Recensione: REDBLUE – La storia di Hyui e Shuren


Pubblicato per la prima volta online alla fine di ottobre 2014, RedBlue (Titolo completo: 北斗の拳イチゴ味 五車星GAI伝 其之一 REDBLUE ~片翼の少年たち~ ovvero “Hokuto No Ken Gusto Fragola – La Storia Parallela dei Nanto Goshasei Capitolo Primo – REDBLUE ~ I due fanciulli indivisibili~ ) è uno dei diversi spin off brevi che Takeshi Kawada (testi) e Yukito (disegni) hanno dedicato ai personaggi di Ken il guerriero. Protagonisti di della storia sono Hyui del Vento e Shuren delle Fiamme, personaggi che a dispetto dell’importante ruolo che rivestivano nella serie come protettori dell’Ultimo Condottiero di Nanto,  hanno goduto veramente poco delle luci della ribalta nell’opera originale.

Come di consueto, le vicende narrate riguardano l’infanzia dei personaggi coinvolti, introducendo dapprima il giovane Hyui, definito già nell’adolescenza il più forte esponente mai esistito del Fujinken (風仁拳 – Tecnica del Vento Virtuoso), tanto a detta del suo stesso maestro quanto di Rihaku del Mare, che si trova di passaggio al dojo in cui il ragazzo si allena. Tuttavia, sempre a detta del suo maestro, è proprio la bravura di Hyui a rappresentare un ostacolo, perché il suo livello è sì talmente alto da rivaleggiare con quello dei Sei Sacri Pugni di Nanto, ma allo stesso tempo allontana da lui i suoi compagni d’addestramento, tra i quali non riesce a trovare qualcuno che sia alla sua altezza. La preoccupazione del maestro è che il protrarsi di tale situazione possa portare il ragazzo a spegnersi, a non avere più gli stimoli necessari per progredire. Rihaku però vede le cose in positivo e ricorda che il fato di Hyui dipenderà dal volere dagli astri.

Tale profezia non ci mette molto ad avverarsi: nottetempo irrompe infatti nel dojo Shuren, prodigio dell’Enrinken (炎燐拳- Tecnica delle Fiamme Fosforiche), che in cerca di sfida ha pensato bene di farsi due passi ed andare ad attaccar briga con i guerrieri del Fujinken. Il ragazzo, anche a detta di Rihaku, sembra proprio l’avversario che ci voleva per Hyui e, almeno in un primo momento, sembra riuscire addirittura a sconfiggerlo.

Hyui, tuttavia, riesce a tener testa a Shuren disperdendone le fiamme grazie alla sua enorme abilità nella manipolazione del vento, riportando il duello a proprio favore ed intimando all’avversario di non andare avanti se non vuole essere fatto a pezzi. All’impetuoso guerriero dell’Enrinken, che assolutamente rifiuta di arrendersi, non resta che incendiare le sue stesse mani per dar vita a fiamme che Hyui non possa soffocare. I due contendenti si lanciano quindi l’uno contro l’altro decisi al tutto per tutto.

Fortunatamente Rihaku non resta a guardare e si intromette nella lotta, separandoli prima che le cose vadano a finire male e, di fronte alle rimostranze di entrambi, non può far altro che spiegare come nessuno dei due sia in realtà riuscito a prevalere sull’altro. Le sue parole bastano ad acquietare gli animi e i ragazzi si danno la mano, in segno di reciproca stima, mentre i due maestri iniziano ad intravedere quello che sarà il futuro scaturito da quest’incontro.

La scena si sposta al presente, proprio nel momento in cui tanto Hyui quanto Shuren sacrificano la loro vita per rallentare l’avanzata di Raoh. Tou, figlia di Rihaku, si reca dal padre a fare rapporto sulla sorte dei due guerrieri, ma questi non rimane pensieroso, senza proferir parola.

L’unico commento che mi sento di fare su questa breve digressione dedicata a Hyui e Shuren è che, indipendentemente da qualsiasi valutazione sullo stile di disegno o sulla “trama” (chiamiamola così…), davvero non se ne sentiva il bisogno. Non tanto perché i due personaggi non meritassero un qualche approfondimento, anzi, ma perché queste 18 pagine non ci dicono nulla di davvero significativo e che, almeno in parte, non potesse essere immaginato. Più che conoscere la circostanza in cui i due personaggi si sono incontrati, avrei preferito vedere dei retroscena legati al loro ruolo di Goshasei nel periodo precedente a quello che conosciamo dalla serie originale. Qualcosa che, sebbene sempre da prendere con le pinze perché non frutto diretto del lavoro di Hara e Buronson ma di altri autori, avesse veramente aggiunto un tassello al mosaico generale (o almeno ci avesse provato).

Nota (stonata) a parte la merita l’ultima pagina, con un Rihaku fumatore che richiama quello che appare nelle gag di Hokuto No Ken “Gusto Fragola”. Davvero non lo so perché Takeshi Kawada si diverte tanto a farci leggere una storia dal tono serioso e poi a rovinare tutto nelle ultime vignette, ma credo che resterà un mistero.

RECENSIONE – Hokuto No Ken – Saikyou Ha Dare Da?


a cura di Carmine Napolitano

北斗の拳・最強は誰だ? Hokuto no Ken - Chi è il più forte?北斗の拳・最強は誰だ?
(Hokuto No Ken – Chi è il più forte?)

Editore: Futabasha

Anno di pubblicazione: 2011

Prezzo: 476 yen

Lingua: giapponese

Sito Web

Il volume in questione è stato pubblicato in Giappone nel 2011 da Futabasha, casa editrice che gia in passato ha dedicato diverse attenzioni a Hokuto no Ken. Come suggerisce il titolo, l’opera in questione si propone di analizzare i vari personaggi della saga del manga, in ordine di apparizione, da Kenshiro fino a Ryu. In caso vi interessasse quanto fossero forti Joker o Glenn, questo volume non potrà esservi d’aiuto…

Ad ogni personaggio viene dedicata una scheda in cui viene analizzato il suo livello di forza “complessivo” (総合力), espresso in numero di stelle (星)sulla base dei seguenti parametri:

  • 拳力 (Potenza dei colpi)

  • 統率 (Leadership)

  • 愛情 (Sentimenti)

  • 人望 (Popolarità)

  • 野望 (Ambizione)

  • 頭脳 (Intelligenza)

La forza dei vari personaggi viene quindi analizzata sotto vari aspetti e, cosa molto importante, viene data importanza ai fattori “immateriali” di tale forza. Non si tratta semplicemente di stabilire chi sia più abile tecnicamente o meglio preparato fisicamente; le arti marziali in Hokuto no Ken sono più un pretesto che viene usato per far emergere determinate qualità, che determineranno a loro volta il destino dei vari personaggi. Ai personaggi freddi, apatici o semplicemente “meno brillanti”, vengono assegnati infatti punteggi bassi che compensano un’ eventuale forza fisica, facendo calare il peso complessivo del personaggio all”interno della storia. Il sopracitato livello di forza complessivo dovrebbe infatti essere inteso come forza del personaggio o, meglio ancora, valore del personaggio all”interno della storia.

Anche personaggi non combattenti, come Lynn o Leia, vengono infatti analizzati proprio come i maestri delle varie arti marziali. In alcuni casi, questi personaggi “pacifici” arrivano ad avere addirittura una forza complessiva superiore a quella di alcuni maestri. Questo può far storcere il naso a qualche fan, soprattutto a color che sono più interessati ai combattimenti e alle scene d’azione ma, come già detto, questa è solo una parte del tutto e non è neanche la parte principale. Quindi, il pregio più importante di questo volume è sicuramente il fatto di aver colto lo spirito dell’opera e di invogliare in qualche modo il lettore ad abbracciare questa prospettiva più ampia.

Ogni scheda è poi arricchita da una o più “pick-up”, cioè note aggiuntive che riportano aneddoti o curiosità rispetto al personaggio analizzato, alcune delle quali davvero insolite, altre già abbastanza conosciute almeno dai fan più esperti. Tra le varie schede si trovano poi diverse digressioni (Hokuto No Ken Column) che approfondiscono alcuni aspetti dell’opera, ad esempio le genealogie o, come mostrato nella foto, la Shichousei (Stella che presagisce la morte); tutte piuttosto curate e approfondite.

Il risultato delle analisi dei personaggi non è sempre scontato: alcuni personaggi ricevono dei punteggi decisamente esagerati (uno su tutti, Ryu) mentre altri invece vengono ingiustamente sminuiti (Shin o Hyou, ad esempio). Sebbene le schede siano piuttosto esaurienti nell’analizzare ciascun personaggio, non sempre si rimane sufficientemente convinti. Discutibile anche la scelta di inserire la “popolarità” fra le caratteristiche analizzate: sicuramente il modo in cui un personaggio viene recepito è importante ma non è detto che la percezione che si ha di un personaggio corrisponda al suo reale valore.

In ogni caso, il volume in questione è decisamente riuscito, anche a giudicare dall’apprezzamento dei fans giapponesi, ed è godibile sia da chi vuole acculturarsi, sia da chi è già preparato e vuole semplicemente approfondire. Purtroppo il volume è disponibile solo in Giappone, ma è abbastanza facile reperirlo online.

Recensione: SCRAP MOUNTAIN – La storia di Fudo


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Pubblicato per la prima volta a luglio 2015 sulle pagine del mensile giapponese Comic Zenon, Scrap Mountain (Titolo completo: 北斗の拳イチゴ味 五車星GAI伝 其之二 SCRAP MOUNTAIN – Hokuto No Ken Gusto Fragola – La Storia Parallela dei Nanto Goshasei Capitolo Secondo – SCRAP MOUNTAIN) è un altro degli spin off brevi che Takeshi Kawada (testi) e Yukito (disegni) hanno dedicato ai personaggi di Ken il guerriero. Protagonista di questa storia è Fudo della Montagna, gigante dal cuore d’oro ma dal passato violento che tutti gli appassionati di Ken hanno imparato ad amare mentre si opponeva con tenacia e spirito di sacrificio agli impetuosi colpi di Raoh nella serie storica.

Le vicende qui narrate partono proprio dal momento in cui il Re del Pugno lancia la sua sfida al guerriero dei Cinque Astri in Cerchio, obbligandolo a combattere dietro la minaccia di sterminare i suoi numerosi bambini adottivi. Di lì, un flashback ci riporta ai primi giorni di vita del protagonista, descrivendoci sia le sfortunate circostanze in cui è venuto alla luce – suo padre si è ammalato ed è morto quando è stato concepito, mentre la madre è morta praticamente sventrata dalla sua forza mentre lo partoriva – sia la sua enorme mole, talmente esagerata da mettere in agitazione i superstiziosi abitanti della comunità in cui è nato. Questi infatti, dopo averlo additato come “figlio del diavolo”, decidono che è meglio sbarazzarsene lasciandolo a morire di stenti sulle montagne. Fortunatamente, non tutto il mondo è popolato da gente senza cuore…

Fudo viene infatti trovato e salvato da una donna misteriosa – di cui non viene rivelato il nome in tutto l’episodio – che in passato si è trovata a subire una sorte molto simile alla sua. Dotata della capacità di prevedere il futuro, venne ritenuta una strega e cacciata via dal villaggio in cui viveva. Costretta a vivere come un’eremita fra i monti, la donna non ha più avuto modo di godere della compagnia di altri esseri umani per decine di anni. È quindi anche con una certa gioia che decide di accudire e crescere quel neonato. Ma gli anni passano in fretta e ben presto Fudo si trova di nuovo a fare i conti con il suo avverso fato. Gli abitanti del villaggio sono infatti in subbuglio perché recentemente sono scomparse ben sei persone che si erano recate sulle montagne e, invece di rendersi conto che il motivo è da imputare alla ferocia degli orsi affamati dal lungo inverno trascorso, decidono di partire con una spedizione per verificare se quel demonio che pensavano di aver tolto di mezzo non sia invece sopravvissuto come sembra invece affermare l’anziano.

Ben presto gli eventi precipitano e, a farne le spese, è la madre adottiva di Fudo, che si frappone fra il bambino ed un letale colpo di fucile. Ironia della sorte, sono proprio le azioni degli abitanti del villaggio a trasformare quel docile dodicenne nel mostro che tanto avevano temuto…

La sua furia è crudele e devastante, tanto da spazzare via, nel giro di tre giorni e tre notti in cui un grosso incendio sembra accompagnarlo dai monti fino a valle, l’intero villaggio ed i suoi abitanti. È nato Fudo il Demonio.

La storia ci riporta quindi allo scontro finale con Raoh, in cui ormai si è giunti alle battute finali che ben conosciamo. La vita di Fudo si spegne di nuovo fra le braccia di Kenshiro non prima di avergli però affidato i suoi amati bambini.

Cosa dire di questo “Fudo Gaiden”? Beh, onestamente, fino ad ora, è uno degli omaggi che più mi è piaciuto tra tutti quelli dedicati ai vari personaggi della serie. Tanto per cominciare ho trovato azzeccatissimo il tono fiabesco della vicenda, che ricorda da vicino le tante (ed inquietanti) leggende sulle creature sovrannaturali della tradizione giapponese. In secondo luogo, nella sua semplicità (volendo, anche nella sua ovvietà), la storia raccontata riesce comunque a smuovere delle corde. Perché mentre la serie storica ci ha abituato a classificare sempre come “poveri innocenti” tutti quei sopravvissuti che subiscono le angherie dei malvagi predoni, qui si scava un po’ più a fondo. Fudo non è infatti vittima di spietati aguzzini sotto il controllo di qualche sedicente dominatore guerrafondaio, non deve vedersela con bande armate di delinquenti cresciuti nella violenza. No. Fudo è vittima della – volendo parafrasare la scrittrice Hannah Arendt – “banalità del male”. Gli abitanti del villaggio sono infatti convinti di agire per il meglio, non sembrano avere la reale consapevolezza delle loro azioni. Non sono quindi “malvagi” in senso stretto, sono mossi da sentimenti che invece ritengono nobili. Questo secondo me è un punto importante su cui riflettere perché, virtualmente, tutti potremmo essere come loro, pronti a giudicare il prossimo sulla base di nostre convinzioni personali ma senza renderci conto che tali convinzioni sono del tutto errate. Tra l’altro c’è un parallelismo che forse non si coglie appieno se non ci si ferma a riflettere un attimo. Quando le fiamme dell’incendio inghiottono il villaggio, subito dopo viene detto che in seguito le fiamme nucleari avrebbero inghiottito il mondo intero. Se da un lato è evidente che tra le due cose c’è un paragone, dall’altra si dovrebbe pensare a chi è davvero responsabile dell’accaduto. Se, infatti, nel caso di Fudo sono gli abitanti stessi del villaggio ad attirare su di sé la morte, lo stesso si può dire della società che in seguito sarebbe andata incontro alla catastrofe nucleare. Insomma, Kawada qui è serio: attraverso la “fiaba” su Fudo ci ricorda che, finché ci comportiamo da ottusi, il mondo non potrà che andare in un’unica direzione.

Riguardo ai disegni, devo dire che per una volta Yukito – che comunque ne deve ancora mangiare di pane – è riuscito a distaccarsi dal suo solito stile un po’ metrosexual adottando invece un approccio più crudo e vicino alla virilità degli originali protagonisti della vicenda. Sia Fudo che Raoh sono infatti tratteggiati in maniera molto più vicina al modello imposto da Tetsuo Hara di quanto non lo siano finora stati altri personaggi passati per le mani di questo mangaka ancora agli esordi. Insomma, promosso.

Passando invece alle “note dolenti”, mi spiace ammettere che nelle ultime pagine c’è un errore molto grave. Sicuramente guardando le immagini ve ne sarete già accorti ma, forse per la necessità di dover sintetizzare in poche vignette una sequenza che originariamente si dipanava su diverse pagine, la morte di Fudo viene completamente stravolta. I testi sono gli stessi del manga originale ma le immagini mostrano il guerriero trafitto dalle mani di Raoh invece che dalle gigantesche frecce scoccate dagli impulsivi soldati del suo esercito. Infatti Fudo aveva sconfitto Raoh, costringendolo ad oltrepassare una linea che egli stesso aveva tracciato, ma in questo breve racconto la cosa viene taciuta, anche se poi al protagonista viene comunque fatta dire la frase “… papà ha vinto”, che a questo punto possono capire solo coloro che conoscono bene la storia. Sicuramente si dirà: “vabbé, tanto lo leggono solo i fan di Ken, quindi…”, che è un’affermazione sulla quale mi posso pur trovare d’accordo per un buon 90%, ma resta il fatto che questa svista (chiamiamola così), rovina in parte un omaggio che altrimenti reputerei perfetto.

KEN IL GUERRIERO – LE ORIGINI DEL MITO DELUXE Vol. 5 – Recensione


soten 5Con ben più di un anno di ritardo (mea culpa) vado finalmente a recensire il quinto volume di KEN IL GUERRIERO – LE ORIGINI DEL MITO DELUXE, collana bimestrale che si è conclusa a maggio (con il volume 11) e che raccoglie l’intera saga narrata in Souten No Ken, serie prequel della più famosa Hokuto No Ken. Dopo l’epico e decisivo combattimento tra Kenshiro Kasumi e Tàiyán Zhāng, il Cartello del Fiore Rosso sembrava ormai spacciato ma, in seguito ad un attentato che ha ridotto Guāng-Lín in fin di vita, Ken e Yuling, ora di nuovo insieme, comprendono che è ancora presto per festeggiare, perché la guerra è lungi dall’essere conclusa.  Come sempre ringrazio il mitico Andrea “MusashiMiyamoto” Mazzitelli per il suo grande aiuto con la lingua giapponese e anzi, colgo l’occasione per linkarvi di nuovo Kotokoto, il suo sito personale (cioé, non solo suo, ma anche della moglie Fukuko, che saluto tanto) . Buona lettura! 😉

SPERANZA

Anche stavolta ho voluto scegliere un titolo che sintetizzasse al meglio gli eventi che si succedono nel volume in questione e, pensandoci bene, la speranza è il vero filo conduttore delle vicende narrate. Perché è la speranza in un domani migliore che, davanti ad una situazione critica, spinge Yuling a farsi carico di una pesante responsabilità, assumendo il comando del Qing Bang. Ma la speranza in un riscatto è terreno fertile anche per gli impostori come il Generale Luó, giunto a Shangai per rapire i cuori disperati dei reietti e renderli schiavi del Cartello del Fiore Rosso. Una speranza che si credeva ormai morta può anche tornare a vivere e cambiare il cuore delle persone, come accade a Lièshān, che finalmente realizza quanto sia stato cieco nel non vedere che l’amore paterno, che tanto anelava, era sempre stato dinanzi a lui. Infine, la speranza può prendere anche la forma di una bambina indifesa che spinge il più duro degli uomini a non vivere più solo per sé stesso ma per proteggerla, come accade al temibile Fēiyàn, maestro del letale Kyoku Juji Seiken.

Quello che traspare dalle storie contenute in questo quinto volume è che Hara non ama solo giocare con i suoi personaggi e con le figure caricaturali, ma anche con i lettori. Perché, come ho già avuto modo di dire in precedenza, se ad uno sguardo superficiale ci sono situazioni e volti che sanno di dejà vu (ed andranno ad incrementare, fidatevi), spingendo a credere che l’autore si limiti a fare un mero copia e incolla, col senno di poi, sapendo come si concluderà l’opera e chi è realmente il Kenshiro di questa generazione, ci si rende conto che Hara aveva già deciso da tempo il finale e si è divertito a cospargere di “indizi” tutta la storia. Oltre a questo, non ha smesso di giocare neanche con i riferimenti cinematografici. Un esempio? Eccovi il “bullet-time” secondo il maestro!

tetsuo hara bullet time

L’altro riferimento (o sarebbe più corretto dire ispirazione) riguarda proprio Feiyan e la piccola Erika, il cui rapporto ricorda tantissimo quello dei protagonisti di “Man on Fire”, film del 2004 con uno straordinario Denzel Washington nei panni di un assassino professionista chiamato a fare da guardia del corpo all’unica figlia di una famiglia benestante. Dapprima quasi seccato all’idea di doversi ridurre a fare da baby sitter, il killer stabilisce col tempo un legame affettivo talmente profondo con la piccola da scatenare un vero e proprio inferno sui responsabili del suo rapimento (non vado oltre per non rovinare la visione a chi volesse recuperarlo 😉  ).

mybodyguardmanonfire

A dirla tutta, in Giappone il film – che venne distribuito con il titolo “My Bodyguard (マイ・ボディガード)” – pare sia uscito nelle sale dopo che Hara aveva introdotto Feiyan ed Erika in Souten No Ken. Tuttavia, tolto che il maestro potrebbe essere anche solo rimasto colpito dal trailer e si sia informato sulla trama (chi non l’ha mai fatto?), l’elemento che trovo decisivo è la somiglianza tra Erika e Lupita, la piccola protagonista del film (interpretata da Dakota Fanning).

erika dakota fanning

PERSONAGGI

Nota importante: Nelle schede che seguono ho voluto mantenere una linea coerente con l’opera originale. In esse verrà proposto il nome correttamente traslitterato in italiano, gli ideogrammi relativi e, a seconda dei casi, il nome così come viene pronunciato in giapponese con gli stessi ideogrammi. Altro punto importante che mi sento di sottolineare è che mentre in originale viene dato prima il cognome e poi il nome dei personaggi, nel tradurli ho invece messo prima il nome e poi il cognome, come è consuetudine nella nostra lingua.

luLù ()

(Giapp.: Riku)

Direttore di una banca, fondata sui proventi del mercato nero, di proprietà di Lièshān Zhāng.

hu cheng luoHǔ Chéng Luó (羅虎城)

(Giapp.: Kojō Ra)

Generale del Guómín Gémìng Jūn (Esercito Rivoluzionario Nazionale) ritenuto morto in combattimento, sembra essere divenuto l’eroe del movimento antinipponico dopo aver energicamente rifiutato di farsi comprare dai militari giapponesi stanziati in Manciuria. A dispetto della sua statura ridicolmente bassa, sembra possedere un carisma fuori dal comune, carisma utile per attuare il piano di Lièshān: trasformarlo nel leader dei predoni dell’Hebei e far rinascere con essi il Cartello del Fiore Rosso.

guGù ()

(Giapp.: Ko)

Soprannominato “Gù la civetta”, è il miglior assassino del Quing Bang. Un po’ per orgoglio personale e un po’ per tenere alto il nome stesso dell’organizzazzione cui appartiene, non vuole che sia Kenshiro ad occuparsi di Lièshān, preferendo utilizzare i propri metodi. Tuttavia, dopo aver constatato che la sua abilità è nulla in confronto a quella del successore di Hokuto, non ci pensa due volte a farsi da parte.

lifu chenLi-fu Ch’en (陳立夫)

Capo della Sezione Investigativa del Partito Nazionalista, appreso della morte del Generale Luó per mano del Re dell’Inferno, riferisce immediatamente ai vertici quanto accaduto e riceve l’incarico di trovare il più forte maestro di arti marziali della Cina per assoldarlo ed eliminare Kenshiro. Personaggio storico realmente esistito, è morto nel 2001 all’età di ben 101 anni!

yingquin heYìngqīn  (何応欽)

Ministro del Dipartimento di Amministrazione Militare del Partito Nazionalista, apprese le notizie sul Generale Luó dichiara di voler mandare immediatamente l’esercito ad eliminare Kenshiro, perché il suo crimine contro il Partito non può restare impunito. Personaggio storico, si è guadagnato il soprannome di “Generale fortunato” in quanto, pur partecipando a numerose battaglie e campagne militari, è riuscito a sopravvivere alla maggior parte dei membri del Partito Nazionalista, morendo nel 1987 all’età di 97 anni.

qun zhangQún Zhāng (張群)

Ministro degli Esteri del Partito Nazionalista, è completamente d’accordo con Yìngqīn Hé circa le misure da adottare nei confronti del Re dell’Inferno, ricordando ai presenti che la loro regola di condotta è quella di stroncare chiunque si opponga al Partito. Personaggio storico, durante la sua lunga carriera politica ha ricoperto molteplici cariche, in special modo quelle legate all’economia. E’ morto nel 1990, anch’egli alla veneranda età di 101 anni.

chiang kai shekChiang Kai-shek (蒋介石)

Presidente del Partito Nazionalista, è un uomo di principio che, pur appoggiando la linea dura degli altri membri del Partito, si oppone ad un’azione militare contro un singolo uomo, definendola disonorevole. La sua proposta è quindi quella di scovare il più forte guerriero della Cina e fare in modo che sia lui ad uccidere il nemico, rammentando agli altri che le arti marziali sono l’orgoglio principale del loro grande Paese. Chiamato anche “Generalissimo”, è un personaggio storico realmente esistito che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della Cina. E’ morto nel 1975, all’età di 87 anni.

erikaErika Arendt (エリカ・アレント)

Scampata al massacro della sua famiglia in Germania, è una bambina di origini ebraiche che custodisce il “Catalogo della Speranza”, un elenco di decine di migliaia di opere d’arte di grande valore di cui Hitler vuole appropriarsi a tutti i costi ma che gli ebrei hanno accuratamente nascosto per poter a loro volta finanziare il sogno di costruire un luogo di rifugio, una “Terra Promessa” per tutti coloro che sono perseguitati.

feiyan liuFēiyàn Liú (流 飛燕)

(Giapp.: Hien Ryū)

Maestro del Kyoku Juji Seiken è noto anche come “Demoniaco Rapace della Morte” (死鳥鬼). Capace di sbarazzarsi da solo dei migliori 23 uomini delle SS armate di Hitler, è il migliore tra i corrieri di Beiping (l’odierna Pechino) ed ha ricevuto l’incarico di proteggere Erika fino alla sua consegna ma, avendo sviluppato nei confronti della piccola un paterno senso di protezione durante il lungo viaggio affrontato insieme, decide piuttosto di continuare a ricoprire il ruolo di angelo custode che accettare l’offerta come sicario del Partito Nazionalista.

tian guiTiān Guǐ (天鬼)

(Giapp.: Tenki)

Capo di un gruppo di predoni noto come Branco delle Tigri (如虎部隊), incontra  Fēiyàn ed Erika in un locale e  mette subito gli occhi sulla bambina, pensando di poterla facilmente sottrarre al guerriero e rivenderla. Purtroppo per lui Fēiyàn non è assolutamente dello stesso avviso e, nel giro di pochi istanti, il losco figuro viene menomato ed ucciso.  Il suo è un nome di battaglia che si può tradurre come “Demone del Cielo”.

jiyun liJìyún Lǐ (李集雲)

(Giapp.: Shūun Ri)

Capo dei corrieri di Beiping, riceve da Li-fu Ch’en l’ordine di assoldare Fēiyàn per sfidare ed uccidere il Re dell’Inferno ma, dietro il secco rifiuto del guerriero, decide di avvalersi di Báifèng Biāo, fratello d’addestramento dello stesso Fēiyàn. Secondo il suo ragionamento, infatti, Báifèng è anche più esperto nel Kyoku Juji Seiken e, sia che vinca, sia che muoia, lo scopo verrà raggiunto comunque, perché nella seconda ipotesi Fēiyàn stesso si sentirebbe spinto a vendicarne la morte e ad affrontare quindi Kenshiro.

 

leviDr. Levi (レビ博士)

Rappresentante dell’Associazione degli Ebrei di Harbin, è stato incaricato di prendere in consegna Erika ed il Catalogo della Speranza. Braccati però dai nazisti, tanto lui quanto gli altri uomini che lo accompagnano vengono massacrati poco dopo la consegna ed Erika si salva in extremis solo grazie all’inaspettato intervento di Fēiyàn.

baifeng biaoBáifèng Biāo (彪白鳳)

(Giapp.: Hakuhō Hyō)

Soprannominato “Demone Bianco” (白鬼) e fratello maggiore (acquisito) di Fēiyàn, vanta una maggior esperienza nel Kyoku Juji Seiken. Accetta l’incarico di affrontare in combattimento il Re dell’Inferno e, dopo averne saggiato non solo la forza, ma anche la nobiltà d’animo, rimanda lo scontro ad un secondo momento.

TECNICHE SEGRETE

Nota importante – Sempre per coerenza, ho voluto mantenere i nomi delle tecniche e delle scuole nella lingua in cui dovrebbero pronunciarle i protagonisti. Ad esempio, suona piuttosto improbabile che Kuángyún Máng pronunci il nome della Scuola della Casata Sun di Hokuto in giapponese piuttosto che nella sua lingua madre, il cinese. Di conseguenza, come primo nome troverete sempre quello più “logico” mentre, in alcuni casi (come appunto le diverse sette derivanti da Hokuto), per completezza metterò tra parentesi anche la versione con pronuncia in giapponese.

  • Kishō (鬼床 – Giaciglio del Maligno): Punto segreto di pressione posto sotto la parte sinistra della mascella, rappresenta un vero e proprio strumento di tortura. Agendo su di esso, infatti, si può provocare l’estrazione simultanea di tutti i denti della vittima, causandole un dolore indescrivibile.
    kisho
  • Jū No Ken (柔の拳 – Tecnica Flessibile): Non viene espressamente nominato, ma è chiaro che si tratta dello stesso particolare stile di combattimento padroneggiato da Toki nella serie originale, in cui lo spirito combattivo del guerriero fluisce come l’acqua calma. Grazie ad esso è possibile distrarre lo spirito combattivo dell’avversario accompagnandone i movimenti e disperdendone la potenza.
  • Jí Shízì Shèng Quán (Kyoku Juji Seiken 極十字聖拳Sacra Scuola della Croce Polare): Misteriosa e letale tecnica di combattimento padroneggiata da Fēiyàn e Báifèng, permette di sferrare rapidi colpi capaci di tagliare di netto perfino l’acciaio. Il suo astro di riferimento è la Croce del Sud, di cui i suoi appartenenti portano tutti un tatuaggio sul dorso della mano destra.
    kyoku juji seiken
  • Míngkōngzhǎowǔ (Meikūsōbu – 瞑空爪舞 – Cieca Danza degli Artigli nel Vuoto): Un attacco in sospensione aerea (in realtà non ben descritto nelle immagini) che termina con un affondo della mano nelle carni dell’avversario.

EDIZIONE ITALIANA

Anche questo volume, come purtroppo i suoi predecessori, non smentisce il lavoro di traduzione fatto con i piedi che ormai contraddistingue la serie. Questo mese, a parte le poche tecniche (per le quali vi basta confrontare con la nostra solita lista), si segnala un errore veramente stupido – perché non si può definire altrimenti – nella traslitterazione del cognome della piccola Erika. Come potete vedere tornando indietro nell’articolo, il suo è ovviamente un nome “straniero” e quindi scritto in alfabeto fonetico, cioé senza un significato (come invece avviene per i nomi propri dei giapponesi), così: エリカ・アレント. Se lo si legge come lo leggerebbero i giapponesi, in effetti sarebbe “Erika Arento“, e quindi il genio del traduttore ha pensato che andava bene traslitterarlo “Alento” senza però tener conto di ben 2 fattori fondamentali. Il primo, che ormai dovrebbe esser noto anche alle pietre, è che quando i giapponesi usano quell’alfabeto è solo per sapere come quel nome lo pronunciano loro. Che vuol dire? Vuol dire che, per esempio, se noi scriviamo “Devil”, loro traslitterano in fonetico e pronunciano “debiru”, oppure “Batman” lo fanno diventare “battoman”. E’ chiaro, quindi, che quando ci tocca fare il procedimento inverso, cioé cercare di capire che cosa in effetti loro vogliano intendere con i nomi scritti in quell’alfabeto, molto risieda nel trovare un equilibrio tra logica ed interpretazione personale e non ingenuamente affidarsi al loro modo di pronunciarla. Il secondo, più specifico, è che in questo caso bastava fare una semplice e veloce ricerca su internet per scoprire che non esiste alcun “Alento” o “Arento” fra i cognomi ebrei, mentre invece esiste Arendt, come la famosa Hannah Arendt, scrittirice, giornalista filosofa e storica tedesca di origini ebraiche che subì la persecuzione nazista e che, molto probabilmente, avrà ispirato gli autori per il nome da dare alla piccola Erika. Per il resto, i punti di forza di quest’edizione rimangono i medesimi, ossia la confezione molto curata e la praticità di poter leggere tutto d’un fiato una lunga serie di storie che erano state anche troppo sacrificate nella precedente edizione a “sottilette”.

Appuntamento al prossimo volume!

Recensione: ULTIMATE DESIRE – La Storia Dannata di Yuda


yuda ultimate desire logo

Pubblicato nel mese di marzo 2016 sulle pagine del mensile giapponese Comic Zenon, Yuda Gedō-den – Ultimate Desire è il quinto di una serie di episodi speciali – firmati da Takeshi Kawada e Yukito – dedicati alle storie mai narrate di alcuni dei protagonisti di Ken il guerriero. Se ricordate, ne avevo parlato brevemente già a maggio ma, visto  che molti sono rimasti incuriositi, ho pensato di approfondire l’argomento con una vera e propria recensione.

La storia ha inizio con un particolare episodio avvenuto negli anni dell’addestramento di Yuda che, assieme al proprio maestro, osserva la feroce lotta tra due lupi. Qui ci viene subito illustrato lo Yuda-pensiero. Il giovane dichiara infatti che la vittoria andrà sicuramente allo splendido lupo bianco per via della sua bellezza, ma il suo mentore non è d’accordo, ricordando al ragazzo che in duello è la forza che conta. Ma Yuda è pronto a rimbeccare anche il suo stesso insegnante e quindi scaglia una pietra per ferire l’altro lupo ed influenzare le sorti del combattimento dimostrando con un atto pratico ciò che vuole intendere. Secondo il suo ragionamento, infatti, anche la bellezza è forza, perché ha il potere di influenzare le azioni del prossimo. Quindi, prosegue, solo un individuo dotato sia di forza che di bellezza sarà in grado di ergersi tra gli altri come un Dio.

Nelle seguenti due pagine ci viene riassunto il percorso della vita del guerriero, dagli anni dell’addestramento (in cui riuscì a sbarazzarsi addirittura di un non meglio identificato successore designato della sua tecnica, nonostante questi fosse più esperto), passando per l’eccezionale crescita del suo talento e la successiva nascita dell’odio nei confronti di Rei.

Si torna quindi ad un altro momento decisivo della sua esistenza: la prima volta che ha provato ad umiliare Rei, l’oggetto del suo odio viscerale. Un duello violento in cui è necessario l’intervento di Shin per evitare che accada il peggio, ma anche il momento stesso in cui Yuda si rende conto, per la prima volta, della sua effettiva inferiorità rispetto al maestro dell’Uccello d’Acqua di Nanto.

La conclusione la conosciamo bene. Ormai in punto di morte, Yuda confessa a Rei il suo “desiderio supremo”, quello di eguagliare lui e la sua tecnica meravigliosa. Ma la bellezza a cui il guerriero della Gru Rossa tanto aspirava, rappresentava anche il suo maggior punto debole, rendendolo vulnerabile al punto di non poter reagire di fronte allo splendore del colpo di Rei. Qui, rispetto al racconto originale, ci sono alcune considerazioni di Bart che, testimone del combattimento, sembra vedere in quel guerriero soltanto una persona sessualmente confusa.

In realtà, come già accaduto ad esempio con Souther Gaiden, questo manga non aggiunge chissà quali grandi rivelazioni a ciò che già sappiamo del protagonista. Il tratto di Yukito, qui evidentemente più a suo agio nell’androgina rappresentazione di Yuda, sembra essere migliorato di molto rispetto agli special precedenti (benché io non ami per niente questo stile effemminato sui personaggi di Hokuto No Ken) ma la verità è che, sarà l’impostazione delle tavole, sarà l’incertezza che ancora si ravvisa in alcune parti, l’impressione generale è più quella di essere di fronte ad un manga fan made di quelli che si possono trovare a caterve su siti come pixiv (e mi spiace per Yukito, ma lì ne ho visti alcuni anche migliori del suo) piuttosto che a qualcosa di ufficiale. Due parole andrebbero poi spese per la trama. Una cosa che ho trovato positiva è che perlomeno, rispetto al modo macchiettistico in cui il personaggio è stato ritratto in altri spin-off precedenti come Raoh Il Conquistatore del Cielo e Rei L’Oscuro Lupo Blu, qui gli viene finalmente resa giustizia per il formidabile guerriero che era nel manga originale. Tuttavia, Takeshi Kawada sembra ormai così preso dalle folli gag che ogni mese deve inventarsi per Hokuto No Ken Gusto Fragola, da dimenticarsi che questi episodi speciali dovrebbero rispettare i canoni della serie originale. Voglio dire, va bene tutto, ma rivedere gli ultimi istanti di vita di Yuda e trovarci dentro una vena di comicità non è esattamente quello che un fan si aspetta. E’ pur vero che potrebbe trattarsi di un espediente narrativo in cui Bart rappresenta quel tipo di lettore superficiale che, nonostante la chiara spiegazione di Yuda, continua a vedere il tutto come una manifestazione di ambiguità sessuale ma, quale che sia l’intento dello sceneggiatore, questa scena stride eccessivamente con il tono generale della storia. Fin quando la linea che divide il mondo di Hokuto dalle sue parodie resta ben marcata, allora ci si può anche scatenare (come in effetti Kawada fa con Gusto Fragola), ma se poi si iniziano a mischiare le due cose, operazioni come questa iniziano a perdere di senso (ed è forse anche questo aspetto a farmelo sembrare più un fan made). Ad ogni modo, Ultimate Desire resta comunque un gradito omaggio ad uno dei personaggi più controversi della saga originale ma che forse avrebbe meritato un approfondimento ancor maggiore con una propria serie spin-off.

MAD MAX – La trilogia originale (terza parte)


Si conclude, con questo articolo, l’approfondimento sulla trilogia originale di Mad Max che ho voluto preparare in concomitanza con l’uscita nelle sale dell’attesissimo nuovo capitolo, Mad Max: Fury Road (se non avete nacora letto la mia recensione, la trovate qui). Dopo aver parlato delle origini di Max Rockatansky nel primo film e dopo averlo visto alle prese con i predoni di Lord Humungus nel secondo, andiamo oggi a chiudere il cerchio con l’episodio forse più “controverso” della saga…

mad max trilogy 199x cover

Prodotto nel 1985,  Mad Max Beyond Thunderdome (Da noi “Mad Max – Oltre la sfera del tuono”) vede ancora George Miller alla regia e Mel Gibson nel ruolo del protagonista principale. Max, persa la sua Interceptor nel film precedente, vaga ancora nel deserto ma con un carro trainato da cammelli. Nella sequenza iniziale, questi gli vengono però sottratti da Jedediah (interpretato da Bruce Spence, il Gyro Captain dell’episodio precedente) e da suo figlio, un’improbabile coppia di banditi che lo attaccano di sorpresa a bordo di un piccolo aereo agricolo. Seguendone le tracce, il protagonista giunge così a Bartertown, una cittadina  dal commercio fiorente e dotata di vari comfort, primo tra tutti la corrente elettrica. Qui si fa subito notare e viene subito portato al cospetto di Aunty Entity (Tina Turner), la reggente del posto.

“Qui c’era solo merda e sangue. Dove c’era il deserto, ora sorge una città”

Alla donna serve infatti un guerriero, qualcuno capace di togliere di mezzo Master Blaster, un’entità formata da due individui, un nano molto intelligente (“Master”, interpretato da Angelo Rossitto) ed un gigante stupido, ma dalla forza letale, che lo porta sempre sulle spalle (“Blaster”, Paul Larsson). I due controllano la raffineria di metano, prodotto grazie alle feci dei maiali, che si trova nel sottosuolo di Bartertown e forniscono quindi alla città la tanto preziosa corrente elettrica. Approfittando di questa sua posizione, Master ha iniziato a dichiararsi padrone di Bartertown, tenendo sotto scacco la stessa Aunty con gli “embargo”, piccole dimostrazioni di forza durante le quali fa cessare la fornitura di gas mettendo in ginocchio la popolazione. Max, prima di accettare quella proposta che gli frutterebbe una lauta ricompensa, decide di studiare da vicino l’avversario, perciò scende nel sottosuolo mischiandosi agli operai che spalano le feci e scopre il punto debole di Blaster: un’ipersensibilità ai suoni acuti come quelli prodotti dal suo fischietto per cani. Tanto basta al protagonista per acconsentire alla richiesta ma, essendo Bartertown governata da leggi ferree, tutta l’operazione dev’essere svolta in modo che sembri  un evento fortuito e non riconducibile alla stessa Aunty. Di conseguenza, viene organizzata una messinscena durante la quale Max attacca briga con Master Blaster nelle strade. La regola vuole che ogni contesa venga risolta con una lotta all’ultimo sangue nel Thunderdome, una gabbia a forma di cupola in cui gli sfidanti combattono come moderni gladiatori, e così Max e Blaster vi vengono condotti…

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Non senza difficoltà, Max riesce infine a mettere al tappeto Blaster ma, quando sta per vibrare il colpo di grazia, scopre che si tratta solo di un ragazzo affetto da sindrome di Down ed è il figlio di Master. Il protagonista non riesce ad infierire e, sentendosi preso in giro, rivela alla folla il piano di Aunty. Ma ormai è troppo tardi: Ironbar (Angry Anderson), braccio destro della donna, approfittando del momento uccide Blaster a sangue freddo. Master viene quindi catturato ed obbligato a far funzionare la raffineria di metano, mentre Max, per aver rotto il patto con Aunty, viene legato ad un cavallo ed esiliato nel deserto a mo’ di capro espiatorio.

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Quando è ormai ad un passo dalla morte, viene soccorso da Savannah (Helen Buday), una ragazza che lo trascina in un’oasi ove risiede con la sua tribù composta esclusivamente di bambini e adolescenti. Come Max ha modo di scoprire, questi sono i figli di un gruppo di persone che, grazie all’intraprendenza di un pilota di linea chiamato Capitano Walker, riuscirono a sfuggire all’inferno nucleare e trovarono in quell’oasi un posto in cui stabilirsi. In seguito, però, Walker prese con sé gli adulti e formò una spedizione volta a trovare altri superstiti, lasciando detto che almeno uno di loro sarebbe tornato, cosa che purtroppo non avvenne mai. Savannah e gli altri sono quindi convinti che Max sia il Capitano Walker e si aspettano che il protagonista li conduca verso quella che chiamano “Terra del Domani Domani”, una sorta di terra promessa in cui i piccoli membri della tribù hanno iniziato a credere guardando le foto rimaste delle città precedenti l’olocausto nucleare.

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Max ci mette due secondi a far crollare le loro illusioni, provocando subito una spaccatura tra chi, come Slake (Tom Jennings), gli dà ascolto, e chi invece, come Savannah, lo ritiene solo un bugiardo e intende scoprire la verità di persona, avventurandosi nel deserto. Il protagonista, che non ha alcuna intenzione di assecondare simili idee suicide, in un primo momento riesce ad imporsi con la forza e ad evitare che la giovane ed altri bambini con lei si allontanino dall’oasi ma, durante la notte, ella riesce a liberarsi e a fuggire con il resto  dei suoi piccoli seguaci. Quando Max riesce finalmente a rintracciarli, salvando la stessa Savannah dalle sabbie mobili, il gruppo è ormai alla periferia di Bartertown, quindi si decide di proseguire e tentare di recuperare Master, che con le sue competenze tecniche potrebbe tornare molto utile. Calata la notte, il gruppo si infiltra allora nella raffineria di metano e libera sia Master che Pig Killer (Robert Grubb), un detenuto che Max ha conosciuto la prima volta che è stato lì. Questi, messosi alla guida di una motrice su rotaie, carica tutti a bordo e fugge via da Bartertown mentre Ironbar, Aunty ed il resto degli uomini iniziano ad inseguirli nel deserto.

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“Allora, qual è il piano?” “Un piano? E chi ha un piano?”

Dopo una rocambolesca fuga, il gruppo è costretto a fermarsi a causa della fine delle rotaie. Fortunatamente, lì nei pressi c’é il nascondiglio di Jedediah, a cui Max ordina di prendere l’aereo agricolo e farci salire tutti. Le ridotte dimensioni del velivolo, però, fanno sì che non riesca a decollare a causa del peso eccessivo dei passeggeri. Quando Aunty e i suoi scagnozzi li hanno praticamente quasi raggiunti, Max scende e si avvia verso i nemici per dare l’opportunità al pilota di prendere il volo e mettere tutti in salvo. Il protagonista lancia quindi il suo veicolo contro quello di Ironbar, uccidendolo e causando un incidente a catena tra gli altri  mezzi che sopraggiungono, mentre il piccolo aereo riesce finalmente a librarsi nel cielo. Aunty, ammirata dal coraggio dell’eroe, decide allora di risparmiargli la vita tornandosene a Bartertown e abbandonandolo lì nel deserto.

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L’aereo di Jedediah sorvola quindi le rovine di una grande città (dagli elementi che si vedono si capisce che si tratta di Sydney) e la scena si sposta ad alcuni anni più tardi, quando Savannah, che stringe un neonato fra le braccia, racconta la loro storia ad un folto gruppo di giovani:

“Gli anni passano rapidamente e, giorno dopo giorno, abbiamo fatto la nostra storia raccontando la nostra leggenda. Ma questa non è la storia di uno, è la storia di tutti noi, e voi dovete ascoltare e ricordare, perché voi oggi ascoltate e domani racconterete ai nuovi nati. Io ora guardo dietro di noi, nella nostra storia passata. Vedo noi incominciare il viaggio verso casa e ricordo come arrivammo qui e quanto fummo felici, perché vedemmo com’era una volta. Abbiamo guardato, abbiamo capito di avere ragione. Quelli del passato avevano il sapere, cose al di là dell’immaginazione, anche al di là dei nostri sogni. Il tempo passa e continua a passare, e ora sappiamo che ritrovare il segreto di quello che si è perso sarà difficile. Ma questa è la nostra strada e noi dobbiamo seguirla, e nessuno sa dove porterà. Comunque, ogni notte ripeteremo la nostra storia per ricordare chi eravamo e da dove siamo venuti, ma soprattutto noi ricorderemo l’uomo che ci trovò, quello che venne per salvarci. E noi illumineremo la città. Non solo per lui, ma per tutti quelli che non sono ancora qui, perché sappiamo che verrà una notta in cui loro vedranno una luce lontana e torneranno a casa.”

Come dicevo nell’introduzione, questo terzo film è e rimane quello più controverso circa il giudizio di pubblico e critica. Da un lato ha alcuni aspetti positivi, come l’idea di caratterizzare maggiormente la società composta dai sopravvissuti del dopobomba, ampliando così le possibilità della narrazione mentre, d’altro canto, soffre in generale per la perdita di quella dose di spietatezza che permeava le precedenti pellicole della serie. In più, mentre a volte il meccanismo di causa ed effetto non è proprio chiaro come dovrebbe, ci sono così tante coincidenze ed avvenimenti fortuiti nella sceneggiatura da far pensare più ad una fiaba che ad una storia ambientata in un mondo come quello descritto in Mad Max 2. In buona sostanza, guardare Mad Max Beyond Thunderdome, soprattuto dalla seconda parte in poi, è come guardare i Goonies, ma dei Goonies molto meno divertenti. Certo, si potrebbe anche pensare che il tutto sia stato sviluppato in questa maniera perché visto e narrato ai posteri dalla mente ingenua di Savannah (sempre per il discorso relativo al mito dell’eroe che facevo nella recensione di Mad Max: Fury Road), ma rimane il fatto che, alla base della produzione, ci fu il tentativo di ampliare il pubblico (e quindi fare più incassi) abbassando il target minimo d’età a cui il film era destinato. A questo si aggiunse poi un evento luttuoso di una rilevanza non indifferente: la morte di Byron Kennedy, co-creatore della saga, il cui elicottero si schiantò proprio mentre sorvolava la location in cui è stato girato il film. Questo causò in Miller un allontanamento dal progetto, di cui poi accettò di girare soltanto le scene d’azione come tributo al suo caro amico scomparso. Sempre a questi si riferiscono poi alcuni passaggi del racconto di Savannah (in particolare la frase finale) e la sagoma di Max che si allontana nel deserto mentre compare sullo schermo la dedica “… for Byron”. Il resto del film venne invece affidato al regista George Ogilvie, che non fece in realtà un cattivo lavoro per quello che riguarda il lato puramente tecnico, ma che evidentemente ha contribuito in larga parte a snaturare quei concetti che invece erano ben chiari nella mente di Miller e Kennedy e che avevano decretato il successo della serie. Nonostante ciò, anche questo terzo capitolo non poté fare a meno di ispirare la cultura di massa (basti pensare al Thunderdome stesso) e contribuire a diffondere il mito di Max Rockatansky, questa volta più aperto e approfondito rispetto al precedente Mad Max 2.

Analogie con Hokuto No Ken

Chiaramente, anche questa nuova avventura di Max è stata fonte d’ispirazione per Tetsuo Hara, che ha puntualmente riversato nel mondo di Hokuto molte delle cose viste nel film. Primo fra tutti il look di Max, che ritroviamo, fatti salvi alcuni dettagli aggiuntivi, negli abiti indossati da Shu.

max shu 1

Anche il fatto di lottare per dei bambini accomuna i due personaggi.

children

I soldati dell’esercito di Souther sono anch’essi debitori a Mad Max per il loro aggressivo look, preso pari pari da quello degli scagnozzi di Aunty.

soldiers 1

In particolare, proprio nei primi minuti del film, vediamo una delle guardie di Bartertown roteare con le mani delle lame  legate con fili, cosa che vdiamo poi fare, in maniera molto simile, da alcuni dei soldati del Sacro Imperatore che hanno accerchiato Shu e cercano di distrarlo con il suono prodotto dalle loro peculiari armi…

weapons

Abbiamo poi la fase di Max tra la vita e la morte, svenuto nel deserto, che viene recuperato da una figura inizialmente misteriosa. Tutto ripreso dal maestro ed infilato sempre nella saga relativa a Souther, quando Kenshiro resta in fin di vita dopo esser stato tirato fuori (a costo della vita di Shiba) dalle segrete del palazzo nemico.

near death

E la citazione continua quando Ken è finalmente al sicuro. Anche la fase in cui il protagonista, in stato di incoscienza, viene trasportato con un’imbarcazione lungo un corso d’acqua è molto simile a quello che avviene nel manga.

near death 2

Superata questa parte di storia, Hara conserva ancora diversi spunti grafici e narrativi da Mad Max Beyond Thunderdome, basti pensare all’idea dei bambini presi come simbolo che torna di prepotenza nella saga dei Nanto Goshasei, più nello specifico riguardo alla storia di Fudo. Ed è proprio qui che appare un’altra evidente citazione: le sabbie mobili.

sands

Qualcosa poi la troviamo anche nella seconda parte dell’opera. Bartertown viene rielaborata da Hara fino a diventare la Capitale Imperiale, la cui corrente elettrica viene alimentata nei sotterranei con una gigantesca dinamo. Indicativa, in tal senso, la citazione di alcuni elementi del film come la voce di Aunty diffusa dai megafoni alla popolazione durante gli embargo, che qui diventa la voce del Viceré Jako, che vuole più luce.

voice

Altra chicca non facile da cogliere è quella dello Shura che attacca Kenshiro sulla nave di Akashachi. In questo caso, l’arma utilizzata, benché diversa, ricorda molto il cappio usato da Ironbar contro Max durante la prova voluta da Aunty, nelle prime battute del film.

slipknot

Dulcis in fundo, Master Blaster, chiaramente utilizzato come modello per Koketsu ed il suo “cucciolo“…

master blaster koketsu 1

MAD MAX : Fury Road – Il ritorno del guerriero della strada


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“In questa terra desolata, io sono colui che fugge sia dai vivi che dai morti. Un uomo ridotto a un unico istinto: sopravvivere”

Mad Max è tornato nei cinema con un nuovo capitolo. A trent’anni di distanza dall’ultimo episodio, il regista George Miller riprende in mano la sua creatura, la aggiorna e ne narra la leggenda al pubblico del nuovo millennio.
Il risultato? “Pazzesco”.

Lo scenario è sempre lo stesso: quel mondo arido e barbarico sorto sul cadavere fumante della civiltà, dove l’unico futuro a cui anelare può essere il prossimo giorno, la prossima ora… o anche soltanto i prossimi minuti. In questo inferno si muove Max Rockatansky (Tom Hardy), un uomo che ha perso tutto ciò che aveva di più caro e che vaga nel deserto senza scopo e senza meta. Le cose cambiano quando viene coinvolto, suo malgrado, nella lotta tra il tirannico Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne) e la ribelle Imperatrice Furiosa (Charlize Theron).

characters

Evito di dilungarmi sulla trama per non rovinare a nessuno il piacere di gustarselo al cinema, ma già da quel poco che ho scritto è chiaro a chiunque che il “canone” della saga è stato rispettato. Anche stavolta Max viene tirato in mezzo a questioni in cui non c’entra nulla ma nelle quali si ritrova infine ad essere l’ago della bilancia. Un eroe che tutto vorrebbe essere tranne che un eroe, proprio come è stato fin dal 1979, quando tutto è iniziato. Già ma che cos’è Mad Max: Fury Road? Beh, partiamo prima dal dire cosa NON è…

Non chiamatelo reboot

Mad Max: Fury Road “non è né un reboot, né un prequel, né un sequel”, stando a quanto ha affermato lo stesso Miller, regista di ogni singolo episodio della serie, il quale ha precisato che “è una rivisitazione del mondo (di Mad Max)”. A George Miller, ora settantenne, l’idea di un nuovo film balenò in mente per la prima volta nel 1998, così, all’improvviso, mentre attraversava una strada, ma gli bastò il tempo necessario ad arrivare dall’altro lato per fugare quel pensiero, credendo che tre pellicole fossero più che abbastanza.  Due anni più tardi, però, nel 2000, mentre sorvolava l’Oceano Pacifico su un volo che da Los Angeles lo stava portando a Sydney, iniziò ad immaginare il film nella sua testa. Anche se ancora in una forma molto grezza, poteva già vederlo. Sceso dall’aereo, disse ai suoi collaboratori: “Credo proprio che faremo un nuovo film di Mad Max”. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata molta e, a causa di tutta una lunga serie di vicissitudini, il progetto è andato completamente in porto solo ora. Il copione è quindi passato attraverso vari rimaneggiamenti, così come più volte è cambiato il nome dell’attore che avrebbe dovuto dare di nuovo il volto a Max Rockatansky. Inizialmente doveva essere proprio Mel Gibson, poi l’attenzione si spostò sul compianto Heath Ledger per arrivare infine a Tom Hardy. Ora, dopo 120 giorni di riprese effettuate nel deserto dell’Africa meridionale, dopo la campagna pubblicitaria che ci ha gasati fin dal primo teaser, dopo esserci rivisti ogni film della trilogia originale, aver fatto ipotesi e via dicendo… ora, possiamo gustarci il risultato di tanti anni di attesa. Ne sarà valsa la pena?

max rockatansky

Max Rockatansky e il mito dell’eroe

Quello che bisogna capire per godersi appieno Mad Max: Fury Road è che non rinnega assolutamente ciò che è stato fatto in passato. Quello che cambia è soltanto il “modo” in cui viene raccontata la storia. Max è infatti un personaggio che ha a che fare con il mito dell’eroe, tanto che le sue gesta vengono spesso narrate ai posteri da altri (come accadde nel secondo e nel terzo film, per esempio). Sotto questo punto di vista, in un mondo in cui si è tornati alla tradizione orale, la verità è che Max può avere tanti volti e tante storie quante sono le bocche di coloro che dichiarano di averlo conosciuto o di averne anche solo sentito parlare, ma il fulcro attorno a cui ruotano tutte queste storie è che lui è quel riluttante eroe che ha fatto la differenza ogni volta che è apparso sulla scena. E qui, Miller mette le cose in chiaro fin da subito: stavolta, la voce narrante è quella dello stesso Max.  Può sembrare un dettaglio di poco conto, ma significa molto. Così come significa molto la presenza di quella V8 Interceptor che in teoria dovrebbe essere saltata per aria nel secondo film. Non è un errore di continuity o un contentino per i fan, ma un simbolo. E’ il passato. Senza spoilerare nulla, ma quello che accade nel film alla storica vettura di Max è fin troppo evidente cosa voglia stare a significare. E nel momento in cui lo spettatore fa pace con i concetti appena esposti, tutto il resto è genio visionario allo stato brado. Miller, ispiratissimo, reinventa il mito che egli stesso ha creato e scatena sullo schermo un delirio di immagini che non solo rappresentano la summa di Mad Max, ma ne elevano la spettacolarità in maniera inimmaginabile. Si resta inchiodati alla poltroncina dall’inizio alla fine e si gode. Si gode tantissimo. Perché ogni singola inquadratura è studiata fin nei minimi dettagli, perché se Hardy riesce a non far rinpiangere Gibson, la Theron è proprio inarrivabile, perché la musica non è solo “d’accompagnamento” alle immagini ma dona invece una quarta dimensione al tutto, perché è fantasticamente commerciale ma non cede mai alla stupidità, perché si mangia tranquillamente ogni film d’azione vi possa venire in mente e, dulcis in fundo, perché una volta finita questa folle corsa, vorrete soltanto ricominciare.

Quindi, sia che siate dei fan di vecchia data della saga, sia che non ne abbiate mai sentito parlare, recatevi il prima possibile al cinema e tuffatevi in quest’esperienza senza la minima esitazione, perché non rimarrete affatto delusi. Fury Road riesce a superare ogni resistenza passandoci sopra con una blindocisterna carica di genialità. Fatevi travolgere.

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