al seguente video per rievocare quegli esaltanti momenti in cui questo nostro eroe, con la sua interpretazione, “creava” il mito.

Nel frattempo la “generazione Goldrake” è cresciuta, portandosi dietro quell’immaginario fatto di lame rotanti e valori positivi. Alcuni ricordano il loro eroe tributandolo con belle fan art, aprendo in suo nome siti d’approfondimento, riunendo altri appassionati in grandi community, scrivendo libri o, come nel caso di Luca Papeo, progettando addirittura un sequel animato: UFO King Goldrake.

La seconda giovinezza

Per quello che riguarda il Giappone, a partire dallo scorso settembre Goldrake è tornato con un manga, Grendizer Giga, disegnato proprio dal suo autore originale, Go Nagai. Trattandosi di un remake e non di un sequel, sia la storia che i protagonisti sono differenti, o almeno non sono propriamente gli stessi che conosciamo da anni. Daisuke Uryu, studente alla pari, è ospite della giovane Hikaru Bokujo e della sua famiglia quando gli alieni invasori dell’Impero di Vega (che ora somigliano più a degli insettoni), decidono di attaccare la Terra. A quel punto sarà l’androide Maria a risvegliare i ricordi sepolti nella mente di Daisuke, il cui vero nome è Luke, ultimo superstite del pianeta Fleed, anch’esso distrutto dagli invasori, che salirà quindi a bordo di Grendizer per respingerli.

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Ma Goldrake è al centro di una vera e propria operazione di rilancio anche nel nostro Paese grazie a svariate iniziative: la collezione completa della serie animata in edicola, la proiezione al cinema dei mediometraggi robotici di Toei, la pubblicazione di un libro e, dulcis in fundo, il ritorno in TV a partire dal 7 gennaio 2015, su MAN-GA, canale 149 di SKY. Ed è difficile non tornare bambini pensando a tutto questo. L’impressione che ne ho avuto io, almeno dopo aver visto l’enorme numero di spettatori di ogni età riempire le sale durante le Notti dei Super Robot, è che Goldrake stia permettendo, oggi come allora, un vero e proprio ritorno di fiamma verso l’animazione giapponese, una nuova invasione che abbiamo tutta l’intenzione di accogliere a braccia aperte.

Chiudo con questa stupenda fan art, appositamente realizzata dal carissimo (e bravissimo) Arcano Sciamano (noto all’anagrafe come Luigi Antonio Merico), che ritrae il nostro amato robottone in una scena che richiama la tradizione del suo paese d’origine con uno stile molto “samurai”! Tutta la potenza di Goldrake pronta quasi a bucare lo schermo per raggiungervi.  Re Vega non ha scampo!