Intervista a Tetsuo Hara (1997)

(da Kappa Magazine 55 del Gennaio 1997)

a cura dei Kappa Boys

Il suo nome è ormai noto in tutto il mondo, ma i suoi fan italiani non conoscono molto di lei. Quando è nato, per esempio?

Sono nato a Tokyo, nel 1961.

Come è nata in lei la voglia di lavorare nel fumetto?

Ho deciso di diventare un mangaka dopo aver letto Sonota Kun di Jiro Tsunada. Durante l’estate della terza liceo mi sono così proposto come assistente a Takao Yaguchi, ma la mia domanda non è stata accettata perché non ero ancora all’altezza per quel ruolo. Mi ero ripromesso di ritentare l’inverno successivo, ma non sono riuscito a concludere nuovi lavori in tempo e ho dovuto rinunciare.

A quando risale il suo debutto?

Sempre agli anni del liceo, quando lavoravo assieme ad alcuni compagni di scuola alla fanzine “Tenshinranman”. Avevamo costituito il club dei fumetti e il nostro primo obiettivo è stato la progettazione di una rivista di grande qualità, che non ha avuto purtroppo larga diffusione (trenta copie a numero),né lunga vita (appena due numeri). Sul primo numero c’era un mio fumetto intitolato Gendai no Jinsei (La vita moderna) il cui stile di disegno era decisamente influenzato da Katsuhiro Otomo. Una storia incentrata su un ladro e un adolescente di cui nutro ancora un bel ricordo.

Imporsi nel mercato dei manga è stato facile?

No, almeno inizialmente. Volevo a tutti i costi pubblicare un fumetto per una grande casa editrice, così decisi di presentare ai responsabili della Shueisha la storia che avevo realizzato per il secondo numero della fanzine. Il risultato non fu dei migliori: le tavole non mi sono più state restituite e non ho potuto pubblicare il manga sulla fanzine!

Di cosa parlava questa seconda storia?

L’avventura ruotava attorno a un poliziotto molto timido che cercava il metodo per catturare i criminali. Questa era la storia che dovevo mostrare a Takao Yaguchi, ma che non ero riuscito a completare in tempo. Ho avuto però modo di mostrarla a Buichi Terasawa…

E qual è stato il suo giudizio?

Il suo giudizio è stato molto favorevole, ma all’epoca Terasawa aveva già abbastanza assistenti. Mi ha comunque presentato a Yoshihiro Takahashi, dal quale ho studiato per un anno e mezzo. Durante l’apprendistato ho lavorato alo storyboard di un fumetto intitolato Super Challenger, terminato una volta conclusa la mia esperienza con Takahashi, con cui ho vinto il trentatreesimo premio Flash Jump 1982.

Ricorda qualche aneddoto legato a questa sua prima prova da professionista?

Dovevo consegnare il lavoro con urgenza e, nel frattempo, studiare per l’esame di guida. Uno stress enorme ma, alla fine, tutto è andato per il meglio. Non considero comunque questa la mia prima esperienza da professionista…

E quale, allora?

Il vero debutto è stato con Mad Fighter, pubblicato nell’agosto del 1982 sullo speciale di “Shonen Jump”. La storia si ispira nel titolo a Mad Max, il mio film preferito, ma è incentrata sullo scontro tra due bande di motociclisti.

E’ un appassionato di cinema?

Vado spesso al cinema e adoro i lavori di George Lucas e Stephen Spielberg, anche se ultimamente seguo soprattutto i film di Stallone e Schwarzenegger. Ho sempre desiderato disegnare a colori per calarmi nel fumetto come in un film, senza però avere i problemi tecnici di un regista. Sono affascinato dalle immagini in movimento e i miei fumetti sono per questo molto “cinematografici”.

Continuiamo a ricordare le tappe fondamentali della sua carriera?

Dopo Mad Fighter è stata la volta di Crash Hero: di questo manga non ho firmato il soggetto, anche se ho contribuito alla stesura della sceneggiatura. Ho voluto infatti inserire la lotta in uno sport come il motocross, a cui sono molto legato.

Anche Tetsu no Don Quixote prende in esame il mondo del motocross…

Questo fumetto, pubblicato su “Shonen Jump”, è composto da appena dieci episodi: all’epoca era assolutamente prematuro incentrare una serie sul motocross! Prima di pubblicare il fumetto, il mio redattore mi ha fatto rifare lo storyboard diverse volte, ed ero stressatissimo. Per concludere il lavoro di una settimana, ci mettevo in media dieci giorni…

Il grande successo è arrivato con Hokuto no Ken: cosa ricorda del periodo di lavoro con Buronson?

Lavorare insieme è servito ad entrambi, poiché abbiamo avuto modo di crescere professionalmente. Da quanto ricordo non mi ha mai chiesto cose particolari per quanto riguarda il disegno.

Ci può parlare di questa serie ormai entrata nella leggenda?

In Hokuto No Ken ho voluto rappresentare la virilità dei combattimenti. Tra i personaggi prediligo Shu perché non è bello come tutti gli altri eroi della storia, mentre la tecnica che più mi ha affascinato è quella di Rei, ossia il Colpo dell’Uccello D’Acqua di Nanto. La scena che mi è rimasta più impressa nella mente è senza dubbio quella con Shin, al termine del decimo episodio: forse perché chiude il primo capitolo delle avventure del maestro di Hokuto.

Qual è il lato meno gratificante del suo lavoro?

Amo disegnare e non ho mai incontrato particolari difficoltà nel lavoro. Prima di lavorare a Hokuto no Ken, però, non avevo assistenti ed ero arrivato sull’orlo di una crisi di nervi per il troppo lavoro. Fortunatamente qualche anima buona ogni tanto mi dava una mano. Se guardo i miei vecchi fumetti, riesco a capire in che stato d’animo mi trovavo quando li ho disegnati.

Non ha mai pensato di sperimentare nuovi generi?

I miei fumetti saranno sempre pieni di combattimenti. Nonostante le apparenze, non amo le crudeltà e cerco sempre di limitare la violenza gratuita per non ferire il lettore. Mi piace disegnare sia i buoni sia i cattivi per non stancarmi con un solo tipo di personaggio, ma quando sono stanco non riesco a disegnare a lungo: i disegni ne risentirebbero!

Quali sono i suoi autori preferiti?

Seguo soprattutto gli autori dal tratto realistico, in particolare Jiro Taniguchi e Ryoichi Ikegami.

Programmi per il futuro?

Il mio obiettivo per il futuro è di concentrarmi sui panorami e gli sfondi, ingrandire le vignette e disegnare i personaggi più in grande. Inoltre, voglio limitare l’uso delle vignette giocate su due pagine, perché nella stampa in volumetto il disegno ne risente sempre nella parte centrale. I miei sogni nel cassetto erano di disegnare una storia ambientata nel Giappone feudale e una di guerra, magari incentrata sul Vietnam. Ho soddisfatto il primo desiderio grazie ad Hana no Keiji, ora aspetto di realizzare il secondo…

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